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Full text of "La Vita nuova e il canzoniere"

DUKE 

UNIVERSITY 

LIBRARY 



THE LIBRARY OF 

PROFESSOR GUIDO MAZZONI 

1859-1943 



Digitized by the Internet Archive 
in 2013 



http://archive.org/details/lavitanuovaeilcaOOdant 




mm mma 




DANTE ALLIGHIERI 



RIDOTTI A MIGLIOR LEZIONE 
E COMMENTATI 

DA GIAMBATTISTA GIULIANI 

GIÀ ESPOSITORE DELLA DIVINA COMMEDIA 
NEL!/ ISTITUTO DI STUDI SUPERIORI IN FIRENZE. 



Seconda impressione. 





FIRENZE. 
SUCCESSORI LE MONNIER 

1885. 




DANTE SPIEGATO CON DANTE. 



LA VITA NUOVA E IL CANZONIERE. 






Del medesimo Autore. 



Collezione Diamante. 

ALLIGHIERI (Dante). La Divina Commedia 

raffermata nel testo giusta la ragione e l'arte 
dell'Autore , da G-.-B. Giuliani. — Un voi. Lire 2. 50 

Biblioteca. Nazionale. 

— Il Convito , reintegrato nel testo con nuovo 

Commento, per cura di G-.-B. Giuliani. — Un 
volume diviso in due parti 8. — 

— Opere Latine, reintegrate nel testo, con nuovi 

Commenti, per cura di G.-B. Giuliani. —Vo- 
lume I. De Yulgari JS/oquentìa e De Monarchia. 
— Volume II. Epistolce, Ec/logce, Quastio de 
aqua et terra 8. — 

GIULIANI (G.-B.) Arte, Patria e Religione. 

Prose. — Un volume 4. — 

— Delizie del parlare toscano. Lettere e ricrea- 

zioni. — Quarta edizione con giunte e corre- 
zioni. — Due volumi 8. — 



LA 



VITA NUOVA e il CANZONIERE 



DANTE ALLIGHIERI 



RIDOTTI A MIGLIOR LEZIONE 
E COMMENTATI 

DA GIAMBATTISTA GIULIANI 

GIÀ ESPOSITORE DELLA DIVINA COMMEDIA 

NELL' ISTITUTO DI STUDI SUPERIORI IN FIRENZE. 



Seconda impressione. 




FIRENZE. 
SUCCESSORI LE MONNIER. 

1885. 






Proprietà degli Editori. 






AI DEGNI PRINCIPI ITALIANI 
E MAGNIFICATI SPOSI 

UMBERTO E MARGHERITA 

DI SAVOIA. 



Nel rimettere a luce queste due Opere del 
sommo Poeta, esulto di 'poterle fregiare degli Augusti 
Vostri Nomi, cui benedicendo applaude la Nazione 
eh' egli or s' allegrerebbe di veder così ricreata ad 
unità, promettitrice d' ogni civile grandezza. Rav- 
viserete in esse la traccia de' Vostri animi gentili, 
e V immagine di quelle virtù onde , fra le schiette 
gioie della famiglia, si raffina l'amore a vieppiù 
confortare la nuova vita d' Italia. Vi consenta 
Iddio prosperevoli e lunghi anni, a letizia d'una 
Dinastia rigogliosa nell'affetto de' suoi popoli! 

Firenze, a dì 22 aprile Ì868. 

G. B. Giuliani. 



PREFAZIONE. 



Un antico Savio fìnse leggiadramente che le 
anime, prima da natura congiunte in una medesima 
stella, venendo quaggiù ad informare membra uma- 
ne, si ricercassero con desiderio. Né questo dovea 
posarsi finché le anime sorelle non si fossero incon- 
trate per rinnovar insieme e perpetuare una lieta 
vita d' amore. Se mai ciò si vide avverato, certo fu 
allora che agli occhi di Dante apparve Beatrice, la 
gentilissima figliuola di Folco Portinaro L' origine, 
la natura eie vicende di questo maraviglioso e bene- 
fico amore si leggono descritte, anziché narrate, in 
un piccolo libro, cui ben si convenne il titolo di 
Vita Nuova. Ed un sì grande affetto, acceso di virtù 
e per virtù sol vivo , diede al giovane poeta forza e 
spirito a trar fuori le Nuove Rime e rendersi costante 
maestro dell'arte dettata clal cuore con la lingua di 
Amore. 

Or non avrà l' Allighieri vagheggiato in Bea- 
trice una donna vera? Chi può dubitarne, s'egli ha 
intelletto d' amore ? Purché si voglia meditar alcun 



PREFAZIONE. 



poco la Vita Nuova, e prontamente vi si riconoscerà 
che un amore sensibile si tratta in queir opera fer- 
vida e passionata, e che solo un sensibile amore 
poteva inspirarla. Laonde reca stupore che il Fi- 
lelfò, il Biscioni e il Rossetti co' suoi seguaci non 
abbiano ravvisalo nella mirabile Donna altro che un 
semplice simbolo , immaginato dal Poeta a idoleg- 
giare le sue vaghe finzioni o i trovati d' una scienza 
arcana. 

Ma io non mi vo' perdere dietro a siffatti delirj r 
giacché la parola di Dante , viva e splendida , li con- 
danna abbastanza, e n'induce a compiangere all'in- 
gegno umano, che si assottiglia di così dar corpo 
a vanità palesi . Senza che , a me non si consente 
discorrere una materia già trattata da valentuomini, 
tanto più che in simili questioni non si giugne mai 
a comporre gli avversi pareri, e suole mancare il 
compenso al danno dell'opera e del tempo. Tolgasi 
di mezzo la persona di Beatrice, quale Dante ne I 
afferma e persuade che gli s'appresentasse, e con 
essa verrebbe meno il vivace fulgore che acquista 
un'indicibile grazia agli scritti del sublime Poeta e 
li rende efficaci sull' animo altrui. E la nativa bontà 
e bellezza della Vita Nuova consiste per appunto 
nel singolarissimo amore, che vi si ragiona in versi ; 
e in prosa. Indi la soavità degli accenti e delle 
frasi ne riesce perenne e tale che c'innamora; il 
costrutti vi si conformano secondo che vuole l'amo- 
rosa leggiadria, onde pigliano vita e colore le idee ; 



PREFAZIONE. VII 

e il discorso si chiarisce quasi una limpida imma- 
gine del cuore e della mente. Oltre a che, un sen- 
timento di una profonda malinconia, e pur cara, vi 
spira da tutte parti, e la religione v'entra a con- 
forto degl' intimi dolori e per correggere 1' amara 
scienza del mondo. Ad evidenza poi vi si manifesta 
come Dante formasse e nutrisse a lungo i suoi con- 
cetti, e li avesse pensati col cuore, innanzi di armo- 
nizzarli e farceli sentire nelle sue Rime. 

Quanto agli esagerati colori rettorici ed alel 
ardite figure, che qua e là ci offendono nella let- 
tura d'un libro tanto ameno, si scusano, dacché 
son portati, se non dall'indole de' tempi, dall'ardore 
della passione e dal forte immaginare a che il Poeta 
si abbandona. Con ciò gli si perdoneranno puran- 
che certe forme scolastiche e una cotale ambizione 
di dottrina astrologica e cabalistica, senza che per 
questo si debba diminuire la nostra fede alla verità 
del soggetto , intorno cui l' ingegno si affatica con 
varia scienza e assiduità di cure. A noi soprattutto 
preme di rintracciare in queir affettuosa e leggia- 
dra scrittura il verace principio e la cagione inces- 
sabile del Poema, cho è il compimento, l'unità 
stupenda e la gloria di tutti gli amori di Dante. 

Il quale, perduto che ebbe la sua Beatrice, ne 
ritenne sacro l'affetto, e si rivolse tutto a lodarla 
troppo meglio che non gli pareva di aver fatto , in- 
segnandoci a un tempo che amore e dolore gli 
furono continuo eccitamento a studio di ben fare» 



Vili PREFAZIONE. 

E tanto s'immerse ne' segreti della Filosofia, onde 
gli venivano consolazioni improvvise, che ne restò 
invaghito e come preso da una nuova passione. Ma 
nel disvelarci la verità e potenza di questo amore , 
ei s' avvisò di congiugnerlo al primo suo amore e" 
di attribuirgliene le belle sembianze. Di che proce- 
dettero le Canzoni morali ed il Convito. Non però 
si tenne appagato il gentile Poeta in cui , giusta il 
Balbo, l'amore s'era fatto tempra dell'anima; e 
come avea già ben concepito, si diede a comporre 
la Divina Commedia, ove esaltò la Donna della sua 
mente in figura della Sapienza istessa. Così gli scritti 
di Dante sono commenti alla sua vita , e questa ot- 
tiene dagli scritti il più sicuro ed inviolabile testi- 
monio della propria dignità , ad eterno pregio 
della nostra natura. 

Certamente la Vita Nuova inchiude la ragione 
non pure del Poema, ma e sì delle Rime amorose 
e sì dell' altre allegoriche e morali, che aspettavano 
d'aver luogo nel Convito d'opportuno commento. Il 
perchè mi parve buon consiglio di pubblicarla in- 
sieme col Canzoniere. Del quale la prima Parte deve 
pertanto abbracciare le Poesie, che potevano venir 
allogate in quel libello, dappoiché rendono tuttavia 
cenno di Beatrice o d' alcun fatto che la riguarda. 
La seconda Parte poi ho creduto, che avesse a con- 
tenere le Canzoni e le differenti Rime, che s'appar- 
tengono al Convito o ne ricevono luce dichiarativa. 
Infine, siccome l'AUighieri si lasciò anco sorpren- 



PREFAZIONE. IX 

dere da altri lievi amori, indi è che nella terza 
Parte del Canzoniere, pensai di collocare le Rime 
che pur ne porgono indizio di tali amori, e quelle 
poche eccitate da carità di patria e d'amicizia. Mi 
duole bensì di non poter registrarne alcuna inspirata 
da affetto di religione, ma delle diverse che corrono 
sotto il nome del solenne Maestro, niuna mi sembrò 
accettabile. Né per fermo saprei giudicarle degne 
di lui, che dal suo diciottesimo anno in poi , non 
che condiscendere alle modulazioni del Notaio da 
Lentino e di Guitton d'Arezzo, rafforzò di più in più 
l' ingegno e la sua arte del dolce stile nuovo, sino 
a produrre il continuo e crescente miracolo del 
Poema sacro. 

Molti si recheranno a maraviglia e mi daran 
forse biasimo, perch'io mi sia ardito di levare dal 
Canzoniere di Dante parecchie delle poesie che gli 
si attribuiscono eziandio da gente assai pregevole e 
valorosa. Pur nondimeno, senza mancare al debito 
ossequio, dirò con libera franchezza, che in questo 
mi sono anzi allargato oltre misura. Imperocché, ce- 
dendo all'autorità altrui piuttosto che alla chiara ve- 
rità ed al mio sentimento, ho qui anco registrato fra. 
le Rime legittime le due celebrate Canzoni; pa- 
tria degna di trionfai fama, e Tre donne intorno al 
cor mi son venute. Ma per quanto magnifiche esse 
vogliansi riconoscere né disconvenienti al sovrano 
Cantore, luttavolta vi sono ragioni intime e invin- 
cibili a negargliele ricisamente. 



PREFAZIONE. 



Non lascio peraltro di riporre in un' Appendice 
le Rime che in alcuna maniera potrebbero farsi 
credere come proprie del sommo Allighieri, sebbene 
mostrino di essere lavoro di mano troppo diversa 
Rispetto a quelle che io m' affidai di dover esclu- 
dere del tutto, se vi sarà chi, traendo argomenti 
diritti e sicuri dalle opere del nostro Autore, mi 
vorrà togliere d' inganno , gliene avrò obbligo come 
d'un segnalato benefizio. Amico della verità, mi 
professo amico di chiunque me la dimostra, o ab- 
batte gli ostacoli che mi proibiscono di scorgerla. 
Il mio studio é sempre uno « Dante spiegato con 
Dante » : questa è la severa e invariabile Critica 
che mi sono imposta. Dante sia interprete e giudice 
di se stesso, egli, che dimostrò una mente sola e un 
solo cuore in ciascuna opera sua, e seppe impron- 
tarle tutte d'un medesimo sigillo. 

L'impresa, cui mi accinsi, è pericolosissima, 
piena d'impedimenti gravi talora e intentati; pur 
la condussi con tenace proposito, e bramoso di ser- 
vire alle nostre ottime Lettere, documento di civiltà 
ed esempio. Vagliami almeno il buon volere e la 
dignitosa coscienza, che mi assicura di non aver 
mancato in nulla per esser meri disuguale all'arduo 
e nobile lavoro. Cercati con diligenza e ricercati i 
codici e le stampe più accreditate, dell' opera altrui 
io profittai con gratitudine riverente, e si vedrà in 
ogni luogo che occorra. Se non che mi piace qui ri- 
cordare innanzi tutti il Fraticelli e il Wille, che tanto 



PREFAZIONE. XI 

savie e diligenti cure spesero intorno alle Rime di 
Dante , e il Tommaseo , che degli Amori di Dante 
scrisse con sentita verità ed eloquente dottrina. Ove 
altri voglia riputare soverchia la paziente mia fatica 
e disdegnarla, gli tornerà pronto di liberarsene, poi- 
ché ho provveduto che la Vita Nuova e il Canzoniere 
restino affatto divisi dagl' incomodi commenti e si 
possano leggere e ammirare nella schietta loro for- 
ma, eziandio in questa nuova e più compiuta edi- 
zione. Alcun luogo fors' anco rimarrebbe ad emen- 
dare e alcuna lezione desiderarsi migliore ; pur non 
vo' smettere la fiducia d' aver agevolato lo studio 
di quelle due Opere del maggiore Poeta. 

Ad ogni modo si meditino e 1' una e 1' altra , e 
ne prenderà degno frutto la generazione presente. 
La quale importa assai che si educhi a virili e ge- 
nerosi affetti , e si trattenga dallo spossar l' anima 
nel travaglio delle materiali passioni. Che è la vita, 
se amore non la conforta? Ma che è 1' amore, se 
la virtù non lo sublima ed eterna? Apprenda ivi la 
donna a meglio pregiare e custodire il divino tesoro 
del suo afletto, e vedrà quanta potenza si chiude 
in cuor di donna che amando s' adopera ad ecci- 
tare e promuovere la virtù in chi merita e brama 
il suo amore. I giovani vi attingeranno gentilezza 
di pensieri, e sentiranno la necessità di condursi 
ad onore e amar il bene, per bene e durevol- 
mente amare. Ma quivi rivolgansi gli odierni poeti 
affine di ritemprare la Lirica alla verità del- 



XII PREFAZIONE. 

l'affetto , alla nobiltà de'sentimenti e della forma, ed 
all' arte avvivata dalla felice natura. Rammentino 
che la poesia non vuol essere un vano brillamento 
che si dilegua, non un rumoroso strepito che in- 
trona, non immagini nebulose e disformati concet- 
ti , né un improvvido accozzarsi d' idee fuor di 
natura, ma verità e bellezza, scienza e virtù, fede 
e amore. Il rinnovato secolo aspetterà ancor lunga- 
mente il suo epico Cantore, e noi consoliamoci 
d' affrettarlo co' fervidi voti. Ben l' Italia, che or ri- 
vive libera e potente della sua unità, deve preten- 
dere da' suoi poeti che si continui la scuola di 
Dante, e sia richiamata la Lirica a maestra di leg- 
giadri costumi, a gloria delle nostre arti e a far 
desiderabile e cara e santa la libertà dei popoli. 






LA VITA NUOVA. 



LA VITA NUOVA. 



I. 



In quella parte del libro della mia memoria , di- 
nanzi alla quale poco si potrebbe leggere, si trova una 
rubrica, la quale dice: Incipit Vita Nova. Sotto la 
quale rubrica io trovo scritte le parole, le quali è mio 
intendimento d' assemprare in questo libello, e se non 
tutte, almeno la loro sentenzia. 



II. 



Nove fiate già, appresso al mio nascimento, era 
tornato lo cielo della luce quasi ad un medesimo punto, 
quanto alla sua propria girazione , quando alli miei oc- 
chi apparve prima la gloriosa donna della mia mente, 
la quale fu chiamata da molti Beatrice, i quali non sa- 
peano che si chiamare. Ella era già in questa vita stata 
tanto , che nel suo tempo lo cielo stellato era mosso 
verso la parte d' oriente delle dodici parti 1' una d' un 
grado: sì che quasi dal principio del suo anno nono 
apparve a me, ed io la vidi quasi alla fine del mio nono 



4 LA VITA NUOVA. 

anno. Ella apparvemi vestita di nobilissimo colore, umile 
ed onesto, sanguigno, cinta ed ornata alla guisa che 
alla sua giovanissima etade si convenìa. In quel punto 
dico veracemente che lo spirito della vita , lo quale di- 
mora nella segretissima camera del cuore , cominciò a 
tremare sì fortemente, che apparia ne'menomi polsi 
orribilmente; e tremando disse queste parole: Ecce 
Deus fortior me, qui veniens dominabitur mihi. 

In quel punto lo spirito animale, il quale dimora nel- 
l'alta camera, nella quale tutti li spiriti sensitivi portano 
le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e 
parlando spezialmente agli spiriti del viso, disse queste 
parole: Apparuit jam beatitudo vestra. In quel punto 
lo spirito naturale , il quale dimora in quella parte , ove 
si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, 
e piangendo disse queste parole : Heu miser ! quia 
frequenter impeditus ero deinceps. D' allora innanzi 
dico eh' Amore signoreggiò 1' anima mia , la quale fu si 
tosto a lui disposata , e cominciò a prendere sopra me 
tanta sicurtade e tanta signoria, per la virtù che gli dava 
la mia immaginazione, che mi convenia fare compiuta- 
mente tutti i suoi piaceri. Egli mi comandava molte 
volte che io cercassi per vedere quest' angiola giova- 
nissima: ond' io nella mia puerizia molte fiate l'andai 
cercando; e vedeala di sì nobili e laudabili portamenti, 
che certo di lei si potea dire quella parola del poeta 
Omero: ce Ella non pare figliuola d'uomo mortale, ma 
di Dio. » Ed avvegna che la sua immagine, la quale 
continuamente meco stava, fosse baldanza d'amore a 
signoreggiarmi , tuttavia era di si nobile virtù , che nulla 
volta sofferse , che Amore mi reggesse senza il fedele 



LA VITA NUOVA. 



consiglio della ragione in quelle cose, là dove cotal con- 
siglio fosse utile a udire. E però che soprastare alle 
passioni ed atti di tanta gioventudine pare alcuno parlare 
fabuloso, mi partirò da esse; e trapassando molte cose, 
le quali si potrebbero trarre dall' esemplo onde nascono 
que&te, verrò a quelle parole, le quali sono scritte nella 
mia memoria sotto maggiori paragrafi. 



III. 



Poiché furono passati tanti dì, che appunto erano 
compiuti li nove anni appresso 1' apparimento sopra- 
scritto di questa gentilissima , nell' ultimo di questi 
dì avvenne, che questa mirabile donna apparve a me 
vestita di colore bianchissimo, in mezzo di due gentili 
donne, le quali erano di più lunga etade. E passando 
per una via , volse gli occhi verso quella parte ov' io era 
molto pauroso; e per la sua ineffabile cortesia, la quale 
è oggi meritata nel grande secolo, mi salutò virtuosa- 
mente tanto , che mi parve allora vedere tutti i termini 
della beatitudine. L'ora, che lo suo dolcissimo salutare 
mi giunse, era fermamente nona di quel giorno: e pe- 
rocché quella fu la prima volta che le sue parole si 
movessero per venire a' miei orecchi, presi tanta dol- 
cezza , che come inebriato mi partii dalle genti. E ricorso 
al solingo luogo d'una mia camera, posimi a pensare 
di questa cortesissima ; e pensando di lei, mi soprag- 
giunse un soave sonno. Nel quale m'apparve una mara- 
vigliosa visione ; che mi parea vedere nella mia camera 
una nebula di colore di fuoco, dentro alla quale io 



6 LA VITA NUOVA. 

discernea una figura d'uno signore, di pauroso aspetto 
a chi lo guardasse: e pareami con tanta letizia, quanto 
a sé, che mirabil cosa era: e nelle sue parole dicea 
molte cose, le quali io non intendea se non poche, tra ] 
le quali io intendea queste : Ego dominus tuus. Nelle 
sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, ; 
salvo che involta mi parea in un drappo sanguigno \ 
leggermente; la quale io riguardando molto intentiva- 
mente, conobbi eh' era la donna della salute, la quale I 
m'avea lo giorno dinanzi degnato di salutare. E nell'una 
delle mani mi parea che questi tenesse una cosa, la 
quale ardesse tutta; e pareami che mi dicesse queste 
parole: Vide cor tuum. E quand'egli era stato alquan- 
to, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto 
si sforzava per suo ingegno, che le facea mangiare 
quella cosa che in mano gli ardeva, la quale ella man- 
giava dubi tesamente. Appresso ciò, poco dimorava che I 
la sua letizia si convertia in amarissimo pianto : e cosi \ 
piangendo si ricogliea questa donna nelle sue braccia, I 
e con essa mi parea che se ne gisse verso il cielo. 
Ond' io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto 
sonno non potè sostenere, anzi si ruppe, e fui disvegliato. I 
Ed immantinente cominciai a pensare; e trovai ." 
che l'ora, nella quale m'era questa visione apparita, I 
era stata la quarta della notte: sì che appare manife- | 
stamente, eh' ella fu la prima ora delle nove ultime ore 
della notte. E pensando io a ciò che m'era apparilo, J 
proposi di farlo sentire a molti , i quali erano famosi 
trovatori in quel tempo. E con ciò fosse cosa ch'io 
avessi già veduto per me medesimo l' arte del dire pa- 
role per rima, proposi di fare un sonetto, nel quale io 






LA VITA. NUOVA. 7 

. salutassi tutti i fedeli d' Amore , e pregandoli che giu- 
dicassero la mia visione , scrissi loro ciò eh' io avea nel 
mio sonno veduto; e cominciai allora questo sonetto: 



A ciascun' alma presa e gentil core, 
Nel cui cospetto viene il dir presente, 
A ciò che mi riscrivan suo parvente, 
Salute in lor signor, cioè Amore. 

Già eran quasi eh' atterzate l' ore 
Del tempo che ogni stella n' è lucente, 
Quando m'apparve Amor subitamente, 
Cui essenza memorar mi dà orrore. 

Allegro mi sembrava Amor, tenendo 
Mio core in mano, e nelle braccia avea 
Madonna, involta in un drappo dormendo. 

Poi la svegliava , e d' esto core ardendo 
Lei paventosa umilmente pascea: 
Appresso gir ne lo vedea piangendo. 



I 



Questo sonetto si divide in due parti: nella prima 
parte saluto , e domando risponsione ; nella seconda 
significo a che si dee rispondere. La seconda parte 
comincia quivi: Già eran. 

A questo sonetto fu risposto da molti e di diverse 
sentenze, tra li quali fu risponditore quegli, cui io 
chiamo primo de' miei amici ; e disse allora un sonetto 
lo quale comincia: Vedesti al mio parere ogni valore. 
E questo fu quasi il principio dell' amistà tra lui e me, 
quand' egli seppe eh' io era quegli che gli avea ciò 
mandato. Lo verace giudicio del detto sogno non fu 
veduto allora per alcuno, ma ora è manifesto alli più 
semplici. 



LA VITA NUOVA. 



IV. 



Da questa visione innanzi cominciò il mio spi- 
rito naturale ad essere impedito nella sua operazione, 
perocché l' anima era tutta data nel pensare di questa 
gentilissima. Ond' io divenni in picciolo tempo poi di sì 
frale e debole condizione, che a molti amici pesava della 
mia vista : e molti pieni d' invidia si procacciavano di 
sapere di me quello eh' io voleva del tutto celare ad al- 
trui. Ed io accorgendomi del malvagio domandare che 
mi faceano, per la volontà d' Amore, il quale mi co- 
mandava secondo il consiglio della ragione, rispondea 
loro, che Amore era quegli che così m' avea governato. 
Dicea (V Amore, perocché io portava nel viso tante delle 
sue insegne, che questo non si potea ricoprire. E quando 
mi domandavano : Per cui t' ha così distrutto questo 
Amore ? ed io sorridendo li guardava , e nulla dicea 
loro. 

V. 

Un giorno avvenne che questa gentilissima se- 
dea in parte ove s' udiano parole della Regina della 
gloria, ed io era in luogo dal quale vedea la mia bea- 
titudine. E nel mezzo di lei e di me, per la retta linea, 
sedea una gentile donna di molto piacevole aspetto. La 
quale mi mirava spesse volte, maravigliandosi del mio 
sguardare, che parea che sopra lei terminasse; onde 
molti s' accorsero del suo mirare. Ed in tanto vi lu 
posto mente, che, partendomi da questo luogo, mi 
sentii dire appresso : Vedi come cotale donna distrugge 



LA VITA NUOVA. 9 

la persona di costui ! Enominandola, intesi che diceano di 
colei, che in mezzo era stata nella linea retta che movea 
dalla gentilissima Beatrice, e terminava negli occhi miei. 
Allora mi confortai molto, assicurandomi che il mio 
segreto non era comunicato, lo giorno, altrui per mia vista. 
Ed immantinente pensai di fare di questa gentile donna 
schermo della veritade; e tanto ne mostrai in poco di 
tempo, che il mio segreto fu creduto sapere dalle più 
persone che di me ragionavano. Con questa donna mi 
celai alquanti mesi ed anni; e per più fare credente 
altrui, feci per lei certe cosette per rima, le quali non 
è mio intendimento di scrivere qui , se non in quanto 
facessero a trattare di quella gentilissima Beatrice ; e 
però le lascierò tutte, salvo che alcuna cosa ne scriverò 
che pare che sia loda di lei. 



VI. 



Dico che in questo tempo, che questa donna era 
schermo di tanto amore, quanto dalla mia parte, mi 
venne una volontà di voler ricordare il nome di quella 
gentilissima , ed accompagnarlo di molti nomi di donne, 
e specialmente del nome di questa gentildonna ; e presi 
i nomi di sessanta le più belle della cittade, ove la mia 
donna fu posta dall'altissimo Sire, e composi una 
epistola sotto forma di serventese, la quale io non 
scriverò. E non n'avrei fatto menzione, se non per dire 
quello che, componendola, maravigliosamente addivenne, 
cioè che in alcuno altro numero non sofferse il nome 
della mia donna stare , se non in sul nove , tra' nomi di 
queste donne. 



10 LA. VITA NUOVA, 



VII. 



La donna, con la quale io aveva tanto tempo ce- 
lata la mia volontà, convenne che si partisse della 
sopradetta cittade, e andasse in paese lontano: per 
che io, quasi sbigottito della bella difesa che mi era ve- 
nuta meno, assai me ne disconfortai più che io mede- 
simo non avrei creduto dinanzi. E pensando che, se 
della sua partita io non parlassi alquanto dolorosamente, 
le persone sarebbero accorte più tosto del mio nascon- 
dere, proposi di farne alcuna lamentanza in un sonetto, 
il quale io scriverò , perciocché la mia donna fu imme- 
diata cagione di certe parole, che nel sonetto sono, sic- 
come appare a chi lo intende: e allora dissi questo 
sonetto: 

voi, che per la via d'Amor passate, 
Attendete, e guardate 

S'egli è dolore alcun, quanto il mio, grave: 
E priego sol, eh' udir mi sofferiate; 
E poi immaginate 
S'io son d'ogni dolore ostello e chiave. 

Amor, non già per mia poca bontate, 
Ma per sua nobilitate, 
Mi pose in vita si dolce e soave, 
Ch' io mi sentia dir dietro assai fiate: 
Deh! per qual dignitate 
Così leggiadro questi lo cor have! 

Ora ho perduta tutta mia baldanza, 
Che si movea d'amoroso tesoro; 
Ond'io pover dimoro 
In guisa, che di dir mi vien doltanza. 



LA VITA NUOVA. 11 

Sicché, volendo far come coloro, 
Che per vergogna celan lor mancanza, 
Di fuor mostro allegranza, 
E dentro dallo cor mi struggo e ploro. 

Questo sonetto ha dice parti principali : che nella 
prima intendo chiamare i fedeli d' Amore per quelle 
parole di Geremia profeta: vos omnes, qui transitis 
per viam, attendite et videte si est dolor sicut dolor 
meus; e pregare che mi soffermo d'udire. Nella se- 
conda narro là ove Amore m' avea posto , con altro in- 
tendimento che V estreme parti del sonetto non mo- 
strano: e dico ciò che io ho perduto. La seconda parte 
comincia quivi: Amor, non già. 



Vili. 



Appresso il partire di questa gentildonna, fu pia- 
cere del Signore degli Angeli di chiamare alla sua glo- 
ria una donna giovane e di gentile aspetto molto, la 
quale fu assai graziosa in questa sopraddetta cittade ; lo 
cui corpo io vidi giacere senza l'anima in mezzo di 
molte donne, le quali piangevano assai pietosamente. 
Allora , ricordandomi che già 1' avea veduta fare com- 
pagnia a quella gentilissima , non potei sostenere 
alquante lagrime; anzi piangendo mi proposi di dire al- 
quante parole della sua morte in guiderdone di ciò, che 
alcuna fiata 1' avea veduta con la mia donna. E di ciò 
toccai alcuna cosa nelP ultima parte delle parole che io 
ne dissi, siccome appare manifestamente a chi le in- 
tende: e dissi allora questi due sonetti, dei quali co- 



12 LA VJTA NUOVA. 

mincia il primo; Piangete, amanti: il secondo : Morte 
villana. 

Piangete, amanti, poiché piange Amore, 
Udendo qual cagion lui fa plorare: 
Amor sente a pietà donne chiamare, 
Mostrando amaro duol per gli occhi fuore; 

Perchè villana morte in gentil core 
Ha messo il suo crudele adoperare, 
Guastando ciò che al mondo è da lodare 
In gentil donna , fuora dell' onore. 

Udite quant' Amor le fece orranza; 
Ch' io 'l vidi lamentare in forma vera 
Sovra la morta immagine avvenente; 

E riguardava invér lo ciel sovente, 
Ove 1' alma gentil già locata era: 
Che donna fu di si gaia sembianza. 

Questo primo sonetto si divide in tre parti. Nella 
prima chiamo e sollecito i fedeli d' Amore a piangere; 
e dico che lo signore loro piange, e che udendo la 
cagione perch' é piange , si acconcino più ad ascoltar- 
mi; nella seconda narro la cagione; nella terza parlo 
d' alcuno onore, che Amore fece a questa donna. La 
seconda parte comincia quivi ; Amor sente : la terza 
quivi; Udite. 

Morte villana, di pietà nemica, 
Di dolor madre antica , 
Giudizio incontrastabile, gravoso, 
Poi e' hai data materia al cor doglioso; 
Ond'io vado pensoso, 
Di te biasmar la lingua s'affatica. 

E se di grazia ti Vuoi far mendica, 
Convenesi eli' io dica 
Lo tuo fallir, d' ogni torto tortoso; 
Non però che alla gente sia nascoso, 



LA VITA NUOVA. 13 

Ma per farne cruccioso 

Chi d'Amor per innanzi si nutrica. 

Dal secolo hai partita cortesia, 
E, ciò che 'n donna è da pregiar, virtute: 
In gaia gioventute 
Distrutta hai V amorosa leggiadria. 

Più non vo' discovrir qual donna sia,. 
Che per le proprietà sue conosciute: 
Chi non merta salute, 
Non speri mai d' aver sua compagnia. 

Questo sonetto si divide in quattro parti : nella 
prima chiamo la Morte per certi suoi nomi propri; 
nella seconda parlando a lei, dicola ragione perciò io 
mi movo a biasimarla ; nella terza la vitupero ; nella 
quarta mi volgo a parlare a indif finita persona, av- 
vegnaché quanto al mio intendimento sia dif finita. La 
seconda parte comincia quivi ; Poi e' hai data : la terza 
quivi; E se di grazia: la quarta quivi; Chi non merta. 



IX. 



Appresso la morte di questa donna alquanti dì, 
avvenne cosa, per la quale mi convenne partire della 
sopradetta cittade , ed ire verso quelle parti , ov' era 
la gentil donna eh' era stata mia difesa , avvegnaché non 
tanto lontano fosse lo termine del mio andare, quanto 
ella era. E tuttoché io fossi alla compagnia di molti , 
quanto alla vista , l' andare mi dispiacea sì , che quasi 
li sospiri non poteano disfogare l' angoscia , che il cuore 
sentìa, però ch'io mi dilungava dalla mia beatitudine. 
E però lo dolcissimo signore, il quale mi signoreggiava 



14 LA VITA NUOVA. 

per virtù della gentilissima donna, nella mia immagina- 
zione apparve come peregrino leggermente vestito , e di 
vili drappi. Egli mi parea sbigottito, e guardava la terra, 
salvo che talvolta mi parea, che li suoi occhi si volges- 
sero ad un fiume bello, corrente e chiarissimo , il quale 
sen già lungo questo cammino là ove io era. 

A me parve che Amore mi chiamasse , e dicessemi 
queste parole: Io vengo da quella donna, la quale è stata 
lunga tua difesa, e so che il suo rivenire non sarà; e però 
quel cuore ch'io ti facea avere da lei, io l'ho meco, e por- 
tolo a donna, la quale sarà tua difensione come questa 
era (e nomollami, sì ch'io la conobbi bene). Ma tuttavia 
di queste parole, eh' io t' ho ragionate, se alcune ne di- 
cessi, dille per modo che per loro non si discernesse lo 
simulato amore che hai mostrato a questa, e che ti 
converrà mostrare ad altrui. E dette queste parole , di- 
sparve tutta questa mia immaginazione subitamente , 
per la grandissima parte, che mi parve ch'Amore mi 
desse di sé: e, quasi cambiato nella vista mia, cavalcai 
quel giorno pensoso molto, e accompagnato da molti 
sospiri. Appresso lo giorno cominciai questo sonetto: 

Cavalcando 1' altr' ier per un cammino, 
Pensoso dell'andar, che mi sgradia, 
Trovai Amor nel mezzo della via, 
In abito leggier di peregrino. 

Nella sembianza mi parea meschino, 
Come avesse perduto signoria; 
E sospirando pensoso venia, 
Per non veder la gente, a capo chino. 

Quando mi vide, mi chiamò per nome 
E disse: Io vegno di lontana parte, 
Ov'era lo tuo cor per mio volere; 



LA VITA NUOVA. 15 

E recolo a servir novo piacere. 
Allora presi di lui si gran parte, 
Ch'egli disparve, e non m'accorsi come. 

Questo sonetto ha tre parti: nella prima parte 
dico siccome io trovai Amore, e qual mi parea: nella 
seconda dico quello ch'egli mi disse, avvegnaché non 
compiutamente, per tema ch'io avea di discovrire lo 
mio segreto : nella terza dico coirì egli disparve. La se- 
conda comincia quivi; Quando mi vide: la terza quivi; 
Allora presi. 

X. 

Appresso la mia tornata, mi misi a cercare di 
questa donna, che lo mio signore m'avea nominata nel 
cammino de' sospiri. Ed acciocché il mio parlare sia più 
breve, dico che in poco tempo la feci mia difesa tanto, 
che troppa gente ne ragionava oltra li termini della 
cortesia; onde molte fiate mi pesava duramente. E per 
questa cagione , cioè di questa soverchievole voce , che 
parea che m' infamasse viziosamente, quella gentilis- 
sima , la quale fu distruggitrice di tutti i vizi e regina 
delle virtù, passando per alcuna parte mi negò il suo 
dolcissimo salutare , nel quale stava tutta la mia beatitu- 
dine. Ed uscendo alquanto del proposito presente , voglio 
dare ad intendere quello che il suo salutare in me vir- 
tuosamente operava. 

XI. 

Dico che quando ella apparia da parte alcuna, 
per la speranza dell' ammirabile salute, nullo nemico mi 



16 LA VITA NUOVA. 

rimanea, anzi mi giungea una fiamma di caritade, la 
quale mi facea perdonare a chiunque m' avesse offeso : 
e chi allora m' avesse addimandato di cosa alcuna , 
la mia risponsione sarebbe stata solamente Amore, 
con viso vestito d'umiltà. E quando ella fosse alquanto 
propinqua al salutare, uno spirito d'Amore, distruggendo 
tutti gli altri spiriti sensitivi , pingea fuori i deboletti spi- 
riti del viso , e dicea loro : « Andate ad onorare la donna 
vostra; » ed egli si rimanea nel loco loro. E chi avesse 
voluto conoscere Amore, farlo potea mirando lo tremore 
degli occhi miei. E quando questa gentilissima donna 
salutava, non che Amore fosse tal mezzo, che potesse 
obumbrare a me la intollerabile beatitudine, ma egli 
quasi per soverchio di dolcezza divenia tale, che lo mio 
corpo, lo quale era tutto sotto il suo reggimento , molte 
volte si movea come cosa grave inanimata. Sicché appare 
manifestamente che nella sua salute abitava la mia bea- 
titudine, la quale molte volte passava e redundava la 
mia capaci tad e. 

XII. 



Ora, tornando al proposito, dico che, poiché la 
mia beatitudine mi fu negata , mi giunse tanto dolo- 
re, che partitomi dalle genti, in solinga parte andai 
a bagnare la terra d' amarissime lagrime, e poiché al- 
quanto mi fu sollevato questo lagrimare, misimi nella 
mia camera là ove potea lamentarmi senza essere udito. 
E quivi chiamando misericordia alla donna della corte- 
sia , e dicendo : « Amore , aiuta il tuo fedele , » m' ad- 
dormentai come un pargoletto battuto lagrimando. 



LA VITA NUOVA. 17 

Avvenne quasi nel mezzo del mio dormire , che mi 
parea vedere nella mia camera lungo me sedere un 
giovane vestito di bianchissime vestimenta; e pensando 
molto, quanto alla vista sua, mi riguardava là ov'io giacea. 
E quando m' avea guardato alquanto, pareami che so- 
spirando mi chiamasse , e dicessimi queste parole : Fili 
mi, tempus est ut prcetermittantur simulata nostra. 
Allora mi parea eh' io '1 conoscessi, perocché mi chiamava 
così, come assai fiate nelli miei sonni m'avea già chiamato. 

E riguardandolo, mi parea che piangesse pietosamen- 
te, e parea che attendesse da me alcuna parola : ond'io 
assicurandomi, cominciai a parlare così con esso : Signore 
della nobiltade, perchè piangi tu? E quegli mi dicea 
queste parole: Ego tanquam centrum circuii, cui si- 
mili modo se habent circumferentice partes; tu autem 
non sic. Allora pensando alle sue parole , mi parea che 
mi avesse parlato molto oscuro, sì che io mi sforzava 
di parlare, e diceagli queste parole : Che è ciò, signore, 
che tu mi parli con tanta scuritade ? E quegli mi dicea 
in parole volgari: Non dimandar più che utile ti sia. 

E però cominciai con lui a ragionare della salute, 
la quale mi fu negata ; e domandailo della cagione. Onde 
|in questa guisa da lui mi fu risposto: Quella nostra Beatrice 
udìo da certe persone , di te ragionando , che la donna , 
la quale io ti nominai nel cammino de'sospiri, ricevea da te 
alcuna noia. E però questa gentilissima, la quale è con- 
traria di tutte le noie , non degnò salutare la tua per- 
sona, temendo non fosse noiosa. Onde conciossiacosaché 
veracemente sia conosciuto per lei alquanto lo tuo se- 
creto per lunga consuetudine , voglio che tu dica certe 
oarole per rima, nelle quali tu comprenda la forza 

2 



18 . LA VITA NUOVA. 

eh' io tegno sovra te per lei , e come tu fosti suo tosta- 
mente dalla tua puerizia. E di ciò chiama testimonio 
colui che '1 sa; e come tu preghi lui che gliele dica: ed 
io, che sono quello, volentieri le ne ragionerò; e per 
questo sentirà ella la tua volontade, la quale sentendo, 
conoscerà le parole degl' ingannati. Queste parole fa' che 
sieno quasi uno mezzo, sì che tu non parli a lei imme- 
alatamente, che non è degno. E non le mandare in 
parte alcuna senza me, onde potessero essere intese da 
lei, ma falle adornare di soave armonia, nella quale io 
sarò tutte le volte che farà mestieri. E dette queste pa- 
role, disparve, e lo mio sonno fu rotto. Ond'io ricor- 
dandomi, trovai che questa visione m'era apparita nella 
nona ora del dì ; e anzi che io uscissi di questa camera, 
proposi di fare una ballata, nella quale seguitassi ciò ^ 
che '1 mio signore m'avea imposto, e feci questa ballata: j 

Ballata, io vo'che tu ritrovi Amore, 
E con lui vadì a madonna davanti , 
Sicché la scusa mia , la qual tu canti , 
Ragioni poi con lei lo mio signore. 

Tu vai, ballata, sì cortesemente, 
Che senza compagnia 
Dovresti avere in tutte parti ardire: 
Ma, se tu vogli andar sicuramente, 
Ritrova 1' Amor pria; 
Che forse non è buon senza lui gire: 
Perocché quella, che ti debbe udire, 
Se, com'io credo, è invér di me adirata 
E tu di lui non fussi accompagnata, 
Leggeramente ti faria disnore. 

Con dolce suono, quando se' con lui. 
Comincia este parole 
Appresso eh' averai chiesta pietate : 



LA VITA NUOVA. 49 

Madonna, quegli, che mi manda a vui, 
Quando vi piaccia, vuole, 
Sed egli ha scusa, che la m'intendiate. 
Amore è quei , che per vostra beltate 
Lo face, come vuol, vista cangiare: 
Dunque, perchè gli fece altra guardare, 
Pensatoi voi, dacch' e' non mutò '1 core 

Dille: Madonna, lo suo cuore è stato 
Con sì fermata fede, 
Ch'a voi servir lo pronta ogni pensiero: 
Tosto fu vostro, e mai non s' é smagato. 
Sed ella non tei crede, 
Di', che 'n domandi Amor, che ne sa '1 vero 
Ed alla fine falle umil preghiero, 
Lo perdonare se le fosse a noia , 
Che mi comandi per messo eh' i' moia; 
E vedrà bene ubbidir servitore. 

E di' a colui ch'è d'ogni pietà chiave. 
Avanti che sdonnei, 
Che le saprà contar mia ragion buona: 
Per grazia della mia nota soave 
Rimanti qui con lei, 
E del tuo servo, ciò che vuoi, ragiona; 
E s'ella per tuo prego gli perdona, 
Fa' che gli annunzi in bel sembiante pace. 
Gentil ballata mia, quando ti piace, 
Muovi in tal punto, che tu n' aggi onore. 



Questa ballata in tre parti si divide : nella pri- 
ma dico a lei ov' ella vada, e confortila perocché 
vada più sicura ; e dico nella cui compagnia si metta, 
se vuole securamente andare, e senza pericolo alcuno: 
nella seconda dico quello che a lei s' appartiene di 
fare intendere: nella terza la licenzio del gire quando 
vuole, raccomandando lo suo movimento nelle braccia 



20 LA VITA NUOVA. 

della fortuna. La seconda parte comincia quivi; Con 
dolce suono : la terza quivi; Gentil ballata. Potrebbe già 
V uomo opporre contra me e dire, che non sapesse a 
cui fosse il mio parlare in seconda persona, perocché 
la ballata non è altro, che queste parole eh'' io parlo. 
E però dico che questo dubbio io lo intendo solvere e 
dichiarare in questo libello ancora in parte più dub- 
biosa: ed allora intenderà chi qui dubbia o chi qui 
volesse opporre, in quello modo. 



XIII. 



Appresso questa soprascritta visione, avendo già 
dette le parole, che Amore m' avea imposto di dire, 
m' incominciarono molti e diversi pensamenti a combat- 
tere e a tentare, ciascuno quasi indefensibilmente: 
tra' quali pensamenti quattro m' ingombravano più il ri- 
poso della vita. L' uno dei quali era questo : buona è la 
signoria d' Amore, perocché trae lo intendimento del 
suo fedele da tutte le vili cose. L' altro era questo : non 
buona è la signoria d' Amore, perocché quanto lo suo 
fedele più fede gli porta, tanto più gravi e dolorosi punti 
gli conviene passare. L'altro era questo: lo nome d'Amore 
è sì dolce a udire, che impossibile mi pare che la sua 
operazione sia nelle più cose altro che dolce, conciossia- 
cosaché i nomi seguitinole nominate cose, siccome è scrit- 
to: Nomina sunt consequentia rerum. Lo quarto era 
questo: la donna per cui Amore ti stringe così, non è 
come le altre donne, che leggermente si mova del suo 
cuore. E ciascun mi combattea tanto, che mi facea stare 



LA VITA NUOVA. 21 

come colui che non sa per qual via pigli il suo cam- 
mino, e che vuole andare, e non sa onde si vada. E se 
io pensava di voler cercare una comune via di costoro, 
cioè là ove tutti si accordassero, questa via era molto 
inimica verso di me, cioè di chiamare e mettermi nelle 
braccia della Pietà. Ed in questo stato dimorando, mi 
giunse volontà di scriverne parole rimate; e dissine al- 
lora questo sonetto: 

Tutti li miei pensier parlati d' amore , 
Ed hanno in lor si gran varietate, 
Ch'altro mi fa voler sua potestate, 
Altro forte ragiona il suo valore. 

Altro sperando m'apporta dolzore; 
Altro pianger mi fa spesse fiate; 
E sol s'accordano in chieder pietate, 
Tremando di paura eh' è nel core. 

Ond'io non so da qual materia prenda; 
E vorrei dire, e non so ch'io mi dica: 
Così mi trovo in amorosa erranza. 

E se con tutti vo'fare accordanza, 
Convenemi chiamar la mia nemica, 
Madonna la Pietà, che mi difenda. 

Questo sonetto in quattro parti si può dividere: 
nella prima dico e propongo che tutti i miei pensieri 
sono d' Amore: nella seconda dico che sono diversi, e 
narro la loro diversitade: nella terza dico in che tutti 
pare che s' accordino: nella quarta dico che, volendo 
dire d ì Amore, non so da quale pigli materia e se la 
voglio pigliare da tutti, conviene che io chiami la mia 
nemica, madonna la Pietà. Dico madonna, quasi per 
isdegnoso modo di parlare. La seconda comincia quivi; 



22 LA VITA NUOVA. 

Ed hanno in lor: la terza; E sol s'accordano: la quar- \ 
la; Ond' io. 

XIV. 

Appresso la battaglia delli diversi pensieri, avvenne j 
che questa gentilissima venne in parte , ove molte 
donne gentili erano adunate ; alla qual parte io fui j 
condotto per amica persona, credendosi fare a me gran l 
piacere, in quanto mi menava là ove tante donne mo- i 
stravano le loro bellezze. Ond' io quasi non sapendo 
a che fossi menato, e fidandomi nella persona la quale 
un suo amico all' estremità della vita condotto avea, dissi: 
Perchè semo noi venuti a queste donne? Allora quegli 
mi disse : Per fare sì eh' elle sieno degnamente servite. I 
E lo vero è che adunate quivi erano alla compagnia .1 
d'una gentildonna, che disposata era lo giorno; e però 
secondo l'usanza della sopradetta cittade, conveniva che 
le facessero compagnia nel primo sedere che facea alla 
mensa nella magione del suo novello sposo. Sì che io, ; 
credendomi far il piacere di questo amico, proposi di' .i 
stare al servizio delle donne nella sua compagnia. E nel I 
fine del mio proponimento mi parve sentire un mirabile 
tremore incominciare nel mio petto dalla sinistra parte, 
e stendersi di subito per tutte le parti del mio corpo. 

Allora dico che poggiai la mia persona simulatamente] 
ad una pintura, la quale circondava questa magione; e te-' 
mendo non altri si fosse accorto del mio tremare, levai 
gii occhi, e mirando le donne, vidi tra loro la gentilis- 
sima Beatrice. Allora furono sì distrutti li miei spiriti 
per la forza che Amore prese veggendosi in tanta prò- 



: 



LA. VITA NUOVA. 23 

pinquitade alla gentilissima donna, che non mi rimase 
in vita più che gli spiriti del viso ; ed ancor questi rima- 
sero fuori de' loro strumenti , perocché Amore volea stare 
nel loro nobilissimo luogo per vedere la mirabile donna. 
E avvegna ch'io fossi altro che prima, molto mi dolea 
di questi spiritelli, che si lamentavano forte, e diceano: 
Se questi non ci sfolgorasse così fuori del nostro luogo, 
noi potremmo stare a vedere la maraviglia di questa 
donna, così come stanno gli altri nostri pari. Io dico 
che molte di queste donne, accorgendosi della mia tra- 
sfigurazione, si cominciaro a maravigliare; e ragionando 
si gabbavano di me con questa gentilissima. Onde l'in- 
gannato amico mio, di buona fede mi prese per la mano, 
e traendomi fuori della veduta di queste donne, mi do- 
mandò che io avessi. Allora riposato alquanto, e risurti 
li morti spiriti miei, e li discacciati rivenuti alle loro 
possessioni, dissi a questo mio amico queste parole : Io 
ho tenuti i piedi in quella parte della vita, di là dalla 
quale non si può ire più per intendimento di ritornare. 
E partitomi da lui, mi ritornai nella camera delle la- 
grime, nella quale, piangendo e vergognandomi, fra me 
stesso dicea: Se questa donna sapesse la mia condizione, 
io non credo che così gabbasse la mia persona, anzi 
credo che molta pietà ne le verrebbe. E in questo pianto 
stando, proposi di dir parole, nelle quali, a lei parlan- 
do, significassi la cagione del mio trasfiguramenlo, e 
dicessi che io so bene eh' ella non è saputa, e che se 
fosse saputa, io credo che pietà ne giugnerebbe altrui : 
e proposi di dirle, desiderando che venissero per av- 
ventura nella sua audienza; e allora dissi questo so- 
netto : 



24 LA VITA NUOVA. 

Coli' altre donne mia vista gabbate, 
E non pensate, donna, onde si mova, 
Ch' io vi rassembri sì figura nova, 
Quando riguardo la vostra beltate. 

Se lo saveste , non potrìa pietate 
Tener più contra me Y usata prova ; 
Ch'Amor, quando si presso a voi mi trova, 
Prende baldanza e tanta sicurtate, 

Che fiere tra' miei spirti paurosi, 
E quale ancide, e qual caccia di fuora, 
Sicch'ei solo rimane a veder vui: 

Ond' io mi cangio in figura d' altrui 
Ma non si, ch'io non senta bene allora 
Gli guai de' discacciati tormentosi. 

Questo sonetto non divido in parti, perchè la di- 
visione non si fa, se non per aprire la sentenzia della 
cosa divisa: onde, conciossiacosaché per la su ragionata 
cagione assai sia manifesto, non ha mestieri di divi- 
sione. Vero e che tra le parole, ove si manifesta la ca- 
gione di questo sonetto, si trovano dubbiose parole; 
cioè quando dico, eh' Amore uccide tutti i miei spiriti, 
e li visivi rimangono in vita, salvo che fuori degli 
strumenti loro. E questo dubbio è impossibile a solvere 
a chi non fosse in simil grado fedele d' Amore; ed a 
coloro che vi sono, è manifesto ciò che solverebbe le 
dubitose parole: e però non è bene a me dichiarare 
cotale dubitazione, acciocché lo mio parlare sarebbe 
indarno, ovvero di soperchio. 



XV. 



Appresso la nuova trasfigurazione mi giunse un 
pensamento forte, il quale poco si partia da me; anzi 



LA VITA NUOVA. 25 

continuamente mi riprendea, ed era di cotale ragiona- 
mento meco : Posciachè tu pervieni a così schernevole 
vista quando tu se' presso di questa donna, perchè pur 
cerchi di vederla? Ecco che se tu fossi domandato da 
lei, che avresti tu da rispondere ? ponendo che tu avessi 
libera ciascuna tua virtute, in quanto tu le rispondessi. 
Ed a questo rispondea un altro umile pensiero, e dicea: 
Se io non perdessi le mie virtudi, e fossi libero tanto 
ch'io potessi rispondere, io le direi, che sì tosto co- 
m' io immagino la sua mirabil bellezza, sì tosto mi ghi- 
gne un desiderio di vederla, il quale è di tanta virtude, 
che uccide e distrugge nella mia memoria ciò che con- 
tra lui si potesse levare, e però non mi ritraggono le 
passate passioni da cercare la veduta di costei. Ond' io, 
mosso da cotali pensamenti, proposi di dire certe pa- 
role, nelle quali, scusandomi a lei di cotal riprensione, 
ponessi anche quello che mi addiviene presso di lei ; e 
dissi questo sonetto: 

Ciò, che m'incontra nella mente, muore 
Quando vegno a veder voi, bella gioia, 
E quand'io vi son presso, sento Amore, 
Che dice: Fuggi, se '1 perir fé noia. 

Lo viso mostra lo color del core , 
Che, tramortendo, ovunque può s' appoia- 
E per l' ebrietà del gran tremore 
Le pietre par che gridin: Moia, moia. 

Peccato face chi allora mi vide, 
Se l'alma sbigottita non conforta, 
Sol dimostrando che di me gli doglia , 

Per la pietà, che '1 vostro gabbo uccide, 
La qual si cria nella vista smorta 
Degli occhi, e' hanno di lor morte voglia. 






26 LA. VITA NUOVA. 



Questo sonetto si divide in due parti: nella prima 1 
dico la cagione, per che non mi tengo di gire 'presso a 
questa donna: nella seconda dico quello che m' addi- 
viene per andare presso di lei: e comincia questa parti: ; 
quivi; E quando vi son presso. E anche questa seconda 
parte si divide in cinque, secondo cinque diverse nar-' 
razioni: che nella prima dico quello che Amore, con- 
sigliato dalla ragione, mi dice quando le son presso; 
nella seconda manifesto lo stato del cuore per esempio 
del viso; nella terza dico, siccome ogni sicurtade mi 
vien meno; nella quarta dico che pecca quegli che non 
mostra pietà di me, acciocché mi sarebbe alcun con- 
forto; nell'ultima dico perchè altri dovrebbe aver 
pietà, cioè per la pietosa vista, che negli occhi mi 
giunge; la qual vista pietosa è distrutta, cioè non pare 
altrui, per lo gabbare di questa donna, la quale trae 
a sua simile operazione coloro, che forse vedrebbero 
questa pietà. La seconda parte comincia quivi ; Lo, 
viso mostra : la terza; E per 1' ebrietà: la quarta; Pec- 
cato face: la quinta; Per la pietà. 



XVI. 



Appresso ciò che io dissi, questo sonetto mi mosse 
una volontà di dire anche parole, nelle quali dicessi' 
quattro cose ancora sopra il mio stato, le quali non mi 
parea che fossero manifestate ancora per me. La prima 
delle quali si è, che molte volte io mi dolea, quando la 
mia memoria movesse la fantasia ad immaginare quale 
Amor mi facea. La secondasi è, che Amore spesse volte 



LA VITA NUOVA. 27 

di subito m' assalia sì forte, che in me non rimanea al- 
tro di vita se non un pensiero, che parlava della mia 
donna. La terza si è, che quando questa battaglia d'Amore 
m' impugnava così, io mi movea, quasi discolorito tutto, 
per veder questa donna, credendo che mi difendesse la 
sua veduta da questa battaglia, dimenticando quello che 
per appropinquare a tanta gentilezza m' addivenia. La 
quarta si è, come cotal veduta non solamente non mi 
difendea, ma finalmente disconfìggea la mia poca vita ; 
e però dissi questo sonetto : 

Spesse fiate venemi alla mente 
L' oscura qualità eh' Amor mi dona ; 
E vienmene pietà sì, che sovente 
lo dico: ahi lasso! avvien egli a persona? 

Ch'Amor m'assale subitanamente 
Sì, che la vita quasi m'abbandona: 
Campami uno spirto vivo solamente, 
E quei rimati, perchè di voi ragiona. 

Poscia mi sforzo, che mi voglio aitare; 
E così smorto , e d' ogni valor vóto , 
Vegno a vedervi, credendo guarire: 

E se io levo gli occhi per guardare, 
Nel cor mi si comincia uno tremuoto, 
Che fa da'polsi l'anima partire. 

Questo sonetto si divide in quattro parti, secondo 
che quattro cose sono in esso narrate: e perocché sono 
esse ragionate di sopra, non rrC intr ametto se non di 
distinguere le parti per li loro corninciamenti. Onde 
dico che la seconda parte comincia quivi; Ch'Amor: 
la terza quivi; Poscia mi sforzo : la quarta; E se io levo. 



28 LA. VITA NUOVA. 



XVII. 



Poiché io dissi questi Ire sonetti, ne' quali parlai a 
questa donna, però che furo narratorii di tutto quasi lo 
mio stato, credeimi tacere, perocché mi parea avere di 
me assai manifestato. Avvegnaché sempre poi lassassi di 
dire a lei, a me convenne ripigliare materia nuova e più 
nobile che la passata. E perocché la cagione della nuova, 
materia è dilettevole a udire, la dirò quanto potrò più 
brevemente. 

XVIII. 

Conciossiacosaché per la vista mia molte persone 
avessero compreso lo segreto del mio cuore, certe don- 
ne, le quali adunate s' erano, dilettandosi l' una nella 
compagnia dell' altra, sapeano bene lo mio cuore, per- 
chè ciascuna di loro era stata a molte mie sconfitte. Ed 
io passando presso di loro, siccome dalla fortuna me- 
nato, fui chiamato da una di queste gentili donne ; e 
quella, che m' avea chiamato, era donna di molto leg- 
giadro parlare. Sicché quando io fui giunto dinanzi da 
loro, e vidi bene che la mia gentilissima donna non era 
tra esse, rassicurandomi le salutai, e domandai che pia- 
cesse loro. Le donne erano molte, tra le quali n' avea 
certe che si rideano tra loro. Altre v' erano, che guar- j 
davanmi aspettando che io dovessi dire. Altre v' erano 
che parlavano tra loro, delle quali una volgendo gli oc~ 
chi verso me, e chiamandomi per nome, disse queste 
parole : A che fine ami tu questa tua donna, poiché tu j 



LA VITA NUOVA. 29 

non puoi la sua presenza sostenere? Dilloci, che certo 
il fine di cotale amore conviene che sia novissimo. 

E poiché m'ebbe dette queste parole, non solamente 
ella, ma tutte le altre cominciaro ad attendere in vista la 
mia risponsione. Allora dissi loro queste parole: Madonne, 
lo fine del mio amore fu già il saluto di questa donna, 
di cui voi forse intendete ; ed in quello dimorava la bea- 
titudine, che era fine di tutti i miei desiderii. Ma poi- 
ché le piacque di negarlo a me, lo mio signore Amore, 
la sua mercede, ha posta tutta la mia beatitudine in 
quello che non mi puote venir meno. 

Allora queste donne cominciaro a parlare Ira loro; e 
siccome talor vedemo cader l'acqua mischiata di bella neve, 
così mi parea vedere le loro parole mischiate di sospiri. 
E poiché alquanto ebbero parlato tra loro, mi disse anche 
questa donna, che prima m' avea parlato, queste parole: 
Noi ti preghiamo, che tu ne dica ove sta questa tua 
beatitudine. Ed io rispondendole, dissi cotanto : In quelle 
parole che lodano la donna mia. Ed ella rispose : Se tu 
ne dicessi vero, quelle parole che tu n' hai dette notifi- 
cando la tua condizione, avresti tu operate con altro in- 
tendimento. Ond'io pensando a queste parole, quasi 
vergognandomi mi partii da loro; e venia dicendo tra 
me medesimo : Poiché è tanta beatitudine in quelle pa- 
rete che lodano la mia donna, perchè altro parlare è 
stato il mio? E però proposi di prendere per materia del 
mio parlare sempre mai quello che fosse loda di questa 
gentilissima; e pensando a ciò molto, pareami avere 
impresa troppo alta materia quanto a me, sicché non 
ardia di cominciare. E così dimorai alquanti dì con de- 
siderio di dire e con paura di cominciare. 



30 LA. VITA NUOVA. 



XIX. 

Avvenne poi che, passando per un cammino, lungo 
il quale correva un rio molto chiaro d" onde, giunse • a 
me tanta volontà di dire, che cominciai a pensare il 
modo ch'io tenessi; e pensai che parlare di lei non si 
conveniva, se non che io parlassi a donne in seconda 
persona ; e non ad ogni donna, ma solamente a coloro, 
che sono gentili, e non sono pure femmine. Allora dico 
che la mia lingua parlò quasi come per sé stessa mossa, 
e disse : Donne, eli avete intelletto oV amore. Queste 
parole io riposi nella mente con grande letizia, pensando 
di prenderle per mio cominciamento. Onde poi ritornato 
alla sopraddetta cittade, e pensando alquanti dì, comin- 
ciai una canzone con questo cominciamento, ordinata 
nel modo che si vedrà di sotto nella sua divisione. La 
canzone comincia così: 

Donne, eh' avete intelletto d'amore, 
Io vo'con voi della mia donna dire; 
Non perch'io creda sue laude finire, 
Ma ragionar per isfogar la mente. 
Io dico che, pensando il suo valore, 
Amor sì dolce mi si fa sentire, 
Che, s'io allora non perdessi ardire, 
Farei, parlando, innamorar la genie. 
Ed io non vo' parlar sì altamente, 
Che divenissi, per temenza, vile; 
Ma tratterò del suo stato gentile 
A rispetto di lei leggeramente, 
Donne e donzelle amorose, con vui, 
Che non è cosa da parlarne altrui. 



LA VITA NUOVA. 

Angelo chiama il divino Intelletto, 
E dice: Sire, nel mondo si vede 
Maraviglia nell'atto, che procede 
Da un'anima, che fin quassù risplende. 
Lo rielo, che non have altro difetto 
Che d'aver lei, al suo Signor la chiede; 
E ciascun santo ne grida mercede. 
Sola pietà nostra parte difende; 
Che parla Iddio, che di madonna intende: 
Diletti miei, or sofferite in pace, 
Che vostra speme sia quanto mi piace 
Là, ov'é alcun che perder lei s'attende. 
E che dirà nell'Inferno a'malnati: 
Io vidi la speranza de' beati. 

Madonna è desiata in l'alto cielo: 
Or vo' di sua virtù farvi sapere. 
Dico : qual vuol gentil donna parere 
Vada con lei; che quando va per via, 
Gitta ne' cor villani Amore un gelo, 
Per che ogni lor pensiero agghiaccia e. pére 
E qual soffrisse di starla a vedere 
Diverrìa nobil cosa, o si morrìa: 
E quando trova alcun che degno sia 
Di veder lei, quei prova sua virtute; 
Che gli addivien ciò che gli dà salute, 
E sì 1' umilia, che ogni offesa oblia. 
Ancor le ha Dio per maggior grazia dato, 
Che non può mal finir chi le ha parlato. 

Dice di lei Amor : Cosa mortale 
Come esser può sì adorna e si pura? 
Poi la riguarda, e fra sé stesso giura, 
Che Dio ne intende di far cosa nova. 
Color di perla quasi informa, quale 
Conviene a donna aver, non fuor misura: 
Ella è quanto di ben può far natura; 



31 



32 LA VITA NUOVA. 

Per esempio di lei beltà si prova. 

Degli occhi suoi, come ch'ella gli muova, 

Escono spirti d'amore infiammati, 

Che fieron gli occhi a qual che allor gli guati, 

E passan si che '1 cor ciascun ritrova. 

Voi le vedete Amor pinto nel riso, 

Ove non puote alcun mirarla fiso. 

Canzone, io so che tu girai parlando 
A donne assai, quando t'avrò avanzata: 
Or t'ammonisco, perch'io t'ho allevata 
Per figliuola d' Amor giovane e piana; 
Che dove giugni, tu dichi pregando: 
Insegnatemi gir, ch'io son mandata 
A quella di cui loda io sono ornata. 
E se non vogli andar, siccome vana, 
Non ristare ove sia gente villana: 
Ingegnati, se puoi, d'esser palese 
Solo con donna o con uomo cortese, 
Che ti merranno per la via tostana. 
Tu troverai Amor con esso lei , 
Raccomandami a lor come tu dèi. 

Questa canzone, acciocché sia meglio intesa, la 
dividerò più artificiosamente che le altre cose di sopra, 
e però ne fo tre farti. La prima parie è proemio delle 
seguenti parole; la seconda è lo intero trattato; la 
terza e quasi una, servigiale delle precedenti parole. 
La seconda comincia quivi ; Angelo chiama: la terza 
quivi; Canzone, io so. La prima parte si divide in 
quattro: nella prima dico a cui dir voglio della mia 
donna, e perchè io voglio dire; nella seconda dico 
quale mi pare a me stesso quand' io penso lo suo va- 
lore, e come io direi se nonperdessi V ardimento ; nella 
terza dico come credo dire, acciocché io non sia impe- 



LA VITA NUOVA. 33 

dito da viltà; nella quarta ridicendo ancora a cui in- 
tendo di dire, dico la ragione per che dica loro. La 
seconda comincia quivi; Io dico : la terza quivi; Ed io 
non vo' parlar: la quarta quivi; Donne e donzelle. 

Poi quando dico « Angelo chiama » comincio a 
trattare di questa donna; e dividesi questa parte in 
due. Nella prima dico che di lei si comprende in 
cielo; nella seconda dico che di lei si comprende in 
terra, quivi: Madonna è desiata. 

Questa seconda parte si divide in due; che nella 
prima* dico di lei quanto dalla parte della nobiltà 
della sua anima, narrando alquante delle sue vir- 
tudi, che dalla sua anima procedono : nella seconda 
dico di lei quanta dalla parie della nobiltà del suo 
corpo, narrando alquante delle sue bellezze, quivi; 
Dice di lei Amor. Questa seconda parte si divide in 
due; che nella prima dico d' alquante bellezze, che 
sono secondo tutta la persona : nella seconda dico 
d'alquante bellezze, che sono secondo determinata parte 
della persona quivi ; Degli occhi suoi. Questa seconda 
parte si divide in due ; che nell' una dico degli oc- 
chi, che sono principio di Amore; nella seconda dico 
della bocca, eh' e fine d' Amore. Ed acciocché quinci 
si levi ogni vizioso pensiero, ricordisi chi legge, che 
di sopra è scritto che il saluto di questa donna, lo 
quale era operazione della sua bocca, fu fine de' miei 
desiderii, mentre che io lo potei ricevere. 

Poscia quando dico « Canzone, io so » aggiungo 
una stanza quasi come ancella delle altre, nella quale 
dico quello, che da questa mia canzone desidero. E 
perocché quest'ultima parte è lieve ad intendere, non 

s 

I 



34 LA VITA NUOVA. 

mi travaglio di più divisioni. Dico bene, che a più 
aprire lo . intendimento di questa canzone si conver- 
rebbe usare più minute divisioni; ma tuttavia chi non 
è di tanto ingegno, che per queste che son fatte la 
possa intendere, a me non dispiace se la mi lascia 
stare: che certo io temo d'avere a troppi comunicato 
il suo intendimento, pur per queste divisioni che fatte 
sono, s' egli avvenisse che molti le potessero udire. 

XX. 



Appresso che questa canzone fu alquanto divulgata 
fra le genti, conciofossecosaché alcuno amico l' udisse, 
volontà lo mosse a pregarmi eh' io gli dovessi dire che 
è Amore, avendo forse, per le udite parole, speranza di 
me oltreché degna. Ond'io pensando che appresso di 
cotal trattato, bello era trattare alcuna cosa d' Amore, è 
pensando che V amico era da servire, proposi di dire 
parole, nelle quali trattassi d'Amore; e dissi allora questo 
sonetto : 

Amore e cor gentil sono una cosa, 
Sì com'il Saggio in suo dittato pone; 
E così senza 1' un 1' altro esser osa, 
Com'alma razionai senza ragione. 

Fagli natura, quando è amorosa, 
Amor per sire, e '1 cor per sua magione, 
Dentro allo qual dormendo si riposa 
Talvolta brieve, e tal lunga stagione. 

Beltate appare in saggia donna pui, 
Che piace agli occhi sì, che dentro al core 
Nasce un desio della cosa piacente: 

E tanto dura talora in costui, 
Che fa svegliar lo spirito d'amore: 
E simil face in donna uomo valente. 



I 



LA VITA NUOVA. 35 

Questo sonetto si divide in due parti. Nella prima 
dico di lui in quanto è in potenza; nella seconda dico 
di lui in quanto di potenza si riduce in atto. La se- 
conda comincia quivi; Beltate appare. La prima si 
divide in due : nella prima dico in che soggetto sia 
questa potenza; nella seconda dico come questo sog- 
getto e questa potenza sieno prodotti insieme in essere; 
e come V uno guarda V altro, come forma materia. La, 
seconda comincia quivi; Fagli natura. Poi quando dico 
.Beltate appare, dico come questa potenza si riduce in 
atto ; e prima come si riduce in uomo, poi come si ri- 
duce in donna, quivi: E simil face in donna. 



XXI. 



Poiché trattai d'Amore nella soprascritta rima, ven- 
nemi volontà di dire anche in lode di questa gentilissima 
parole, per le quali io mostrassi come si sveglia per lei 
quest' amore, e come non solamente lo sveglia là ove 
dorme, ma là ove non è in potenza, ella mirabilmente 
operando lo fa venire. E dissi allora questo sonetto: 

Negli occhi porta la mia donna Amore; 
Per che si fa gentil ciò eh' ella mira : 
Ov'ella passa, ogni uom vèr lei si gira, 
K cui saluta fa tremar lo core. 

Sicché, bassando il viso, tutto smuore, 
E d'ogni suo difetto allor sospira: 
Fuggon dinanzi a lei superbia ed ira: 
Aiutatemi, donne, a farle onore. 

Ogni dolcezza , ogni pensiero umile 
Nasce nel core a chi parlar la sente; 
Ond' è beato chi prima la vide. 



36 LA VITA NUOVA. 

Quel ch'ella par quand'un poco sorride. 
Non si può dicer né tener a mente, 
Sì è nuovo miracolo gentile. 

Questo sonetto ha tre parti. Nella prima dico sic- 
come questa donna riduce in atto questa potenza, 
secondo la nobilissima parte degli occhi suoi : e nella 
terza dico questo medesimo, secondo la nòbilissima 
parte della sua bocca. E intra queste due parti ha ;, 
una particella, di' è quasi domandatrice d 1 aiuto alla j 
'precedente parte ed alla seguente, e comincia quivi: ■ 
Aiutatemi, donne. La terza comincia quivi: Ogni dol- 
cezza. La prima si divide in tre; che nella prima 
dico, come virtuosamente fa gentile ciò cti ella vede; 
e questo è tanto a dire, quanto adducere Amore in 1 
potenza là ove non è. Nella seconda dico, come ri- 
duce in atto Amore ne 1 cuori di tutti coloro cui vede.* 
Nella terza dico quello che poi virtuosamente adopera 
ne' lor cuori. La seconda comincia; Ov' ella passa: la 
terza; E cui saluta. Quando poscia dico oc Aiutatemi, 
donne, » do ad intendere a cui la mia intenzione è di 
parlare, chiamando le donne che m' aiutino ad ono- ! 
rare costei. Poi quando dico : Ogni dolcezza , dico 
quel medesimo eli è detto nella prima parte, secondo 
due atti della sua bocca; uno de' quali è il suo dol- 
cissimo parlare, e V altro lo suo mirabile riso; salv 
che non dico di questo idtimo come adoperi né 1 cuori: 
altrui, perche la memoria non puote ritener lui, né 
sue operazioni. 



LA VITA NUOVA. 37 



XXII. 



Appresso ciò non molti dì passati (siccome piacque 
al glorioso Sire, lo quale non negò la morte a sé), co- 
lui eh' era stato Genitore di tanta maraviglia, quanta si 
vedeva eh' era quella nobilissima Beatrice, di questa 
vita uscendo se ne gìo alla gloria eternale veracemente. 
Onde, conciossiachè cotale partire sia doloroso a coloro 
che rimangono, e sono stati amici di colui che se ne va; 
e nulla sia così intima amistà, come quella da buon pa- 
dre a buon figliuolo, e da buon figliuolo a buon padre ; 
e questa donna fosse in altissimo grado di bontade, e 
lo suo padre (siccome da molti si crede, e vero è) fosse 
buono in alto grado ; manifesto è, che questa donna fu 
amarissimamente piena di dolore. E conciossiacosaché, 
secondo l'usanza della sopradetta cittade, donne con 
donne, e uomini con uomini si adunino a cotale tristizia, 
molte donne s'adunaro colà, ove questa Beatrice pian- 
gea pietosamente. Ond' io veggendo ritornare alquante 
donne da lei, udii lor dire parole di questa gentilissima 
com' ella si lamentava. Tra le quali parole udii come di- 
cevano: Certo ella piange si, che qual la mirasse do- 
vrebbe morire di pietade. Allora trapassarono queste 
donne ; ed io rimasi in tanta tristizia, che alcuna lagrima 
talor bagnava la mia faccia, ond' io mi ricopria con por- 
mi spesse volte le mani agli occhi. E se non fosse eh' io 
attendea anche udire di lei (perocché io era in luogo 
onde ne giano la maggior parte delle donne che da lei 
si partiano), io men sarei nascoso incontanente che le 
lagrime m' aveano assalito, 



38 LA VITA NUOVA. 

E però dimorando ancora nel medesimo luogo, 
donne anche passaro presso di me, le quali anda- 
vano ragionando e dicendo tra loro queste parole ; 
Chi dee mai esser lieta di noi, che avemo udito par- 
lare questa donna così pietosamente? Appresso co- 
storo passarono altre, che veniano dicendo : Questi che 
quivi è, piange ne più ne meno, come se 1' avesse ve- 
duta come noi l' avemo. -Altre poi diceano di me: Vedi 
questo che non pare esso; tal è divenuto. E così pas- 
sando queste donne, udii parole di lei e di me in que- 
sto modo che detto è. 

Ond'io poi pensando, proposi di dire parole, ac- 
ciocché degnamente avea cagione di dire, nelle quali 
io conchiudessi tutto ciò che udito avea da queste 
donne. E però che volentieri le avrei domandate , se 
non mi fosse stata riprensione, presi materia di dire, 
come se io le avessi domandate, ed elle m'avessero ri- 
sposto. 

E feci due sonetti; che nel primo domando in 
quel modo che voglia mi giunse di domandare; nell'al- 
tro dico la loro risposta, pigliando ciò eh' io udii da loro, 
siccome lo m'avessero detto rispondendo. E cominciai 
il primo; Voi, che 'portate: il secondo; Se' tu colui. 

Voi, che portate la sembianza umile, 
Cogli occhi bassi mostrando dolore, 
Onde venite, che '1 vostro colore 
Par divenuto di pietà simile? 

Vedeste voi nostra donna gentile 
Bagnata il viso di pianto d' amore? 
Ditelmi, donne, che mei dice il core, 
Perch' io vi veggio andar senz' atto vile. 



LA. VITA NUOVA. 39 

E se venite da tanta pietate, 
Piacciavi di restar qui meco alquanto, 
E checché sia di lei, noi mi celate: 

Ch'io veggio gli occhi vostri e' hanno pianto, 
E veggiovi venir sì sfigurate, 
Che '1 cor mi trema di vederne tanto. 

Questo sonetto si divide in dueparti. Nellaprirna 
chiamo e dimando queste donne se vengono da lei, 
dicendo loro ch'io il credo, perchè tornano quasi in- 
gentilite. Nella seconda le prego che mi dicano di lei : 
e la seconda comincia quivi; E se venite. 

Se' tu colui , e' hai trattato sovente 
Di nostra donna; sol parlando a nui? 
Tu rassomigli alla voce ben lui, 
Ma la figura ne par d' altra gente. 

E perchè piangi tu sì coralmente, 
Che fai di te pietà venir altrui? 
Vedestù pianger lei, che tu non pui 
Punto celar la dolorosa mente? 

Lascia piangere a noi, e triste andare, 
(E fa peccato chi mai ne conforta), 
Che nel suo pianto 1' udimmo parlare. 

Ella ha nel viso la pietà sì scorta, 
Che qual l'avesse voluta mirare, 
Saria dinanzi a lei caduta morta. 

Questo sonetto ha quattro parti , secondo che quat- 
tro modi di parlare ebbero in loro le donne per cui 
rispondo. E perocché di sopra sono assai manifesti, 
non mi trametto di narrare la sentenzia delle parti , e 
però le distinguo solamente. La seconda comincia 
quivi; E perchè piangi tu: la terza; Lascia piangere a 
noi : la quarta; EU' ha nel viso. 



40 LA VITA NUOVA. 



XXIII. 



Appresso ciò pochi dì, avvenne che in alcuna parte 
della mia persona mi giunse una dolorosa infermitade, 
ond'io soffersi per molti dì amarissima pena; la quale 
mi condusse a tanta debolezza, che mi convenia stare 
come coloro, i quali non si possono muovere. Io dico 
che nel nono giorno , sentendomi dolore intollerabile , 
giunsimi un pensiero, il quale era della mia donna. E 
quando ebbi pensato alquanto di lei, io ritornai alla mia 
debiletta vita, e veggendo come leggero era lo suo du- 
rare, ancora che sana fosse, cominciai a piangere fra 
me stesso di tanta miseria. Onde sospirando forte , fra 
me medesimo dicea: Di necessità conviene che la gen- 
tilissima Beatrice alcuna volta si muoia. 

E però mi giunse uno sì forte smarrimento , eh' io 
chiusi gli occhi e cominciai a travagliare come farnetica 
persona, ed immaginare in questo modo: che nel co- 
minciamento dell' errare che fece la mia fantasia, mi ap- 
parvero certi visi di donne scapigliate , che mi diceano : 
Tu pur morrai. E dopo queste donne, m' apparvero certi 
visi diversi ed orribili a vedere, i quali mi diceano: Tu 
se' morto. Così cominciando ad errare la mia fantasia, 
venni a quello, che non sapea dove io fossi; e veder mi 
parea donne andare scapigliate piangendo per via, mara- 
vigliosamente tristi. E pareami vedere il sole oscurare sì, 
che le stelle si mostravano d'un colore, che mi facea 
giudicare che piangessero: e parevami che gli uccelli 



LA VITA NUOVA. 41 

volando cadessero morti , e che fossero grandissimi ter- 
remoti. E maravigliandomi in cotale fantasia , e paven- 
tando assai, immaginai alcuno amico, che mi venisse a 
dire : Or non sai? la tua mirabile donna è partita di questo 
secolo. Allora incominciai a piangere molto pietosamente; 
e non solamente piangea nella immaginazione, ma pian- 
gea con gli occhi, bagnandoli di vere lagrime. 

Io immaginava di guardare verso il cielo, e pareami 
vedere moltitudine di angeli , i quali tornassero in suso 
ed avessero dinanzi loro una nebuletta bianchissima. E 
pareami che questi angeli cantassero gloriosamente ; e le 
parole del loro canto mi parea che fossero queste : Osanna 
in excelsis; ed altro non mi parea udire. Allora mi parea 
che il cuore, ov' era tanto amore, mi dicesse: Vero è 
che morta giace la nostra donna. E per questo mi parea 
andare per vedere lo corpo, nel quale era stata quella 
nobilissima e beata anima. E fu sì forte la errante fan- 
tasia, che mi mostrò questa donna morta: e pareami 
che donne le coprissero la testa con un bianco velo : e 
pareami che la sua faccia avesse tanto aspetto d' umil- 
tade , che parea che dicesse : Io sono a vedere lo Prin- 
cipio della pace. In questa immaginazione mi giunse 
tanta umiltade per veder lei , che io chiamava la morte, 
e dicea : Dolcissima Morte , vieni a me , e non m' esser 
villana; perocché tu dei esser gentile, in tal parte 
se' stata! Or vieni a me che molto ti desidero: tu vedi 
ch'io porto già lo tuo colore. E quando io avea veduto 
compiere tutti i dolorosi mestieri che alle corpora 
de' morti s' usano di fare , mi parea tornare nella mia 
camera, e quivi mi parea guardare verso il cielo: e sì 
forte era la mia immaginazione , che , piangendo , co- 



42 : LA. VITA NUOVA. 

minciai a dire con vera voce: anima bellissima, 
coni' è beato colui che ti vede ! È dicendo queste parole 
con doloroso singulto di pianto, e chiamando la morte 
che venisse a me, una donna giovane e gentile, la quale 
era lungo il mio letto, credendo che il mio piangere e 
le mie parole fossero lamento per lo dolore della mia 
infermità, con grande paura cominciò a piangere. Onde 
altre donne , che per la camera erano , s' accorsero che 
io piangeva per lo pianto che vedeano fare a questa : 
onde facendo lei partire da me, la quale era meco di 
propinquissima sanguinità congiunta, elle si trassero verso 
me per isvegliarmi, credendo che io sognassi, e dicean- 
mi : Non dormir più, e non ti sconfortare. E parlandomi 
cosi, cessò la forte fantasia entro quel punto ch'io volea 
dire: Beatrice, benedetta sii tu. E già detto avea: 
Beatrice.... quando riscuotendomi apersi gli occhi, e 
vidi ch'io era ingannato; e con tutto ch'io chiamassi 
questo nome, la mia voce era sì rotta dal singulto del 
piangere, che queste donne non mi poterono inten- 
dere. 

Ed avvegnaché io mi vergognassi molto, tuttavia per 
alcuno ammonimento d'amore mi rivolsi loro. E quando 
mi videro , cominciaro a dire : Questi par morto : e a 
dir fra loro: Procuriam di confortarlo. Onde molte pa- 
role mi diceano da confortarmi, e talora mi doman- 
davano di che io avessi avuto paura. Ond'io, essendo 
alquanto riconfortato, e conosciuto il falso immaginare, 
risposi loro: Io vi dirò quello e' ho avuto. Allora comin- 
ciandomi dal principio fino alla fine, dissi loro ciò che 
veduto avea, tacendo il nome di questa gentilissima. 
Onde io poi, sanato di questa infermità, proposi di dir 



LA VITA NUOVA. 43 

parole di questo che m'era avvenuto, perocché mi pa- 
rea che fosse amorosa cosa a udire ; e sì ne dissi questa 
canzone : 

Donna pietosa e di novella etate, 
Adorna assai di gentilezze umane, 
Era là ov'io chiamava spesso Morte. 
Veggendo gli occhi miei pien di pietate, 
Ed ascoltando le parole vane, 
Si mosse con paura a pianger forte; 
Ed altre donne , che si furo accorte 
Di me per quella che meco piangia, 
Fecer lei partir via, 
Ed appressarsi per farmi sentire. 
Qual dicea: Non dormire; 
E qual dicea: Perchè sì ti sconforte? 
Allor lasciai la nova fantasia, 
Chiamando il nome della donna mia. 

Era la voce mia si dolorosa, 
E rotta sì dall'angoscia e dal pianto, 
Ch'io solo intesi il nome nel mio core; 
E con tutta la vista vergognosa, 
Ch'era nel viso mio giunta cotanto, 
Mi fece verso lor volgere Amore. 
Egli era tale a veder mio colore, 
Che facea ragionar di morte altrui : 
Deh confortiam costui ! 
Pregava 1' una l'altra umilemente; 
E dicevan sovente: 
Che vedestù , che tu non hai valore? 
E quando un poco confortato fui, 
Io dissi: Donne, dicerollo a vui. 

Mentre io pensava la mia frale vita, 
E vedea '1 suo durar com' è leggiero, 
Piansemi Amor nel core, ove dimora; 
Per che 1' anima mia fu sì smarrita, 
Che sospirando dicea nel pensiero: 



44 LA VITA NUOVA. 

Ben converrà che la mia donna mora. 

lo presi tanto smarrimento allora, 

Ch'io chiusi gli occhi vilmente gravati; 

Ed eran sì smagati 

Gli spirti miei, che ciascun giva errando. 

E poscia immaginando, 

Di conoscenza e di verità fuora, 

Visi di donne m'apparver crucciati, 

Che mi dicean: morra' tu pur morra' ti. 

Poi vidi cose dubitose molte 
Nel vano immaginare , ov'io entrai; 
Ed esser mi parea non so in qual loco, 
E veder donne andar per via disciolte, 
Qual lagrimando, e qual traendo guai, 
Che di tristizia saettavan foco. 
Poi mi parve vedere appoco appoco 
Turbar lo sole ed apparir le stelle, 
E pianger egli ed elle; 
Cader gli augelli volando per l' a're, 
E la terra tremare ; 
Ed uom m'apparve scolorito e fioco, 
Dicendomi: Che fai? non sai novella? 
Morta è la donna tua, eh' era sì bella. 

Levava gli occhi miei bagnati in pianti , 
E vedea (che parean pioggia di manna). 
Gli angeli che tornavan suso in cielo, 
Ed una nuvoletta avean davanti, 
Dopo la qual gridavan tutti: Osanna; 
E s'altro avesser detto, a voi dire'lo. 
Allor diceva Amor. Più non ti celo; 
Vieni a veder nostra donna che giace. 
L' immaginar fallace 
Mi condusse a veder mia donna morta; 
E quando l'ebbi scorta, 
Vedea che donne la covrian d'un velo; 
Ed avea seco umiltà sì verace, 
Che parea che dicesse: Io sono in pace. 



LA VITA NUOVA. 45 

Io diveniva nel dolor si umile, 
Veggendo in lei tanta^umiltà formata, 
Ch'io dicea: Morte, assai dolce ti tegno; 
Tu dei ornai esser cosa gentile , 
Poiché tu se' nella mia donna stata, 
E dei aver pietate, e non disdegno. 
Vedi che sì desideroso vegno 
D'esser de'tuoi, ch'io ti somiglio in fede. 
Vieni che '1 cor ti chiede. 
Poi mi partia, consumato ogni duolo ; 
E quando io era solo , 
Dicea, guardando verso l'alto regno: 
Beato, anima bella, chi ti vede! 
Voi mi chiamaste allor, vostra mercede. 

Questa canzone ha due parti : nella prima dico , 
parlando a indif finita persona, com'io fui levato d'una 
vana fantasia da certe donne , e come promisi loro di 
dirla: nella seconda dico, com'io dissi a loro. La se- 
conda comincia quivi: Mentr' io pensava. La prima 
parte si divide in due: nella prima dico quello che 

; certe donne, e che una sola, dissero e fecero per la 

[ mia fantasia, quanto è dinanzi di' io fossi tornato in 
verace cognizione; nella seconda dico quello che queste 

' donne mi dissero, poich'io lasciai questo farneticare; 
e comincia quivi: Era la voce mia. Poscia quando dico 

\ « Mentr' io pensava » dico com' io dissi loro questa mia 
immaginazione; e intorno a ciò fo due parti. Nella 
prima dico per ordine questa immaginazione; nella 
seconda , dicendo a che ora mi chiamaro , le ringrazio 
imamente; e questa parte comincia quivi : Voi mi 
Ihiamaste. 



46 LA VITA NUOVA. 



XXIV. 



Appresso questa vana immaginazione, avvenne uni 
dì , che sedendo io pensoso in alcuna parte , ed io mi 
sentii cominciare un tremito nel core, così come s'io' 
fossi stato presente a questa donna. Allora dico che mi 
giunse una immaginazione d' Amore : che mi parve ve- 
derlo venire da quella parte ove la mia donna stava; e 
pareami che lietamente mi dicesse nel cuor mio : Pensa 
di benedire lo dì eh' io ti presi , perocché tu lo dei fare. 
E certo mi parea avere lo cuore così lieto, che mi parea, 
che non fosse lo cuore mio per la sua nuova condizione. 

E poco dopo queste parole, che '1 cuore mi disse con;' 
la lingua d'Amore, io vidi venire verso me una gentil; 
donna, la quale era di famosa beltade, e fu già molto 
donna di questo mio primo amico. E lo nome di questa 
donna era Giovanna , salvo che per la sua beltade , se- 
condo eh' altri crede, imposto l'era nome Primavera: e 
così era chiamata. E appresso lei guardando, vidi venire 
la mirabile Beatrice. Queste donne andaro presso di me 
così l'una appresso l'altra, e parvenu che Amore mi par- 
lasse nel cuore , e dicesse : Quella prima è nominata 
Primavera solo per questa venuta d'oggi; che io mossi 
lo impositore del nome a chiamarla Primavera, cioè 
prima verrà lo dì che Beatrice si mostrerà dopo l' im-^ 
maginazione del suo fedele. E se anco vuoli considerare 
lo primo nome suo, tanto è quanto dire Primaveraàjj 
perchè lo suo nome Giovanna è da quel Giovanni, lai 
quale precedette la verace Luce, dicendo: Ego vox clai 
mantis in deserto: parate viam Domini. Ed anche mi 



LA VITA NUOVA. 47 

parve che mi dicesse, dopo queste, altre parole, cioè: 
Chi volesse sottilmente considerare, quella Beatrice chia- 
merebbe Amore, per molta simiglianza che ha meco. 
Ond' io poi ripensando , proposi di scriverne per rima 
al primo mio amico (tacendo certe parole, le quali pa- 
reano da tacere), credendo io che ancora il suo cuore 
mirasse la beltà di questa Primavera gentile. E dissi 
questo sonetto: 

Io mi sentii svegliar dentro allo core 
Uno spirto amoroso che dormia: 
E poi vidi venir da lungi Amore 
Allegro sì, che appena il conoscia; 

Dicendo: Or pensa pur di farmi onore; 
E 'n ciascuna parola sua ridia. 
E, poco stando meco il mio signore, 
Guardando in quelle parte onde venia, 

Io vidi monna Vanna e monna Bice 
Venire kivér lo loco là ov'i'era, 
L' una appresso dell'altra maraviglia: 

E sì come la mente mi ridice, 
Amor mi disse: Questa è Primavera, 
E quella ha nome Amor, sì mi somiglia. 

Questo sonetto ha molte parti, la prima delle quali 
dice , come io mi sentii svegliare lo tremore usato nel 
cuore, e come parve che Amore m'apparisse allegro da 
lunga parte; la seconda dice, come mi parve che 
Amore mi dicesse nel cuore, e quale mi parea ; la terza 
dice come, poi che questo fu alquanto stato meco cotale, 
[io vidi ed udii certe cose. La seconda parte comincia 
quivi; Dicendo: Or pensa pur: la terza quivi: E poco 
stando. La terza parte si divide in due: nella prima 



48 LA VITA NUOVA. 

dico quello cK io vidi; nella seconda dico quello eh' io 
udii; e comincia quivi; Amor mi disse. 



XXV. 

Potrebbe qui dubitar persona degna di dichiararli 
ogni dubitazione , e dubitar potrebbe di ciò eh' io dico 
d'Amore, come se fosse una cosa per se, e non sola 
mente sostanza intelligente, ma come se fosse sostanza 
corporale. La qual cosa, secondo verità, è falsa; che 
Amore non è per se siccome sostanza, ma è un acci- 
dente in sostanza. E che io dica di lui come se fosse 
corpo , ed ancora come se fosse uomo , appare per tre 
cose che io dico di lui. Dico che '1 vidi di lungi venire; 
onde, conciossiacosaché venire dica moto locale (e lo- 
calmente mobile per sé , secondo il Filosofo , sia sola- 
mente corpo), appare che io ponga Amore essere corpo. 
Dico anche di lui che rideva , ed anche parlava ; le quali 
cose paiono esser proprie dell' uomo , e specialmente, 
esser risibile; e però appare eh' io pongo lui esser uomo. 

A cotal cosa dichiarare, secondo eh' è buono al pre- 
sente prima è da intendere, che anticamente non erano 
dicitori d'amore in lingua volgare, anzi erano dicitor 
d'amore certi poeti in lingua latina: tra noi, dico, av- 
vegna forse che tra altra gente addivenisse , e avvegna 
ancora che, siccome in Grecia, non volgari ma litterati 
poeti queste cose trattavano. E non è molto numero 
d' anni passati , che apparirono prima questi poeti \oU 
gari; che dire per rima in volgare tanto è, quanto dire 
per versi in latino, secondo alcuna proporzione. E segno 



LA VITA NUOVA. 49 

che sia picciol tempo è, che, se volemo cercare in lingua 
d' oco e in lingua di sì, noi non troveremo cose dette 
anzi lo presente tempo per CL anni. E la cagione per 
che alquanti grossi ebbero fama di saper dire, è che 
quasi furono i primi, che dissero in lingua di sì. E lo 
primo, che cominciò a dire siccome poeta volgare, si 
mosse però che volle fare intendere le sue parole a 
donna, alla quale era malagevole ad intendere i versi 
latini. E questo è contro a coloro , che rimano sopra 
altra materia che amorosa; conciossiacosaché cotal modo 
di parlare fosse dal principio trovato per dire d' Amore. 
Onde, conciossiacosaché a' poeti sia conceduta mag- 
gior licenza di parlare che alli prosaici dicitori ; e questi 
dicitori per rima non sieno altro che poeti volgari, è de- 
gno e ragionevole, che a loro sia maggior licenza largita 
di parlare , che agli altri parlatori volgari. Onde, se alcuna 
figura o colore rettorico è conceduto alli poeti , conceduto 
è a' rimatori. Dunque se noi vedemo che li poeti hanno 
parlato delle cose inanimate come se avessero senso e 
ragione, e fattole parlare insieme; e non solamente cose 
vere, ma cose non vere (cioè che detto hanno, di cose 
le quali non sono , che parlano , e detto che molti acci- 
denti parlano , siccome fossero sostanze ed uomini) ; 
degno è lo dicitore per rima fare lo somigliante, non 
senza ragione alcuna, ma con ragione, la quale poi sia 
possibile d'aprire per prosa. Che li poeti abbiano così 
parlato come detto è , appare per Virgilio ; il quale dice 
che Giuno, cioè una Dea nemica dei Troiani, parlò ad 
Eolo signore delti venti , quivi nel primo dell' Eneida : 
Mole, namquetibi, etc, e che questo signore le rispose 
quivi: Tuus, o regina, quid optes, etc. Per questo me- 

4 



50 LA VITA NUOVA. 

desimo poeta parla la cosa, che non è animata, alla 
cosa animata, nel terzo dell' Eneida, quivi: Darda- 
nidce duri, etc. Per Lucano parla la cosa animata 
alla cosa inanimata, quivi: Midtum, Roma, tamen 
dehes civilibus armis. Per Orazio parla l' uomo alla 
sua Scienza medesima, siccome ad altra persona: e 
non solamente sono parole d'Orazio, ma dicele quasi 
medio del buono Omero, quivi nella sua Poetria: Die 
mihij Musa,virum, etc. Per Ovidio parla Amore, come 
se fosse persona umana , nel principio del libro di Ri- 
medio d'Amore, quivi: Bella mihi, video, bella par an- 
tur, ait. 

E per questo puote essere manifesto a chi du- 
bita in alcuna parte di questo mio libello. E acciocché 
non ne pigli alcuna baldanza persona grossa, dico che; 
né li poeti parlano così senza ragione, né que' che rimano 
devono così parlare, non avendo alcuno ragionamento 
in loro di quello che dicono ; perocché grande vergogna 
sarebbe a colui, che rimasse cosa sotto veste di figura 
o di colore rettorico, e poi domandato non sapesse dinu- 
dare le sue parole da cotal vesta, in guisa ch'avessero 
verace intendimento. E questo mio primo amico ed io 
ne sapemo bene di quelli che così rimano stoltamente. 

XXVI. 

Questa gentilissima donna, di cui ragionato è nelle 
precedenti parole , venne in tanta grazia delle genti, che 
quando passava per via , le persone correano per vederla; 
onde mirabile letizia me ne giugnea. E quando ella fosse 
presso ad alcuno, tanta onestà venia nel cuore di quello, ' 



LA VITA NUOVA. 51 

ch'egli non ardìa di levare gli occhi, ne di rispondere 
al suo saluto; e di questo molti, siccome esperti, mi 
potrebbero testimoniare a chi noi credesse. Ella coronata 
e vestita d'umiltà s'andava, nulla gloria mostrando di ciò 
ch'ella vedeva ed udiva. Dicevano molti, poiché passata 
era : Questa non è femmina, anzi è uno de'bellissimi An- 
geli del cielo. Ed altri dicevano: Questa è una maravi- 
glia ; che benedetto sia lo Signore che sì mirabilmente 
sa operare ! Io dico eh' ella si mostrava sì gentile e sì 
piena di tutti i piaceri , che quelli che la miravano com- 
prendevano in loro una dolcezza onesta e soave tanto, 
che ridire noi sapevano; ne alcuno era lo quale potesse 
mirar lei, che nel principio non gli convenisse sospi- 
rare. Queste e più mirabili cose da lei procedeano mi- 
rabilmente e virtuosamente. Ond'io pensando a ciò, vo- 
lendo ripigliare lo stile della sua loda, proposi di dire 
parole, nelle quali dessi ad intendere delle sue mirabili 
ed eccellenti operazioni, acciocché non pure coloro che 
la poteano sensibilmente vedere, ma gli altri sapessero 
di lei quello che le parole ne possono fare intendere. 
Allora dissi questo sonetto : 

Tanto gentile e tanto onesta pare 
La donna mia, quand'ella altrui saluta, 
Ch'ogni lingua divien tremando muta, 
E gli occhi non ardiscon di guardare. 

Ella sen va, sentendosi laudale, 
Benignamente d'umiltà vestuta ; 
E par che sia una cosa venuta 
Di cielo in terra a miracol mostrare. 

Mostrasi sì piacente a chi la mira, 
Che dà per gli occhi una dolcezza al core, 
Che intender non la può chi non la prova. 



52 LA VITA NUOVA. 

E par che della sua labbia si muova 
Uno spirto soave e pien d'amore , 
Che va dicendo all' anima: sospira. 

Questo sonetto è sì piano ad intendere, per quello 
che narrato è dinanzi, che non ha bisogno d'alcuna 
divisione. 

XXVII. 



Dico che questa mia donna venne in tanta grazia , 
che non solamente era ella onorata e laudata, ma per 
lei erano onorate e laudate molte. Ond' io veggendo ciò 
e volendo manifestare a chi ciò non vedea, proposi an- 
che di dire parole , nelle quali ciò fosse significato : e 
dissi questo sonetto , lo quale narra come la sua virtù 
adoperava nelle altre. 

Vede perfettamente ogni salute 
Chi la mia donna tra le donne vede: 
Quelle, che van con lei, sono tenute 
Di bella grazia a Dio render mercede. 

E sua beltate è di tanta virtute, 
Che nulla invidia all'altre ne procede, 
Anzi le face andar seco vestute 
Di gentilezza, d' amore e di fede. 

La vista sua face ogni cosa umile, 
E non fa sola se parer piacente, 
Ma ciascuna per lei riceve onore. 

Ed è negli atti suoi tanto gentile, 
Che nessun la si può recare a mente, 
Che non sospiri in dolcezza d' amore. 

Questo sonetto ha tre parti: nella prima dico trai 
che gente questa donna più mirabile parea; nella se- 



LA VITA NUOVA. 53 

conda dico come era graziosa la sua compagnia ; nella 
terza dico di quelle cose eh' ella virtuosamente operava 
in altrui. La seconda comincia quivi ; Quelle che van : 
la terza quivi; E sua beltate. Quest' ultima parte si 
divide in tre: nella prima dico quello che operava nelle 
donne, cioè per loro medesime; nella seconda dico 
quello che operava in loro per altrui; nella terza dico 
come non solamente nelle donne operava, ma in tutte 
le persone , e non solamente nella sua presenza , ma , 
ricordandosi di lei , mirabilmente operava. La seconda 
comincia quivi; La vista : la terza quivi; Ed è negli atti. 

XXVIII. 

Appresso ciò , cominciai a pensare un giorno sopra 
quello che detto avea della mia donna, cioè in questi 
due sonetti precedenti; e veggendo nel mio pensiero 
eh' io non avea detto di quello che al presente tempo 
adoperava in me, parvemi difettivamente aver parlato. 
E però proposi di dire parole , nelle quali io dicessi come 
mi parea esser disposto alla sua operazione, e come ope- 
Irava in mela sua virtude. E non credendo ciò poter 
narrare in brevità di sonetto , cominciai allora una can- 
zone , la quale comincia : 

Si lungamente m'ha tenuto Amore, 
E costumato alla sua signoria, 
Che sì com'egli m'era forte in pria, 
Così mi sta soave ora nel core. 
Però quando mi toglie sì '1 valore, 
Che gli spiriti par che fuggan via , 
Allor sente la frale anima mia 
Tanta dolcezza , che '1 viso ne smuore. 



54 LA VITA NUOVA. 

Poi prende Amore in me tanta virtute, 
Che fa li miei sospiri gir parlando; 
Ed escoi) fuor chiamando 
La donna mia, per darmi più salute. 
Questo m' avviene ovunque ella mi vede, 
E si è cosa umil, che non si crede. 



XXIX. 

Quomodo sedei sola civitas piena populo ! facta 
est quasi vidua domina gentium. Io era nel proponi- 
mento ancora di questa canzone, e compiuta n' avea que- 
sta sovrascritta stanza, quando lo Signore della giustizia 
chiamò questa gentilissima a gloriare sotto l'insegna di 
quella Pieina benedetta Maria , lo cui nome fue in gran- 
dissima reverenza nelle parole di questa Beatrice beata. 
Ed avvegnaché forse piacerebbe al presente trattare al- 
quanto della sua partita da noi, none mio intendimento 
di trattarne qui per tre ragioni: la prima si è, che ciò; 
non è del presente proposito, se volemo guardare nel 
proemio, che precede questo libello ; la seconda si è che,! 
posto che fosse del presente proposito, ancora non sa- 
rebbe sufficiente la mia penna a trattare, come si con-i 
verrebbe, di ciò; la terza si è che, posto che fosse l'uno 
e l'altro, non è convenevole a me trattare di ciò, per 
quello che, trattando, mi converrebbe essere lodatore di 
me medesimo (la qual cosa è al postutto biasimevole a 
chi '1 fa) , e però lascio cotale trattato ad altro chiosatore. 
Tuttavia, perchè molte volte il numero del nove ha preso 
luogo tra le parole dinanzi , onde pare che sia non senza) 
ragione, e nella sua partita cotale numero pare che' 



LA. VITA NUOVA. 55 

avesse molto luogo, conviensi qui dire alcuna cosa, ac- 
ciocché pare al proposito convenirsi. Onde prima dirò 
come ebbe luogo nella sua partita , e poi ne assegnerò 
alcuna ragione, perchè questo numero fu a lei cotanto 
amico. 

XXX. 

Io dico che, secondo la usanza d'Italia, 1' anima 
sua nobilissima si partì nella prima ora del nono giorno 
del mese; e secondo l'usanza di Siria, ella si parti nel 
nono mese dell' anno ; perchè il primo mese è ivi Tis- 
min, il quale a noi è Ottobre. E secondo l'usanza no- 
stra, ella si partì in quello anno della nostra indizione , 
cioè degli anni Domini , in cui il perfetto numero nove 
volte era compiuto in quel centinaio , nel quale in que- 
sto mondo ella fu posta : ed ella fu de' cristiani del ter- 
zodecimo centinaio. Perchè questo numero le fosse tanto 
amico, questa potrebb' essere una ragione: conciossia- 
cosaché , secondo Tolomeo e secondo la cristiana verità, 
nove siano li cieli che si muovono, e secondo comune 
opinione astrologica li detti cieli adoperino quaggiù se- 
condo la loro abitudine insieme; questo numero fu amico 
di lei per dare ad intendere , che nella sua generazione 
tutti e nove li mobili cieli perfettissimamente si aveano 
insieme. Questa è una ragione di ciò; ma più sottilmente 
pensando, e secondo la ineffabile Verità, questo numero 
fu ella medesima; per similitudine dico, e ciò intendo 
così: Lo numero del tre è la radice del nove, perocché, 
senz'altro numero, per sé medesimo moltiplicato, fa 
nove, siccome vedemo manifestamente che tre via tre fa 



56 LA VITA NUOVA. 



; 



nove. Dunque se il tre è fattore per se medesimo del 
nove, e lo Fattore dei miracoli per sé medesimo è Tre, 
cioè Padre, Figliuolo e Spirito santo, li quali sono Tre 
ed Uno , questa donna fu accompagnata dal numero del 
nove a dare ad intendere, che ella era un nove, cioè 
un miracolo, la cui radice è solamente la mirabile Tri- 
nitade. Forse ancora per più sottil persona si vedrebbe 
in ciò più sottil ragione; ma questa è quella ch'io ne 
veggio, e che più mi piace. 

XXXI. 



Poiché la gentilissima donna fu partita da questi 
secolo, rimase tutta la sopradetta cittade quasi vedova 
e dispogliata di ogni dignitade ; ond' io ; ancora lagri- 
mando in questa desolata cittade , scrissi a' principi della 
terra alquanto della sua condizione, pigliando quello 
cominciamento di Geremia: Quomodo sedet sola civi- 
tas! E questo dico, acciocché altri non si maravigli, 
perchè io Y abbia allegato di sopra , quasi come entrata 
della nuova materia che appresso viene. E se alcuno 
volesse me riprendere di ciò che non scrivo qui le pa- 
role che seguitano a quelle allegate, scusomene, perchè 
lo intendimento mio non fu da principio di scrivere al- 
tro che per volgare. Onde, conciossiacosaché le parole, 
che seguitano a quelle che sono allegate, sieno tutte la- 
tine, sarebbe fuori del mio intendimento se io le scri- 
vessi; e simile intenzione so che ebbe questo mio amico, 
a cui ciò scrivo , cioè eh' io gli scrivessi solamente in 
volgare. 



LA VITA NUOVA. 57 



XXXII. 

Poiché gli occhi miei ebbero per alquanto tempo 
lagrimato , e tanto affaticati erano eh' io non potea disfo- 
gare la mia tristizia, pensai di voler disfogarla con al- 
quante parole dolorose. E però proposi di fare una can- 
zone, nella quale piangendo ragionassi di lei, per cui 
tanto dolore era fatto distruggitore dell' anima mia ; e 
cominciai allora : Gli occhi dolenti , ecc. 

Acciocché questa canzone paia rimanere vieppiù 
vedova dopo il suo fine , la dividerò prima eh'' io la 
scriva : e colai modo terrò da qui innanzi. Io dico che 
questa cattivella canzone ha tre parti: la prima è 
proemio : nella seconda ragiono di lei : nella terza parlo 
alla canzone pietosamente. La seconda comincia quivi: 
Ita n'è Beatrice: la terza quivi: Pietosa mia Canzone. 

La prima si divide in tre: nella prima dico per che 
mi muovo a dire ; nella seconda dico , a cui voglio 
dire; nella terza dico , di cui voglio dire. La seconda 
comincia quivi; E perchè mi ricorda: la terza quivi; 
E dicerò. Poscia quando dico « Ita n' è Beatrice » ra- 
giono di lei, e intorno a ciò fo due parti. Prima dico 
la cagione perchè tolta ne fu: appresso dico come altri 
piange della sua partita, e comincia questa parte 
quivi; Partissi della sua. 

Questa parte si divide in tre: nella prima dico 
chi non la piange: nella seconda dico chi piange; 
nella terza dico della mia condizione. La seconda 
comincia quivi; Ma n' ha tristizia e doglia: la terza; 



58 LA. VITA NUOVA. 

Dannomi angoscia. Poscia quando dico « Pietosa mia 
canzone » parlo a questa mia canzone, designandole 
a quali donne sen vada, e steasi con loro. 

Gli occhi dolenti per pietà del core 
Hanno di lagrimar sofferta pena, 
Sì che per vinti son rimasi ornai. 
Ora s' io voglio sfogar lo dolore, 
Che appoco appoco alla morte mi mena, 
Convenemi parlar traendo guai. 
E perchè mi ricorda eh' io parlai 
Della mia donna, mentre che vivia, 
Donne gentili, volenlier con vui, 
Non vo' parlare altrui, 
Se non a cor gentil che 'n donna sia; 
E dicerò di lei piangendo, pui 
Che se n'è gita in ciel subitamente, 
Ed ha lasciato Amor meco dolente. 

Ita n'è Beatrice in l'alto cielo, 
Nel reame o\e gli Angeli hanno pace, 
E sta con loro; e voi , donne, ha lasciate. 
Non la ci tolse qualità di gelo, 
Né di calor, siccome l'altre face; 
Ma sola fu sua gran benignilate. 
Che luce della sua umilitate 
Passò li cieli con tanta virtute, 
Che fé' maravigliar 1' eterno Sire, 
Si che dolce desire 
Lo giunse di chiamar tanta salute; 
E fella di quaggiuso a sé venire; 
Perchè vedea eh' està vita noiosa 
Non era degna di sì gentil cosa. 

Partissi della sua bella persona 
Piena di grazia l'anima gentile, 
Ed èssi gloriosa in loco degno. 
Chi non la piange, quando ne ragiona, 
Core ha di pietra si malvagio e vile, 



LA. VITA NUOVA. 59 

Ch'entrar non vi può spirito benegno. 
Non è di cor villan sì alto ingegno, 
Che possa immaginar di lei alquanto, 
E però non gli vien di pianger voglia: 
Ma n' ha tristizia e doglia 
Di sospirare e di morir di pianto, 
E d' ogni consolar 1' anima spoglia, 
Chi vede nel pensiero alcuna volta 
Qual ella fu, e corri' ella n'è tolta. 

Dannomi angoscia li sospiri forte, 
Quando il pensiero nella mente grave 
Mi reca quella che m'ha il cor diviso : 
E spesse fiate pensando la morte, 
Me ne viene un desìo tanto soave, 
Che mi tramuta lo color nel viso. 
Quando l'immaginar mi tien ben fiso, 
Giugnemi tanta pena d' ogni parte, 
Ch'i' mi riscuoto per dolor eh' io sento; 
E sì fatto divento, 
Che dalle genti vergogna mi parte. 
Poscia piangendo sol nel mio lamento 
Chiamo Beatrice; e dico: Or se' tu morta 1 
E mentre ch'io la chiamo, mi conforta. 

Pianger di doglia e sospirar d' angoscia 
Mi strugge il core ovunque sol mi trovo, 
Sì che ne increscerebbe a chi '1 vedesse. 
E qual è stata la mia vita, poscia 
Cho la mia donna andò nel secol novo , 
Lingua non è che dicer lo sapesse: 
E però, donne mie, per ch'io volesse, 
Non vi saprei ben dicer quel eh' io sono; 
Sì mi fa travagliar 1' acerba vita ; 
La quale è sì invilita, 

Che ogni uom par che mi dica « Io t' abbandono » 
Vedendo la mia labbia tramortita. 
Ma qual ch'io sia, la mia donna sei vede, 
Ed io ne spero ancor da lei mercede. 



60 LA VITA NUOVA. 

Pietosa mia canzone, or va' piangendo; 
E ritrova le donne e le donzelle, 
A cui le tue sorelle 
Erano usate di portar letizia,- 
E tu, che sei figliuola di tristizia, 
Vattene sconsolata a star con elle. 



XXXIII. 



Poiché detta fu questa canzone, si venne a me uno, 
il quale secondo li gradi dell' amistade , era amico a me 
immediatamente dopo il primo : e questi fu tanto distretto 
di sanguinità con questa gloriosa , che nullo più presso 
F era. E poiché fu meco a ragionare , mi pregò che io 
gli dovessi dire alcuna cosa per una donna che s' era 
morta ; e simulava sue parole , acciocché paresse che di- 
cesse d'un' altra la quale morta era cortamente. Ond'io 
accorgendomi che questi dicea solo per quella benedetta, 
dissi di fare cièche mi domandava lo suo prego. Ond'io 
poi pensando a ciò, proposi di fare un sonetto, nel quale 
mi lamentassi alquanto , e di darlo a questo mio amico, 
acciocché paresse, che per lui l'avessi fatto; e dissi al-, 
lora: Venite a intendere, ecc. 

Questo sonetto ha due parti : nella prima chiamo 
li fedeli d' Amore che to' intendano; nella seconda 
narro della mia misera condizione. La seconda comin- 
cia quivi; Li quali sconsolati. 

Venite a intender li sospiri miei, 
cor gentili, che pietà il desia; 
Li quali sconsolati vanno via, 
E s'è' non fosser, di dolor morrei. 



LA VITA NUOVA. 61 

Perocché gli occhi mi sarebbon rei 
Molte fiate più ch'io non vorria, 
Lasso di pianger sì la donna mia, 
Ch'io sfogherei lo cor, piangendo lei. 

Voi udirete lor chiamar sovente 
La mia donna gentil, che se n'è gita 
Al secol degno della sua virtute; 

E dispregiar talora questa vita, 
In persona dell'anima dolente, 
Abbandonala dalla sua salute. 



XXXIV. 

Poiché detto ebbi questo sonetto, pensando chi 
questi era, cui Io intendeva dare quasi come per lui 
fatto, vidi che povero mi pareva lo servigio e nudo a così 
distretta persona di questa gloriosa. E però innanzi ch'io 
gli dessi il soprascritto sonetto , dissi due stanze di una 
canzone; l' una per costui veracemente, e l'altra per 
me, avvegnaché paia 1' una e l' altra per una persona 
detta, a chi non guarda sottilmente. Ma chi sottilmente 
le mira, vede bene che diverse persone parlano; in ciò 
che l'una non chiama sua donna costei, e l'altra si, 
come appare manifestamente. Questa canzone e questo 
sonetto gli diedi, dicendo io che per lui solo fatto l'avea. 

La canzone comincia « Quantunque volte » ed ha 
due parti: nell'una, cioè nella prima stanza, si la- 
menta questo mio caro amico , distretto a lei , nella 
seconda mi lamento io , cioè nelV altra stanza che co- 
mincia: E' si raccoglie. E così appare che in questa 
canzone si lamentano due persone, V una delle quali 
si lamenta come fratello , V altra come servitore. 



62 LA. VITA NUOVA. 

Quantunque volte, lasso !, mi rimembra 
Ch' io non debbo giammai 
Veder la donna, ond' io vo si dolente, 
Tanto dolore intorno al cor m' assembra 
La dolorosa mente, 
Ch'io dico: Anima mia, che non ten vai? 
Che li tormenti, che tu porterai 
Nel secol che t'è già tanto noioso, 
Mi fan pensoso di paura forte. 
Ond' io chiamo la Morte, 
Come soave e dolce mio riposo; 
E dico: Vieni a me, con tanto amore, 
Ch' io sono astioso di chiunque muore. 

E' si raccoglie negli miei sospiri 
Un suono di pietate, 
Che va chiamando Morte tuttavia. 
A lei si volser tutti i miei desiri, 
Quando la donna mia 
Fu giunta dalla sua crudelitate: 
Perchè il piacere della sua beltate, 
Partendo sé dalla nostra veduta, 
Divenne spiritai bellezza grande, 
Che per lo cielo spande 
Luce d'amor, che gli Angeli saluta, 
E lo intelletto loro alto e sottile 
Face maravigliar ; tanto è gentile ! 

XXXV. 

In quel giorno, nel quale si compiva l'anno, che! 
questa donna era fatta de' cittadini di vita eterna, io mi 
sedea in parte, nella quale ricordandomi di lei, dise- 
gnava un Angelo sopra certe tavolette: e mentre io '1 di- 
segnava, volsi gli occhi, e vidi lungo me uomini a' quali 
si convenìa di fare onore. E' riguardavano quello eh' io 



LA VITA NUOVA. 63 

facea; e secondo che mi fu detto poi, egli erano stati 
già alquanto anzi che io me n'accorgessi. Quando li 
vidi, mi levai, e salutando loro dissi: Altri era testé 
meco, e perciò pensava. Onde partiti costoro, ritornaimi 
alla mia opera, cioè del disegnare figure d'angeli. Fa- 
cendo ciò, mi venne un pensiero di dire parole per rima, 
quasi per annovale di lei , e scrivere a costoro , li quali 
erano venuti a me: e dissi allora questo sonetto, che 
comincia : Era venuta. Lo quale ha due comincia- 
menti; e però lo dividerò secondo l'uno e l'altro. 

Dico che secondo il primo , questo sonetto ha tre 
'parti: nella prima dico, che questa donna era già 
nella mia memoria; nella seconda dico quello che 
Amore però mi facea; nella terza dico degli effetti 
d' Amore. La seconda comincia quivi; Amor che: la 
terza quivi; Piangendo usciano. Questa parte si divide 
in due: nell' una dico che tutti i miei sospiri usciano 
parlando; nell' altra dico come alquanti diceano certe 
parole diverse dagli altri. Là seconda comincia quivi; 
Ma quelli. Per questo medesimo modo si divide secondo 
V altro cominciamene , salvo che nella prima parte 
dico quando questa donna era così venuta nella mia 
mente, e ciò non dico nell' altro. 

Phimo cominciamene. 

Era venuta nella mente mia 
La gentil donna, che per suo valore 
Fu posta dall' altissimo Signore 
Nel ciel dell' umiltate, ov'è Maria. 

Secondo cominciamento. 

Era venuta nella mente mia 
Quella donna gentil, cui piange Amore, 



64 LA. VITA NUOVA. 

Entro quel punto, che lo suo valore 
Vi trasse a riguardar quel eh' io facìa. 

Amor, che nella mente la sentìa, 
S'era svegliato nel distrutto core, 
E diceva a' sospiri : Andate more; 
Per che ciascun dolente sen partia. 

Piangendo usciano fuori del mio petto 
Con una voce, che sovente mena 
Le lagrime dogliose agli occhi tristi. 

Ma quelli, che n' uscian con maggior pena, 
Venien dicendo: nobile intelletto', 
Oggi fa 1' anno che nel ciel salisti. 

XXXVI. 

Poi per alquanto tempo, conciofossecosaché io foss 
in parte , nella quale mi ricordava del passato tempo , 
molto stava pensoso , e con dolorosi pensamenti tanto , 
che mi faceano parere di fuori d' una vista di terribile 
sbigottimento. Ond' io , accorgendomi del mio trava- ! 
gliare , levai gli occhi per vedere s' altri me vedesse ; e 
vidi una gentil donna giovane e bella molto , la quale 
da una fenestra mi riguardava molto pietosamente 
quant' alla vista; sicché tutta la pietade pareva in lei; 
accolta. Onde, conciossiacosaché quando i miseri veg-' 
gono di loro compassione altrui, più tosto si muovono al 
lagrimare , quasi come di sé stessi avendo pietade , io ' 
sentii allora li miei occhi cominciare a voler piangere ; 
e però , temendo di non mostrare la mia viltà, mi partii 
dinanzi dagli occhi di questa gentile ; e dicea poi fra me 
medesimo: E' non può essere, che con quella pietosa 
donna non sia nobilissimo amore. E però proposi di dire 
un sonetto, nel quale io parlassi a lei, e conchiudessi 



LA VITA NUOVA. 65 

in esso tutto ciò che narrato è in questa ragione. E però 
che questa ragione è assai manifesta , noi dividerò. 



Videro gli occhi miei quanta pietate 
Era apparita in la vostra figura, 
Quando guardaste gli atti e la statura, 
Ch' io facia pel dolor molte fiate. 

Allor m'accosri che voi pensavate 
La qualità della mia vita oscura , 
Sicché mi giunse nello cor paura 
Di dimostrar cogli occhi mia viltate. 

E tolsi mi dinanzi a voi, sentendo 
Che si movean le lagrime dal core, 
Ch' era sommosso dalla vostra vista. 

Io dicea poscia nell' anima trista: 
Ben è con quella donna quell'Amore, 
Lo qual mi face andar così piangendo. 



XXXVII. 



Avvenne poi che ovunque questa donna mi vedeva, 
si facea d' una vista pietosa e d' un color pallido , quasi 
come d' amore : onde molte fiate mi ricordava della mia 
nobilissima donna, che di simile colore mi si mostrava. 
E certo molte volte non potendo lagrimare ne disfogare 
la mia tristizia, io andava per vedere questa pietosa 
donna, la quale parea che tirasse le lagrime fuori delli 
miei occhi per la sua vista. E però mi venne anche vo- 
lontade di dire parole , parlando a lei ; e dissi questo so- 
netto , che comincia : « Color d' amore , » e eh' è piano 
senza dividerlo, perla sua precedente ragione. 

5 



66 LA VITA NUOVA. 

Color d' amore, e di pietà sembianti, 
Non preser mai così mirabilmente 
Viso di donna, per veder sovente 
Occhi gentili e dolorosi pianti, 

Come lo vostro, qualora davanti 
Vedetevi la mia labbia dolente ; 
Sì che per voi mi vien cosa alla mente, 
Ch' io temo forte non lo cor si schianti. 

Io non posso tener gli occhi distrutti 
Che non riguardin voi spesse fiate, 
Pel desiderio di pianger eh' egli hanno: 

E voi crescete si lor volontate, 
Che della voglia si consuman tutti; 
Ma lagrimar dinanzi a voi non sanno. 



XXXVIII. 

Io venni a tanto per la vista di questa donna, ch< 
li miei occhi si cominciaro a dilettare troppo di vederla. 
Onde molte volte me ne crucciava, ed avevamene per 
vile assai; e più volte bestemmiava la vanità degli oc- 
chi miei, e dicea loro nel mio pensiero: Or voi solevate 
far piangere chi vedea la vostra dolorosa condizione , ed 
ora pare che vogliate dimenticarlo per questa donna 
che vi mira , e che non vi mira se non in quanto le pesa 
della gloriosa donna di cui pianger solete; ma quanto 
far potete , fate ; che io la vi rimembrerò molto spesso , 
maledetti occhi: che mai, se non dopo la morte, non 
dovrebbero le vostre lagrime esser ristate. E quando 
fra me medesimo così avea detto alli miei occhi , e li 
sospiri m' assaliano grandissimi ed angosciosi. Ed ac- 
ciocché questa battaglia, che io avea meco, non rima- 



LA VITA NUOVA. 67 

nesse saputa pur dal misero che la sentìa, proposi di 
fare un sonetto , e di comprendere in esso questa orri- 
bile condizione, e dissi questo che comincia: V amaro 
lagrimar. 

Il sonetto ha due parti: nella prima parlo agli 
cechi miei siccome parlava lo mio cuore in me mede- 
simo; nella seconda rimuovo alcuna dubitazione, ma- 
nifestando chi e che così parla; e questa parte comin- 
cia quivi; Cosi dice. Potrebbe bene ancora ricevere più 
divisioni, ma sarebbe indarno, perchè e manifesto per 
la precedente ragione. 

L'amaro lagrimar che voi faceste, 
Occhi miei , così lunga stagione, 
Faceva lagrimar 1' altre persone 
Della pietate, come voi vedeste. 

Ora mi par che voi 1' obliereste , 
S' io fossi dal mio lato si fellone, 
Ch'io non ven disturbassi ogni cagione, 
Memorandovi colei, cui voi piangeste. 

La vostra vanità mi fa pensare, 
E spaventami sì, ch'io temo forte 
Del viso d' una donna che vi mira. 

Voi non dovreste mai , se non per morte, 
* La nostra donna, eh' è morta, obliare: 
Cosi dice il mio core, e poi sospira. 

XXXIX. 

Recommi la vista di questa donna in sì nuova con- 
dizione, che molte volte ne pensava come di persona 
che troppo mi piacesse; e pensava di lei così: Questa è 
una donna gentile, bella, giovane e savia, ed apparita 



68 LA VITA NUOVA. 

forse per volontà d' Amore , acciocché la mia vita si ri- 
posi. E molte volte pensava più amorosamente, tanto 
che il cuore consentiva in lui, cioè nel mio ragionare. 
E quando avea consentito ciò, io mi ripensava siccome 
dalla ragione mosso, e dicea fra me medesimo: Deh 
che pensiero è questo, che in cosi vile modo mi vuol 
consolare , e non mi lascia quasi altro pensare ! Poi si 
rilevava un altro pensiero , e dicea : Or che tu se' stato 
in tanta tribulazione d' Amore , perchè non vuoi tu ri- 
trarli da tanta amaritudine ? Tu vedi che questo è uno 
spiramento, che ne reca li desiri d'Amore dinanzi, ed è- 
mosso da così gentil parte, com'è quella degli occhi 
della donna, che tanto pietosa ti s'è mostrata. Ond'io 
avendo così più volte combattuto in me medesimo , an- 
cora ne volli dire alquante parole; e perocché la bat- 
taglia de' pensieri vinceano coloro che per lei parlavano, 
mi parve che si convenisse di parlare a lei; e dissi 
questo sonetto , il quale comincia : Gentil pensiero : e- 
dissi gentile in quanto ragionava a gentil donna, che 
per altro era vilissimo. 

In questo sonetto fo due parti di me, secondo che 
li miei pensieri erano in due divisi. U una parte 
chiamo cuore, cioè V appetito; V altra anima, cioè la 
ragione; e dico come V uno dice alV altro. E che degno 
sia chiamare V appetito cuore, e la ragione anima, 
assai è manifesto a coloro , a cui mi piace che ciò sia 
aperto. Vero è, che nel precedente sonetto io fo la parte 
del cuore contro a quella degli occhi, e ciò pare con- 
trario di quel ch'io dico nel presente. E però dico, che 
anche ivi il cuore intendo per V appetito , perocché 
maggior desiderio era il mio ancora di ricordarmi 



LA VITA NUOVA. 69 

della gentilissima donna mia, che di vedere costei 
avvegnaché alcuno appetito ne avessi già, ma leggier 
paresse: onde appare che V uno detto non è contrario 
alValt.ro. Questo sonetto ha tre parti: nella prima 
comincio a dire a questa donna come lo mio desiderio 
si volge tutto verso lei; nella seconda dico come V anima 
cioè la ragione, dice al cuore, cioè alV appetito; nella 
terza dico come le risponde. La seconda comincia 
quivi; L' anima dice: la terza quivi; Ei le risponde. 

Gentil pensiero, che parla di vui, 
Sen viene a dimorar meco sovente, a 

E ragiona d' Amor sì dolcemente, 
Che face consentir lo core in lui. 

L'anima dice al cor: Chi è costui, 
Che viene a consolar la nostra mente; 
Ed è la sua virtù tanto possente, 
Ch' altro pensier non lascia star con nui 1 

Ei le risponde : anima pensosa, 
Questi è uno spiritel novo d' Amore , 
Che reca innanzi a me li suoi desiri: 

E la sua vita, e tutto il suo valore, 
Mosse dagli occhi di quella pietosa, 
Che si turbava de' nostri martìri. 



XL. 



Contra questo avversario della ragione si levò un 
dì, quasi nell'ora di nona, una forte immaginazione in 
me; che mi parea vedere questa gloriosa Beatrice con 
quelle vestimenta sanguigne, colle quali apparve prima 
agli occhi miei, e pareami giovane in simile etade a 
quella, in che prima la vidi. Allora incominciai a pen- 



70 LA. VITA NUOVA. 

sare di lei; e secondo 1' ordine del tempo passato, ricor- 
dandomene, lo mio cuore incominciò dolorosamente a 
pentirsi del desiderio , a cui così vilmente s' avea lasciato 
possedere alquanti dì contro alla costanza della ragione : 
e discacciato questo cotal malvagio desiderio, si rivolsero 
tutti i miei pensamenti alla loro gentilissima Beatrice. 
E dico che d' allora innanzi cominciai a pensare di lei 
si con tutto il vergognoso cuore, che li sospiri manife- 
stavano ciò molte volte; però che quasi tutti diceano 
nel loro uscire quello che nel cuore si ragionava , cioè 
lo nome di quella gentilissima, e come sipartìo da noi. 
E molte volte avvenia che tanto dolore avea in se alcuno 
pensiero, che io dimenticava lui, e là dov'io era. 

Per questo raccendimento di sospiri si raccese lo sol- 
levato lagrimare in guisa, che li miei occhi pareano due 
cose, che desiderassero pur di piangere : e spesso avvenia 
che, per lo lungo continuare del pianto, dintorno loro 
si facea un colore purpureo, quale apparir suole per 
alcuno martire eh' altri riceva. Onde appare che della 
loro vanità furono degnamente guiderdonati, sì che da 
indi innanzi non poterono mirare persona, che li guar- 
dasse sì che loro potesse trarre a simile intendimento. 
Onde io volendo che cotal desiderio malvagio e vana 
tentazione paressero distrutti sì che alcuno dubbio non 
potessero inducere le rimate parole, ch'io avea dette 
dinanzi , proposi di fare un sonetto , nel quale io com- 
prendessi la sentenza di questa ragione. E dissi allora : 
Lasso ! per forza, ecc. 

Dissi lasso, in quanto mi vergognava di ciò che 
li miei occhi aveano così vaneggiato. Questo sonetto 
non divido , però che è assai manifesta la sua ragione. 



LA. VITA NUOVA. 71 

Lasso ! per forza de' molti sospiri, 
Che nascon de' pensier che «jon nel core , 
Gli occhi son vinti, e non hanno valore 
Di riguardar persona che gli miri. 

E fatti son , che paion due desiri 
Di lagrimare e di mostrar dolore, 
E spesse volte piangon sì, ch'Amore 
Gli cerchia di corona di martìri. 

Questi pensieri, e li sospir ch'io gitto, 
Diventano nel cor sì angosciosi, 
Ch'Amor vi tramortisce, si glien duole; 

Perocch' egli hanno in sé li dolorosi 
Quel dolce nome di madonna scritto, 
E della morte sua molte parole. 

XLI. 



Dopo questa tribolazione avvenne (in quel tempo 
che molta gente andava per vedere quella Immagine be- 
nedetta, la quale Gesù Cristo lasciò a noi per esempio 
della sua bellissima figura , la quale vede la mia Donna 
gloriosamente), che alquanti peregrini passavano per 
una via, la quale è quasi in mezzo della cittade, ove 
nacque, vivette e morìo la gentilissima donna, e anda- 
vano, secondo che mi parve, molto pensosi. Ond'io 
pensando a loro, dissi fra me medesimo: Questi pere- 
grini mi paiono di lontana parte, e non credo che an- 
che udissero parlare di questa donna, e non ne sanno 
niente; anzi i loro pensieri sono d' altre cose che di que- 
sta qui; che forse pensano delli loro amici lontani , li 
quali noi non conoscemo. Poi dicea fra me medesimo : 
Io so che se questi fossero di propinquo paese , in alcuna 
vista parrebbero turbati , passando per lo mezzo della 



72 LA. VITA NUOVA. 

dolorosa cittade. Poi dicea fra me stesso: S' io li potessi 
tenere alquanto , io pur gli farei piangere anzi eh' egli 
uscissero di questa cittade , perocché io direi parole , 
che farebbero piangere chiunque le udisse. Onde, pas- 
sati costoro dalla mia veduta, proposi di fare un sonetto, 
nel quale manifestassi ciò eh' io avea detto fra me me- 
desimo ; ed acciocché più paresse pietoso , proposi di 
dire come se io avessi parlato loro; e dissi questo so- 
netto, lo quale comincia: Deh, peregrini, ecc. 

Dissi peregrini, secondo la larga significazione del 
vocabolo: che peregrini si possono intendere in due 
modi, in uno largo ed in uno stretto. In largo, in quanto 
è peregrino chiunque è fuori della patria sua; in modo 
stretto, non s' intende peregrino , se non chi va verso la 
casa di santo Jacopo , o riede. E però è da sapere, chein 
tre modi si chiamano propriamente le genti, che vanno 
al servigio delV Altissimo : chiamansi palmieri inquanto 
vanno oltremare là onde molte volte recano la palma; 
chiamansi peregrini in quanto vanno alla casa di Gali- 
zia, però che la sepoltura di santo Jacopo fu più lon- 
tana dalla sua patria, che d'alcuno altro Apostolo; 
chiamansi romei in quanto vanno a Roma, là ove 
questi eh' io chiamo peregrini andavano. Questo sonetto 
non si divide, però ch'assai il manifesta la sua ragione. 

Deh, peregrini, che pensosi andate 
Forse di cosa che non v' è presente , 
Venite voi di sì lontana gente, 
Come alla vista voi ne dimostrate? 

Che non piangete, quando voi passate 
Per lo suo mezzo la città dolente, 
Come quelle persone, che neente 
Par che intendesser la sua gravitate. 



LA VITA. NUOVA. 73 



Se voi restate per volere udire, 
Certo lo core ne'sospir mi dice, 
* Che lagrimando ri' uscirete pui. 

Ella ha perduto la sua Beatrice; 
E le parole, eh' uom di lei può dire, 
Hanno virtù di far piangere altrui. 



XLII. 

Poi mandaro due donne gentili a me pregandomi 
che mandassi loro di queste mie parole rimate ; ond' io, 
pensando la loro nobiltà, proposi di mandar loro e di 
fare una cosa nuova, la quale io mandassi loro con esse, 
acciocché più onorevolmente adempiessi li loro prieghi. 
E dissi allora un sonetto, il quale narra il mio stato, e 
mandailo loro col precedente sonetto accompagnato, e 
con un altro che comincia : Venite a intender, ecc. Il so- 
netto, il quale io feci allora, è : Oltre la spera, ecc. 

Questo sonetto ha in se cinque parti : nella prima 
dico là ove va il mio pensiero , nominandolo pei- nome 
di alcuno suo effetto; nella seconda dico per che va lassù, 
e chi '£ fa così andare; nella terza dico quello che vide, 
cioè una donna onorata. E chiamolo allora spirito pe- 
regrino , acciocché spiritualmente va lassù , e sì come 
peregrino, lo quale è fuori della sua patria; nella 
quarta dico com' egli la vede tale , cioè in tale qualità, 
ch'io non la posso intendere; cioè a dire che il mio 
pensiero sale nella qualità di costei in grado che il 
mio intelletto noi può comprendere. Conciossiacosaché 
il nostro intelletto s' abbia a quelle benedette anime , 
come V occhio nostro débole al Sole: e ciò dice il Fi- 



74 LA VITA NUOVA. 

losofo nel secondo della Metafisica. Nella quinta dico- 
che, avvegnaché io non possa vedere là ove il pensiero 
mi trae, cioè alla sua miràbile qualità, almeno in- 
tendo questo , cioè che tal è il pensare della mia donna 
perchè io sento spesso il suo nome nel mio pensiero: 
e nel fine di questa quinta parte dico, donne mie care, 
a dare ad intendere che son donne coloro cui parlo. 
La seconda parte incomincia; Intelligenza nuova: la 
terza; Quand' egli è giunto: la quarta; Vedela tal: la 
quinta; So io eh' el parla. Potrebbesi più sottilmente 
ancora dividere, e più fare intendere, ma puossi pas- 
sare con questa divisione, e però non mi trametto di 
più dividerlo. 

Oltre la spera, che più larga gira, 
Passa il sospiro eh' esce del mio core: 
Intelligenza nuova, che 1' Amore 
Piangendo mette in lui, pur su lo tira. 

Quand' egli è giunto là dov'el desira. 
Vede una donna, che riceve onore, 
E luce sì, che per lo suo splendore 
Lo peregrino spirito la mira. 

Vedela tal, che quando il mi ridice. 
Io non lo intendo , si parla sottile 
Al cor dolente, che lo fa parlare. 

So io ch'el parla di quella gentile. 
Perocché spesso ricorda Beatrice, 
Sicch'io lo intendo ben, donne mie care. 

XLIII. 

Appresso a questo sonetto apparve a me una mi- 
rabil visione , nella quale vidi cose , che mi fecero prò- 



LA VITA. NUOVA. 75 

porre di non dir più di questa Benedetta, infino a tant > 
che io non potessi più degnamente trattare di lei. E di 
venire a ciò io studio quanto posso, sì com'ella sa ve- 
racemente. Sicché, se piacere sarà di Colui per cui tutte 
le cose vivono , che la mia vita per alquanti anni perse- 
veri, spero di dire di lei quello che mai non fu detto 
d' alcuna. E poi piaccia a Colui eh' è Sire della cortesin, 
che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria 
della sua donna, cioè di quella benedetta Beatrice, che 
gloriosamente mira nella faccia di Colui, qui est per 
omnia scecula benedictus. 



FINE DELLA VITA NUOVA. 



SOMMARIO 



PARAGRAFI DELLA VITA NUOVA. 



I. 

Proemio Pag. 3 

II. 

Tempo , occasione ed effetti del primo amore di Dante ivi 

HI. 

Beatrice saluta la prima volta il Poeta : visione che lo sor- 
prende dormendo. Ne chiede altrui la spiegazione in un 
Sonetto, cui, fra gli altri, diede risposta Guido Cavalcanti. 5 

IV. 

Dante riceve danno nella salute, e non può nascondere al- 
trui che amore n' è la cagione , 8 



Coglie opportunità di far credere , che altra sia la donna 
dell'amor suo, e non Beatrice. E ciò glivien fatto per al- 
quanti anni e mesi ivi 



78 SOMMARIO DEI PARAGRAFI DELLA "VITA NUOVA. 



VI. 

In una Serventese mette il nome di Beatrice fra quello di 
sessanta donne le più belle di Firenze, ma non gli può 
dar luogo in altro numero , che nel nono Pag. 

VII. 

Parte da Firenze colei di che Dante soleva far difesa al suo 
amore; e però scrive un Sonetto in cui si duole di questo, 
volendo di più in più accreditare che fosse quella la donna 
ch'egli di vero amava 1 

VIII. 

Muore poco appresso un' amica della sua Beatrice, e in due 
Sonetti ne piange la morte 1 

IX. 

Va quindi a trovare colei , la quale gli serviva a celare 
F amor suo ; e su di ciò compone un Sonetto 1! 



Ritorna in patria: cerca e trova altra donna , la quale si pre- 
sti a celare il vero amor suo. Molti pertanto pensano che 
di costei in fatto egli arda; ond' è che Beatrice disdegnosa 
gli niega il saluto 1J 

XI. 

Potenza maravigliosa che la vista e il saluto di Beatrice 
esercitavano sopra il suo cuore ivi 

XII. 

Dolore amarissimo per la privazione del saluto. Lagrimando 
si addormenta; e Amore lo racconsola, e gli fa animo a 
scrivere una Ballata, in cui rassicuri Beatrice ch'egli non si 
è punto tolto all' amore di lei 16' 



SOMMARIO DEI PARAGRAFI DELLA VITA NUOVA. 79 



XIII. 

Quattro pensieri , uno contrario all' altro , combattono la vo- 
lontà di lui intorno alla sua passione amorosa Pag. 20 

XIV. 

Dopo qualche tempo egli trovasi ad uno sposalizio , dov' erano 
molte e belle donne sedute ad un convito. Vede fra queste 
Beatrice, e non può fare sì che non si manifesti lo stupore da 
cui è oppresso. Il che gli porge materia a scrivere un So- 
netto 22 

XV. 

Conosce l'avvilimento del proprio stato , e mostra come non gli 
sia possibile vincere sé medesimo 24 

XVI. 

E fa vedere come i suoi pensieri fossero sempre più vinti e 
signoreggiati dall' amore di Beatrice, di che parla in un 
altro Sonetto 26 

XVII. 

Accenna, che nuova materia e più nobile, che non lo stato 
dell'animo suo , gli conviene assumere 28 

XVIII. 

E perciò narra che conversando con altre donne potè cono- 
scere che molto onore gli veniva da quelle cose, le quali egli 
dettava in lode della sua Beatrice. Per lo che si propose 
di parlar sempre quello che potesse tornarle in lode ivi 

XIX. 

Stretto da forte volontà pose mano alla prima Canzone 30 



80 SOMMARIO DEI PARAGRAFI DELLA VITA NUOVA. 



XX. 

E perchè la Canzone parlava d'Amore, viene pregato a spie- 
gare che sia Amore : ciò eh' egli fa in un Sonetto.. . . Pag. 

XXI. 

Aggiunge che Beatrice desta amore anche dove amore non 
sarebbe in potenza; e lo dichiara in un altro Sonetto 3] 

XXII. 

Muore ilpadre di Beatrice, e Dante in due Sonetti pietosamente 
esprime il gran dolore di lei e delle amiche sue , 31 

XXIII. 

Dante cade ammalato per nove giorni , e indi è preso da forte 
immaginazione che gli rappresenta morta Beatrice. Scosso 
da quel delirio , e risanato, ne fa soggetto d'una mirabile 
e affettuosa Canzone 



XXIV. 

Tocca di un' altra misteriosa Visione , in cui Amore gli mo- 
stra Beatrice preceduta da un' altra donna di beltà famosa, 
Giovanna di nome; e ciò racchiude in un Sonetto 

XXV. 

Dichiara come sia lecito ai poeti volgari parlar d' Amore, con- 
siderandolo quale persona animata ; e quanto si convenga 
ad essi di rimare in materia amorosa 

XXVI. 

Cresciuta in fama di beltà la Beatrice , fanno tutti a prova per 

vedere tanto miracolo : e Dante spiega in un Sonetto quanto 

onesto e maraviglioso piacere ne procedeva in altrui 






SOMMARIO DEI PARAGRAFI DELLA VITA NUOVA. 81 



XXVII. 

E soggiugne in un altro Sonetto che la beltà di Beatrice , ben 
lungi dal far onta alla bellezza delle altre donne , queste ne 
ricevevano onore. , Pag. 52 

XXVIII. 

Ma pensando Dante , non essere sufficienti le lodi dette di lei 
ne' due ultimi Sonetti , mette mano ad una Canzone , che 
meglio dichiari quanto e come gli operasse nel cuore la 
virtù di Beatrice 53 

XXIX. 

E' n'aveva composta la stanza prima quando accadde che Bea- 
trice se ne mori. Il dolore vietandogli di ciò trattare, entra 
a dire per quali ragioni il numero nove abbia potuto aver 
luogo più volte nel raccontare di lei 54 

XXX. 

Nota che Beatrice morì nella prima ora del giorno nove di giu- 
gno dell' anno 1290 , 55 

XXXI. 

Dante ripi glia a narrare che, morta Beatrice , la città ne rimase 
tutta desolata, e tanto, che della sua condizione egli scrisse 
una lettera latina ai principali signori della stessa città. La 
qual lettera cominciava : Quomodo sedei sola, etc 56 

XXXII. 

i sfogare sempre più il dolore che lo distruggeva, si fa a com- 
porre una Canzone. Da questa in poi, ei premetterà ad ogni 
poesia la indicazione delle parti in cui si divide 57 

XXXIII. 

Scrive ancora un Sonetto in servigio d' un parente di lei , il 
quale glielo avea chiesto per altra donna che diceva fosse 

morta, tacendogli di Beatrice 60 

6 



82 SOMMARIO DEI PARAGRAFI DELLA VITA NUOVA. 



XXXIV. 

E per meglio servire alla cortese inchiesta, e continuare lo 
sfogo del dolore proprio, aggiunge al Sonetto due stanze 
d' una Canzone Pag. 

XXXV. 

Al compiersi dell' anno dal di della morte di Beatrice , egli 
scrive un Sonetto per mesta commemorazione 

XXXVI . 

L' Allighieri rattristato e dolente apparisce a una gentil donna 
che gli si dimostra pietosa. Ed ei ne rimane commosso e 
si nasconde, per non essere notato di tanto facile abban- 
dono : poi manda a questa donna un Sonetto 6i- 



XXXVII. 



Indi si fa a comporne un altro per la tenera compassione che 
seguitava ella a mostrare di lui 65 






XXXV1I1. 






Ne accade , che dalla pietà sentesi condotto all'amore ; ed egli 
in un Sonetto fa rimprovero a sé stesso di questa sua pronta 
inclinazione a dimenticare Beatrice ; = 66 

XXXIX. 

Scrive un altro Sonetto, dove significa il contrasto che dentro 
di sé pativa , disdegnando le voci della ragione 



XL. 



Se non che nel ripensar vie meglio a Beatrice , si abbandona 
del tutto al suo dolore dell' averla perduta , ed amaramente 
la piange in un altro Sonetto 6Ì 



SOMMARIO DEI PARAGRAFI DELLA VITA NUOVA. 83 



XLI. 

Nel passare per Firenze de' peregrini mossi verso Roma a ve- 
nerare la Veronica, scrive per essi un Sonetto, accennando 
che la mestizia della .sua città è cagionata dalla morte di 
Beatrice Pag. 71 

XLII. 

Pregato poi da gentili donne di alcune delle sue rime , ne le 
compiace con animo pronto 73 

XLIU. 

Finalmente gli apparisce una mirabile Visione; dalla quale in 
poi si risolve a non dir più di Beatrice sino a che non gli 
venga fatto di poter dire di lei quello che mai non è stato 
detto di alcuna. Ed ecco in ciò il primo concetto ed il fer- 
mato proposito di porre mano al divino Poema 74 



COMMENTI. 



La Vita Nuova dovette essere Opera fervida e passionata, 
perchè altro si conviene e dire e operare a una etade, che ad 
altra: e Dante scrisse questo libro innanzi ch'egli fosse en- 
trato nella sua gioventude (Convito, Trattato i, Capitolo 1). 
Quindi si vede, che vita nuova non ha a intendersi per vita 
giovane, o età della gioventù, giacché questa età, secondo 
l' Allighieri, comincia dopo il venticinquesimo anno e nel 
quarantacinquesimo si compie: Conv., iv, 24. Né può tanto 
meno significare l'età prima, che è quella dell' adolescenza, 
perchè questa ha suo principio presso ad otto mesi dopo la 
nascita: Conv., ivi. Dante poi cel ridice chiaro che V alla 
virtù d' amore 1' aveva trafitto prima eh' egli uscisse fuori 
della puerizia (Purgatorio, xxx, 42), raffermandoci che nella 
sua puerizia tostamente fu di Beatrice (Vita Nuova, § xn), 
e che però sin d'allora l'andasse cercando: ivi, 14. Ond' è 
eh' io ben volentieri mi accosto al Trivulzio, il quale pensa 
che Dante intitolasse Vita Nuova quest' Opera , perchè vi 
tratta della rigenerazione in lui operata da Amore. Ivi di fatti 
si discorre del primo amore di Dante per Beatrice, la bella 
figliuola di Folco Portinari ; né vi si toccano altre cose, se non 
in quanto facessero a trattare di quella gentilissima e a ren- 
derne meglio conosciuta la virtù e i pregi d' ogni maniera. 

Or questa vita amorosa è pur la Vita Nuova, di che si 
parla nel xxx del Purgatorio , vita, nella quale Dante, ancor 
pauroso della persona, sostenne una passione nuova (Can- 
lone : E' m' incresce di me sì duramente). Allora egli , con- 



"Ti 
' 1 

88 LA VITA NUOVA. 

formandosi ai desiderii della Donna della sua mente, era volto 
in dritta parte e guidato ad amare il Bene , di là dal qual 
non è a che s'aspiri: Purg., xxxi, 24. E tant'è il vero, ch'ei 
nel presente libro intende solo trattare della Vita amorosa* 
mente vissuta con Beatrice, che in esso non s'avvisò neppur 
dicevole il trattare alquanto del modo e del tempo che la sua 
donna si partì da noi per secolo migliore : V. N. ; xxix 



I. - Pag. 3. 






In quella parte del libro della miamemoria, ecc. Il libro 
della memoria o della mente, come altrove si chiama (Ganz. 
E' m' incresce di me sì duramente) , è composto delle cose 
passate e scritte in mente o nella memoria: V. N. , n. Però 
vien' anco riguardato come il libro che 'l preterito rassegna: 
(Paradiso , xxm, 54). 

Dinanzi al quale poco si potrebbe leggere, perchè ciflc 
che nella mente fu scritto prima di quella Vita nuova (amo- 
rosa, cominciata in sui nove anni) non lasciò che poca traccia 
di sé, riè la mente rivolgendosi sovra sé stessa, saprebbe 
ravvisarvelo e cosi ricordarsene. 

Si trova una rubrica. « Rubrica, secondo la Crusca, è; 
un brevissimo Compendio o Sunto d'un libro, o di Capitoli 
di libro, al quale dicono comunemente in latino Rubrica y 
forse dall' essere per lo più scritto in tinta rossa. » Or qui si 
adopera a significare un segno rimasto nella mente, come 
principio della nuova vita, che in Dante poi si svolse. Ed è sotto 
quel segno o principio che la sua mente seguitò a scrivere 
gli atti e le passioni di tanta gioventudine: V. N, n. Laonde 
egli intende di ritrarre in questo libro quelle parole scritte 
nella mente (quelle di che si ricorda), e se non le ridirà 
tutte, promette almeno di riferirne la loro sentenza. 

Assemprare, ritrarre, copiare, spiega il Vocabolario « ad 
exemplar effìngere » e Dante Fusa ancbe altrove: Quando la 
brina in sulla terra assempra U immagine di sua sorella 
bianca (Inferno, xxiv, 4). Alcuni codici hanno esemplare, e 
forse questa è la meglio lezione, che risulterebbe spiegata e 



COMMENTI. 89 

-raffermata dal susseguente trarre dall' esempio . In ogni modo 
la sentenza è una. 

II. - Pag. 3. 

Nove fiate già, ecc. Dante comincia un suo sonetto, rispon- 
dendo a messer Gino : Io sono stato con Amore insieme Dalla 
circolazion del Sol mia nona. Nove giri di sole eransi com- 
piuti quand' ei cominciò la vita d' Amore. 

Lo cielo della luce, il Sole che ne misura il tempo, ivi 
girando col carro della luce: Purg., iv, 59. 

Il cielo stellato era mosso verso la parte d'oriente l'una 
delle dodici parli di un grado, ecc. Ora, dacché il movimento 
della stellata spera da occidente a oriente compie in cento 
anni un grado (Conv., li, 6), quindi è che Beatrice apparve a 
Dante, essendo in età d' otto anni e quattro mesi. 

Anziché graziosa, si vuol leggere gloriosa, perchè quando 
l' Allighieri scrisse la Vita Nuova « il Signor della giustizia 
avea già chiamato Beatrice a gloriare sotto l' insegna di Ma- 
ria : » V. N. , xxix. Ella già viveva in cielo cogli angeli e in 
terra coli' anima dì Dante: Conv., n, 2. Ed ecco perchè questi 
la riguarda come la Donna della sua mente. 

I quali non sapevano che si chiamare (qual nome do- 
vessero darle). Per semplice e naturale effetto che in loro al 
vederla si destava, la chiamavano Beatrice, indovinandone 
così il vero nome, come questo le convenisse propriamente. 

Lo spirito animale il quale dimora nell' alta camera, 
che è il cervello: perchè_, secondo Aristotele, « lo spirito ani- 
male è quello che dal cervello, principio delle funzioni ani- 
mali , discorre pe' nervi a promuovere esse funzioni (Della 
generazione animale, lib. n, cap. 3). 

Agli spiriti del viso vuoisi leggere, giusta i codici Mar- 
ciano (N. cxci, cl) e Riccardiano 1054, giacché s' accorda me- 
glio col vestra del testo latino seguente. Oltreciò gli sjiiriti 
del viso o gli spiriti visivi si rammentano pur altrove in 
un modo distinto : V. N. , xi, xiv. 

Lo spirito naturale è « la più pura e distillata porzione 



90 LA MTA NUOVA. 






del sangue, la quale, elaborata nell' epate o fegato, va collo 
stesso sangue per le vene ad eccitare la concozione : » Arist., 
op. cit. Onde al luogo presente ministra viene a significare 
lavora o risolve, concuoce, o alcun che di simile. 

Angiola giovanissima. I quattrocentisti nelle loro pitture' 
introdussero degli Angioli in forma di femmine , delle Angiole 
vo' dire , e Dante leggiadramente or qui ne abbellisce la sua 
prosa. L' umil pensiero che parlar mi suole D' uri Angiola- 
che in cielo è coronata (Ganz. Voi che, intendendo, il terzo 
del movete) : Conv. , n. 

Ond' io nella mia puerizia molte fiate V andai cer- 
cando, ecc. Dante ricorda altrove L' alta virtù che già V avea 
trafitto, Prima eh' ei fuor di puerizia fosse: Purg., xxx, 42. 

Ella non pare figliuola d'uomo mortale, ma di Dio. 
Omero dice di Ettore che « non pareva d' uomo mortale es- 
sere figliuolo , ma di Dio : » Iliade , xxxi, 258. Questo passo 
è citato da Aristotile {Bei Morali a Nicomaco, lib. vii, cap. i), 
e quindi ritengo anch' io che tale 1' Allighieri lo allegasse nel 
luogo presente, riferendolo alla sua donna. « Dicevano molti 
(vedendo passar Beatrice): questa non è femmina, anzi è 
uno de' bellissimi Angioli del Cielo. » Ed altri diceano: « che 
benedetto sia il Signore che sì mirabilmente sa operare! » 
V. N., xxvi. 

Era di si nobile virtù, ecc., che lo menava sempre in 
dritta parte volto : Purg. , xxxi, 423. 

Trapassando molte cose, le quali si potrebbero trarre 
dall' esempio donde nascono queste, vale a dire, dalla mente 
ove stanno scritte con quelle già accennate. 

Verrò a quelle (a dire delle altre parole) che hanno 
maggiore luogo nella mia memoria , cui piacque di ritenerle. 

III. — Pag. 3. 

Volse gli occhi verso quella parte, ov'io era molto pau- 
roso; agli occhi miei che eran paurosi, paventavano degli 
occhi suoi, dai quali « comecch' ella li muova, Escono spirti 
d' Amore infiammati, Che fieron gli occhi a qual che allor 



COMMENTI. 91 

gli guati, E passan sì , che 'l cor ciascun ritrova : » Ganz. 
Donne eh' avete intelletto cV Amore. « Io temo forte Del viso 
d' una donna che vi mira. » V. N., xxxvm. 

La qual cortesia (benignità) è oggi meritata nel grande 
secolo, rimeritata nel secolo immortale (Inf., n, 14) nel secolo 
novo (V. N., xxxn), nel secol degno della sua virtute (ivi, 
xxxm), in V alto cielo Ove gli Angeli hanno pace: Canz. 
Gli occhi dolenti per pietà del core. 

Mi parve allora vedere tutti i termini della beatitudine, 
o per dirla altrimenti, mi parve toccar lo fondo Della mia 
grazia e del mio Paradiso: Par., xv, 35. 

Una nebula di colore di fuoco, colorata come fuoco: 
Purg., xxxn, 9. E pareami con tanta letizia, mi si dimo- 
strava tanto lieto. 

Pauroso ben fu notato che qui importa quanto terribile 
o tremendo; siccome altrove: Temersi deve sol di quelle 
cose C hanno potenza di fare altrui male, Delle altre no, 
che non son paurose : Inf., li, 90. 

Sanguigno leggermente , d' un leggiero colore sangui- 
gno. Questo m'indurrebbe a spiegare per onestamente san- 
guigno quel colore onesto sanguigno, di che Beatrice a Dante 
apparve imprima vestita: V. JV., il. 

E quando egli era stato alquanto , avea un poco indu- 
giato, dopo alcuna dimora: Inf., x, 70. 

Lo mangiava dubitosamente , paventosamente, com'è 
nel sonetto: D' esto core ardendo (che in mano gli ardeva) 
lei paventosa umilmente pasceva. 

Trovatori furono « da' nostri chiamati i poeti , perchè 
quasi per un' occulta forza della natura , che da cotai principj 
origina i semi della poesia , si gettarono alle favole e a tro- 
vare da loro cose di nuovo: » Borghini, Orig. Fior., 5. 

Dante in sui diciott' anni avea già veduto per sé medesimo, 
senza aiuto di altro maestro , 1' arte del dire parole per 
rima. Il che mostra che per lui 1' arte del poetare tu tutta 
una felice ispirazione ed eccitamento di natura. Dire per rima 
in volgare tanto è, quanto dire per versi in latino , secondo 
alcuna proporzione : V. JV. , xxiv. 



92 LA. VITA NUOVA. 

Sonetto: A ciascun' alma presa, captiva d'amore, 
innamorata ; ai fedeli d'Amore avea egli primamente di- 
chiarato di voler rivolgere il suo sonetto. 

Suo parvente, ciò che lor pare; il loro parere o giù- 
dicio è , eh' ei desiderava conoscere. 

Già eran quasi che atterzate Y ore , volte la terza parte. 
Era cominciata perciò la quarta ora della notte, che è il 
tempo in che ogni stella trasmette a noi sua luce , n' è lucen- 
te. Così, anziché è più lucente, stimo doversi leggere col cod. 
Pogliani, perchè quello è propriamente '1 tempo che il cielo 
si rifa parvente Per molte luci in che una risplende: Par., 
xx, 6. Né v'ha qui paragone della luce del sole con quella 
delle stelle che, secondo la scienza dell' Allighieri, prendono 
dal sole tutte la loro luce; e possono tramandarcene il river- 
bero, sol quando il sole, che illumina tutto il mondo, 
Dell' emisperio nostro si discende. 

Involta in un drappo, dormendo, mentre dormiva, 
dormiente. Precedentemente è detto: « mi parea vedere una 
persona dormire (che dormisse) nuda, salvo che involta 
parea in un drappo sanguigno. » 

D' esto core ardendo, ardente. Quest'era la cosa so* 
vraccennata, la quale a vista ardea tutta. 

Quegli che Dante chiama primo de' suoi amici, è il suo 
prediletto concittadino e compagno Guido Cavalcanti: Inf.,x,60. 

Lo verace giudicio del detto sogno. Alcuni codici portano 
sonetto in vece di sogno , ma questa è senza manco la vera; 
lezione , perchè 1' Allighieri, pregando i fedeli d'Amore che 
giudicasser la sua visione , scrisse loro ciò che avea sognato 
o nel suo sogno veduto. 



IV. — Pag. 8. 






Il mio spirito naturale cominciò ad essere impedito 
nella sua operazione, siccome avea predetto : Heu miser quia 
frequente}- impeditus ero deinceps : V. N. , il. 

A molti amici pesava della mia vista, rincresceva del 
vedermi ridotto a si frale e debole condizione. 



COMMENTI. 93 

Invidia qui prende il senso di malignità, onde proce- 
deva il malvagio domandare che costoro facevano. 

Amore era quegli che così m' avea governato , fatto si 
frale e debole, distrutto. « Per cui t' ha così distrutto questo 
Amore?... Vedi come cotale donna distrugge la persona di 
costui? » Governare per distruggere è anco nella Commedia. 
Al vedere una turba d' anime , ciascuna pallida nella faccia 
e tanto scema, Che dall' ossa la pelle s' informava, Dante 
esclama: Chi crederebbe che V odor d' un pomo Sì gover- 
nasse, generando brama, E quel d' un' acqua, non sappiendo 
corno? Purg., xxm, 21, 35. 

Sorridendo li guardava, e nulla dicea loro. Il perchè 
di questo sorriso e silenzio ognuno, che abbia cuore, l'intende, 
e sa come talora siano eloquenti sopra ogni parola. 

V. — Pag. 8. 

Regina della gloria è « quella Reina benedetta Maria , 
lo cui nome fu in grandissima riverenza nelle parole di 
Beatrice: » V. N., xxix. 

VI. — Pag. 9. 

La cittade , ove la mia Donna fu posta dall' altissimo 
Sire, è certo la bella Fiorenza, in che Beatrice nacque , vi- 
I vette e morio: V. N., xli. E costei non fu poi donna vera? 
J Creda chi può a tanta finzione del cuore, e si provi ad imi- 
j tarla. 

Linea retta che muovea dalla gentilissima Beatrice e 
I terminava negli occhi miei. « E qui si vuole sapere che , 
•• avvegnaché più cose nell' occhio a un' ora possano venire , 
veramente quella che viene per retta linea nella punta della 
pupilla, quella veramente si vede e nella immaginativa si 
! suggella solamente: » Gonv., n, 10. 

Pensai di fare di questa gentile donna schermo della 
verità, di farmene cioè difesa per celare la mia volontà, il 
mio tanto amore per Beatrice. 



94 LA VITA NUOVA. 

Facessero, servissero a trattare di Beatrice, tornassero 
a sua lode, a cui solo intende 1' Allighieri nel presente libro. 

Altissimo sire: « La ministra Dell'alto Sire inf allibii. 
giustizia : » Inf. , xxix, 66. 

Serventese, specie di poesia lirica che, giusta il Varchi, 
è quella maniera di versi chiamati ora terzetti, ora ternari, 
e quando terzine, i quali non sono altro che versi di undici 
sillabe rinterzati: onde si dicono volgarmente terze rime. 

VII. — Pag. 10. 

« Allora dissi questo sonetto, » che è propriamente una 
Ballata; ma il Bedi ne avverte che gli antichi chiamano rin- 
terzati i sonetti di questa forma. « E di fatti questi compo- 
nimenti hanno quattordici versi condotti a legge di sonetto; 
ma vi sono intarsiati dei versi ettasillabi, due in ciascuna 
quartina, ed uno per ogni terzina, come si può vedere. » 

Ballata. Voi, che per la via d' Amor passate: voi 
che seguite Amore; voi, fedeli d' Amore. 

S'io son d' ogni dolore ostello e chiave, se ogni dolore 
in me non accolgo e chiudo. La lezione comune porta d' ogni 
tormento ostello , ma quella eh' io anteposi , viene dal codice 
Biccardiano 1054, e si riscontra meglio colla verità. « Ahi 
serva Italia, di dolore ostello! » Purg., vi^ 76. 

Per mia poca bontade, per mio merito che è poco, 
scarso. « poca nostra nobiltà di sangue! » Par., xvi, 1. 

Leggiadro core qui vai quanto bello, gentile, fatto per- 
ciò all' amore, come leggiadria importa il medesimo che bel- 
lezza o gentilezza. « In gaia gioventude Distrutta hai 
l'amorosa leggiadria: » V. N., vili. 

Ond' io pover dimoro , mi sto disconfortato, misero,- 
Povero ha puranco, tuttoché men propria, la significazione di 
misero in que' versi: « Buio d'inferno e di notte privata 
D' ogni pianeta, sotto pover cielo: » Purg., xvi, 2. 

Tutta la mia baldanza, ecc.; la mia bella difesa, la gen- 
tile donna colla quale io uvea celato il mio vero Amore. 

Di dir mi vien dottanza, temo, mi prende sospetto di 



COMMENTI. 95 

parlare. Certamente dotta e dottanza erano in antico usati 
per timore , sospetto e simili : « E' non v'era mestier più che 
la dotta: » Inf., xxxi, 110. 

Vili. — Pag. il. 

Signore degli Angeli, è Dio, eterna luce ed amore, 
Sole degli Angeli: Par., x, 53. 

Lo cui corpo (quello della giovane donna summentovata) 
vidi giacere senza V anima ; la vidi quando il suo corpo 
! disanimato giaceva: » Purg., xv, 85. 

Sonetto i. Piange Amore, Beatrice che visibilmente 
parea Amore in forma vera. 

Udendo qual cagion lui fa plorare, o, come si ridice 
nel commento; Udendo la cagione percìi" ei piangea. 

Amor sente a pietà donne chiamare , però che queste, 
com'è detto, piangevano pietosamente , e si venivano ecci- 
tando la pietà in altrui. 

Il suo crudele adoperare, la sua fiera mano, la co- 
stante sua arte di pietà nimica. 

Guastando, fuor a dell' onore (che non può sentir danno) 
ciò che in gentil donna al mondo (quaggiù) è da lodare, 
gioventù e bellezza. Il che viene a dire quello che poi si 
chiarisce: Dal secolo hai partita cortesia, E ciò che in donna 
è da pregiar, Virtute (ecco 1' onore non potuto guastare) : 
In gaia gioventude Distrutta hai l'amorosa leggiadria. Que- 
ste sono le doti laudabili che morte distrusse o guastò in 
quella donna, giovane che era e di gentile aspetto molto. 
Ma non potè toccarne V onore, la virtù e cortesia, dacché, 
dalla sua anima indivise, 1' accompagnarono insin al cielo. 

Sovra la morta immagine avvenente, cioè sovra la bella 
sembianza del corpo che giaceva senz' anima. 

Sonetto ii. Morte è giudizio incontrastabile , sentenza, 
decreto, contro cui non v'è alcun riparo o difesa: « Statutum 
est hominibus semel mori. » 

E se di grazia ti vuoi far mendica. Alcuni codici a 
stampa portano: E se di grazia tivo'far mendica, privartene. 



96 LA VITA NUOVA. 

Pur io antepongo 1' altra , che è la volgata , perchè Dante 
qui presuppone che la Morte, non ostante i vitupèri contro a 
lei gittati , voglia ancora mendicar grazia. E però il Poeta 
soggiugne, che gli conviene vituperarla , dicendo come il fallo 
di lei (per aver messo la crudele opera in sì gentil cuore) sia 
tortoso (iniquo) sopra ogni torto, iniquissimo veramente. 

Ma farne cruccioso, dolente, rattristarne, renderne 
pensoso ogni fedele d' Amore, tanto che non cessi dal rinfac- 
ciarti la spietata opera tua. 

Bai secolo hai partita cortesia. « Poiché la gentilissima 
donna fu partita da questo secolo: » V. N., xxxx. 

Le fece orranza. Dante qui parla d' alcuno onore che 
Amore fece a questa donna. 

Che per le proprietà sue conosciute. Non voglio mani- 
festare qual donna sia più che (oltre a quello che) ne dissi. 
Ma per le sue proprietà conosciute (cortesia, virtù, gaia gio- 
ventute, amorosa leggiadria) è tale, che chi non merta salute 
(per virtù non è degno del cielo) non isperi mai d' averla a 
compagna. « Vede perfettamente ogni salute Chi la mia 
donna tra le donne vede : » V. N., xxvm. 

IX. — Pag. 13. 

Egli mi parea sbigottito e guardava la terra. « Gli ] 
occhi alla terra e le ciglia avea rase D' ogni baldanza: » ' 
Inf., vili, 118. E sospirando pensoso venia, Per non veder la 
gente a capo chino. Ed è bello osservare come la prosa qui 
assuma i crescenti colori e le sembianze della poesia. 

E però quel cuore ch'io ti faceva avere da lei, presso 
di lei. Il Witte conformandosi a un suo Codice, propone di 
leggere a lei, invece della comune da lei, che è la vera le- 
zione, raffermata da quanto si ridice nel sonetto: « Amore 
mi chiamò per nome, E disse: Io vegno di lontana parte 
(vengo da quella donna), Ov' era lo tuo cor per mio volere. » 
Sono ben da attendersi e da recar in esame le Cento e più 
correzioni al testo delle Opere Minori di Dante Allighieri 
proposte da Carlo Witte. Halle, 1853. 



COMMENTI. 97 

Disparve tutta questa mia immaginazione, tutto ciò 
eh' io vedea nell' immaginazione : « V immaginar mio cadde 
giuso : » Purg., xvn , 43. 

Sonetto. Meschino benché importi anche servo, qui vale 
misero, avvilito, sbigottito, quale chi ha perduto signoria. 

E recolo (il tuo cuore) a servir nuovo piacere, altra bella 
donna: lo porto a donna, la quale sarà tua dif emione , 
come questa era. Nella Commedia s' incontra spesse volte 
piacere per oggetto piacente o bello , eh' è tutt' uno , come 
desiderio per la cosa desiderata, quella che ne è il termine. 

Allora presi di lui sì gran parte. Nel sonetto è Dante che 
all'udire Amore, prende di lui gran parte, ne resta forte 
impressionato. Invece nella prosa avea detto, che gli parve 
come Amore gli desse di sé grandissima parte , lo impres- 
sionasse, lo investisse di sé , a sé gli tenesse V anima volta, 
V occupasse sì del tutto , eli ci non s' accorse punto come 
Amore poi disparisse. La frase fu variata , senza né punto 
toglierle di verità e di bellezza. Il Vocabolario non registra il 
dar parte disc ad uno per occuparlo , né similmente prender 
parte di uno : ma sì registra solo prender parte in uno nel 
significato di impadronirsene. 

X. — Pag. 15. 

Nel cammino de 1 sospiri, in quello ov' egli incontrò 
Amore che sospirando pensoso venia. 

Mi pesava duramente. Dante comincia una sua Canzone 
« E' m' incresce di me sì duramente. » 

Voce soverchievole , disconvenevole , che passava oltre i 
termini della cortesia. 

Quella genlilissima che fu distruggitrice di tutti i vizi 
e regina delle virtù, è la Beatrice, donna di virtù : Inf., li, 76. 

XI. — Pag. 15. 

Ammirabile salute, saluto o salutazione. Il dolce Poeta 
allor che s' avea proposto « di fare un sonetto, nel quale 

7 



98 LA VITA NUOVA. 

salutasse tutti i fedeli d'Amore » riscrive ad essi : Salute in lor 
signor, cioè amore: V. JV., HI. 

Nullo nimico mi rimanea, ecc. « Fuggon dinanzi a lei 
superbia ed ira: » V. JV, xxi. 

La mia risponsione sarebbe stata solamente Amore , con 
viso vestito d' umiltà. La bellezza e verità di queste parole è 
tale , che niuno la può intendere, se non ha cuore per sentirla. 
Ogni pensiero a Dante , ogni parola gli ragionava d' Amore ; 
Amore gli era in cuore, e la sua voce si movea pur con la lin- 
gua oV Amore; ed ecco la fonte della vera inspirazione. 

E quando ella fosse alquanto propinqua (prossima) a 
porgermi il saluto, al salutare, ecc. « Amor, quando sì presso 
a Voi mi trova, Prende baldanza e tanta sicurtate, Che 
fiere tra' miei spirti paurosi , E quale ancide e qual caccia 
di fuora ; Sicch' ei solo rimane a veder vui : » V. JV, xiv. 

Non che Amore fosse ostacolo ad impedirmi che l' ecces- 
siva beatitudine non m' invadesse, non mi entrasse in cuore, il 
mio corpo era tutto sotto il suo reggimento : perocché ei lo 
signoreggiava per virtù della gentilissima donna: V, JV, ix. 

Ridondava la mia capacitade , sopravanzava le mie forzej. 
per soverchio di dolcezza, m' inebriava, faceva me ame uscir 
di mente: Purg., vili, 15. 



XII. — Pag. 46. 



La mia beatitudine mi fu negala, mi fu negato cioè il 
dolcissimo saluto di Beatrice, nel quale stava tutta la mia 
beatitudine: V. JV., x. 

Donna della cortesia per donna cortese, giusta il Sal- 
vini, è modo ebraico, siccome signore della nobiltà in luogo 
di signor nobile. Ma parmi che donna qui valga quanto 
signora, regina, posseditrice, dominatrice; e di fatti poco 
sopra quella gentilissima fu detta Regina delle virtù. Ond' è, 
che anco signore in questo luogo verrebbe a tenere il suo 
proprio signilicato di padrone o posseditore della nobiltà : ciò 
che vuol dire averla in proprio. 

Amore, aiuta il tuo fedele , servo. « Or abbisogna il tuo 






COMMENTI. 99 

fedele di te: » Inf., n, 98. « Volgi, Beatrice, volgi gli occhi 
santi ... al tuo fedele: » Purg., xxxi, 134. 

Mi parca vedere nella mia camera lungo me sedere un 

giovane. Qui lungo dee valer quanto presso , come altrove: 

« Una donna giovane e gentile, la quale era lungo il mio 

i letto : » V. N., xxm. « Io m' accostai con tutta la persona 

Lungo il mio duca : » Inf., xxi, 97. 

Un giovane vestito di bianchissime vestimento, e pen- 
\sando molto, quanto alla sita vista. Così parmi doversi scri- 
vere col Witte, laddove le altre edizioni mettono un punto 
dopo molto , e ricominciano il periodo con « Quanto alla sua 
vista. » Pensando vuoisi riferire a pareo vedere, e indi il 
concetto verrà chiaro e intero. Mi parca vedere un giovane... 
quanto alla sua vista (al suo sembiante , a quello che appa- 
ia riva) pensando molto , assai pensoso, tanto che poi fu veduto 
i piangere. « Quanto alla vista (a ciò eh' io mostrava nel sem- 
biante) V andare mi dispiaceva: » V. N., ix, xvr. 

Là ov' io giaceva, dormiva. In solinga parte s' era egli 
addormentato come un pargoletto battuto, lagrimando. 
Fili mi, etc. Figliuol mio, è tempo che finiscano queste 
'simulazioni. Leggo col Fraticelli simulata, perchè queste 
donne di che F Allighieri fingea d'essere preso e ne faceva 
schermo alla verità, eran propriamente un simulato amore: 
| V. N., ix. Ma per altro non rifiuterei la lezione comune che mi 
; porge anco un senso ragionevole e ben accomodato. Peroc- 
ché simulacro importa quanto idoli, immagini, e quegli 
amori erano per Dante immagini del suo vero amore, e con 
lesse ne celava il segreto : V. N., v, vili. 

Nelli miei sonni. Alcuni codici e stampe hanno sospiri 
in luogo di sonni, ma questa è senza manco la vera lezione, 
chi rammenti come ne'paragrafi superiori si ripete che .Amore 
apparisce a Dante in sonno, il quale poi vien di solito a tra- 
smutarsi in sogno o visione. 

Ego tanquam centrum circuii, etc. Io sono come il centro 
di un circolo, cui in simile modo si hanno (si riferiscono) le 
parti dello circonferenza: io duro costante, non così tu. Il 
che riesce a dire: io rimango sempre lo stesso, non mi muto 



100 LA VITA NUOVA. 

mai per diverse che siano le circostanze in cui m'aggiro, ma 
tu invece ti cambi di frequente. 

M'ebbe parlato molto oscuro, con tanta scuritetele. Poi ; 
soggiugnendo, che Amore gli parlò in parole volgari, l'Alli- 
gbieri mostra che allora gli era ancor diffìcile l'intendere bene 
il latino. E fu solo dopo perduta Beatrice, il primo diletto 
della sua anima, che egli si mise a leggere il libro della Con- 1 
soluzione di Boezio e dell' Amicizia di Tullio. Ma avvegnaché 
(così ei ne scrive) duro mi fosse prima entrare nella loro 
sentenza, finalmente v' entrai tant' entro, quanto Varie eli' 
Grammatica ch'io avea, e un poco di mio ingegno poteei 
fare: Conv., ri, 13. 

Non dimandar più che utile ti sia, non chiedere se non 
quanto ti sia utile, più oltre al bisogno. 

La donna, la quale io ti nominai nel cammino de' so- 
spiri, per la via dove amore veniva pensoso: V. JV., ix e x. 

Temendo non fosse noiosa (a lei), noievole, temendo di 
ricevere noia, dubitando non le recasse noia la tua persona. 

La forza eh' io tengo sovra te per lei. Amore infatti 
signoreggiava Dante per virtù della gentilissima donna ■ 
(V. N., ix) la cui immagine gli era ognora presente: ivi, ir. j 

E come fossi suo tostamente dalla tua puerizia. « L'alta 
virtù che m'avea trafitto Prima ch'io fuor dipuerizia fossi: »j 
Purg., xxx, 42. L'anima mia fu sì tosto a lui (ad amore) di- 
sposata; onde io nella mia puerizia molte fiate andai cer- 
cando quell'Angiola giovanissima: V. N., n. 

E per questo (ch'io le ragionerò) sentirà ella (conoscerà) 
la tua volontade: s' avvedrà della tua fermata fede : V. N., IH 

Quelle parole , per cui m'introdurrai a parlare e pren- 
dere la tua difesa, fa chesieno uno mezzo, un modo indiretto, 
intermediario fra te e lei , alla quale non è degno, non si 
conviene parlare diretto, immediatamente. Ciò dice perchè 
eli' era eulirata e poteva leggermente fargli disonore, disde- 
gnando le parole di lui. 

E non le mandare in parte alcuna senza me, ove (nella 
quale parte) potessero venire intese da lei, e non ci fossi io 
a ragionare la tua scusa. 



COMMENTI. 101 

Nella quale (soave armonia) , nelle quali parole di dolce 
suono, io sarò, piglierò a ragionare la tua parte, tutte le 
volte che farà mestieri a tua difesa. 

Seguitassi , tenessi dietro a ciò che Amore m'avea impo- 
sto di fare: scrivessi al modo eh' ei m'avea dettato. 

Ballata. La qual (scusa) tu canti, tu esprimi in rime, 
con parole in rima. 

Se tu vogli andar sicuramente. La conforta perchè vada 
più sicura e senza pericolo alcuno. 

Che forse non è buon (dicevole) senza lui gire, perchè 
non sarebbe degno che tu parlassi a lei senza questo mezzo. 

Con dolce suono ; ecco che Dante comincia con la soave 
armonia, di che gli fu imposto di adornare le sue rime. 

Amor è quei che per vostra beliate, Lo face, come vuol, 
vista cangiare.... E non pensate, donna, onde si mova 
Ch'io vi rassembri sì figura nova (perch'io mi cangi in 
figura d'altrui), Quando riguardo la vostra beltate? V. N., xiv. 
« Lo smarrito volto, Come amor vuol, cosi le colorava: » 
Purg., xix, 15. 

Il 'perchè, la cagione che mi fece mirare altra donna, 
pensatelo voi , dappoiché al pronto cangiarsi della mia vista 
dinanzi a voi, potete accertarvi che il mio cuore verso di voi 
non s'è mutato, s'egli è che lo viso mostri lo color del core. 
Vuol dir con questo , che il suo cuore è stato fedele sempre , 
con fermata fede verso di Beatrice, e che ben altra cagione 
che amore, dovette muoverlo a guardare quell' altra donna. 

Lo pronta ogni pensiero. Alcuni de'codici e delle stampe 
hanno invece gli ha pronto o V ha pronto o l'ha in pronto 
ogni pensiero , ma parmi da prescegliere la lezione pronta, 
avvalorata dal Dionisi e dal Witte con autorevoli codici e con 
savia critica. Quest' ultimo reca pure all' uopo quel passo del 
Purgatorio, dove prontare riceve per appunto il significato di 
sforzare : « S' altra cagione in contrario non pronta : » 
Purg., xni, 23. Del resto i codici Riccardiani 1340, 1034 e 1140 
vengono in appoggio della nostra lezione. 

Tosto fu vostro (tostamente dalla sua puerizia), e mai 
non s'è smagato: e d' allora in poi, non cessò mai d' essere 



I 

102 LA VITA NUOVA. 

vostro, non deviò, non is mar ri mai da voi. « Ed eran st 
smagati Gli spirti miei, che ciascun giva errando: 
V. N., xxhi. E prima avea detto : Mi giunse un sì forte smar- 
rimento, ch'io cominciai a travagliare come farnetica persona 
ivi. Smagare e smagato occorrono frequenti nella Commedia 
di Dante e nelle altre Rime. 

Che ne sa 'l vero. La volgata porta s' egli è vero, ma 
deve ritenersi 1' altra, perchè nell' antecedente prosa il Poeta 
dice che Amore gl'impose che di ciò, onde ora si parla, chia 
masse testimonio colui che 'l sa. 

Che mi comandi per messo (per un messaggio) eh' io 
muoia, E vedrà bene ubbidir servitore, vedrà obbediente 
il servitore, da che a servirla questi avea eccitamento in ogni 
pensiero. La lezione, che anch'io prescelgo, è del cod. Po- 
gli ani , laddove in altri si legge men bene: E vedraisi ubbi 
dir buon servitore, o, E vedrassi ubbidire al servitore. 

A colui eh' è d'ogni pietà chiome, ad amore che accoglie 
aduna in sé ogni pietà. « Immaginate S'io son d' ogni dolor* 
ostello e chiave: » V. N., vii. 

Avanti che sdonnei, prima che tu ti parti dalla mia donna. 
Sdonnei non si deve già riferire a colui, eh' è d'ogni pietà 
chiave, ma si alla Ballata alla quale fu imposto di andare 
Madonna davanti. Del rimanente sdonneare è il contrario di 
donneare, derivato dal provenzale domneiar che significa con- 
versar con donna, dimorare con essa, e quindi può usarsi 
semplicemente per conversare. « La mente innamorata che 
donnea Con la mia donna sempre : » Par., xxvn, 88. 

Che le saprà contar mia ragion buona: perchè ei potrà 
ben ragionare con lei la mia scusa Per grazia della mia 
ìiota soave, della soave melodia, di che mi prescrisse d' or- 
nare le mie parole. Dopo soave pongo due punti, giacché ivi 
finiscono le parole di Dante alla Ballata, e cominciano le altre 
che la Ballata deve dire ad Amore. La nota soave che Amore 
già mostra d' aver racccomandato al Poeta, sono Le dolci ri- 
me d' Amore, che ei solea cercar ne' suoi pensieri, il soave 
stile, che poi sempre tenne nel ragionare d'Amore: Conv., iv. 

Del tuo servo, di me che son tuo fedele, soggiunge l'Ai- 



COMMENTI. 103 

lighieri ad Amore. Il resto della Ballata riesce chiarito dal 
commento. 

Comm. In parte dubbiosa è della volgata ; ma parmi la me- 
glio In parte più dubbiosa, come legge il Witte. Gol quale mi 
accordo nel credere che Dante qui accenni a un altro più forte 
dubbio risguardante ciò che dice d'aver parlato d'Amore, 
come se questo fosse non solo sostanza intelligente, ma come 
se fosse sostanza corporale; V. N., xxv. E ciò m'indusse a 
leggere col cod. Magliabechiano 143 « intenderà e in quello 
modo » là dove la comune porta intenda e in questo modo. 
Gli è poi di molto notabile questa Ballata , perchè sono le 
prime parole in rima, nelle quali siasi scopertamente par- 
lato del verace amore di Dante, dell'amore che si per tempo 
lo ebbe avvinto alla sua Beatrice. 



XIII. — Pag. 20. 

Amore.... trae lo intendimento del suo fedele da tutte 
le vili cose. Dante acceso d' amore per la sua Beatrice, fu da 
costei volto nella diritta via e impresso di tali desiderii, che lo 
menavano ad amare il sommo Bene, eh' è il fine di tutti i 
disii: e di là dal qual non è a che s' aspiri: Purg., xxx, 121. 

Tanto più gravi e dolorosi punti (ostacoli) gli conviene 
passare. Pianti si trova in parecchi de' codici in luogo 
di punti, che è la verace lezione. 

Come colui, ecc. Ecco tutto ciò spiegato, anziché conden- 
sato, in un verso: Come uom che va né sa dove riesca: 
Purg., il, 12, 132. I pensieri che si agitarono nella mente del 
gran Poeta, furono costanti, e la più parte originati dalle 
profonde impressioni ricevute ne' diversi casi della sua trava- 
gliati ssima vita. Ond' è che ricorrono spesso negli scritti di lui 
e prendono varia forma secondo la qualità del lavoro e la ma- 
teria avuta a trattare. 

Questa via (dove tutti questi pensieri mettevano capo , 
s' accordavano) era molto mimica verso di me, perchè 
m'obbligavano a invocare la mia nimica, madonna la Pietà. 



404 LA VITA NUOVA. 

Sonetto. Mi fa voler sua potestate, mi muove a deside- 
rare di pormi sotto la signoria di Amore. 

Altro (l'altro de' pensieri) forte ragiona il suo valore, 
dimostra eh' è forte (dolorosa e grave) la virtù d' Amore. 
Tutte le stampe hanno folle in luogo di forte, che mal si 
seppe ritrarre da chi ebbe sott' occhio i più autentici mano- 
scritti. Ma vuoisi tenere per certissima verità la nostra lezione, 
giacché solo essa inchiude il concetto che Dante aveva sovre- 
sposto nella prosa: « Non buona è la signoria d' Amore, per- 
chè quanto il suo fedele più fede gli porta, tanto più gravi e do- 
lorosi punti gli conviene passare. » Si vegga anche V. ÌV.,xviii. 

Altro pensiero sperando (colla speranza che mi sveglia, 
col dolce che mi promette neh' operazione d'Amore), m' ap- 
porta dolzore, dolcezza. 

Altro mi fa pianger spesse fiate, perchè questo pensiero 
gli ragionava come la donna , per cui Amore lo strinse, noni 
era facile a mutarsi; e che indi si rassodava quel forte legame. 

Tremando (per dover rivolgermi alla Pietà che è mia 
nimica) di paura che è nel core, risiede nel cuore: V. IV.,' 
xiv. « La paura Che nel lago del cor m'era durata: » 
Inf., i, 20. Ciò si spiega nella Canz., Così nel mio parlar 
voglio esser aspro: st. 4. 

Ond' io non so da qual (pensiero) materia prenda, vo-1 
lendo ragionare d'Amore; non so di qual più mi debba dire. 
E perciò mi trovo in amorosa erranza, in isvagamento, 
ne' deviamenti di Amore. 

E se con tutti vo' fare accordanza, mettermi in accordo, 
bisogna che io chiami la Pietà, perchè appunto essi tutti s'ac- 
cordavano in farmi chiedere pietà. 

Comm. Dico Madonna, quasi per {sdegnoso modo di 
parlare, per derisione o ironia, dovendosi la parola intendere 
al contrario di quello che suona comunemente. 

XIV. - Pag. 22. 

Non sapendo a che fossi menato, perchè, per qual ca- 
gione fossi condotto là ove erano adunate quelle donne gentili. 



COMMENTI. 105 

Onci' è che Dante poscia richiede all'amico suo: Perchè senio 
noi venuti a queste donne? 

Fidandomi nella persona (amica mia), la quale persona 
un suo amico avea condotta all' estremità della vita, ridotta 
presso che a morte. Quale sia questa persona amica del Poeta 
e anche amica di tale, da cui ebbe quasi ad esser morta, non 
v'ha indizio sicuro a poterlo conghietturare. Ma quivi certo 
si accenna a ben altra persona, che a Dante. 

Disposata era lo giorno, quel giorno. Così altrove: 
« Assicurandomi che lo mio segreto non era comunicato lo 
giorno » (V. N., v) non erasi svelato in quel giorno. 

Nel primo sedere che facea (la prima volta che sedea) 
alla mensa nella magione del suo novello sposo. Tengo que- 
sta volgata lezione, perchè meglio si conforma alla verità del 
fatto e al naturale costrutto , che non 1' altra : Nel primo se- 
dere alla mensa che facea nella magione, ecc. Che facea si 
riferisce a sedere e non a nella magione, cui tutte invece le 
parole precedenti son collegate. 

Balla sinistra parte, da quella parte ove il cuor ha la 
gente: Purg., x, 48. Questo mirabile tremore (perla mara- 
viglia dell'amata donna) dal quale or prima è occupato l'animo 
di Dante, gli si rinnoverà ognora che gli avvenga di trovarsi 
alla presenza della sua Beatrice. Dinanzi a costei egli per con- 
sueto rimaneva di stupor tremando affranto: Purg., xxx, 36. 

Mirando le donne, levai gli occhi, e vidi tra loro la gen- 
tilissima Beatrice. « Guardai in alto e vidi le sue spalle 
(del monte): » Inf., i, 16. 

E avvegnaché io fossi altro che prima, fossi cioè trasfi- 
gurato, avessi preso come figura nuova. 

Se questi non ci sfolgorasse cosi fuor del nostro luogo. 
Gli spiriti n' eran discacciati, tanto che doveano rimaner 
fuori de' loro strumenti. Che sfolgorare qui importi discac- 
ciare, cacciar di fuora, si deduce sicuramente da quanto viene 
soggiunto^ cioè che questi spiriti discacciati rivennero alle loro 
possessioni. Nel sonetto v'è pur a notare caccia di fuora. 

Si gabbavano, si ridevano di me, della mia trasfigura- 
zione, della mia mia nuova vista, come dirà poi nel sonetto. 



106 LA VITA NUOVA. 

Onde V ingannato amico mio, ingannato nel credere ad 
esso, che ragionando si gabbavano di me. Accetto questa le- 
zione del codice Pogliani, la quale viene ben certa da quanto 
segue. Perchè se di buona fede l'amico prese Dante per mano 
e lo allontanò da quelle donne, mostra che alle costoro parole 
fu ingannato. Altri codici portano invece semplicemente: Onde 
V amico di buona fede ini prese ; e altri : Onde V amico di 
ciò accorgendosi, mi prese. Ma 1' accorgersi di tai discorsi gli 
era facile a colui,, che era parte di quella festevole compagnia, 
ma non così di leggieri dovea lasciarsene ingannare. 

Traendomi fuori della veduta di queste donne, condu- 
cendomi là dove queste donne non mi potevano, più scor- 
gere, mi domandò ch'io avessi. 

Tornati gli spiriti alle loro possessioni, al loro luogo, 
agli strumenti od organi per cui mezzo sogliono dispiegare 
le loro operazioni. 

Io ho tenuto i piedi in quella parte della vita, di là dalla 
quale parte (che è 1' estrema) non si può ire con intendi- 
mento di ritornare, perchè a quel punto succede la morte. 
Siffattamente ei volle dirne che fu li lì per morire. 

Partitomi da lui (e quindi dalla lieta brigata), mi ritor- 
nai nella camera delle lagrime, in quella dov' io potea la- 
mentarmi senza essere udito e ove già lagrimai come un 
pargoletto battuto: V. N., xn. 

Gabbasse la mia persona, si facesse gabbo di me per ve- 
dermi trasfigurato in cosi nuova maniera. 

Io so bene eh' ella (la cagione del mio trasfiguramento) 
non è saputa, conosciuta. Altri sembra che pigli errore, ri- 
ferendo è saputa a Beatrice, quasi non fosse stata consape- 
vole di essa cagione. 

Desiderando che per avventura venissero nella sua 
udienza, vi s'abbattessero si , che le potesse forse ricevere. 

Sonetto. Mia vista gabbate, voi vi gabbate della mia 
persona che visibilmente è trasmutata , fatta schernevole 
quanto alla vista. 

Onde si muove, la cagione da cui procede. Muovere ben 
di frequente si usa per cagionare. « Questo ohi muove? » 



COMMENTI. 107 

disse Dante, volendo sapere la cagione del vento che gli pa- 
reva sentire: Inf., xxxiir, 104. 

Tener più cantra me l'usata prova, essermi così nemica 
come sempre m' è stata: V. N., xm. 

Fiere (fiede) qui non importa infierisce, cova' altri ha 
interpretato, ma ferisce, percuote, dà dentro. 

Ei solo rimane a veder vui, perocché Amore voleva stare 
nel loro nobilissimo luogo per vedere la mirabile donna. 

Ond' io mi cangio in figura cV altrui, prendo altro 
aspetto o figura, rassemhro figura nuova, mi trasfiguro. Ed 
è qui belio di considerare il vario modo, in che un mede- 
simo pensiero viene espresso ed abbellito. A diverso proposito, 
nella Commedia per dinotare l' inganno di Mirra scellerata, 
1' Allighieri dice che costei falsificò sé in altrui forma, sic- 
come lo Schicchi falsificò in sé Buoso Donati, pigliandone le 
sembianze e simulando di esser lui stesso: Inf., xxx, 41 e 44. 

Li guai de' discacciati tormentosi. Ma non sì (mi tra- 
sfiguro, divento altro che prima) eh' io non senta bene allora, 
che molto non mi dolga di questi spiritelli discacciati, i 
quali si lamentavano forte, traevano guai tormentosi. 

Comm. Per la sua ragionata cagione. Così troviamo in 
alcuni codici, ma io mi attenni al Witte, cui parve doversi 
leggere su anziché sua. E cagione bisogna leggere, ragionan- 
dosi in prima la cagione del trasfiguramento. 

Ed a coloro che vi sono (che in simile grado si sentono 
fedeli d'Amore) è manifesto. 

Acciocché (perciocché) il mio parlare serebbe indarno o 
di soverchio; il che è male, essendo che il parlare dev'essere 
sempre ad alcun buono intendimento e utilità. 

XV. — Pag. 24. 

Ed era di cotale ragionamento meco. La volgata invece 
legge continuamente era meco, discostandosi dalla verità. 
Imperocché al luogo presente, come poscia meglio apparisce, 
questo è il ragionamento che a Dante facevasi da Amore tut- 
tora consigliato dalla ragione. 



108 LA VITA NUOVA. 

Ponendo che tu avessi libera ciascuna tua virtù (po- 
tenza)m quanto tu le rispondessi; posto cioè che tu fossi libero 
tanto, da poter risponderle. 

Le passate passioni (i sofferti affanni, tormenti) non mi '■ 
ritraggono da cercar la veduta di costei, non m'impediscono 
il desiderio che mi muove a rivederla. 

Sonetto. Ciò che m' incontra (ogni opposto pensiero 
che sorga) nella mente (nella mia memoria) muore, resta, 
distrutto dal mio desiderio e vengo a veder voi, bella gioia, 
la vostra mirabile bellezza. 

Lo viso (che tutto smuore, impallidisce : V. N., xxi) mo- 
stra lo color del core, lo stato in cui il cuore si ritrova, la 
passione da cui è posseduto. 

Che tramortendo (il qual viso discolorandosi per man-j 
camento di suo vigore), ovunque può si appoia, s'appoggia' 
in qualsiasi parte gli sia dato. Il che accenna a quanto il Poeta 
sopra ne rammenta, d'aver cioè per grande tremito poggiata 
la sua persona subitamente ad una pintura, la quale cir- 
condava una magione dov' egli era: V. N., xiv. Viso qui si 
vuol intendere per tutta la persona. 

E per V ebrietà (1' eccesso del gran tremore) insili le 
pietre sembra che commosse di pietà, m' implorino la morte 
per meno danno : giacché io la invoco per dolce mio riposo.- 

Per la pietà (per la pietosa vista, sembianza di pietà) 
la quale pietà (che negli occhi mi giugne) è distrutta (rispetto 
ai suoi effetti), perchè Voi insieme con l' altre donne, onde 
siete accompagnata, vi fate gabbo, vi ridete della mia vista 
che vi pare schernevole: Coli' altre donne mia vista gabbate: 
V. N., xiv. Ciò che indi seguita è chiaro per le cose prece- 
denti. Ma si ponga mente alle sottili divisioni onde 1' Allighieri 
ragiona la sentenza racchiusa nel sonetto, e si vedrà l'arte 
a cui egli seppe attemprare e scorgere i suoi pensieri anche 
neìì' impeto degli alfetti e della fantasia. E di quanta passione 
e. verità non avvivò osrni suo accento! 



COMMENTI. 109 



XVI. — Pag. 26. 

Non mi purea che fossero manifestate ancora per me, 
da me, per le cose dette negli antecedenti paragrafi. 

Quando la mia memoria (delle passate passioni) mo- 
vesse la mia fantasia ad immaginare quale Amor mi facea, 
la oscura qualità che mi donava, la pietosa vista che per sua 
cagione appariva nel mio volto. 

M' impugnava, legge il cod. Laurenziano 42, plut. 40, 
e mi par meglio che la volgata « mi pugnava. » 

Disconfiggeva la mia poca vita, finiva di abbattere e di- 
struggere quel po' di vita che ancor ini rimaneva. 

Sonetto.' V oscura qualità è la schernevole vista a cui 
Dante perveniva, quando Amore lo conduceva presso della 
mirabile sua donna. 

Avvien egli mai a persona (sottintendi) ciò che av- 
viene a me? Qual' è che si trovi mai in un cosi compassione- 
vole stato? 

Subitanamente; Amore di subito m'assale forte, che la 
vita quasi m' abbandona, mi lascia. Allora quasi la vita 
si parte da me, non rimanendomi altro di vita se non un 
pensiero, che mi ragiona della mia donna. Questo è il solo 
spirito vivo che gli dava scampo o salute: e questo rima- 
nevasi in vita, perchè era un pensiero che gli ragionava della 
sua donna. 

Un tremito, un tremore che fa partire V anima dai 
polsi, dal sangue in sul quale V anima ha sua sede, e il cui 
tremito si manifesta ne' minimi polsi : Purg., v, 74. Il popolo, 
a significare un simile stato doloroso, suol dire: Mi si divide 
V anima dal core. 

Non m' intrametto se non di distinguere le parti, io 
non mi travaglio di più divisioni. « Qui non mi trametto di 
narrare la sentenza delle parti : » V. N., xxn, xun. 



110 LA VITA NUOVA. 

XVII. — Pag. 28. 

Però che furo narratomi di tutto quasi lo mio stato, 
notificarono presso che tutta lamia condizione. Quattro cose 
furono narrate nell' ultimo de' tre sonetti , e nel secondo v' ha 
cinque diverse narrazioni: una sola e principale fra tutte è 

nel primo: « Quando riguardo la vostra beltate Amore 

uccide tutti i miei spiriti e li visivi rimangono in vita. »^ 

XVIII. — Pag. 28. 

Ciascuna di loro era stata a molte mie sconfitte, fu 
più volte presente allora, che la veduta di Beatrice (il vederla' 
disconfiggeva la mia poca vita: V. N., xvi. 

A che fine ami tu questa donna , poiché tu non puoi 
la sua presenza sostenere. E la donna, che mercè d' amore 
adoperò in Dante questi sensibili e tanto continuati effetti, 
non fu mai vestita di carne mortale ? Rispondete voi, donne 
gentili. 

Cominciaro ad attendere in vista la mia risponsione , 
attente mi guardavano nell' aspetto per raccoglierne la mia 
risposta. « L'alto Dottore.... attento guardava Nella mia 
vista, s' io parea contento: » Purg., xvm, 2. 

Mi parea vedere le loro parole. Invece di udire, come 
è nella volgata, il codice Pogliani legge vedere, e 1' editore 
Pesarese dirittamente accredita questa lezione, perchè quelle 
donne parlano tra loro, e Dante non dice di che parlassero. 
Ma ancorché ciò fosse avvenuto, e le donne .avessero parlato 
con lui , non so perchè fosse inconveniente il dire che gli 
parea vedere le loro parole mischiale di sospiri. Dunque 
l'Ugolino mal si espresse con Dante, dicendogli: Parlar ela- 
grimar vedrai insieme? Inf., xxxm, 9. L' un luogo è di- 
chiarazione dell' altro. 

E proposi di prendere materia del mio parlare sem- 
pre mai quello che fosse loda di questa gentilissima. Memo- 
revoli e degne al certo di notarsi mi sembrano queste parole, 



COMMENTI. ili 

da cui si manifesta che Dante nelle sue Opere , per variato 
soggetto che togliesse, volle per altro imprimervi una forma 
tale, che tornassero tutte in lode di Beatrice. Ond' è che nel 
Convito e nella Commedia e nelle altre Rime, anche nel 
recare la sua donna a simboli di nuovi e più sublimi amori 
là ricorda pur ad ogni tratto come il suo primo amore la 
donna cui prima il suo cuore fu disposato, e che poi sempre 
gli ebbe signoreggiato la mente. Volentieri col desiderio si 
torna al primo amore , come il più innocente e la sola spon- 
tanea rivelazione dell'anima. 

Così dimorai alquanti dì con desiderio di dire e con 
paura di cominciare. Il pensiero della fatica ardua e grande 
alla quale altri è per cimentarsi , sgomenta 1' animo , e nella 
bramosia che pur lo eccita a dire , una segreta forza lo ritiene 
dal cominciare. Imperocché presa una volta la via , ci conviene 
procedere, e tra per i pericoli e la coscienza della propria 
debolezza, l'uomo sente di dover raccogliere tutte le sue 
forze per non essere sopraffatto dall'alta impresa e non mo- 
strarsi vinto da viltà nel ritirarsene. 

XIX. — Pag. 30. 

E non son pure femmine, femmine semplicemente, al 
modo volgare; ma che distinguonsi dall'altre per intelletto 
d' amore. 

Allora io dico che la mia lingua parlò quasi come per 
sé stessa mossa , e disse : Donne eh' avete intelletto d'amore. 
Dante qui nota (ripone nella mente) Vinspirazione d'Amore. 
Poscia sovr 1 essa pensando, ecco che dopo alquanti dì Amore 
gli detta di nuovo in cuore (gli favella dentro), ed egli, secondo 
che ode, scrive. Le sue dolci rime, quelle eh' ei soleva ri- 
cercare ne' suoi pensieri, dunque non eran altro che parole, le 
quali il cuore gli diceacon la favella d' Amore: V. N., xxiv. 
11 che valga a piena dichiarazione del sì notevole e celebre 
passo , là ove 1' Allighieri esprime in modo maraviglioso , onde 
venisse la novità e dolcezza dello stile che nel dire in rima 
egli avea introdotto : T mi son un che quando Amore spira, 



112 LA VITA NUOVA. 

noto, ed a quel modo Che detta dentro , vo' significando : 
Purg., xxiv, 52. Non diversa è l'arte de' sommi poeti, che 
bastano ad avvivare e ingagliardire la propria nazione e ren-~ 
dersi maestri del mondo civile. 

Ganz. st. 1. Donne eh' avete intelletto d' amore, gentili, 
amorose, che in cuore vostro comprendete che è Amore. In- 
telletto qui importa sentimento , anziché cognizione. 

Ma voglio ragionar (di esse lodi tanto) per isfogar la 
mente, che vi pensa ognora, ne ha pieno il pensiero ; tant' è 
il suo valore, i pregi, le lodi sue! Non vo' parlar di lei sì 
altamente che divenissi vile , non mi sbigottissi dal dire , 
per temenza di non poter seguitare in guisa, da giugnere con 
le parole a sì gran segno. 

St. 2. Angelo chiama il divino Intelletto: un Angelo 
grida a Dio, lo invoca. Ciò mostra di subito la verità della 
lezione ch'io accetterei sull'autorità del cod. Magliabechiano 
143 e de'Riccard. 1050 e 1054. Dalla volgata Angelo chiama 
(o clama) il divino intelletto, non si può cavar buon costrutto. 

Ne grida mercede , la grazia ne invoca ; come premio 
di merito, desidera di vederla tra i beati Comprensori. 

Sola pietà (a che Dio si muove) difende nostra parte, 
la parte di noi che siamo quaggiù, ai quali la vista della mi- 
rabile donna è cagione di virtù, porta salute. Dante confonde 
sé cogli altri tutti, cui Beatrice parea dispensare bella grazia. 

Che parla Iddio, che di Madonna intende, sa che ma- 
raviglia ella è, e per qual fine ancor si rimanga quaggiù a far 
mostra delle celestiali sue bellezze. 

Lasciate che vostra speme, quanto mi piace sia (rimanga) 
là nel mondo mortale, ove altri s' attende di perderla. 

E che dirà nelV Inferno a' malnati, ecc. per farne loro 
tormento di desiderio. In queste parole ben si vede che in 
Dante era già fermo il pensiero di cantare i tre Regni visitati 
o veduti in visione per grazia impetratagli da Beatrice. Il che 
più certo risulta dalle ultime parole della Vita Nuova, le 
quali sono di vero rilevantissime, perchè mostrano ad evidenza 
che la Visione, che è il soggetto della Commedia, venne a 
Dante assai prima che questi si disponesse a descriverla col 



COMMENTI. 113 

potente e divino Canto. Il quale è pur tutto una lode e de- 
gnissima alla miracolosa donna, che si per tempo occupò la 
mente e il cuore di quel suo amante. Bisogna per altro dire 
che nella esecuzione del disegno il Poeta non abbia poi avvisato 
conveniente di rammentare nell' Inferno ai malnati, com'egli 
1 avesse avuto tanta grazia, da veder quella ch'era speranza 
de' Beati. Solo Virgilio quivi fa cenno di Beatrice due o tre 
volte, ma sempre con intendimento diverso da quello che si 
può raccogliere dalle sovrascritte parole. 

St. 3. Madonna è disiata in V alto cielo. La più parte 
delle edizioni e de' codici hanno in sommo cielo. Ma io non 
seppi discostarmi da quella lezione, accettata dal Torri e dal 
Fraticelli, tanto più che in altra Canzone occorre la corrispon- 
dente frase: Ita n' è Beatrice in V alto cielo: V. N., xxxn. 

Perchè ogni lor pensiero (villano, scortese) perde sua 
vita, si ammortisce; e l'animo gentile invece prova allora, 
esperimenta in sé la virtù, i virtuosi effetti di lei. 

E si V umilia, eh? ogni offesa obblia. « Quando ella ap- 
paila da parte alcuna, per la speranza dell' ammirabile salute, 
nullo nimico mi rimaneva, anzi mi giugnea una fiamma di 
caritade, la quale mi facea perdonare a qualunque offeso 
m'avesse: » V. N., XI. La virtù e nobiltà d'un tale amore si 
palesa anche al semplice modo che se ne ragiona, ne un amore 
siffatto può imitarsi con qualsiasi specioso colore. 

St. 4. Come esser può si adorna di tutte gentilezze 
umane e sì pura, come un' Angiola giovanissima? Beatrice 
non parea figliuola d? uomo mortale, ma di Dio : V. N., ir. 

Fra sé stesso giura, afferma, s' accerta che Dio ne in- 
tende far cosa nuova, mezzo, cagione di mirabili cose. 

Color di perla quasi informa, prende,, tiene color 
d'amore; è come avvivata d'un color pallido, quasi come 
di amore: V. N., xxxvn. 

Ella è quanto di ben può far natura, ogni naturai bontà 
in sé aduna. Il Petrarca disse pur della sua donna : Chi vuol 
veder quantunque può Natura, ecc., e disse meno assai che 
Dante della sua Beatrice. 

Per esempio di lei beltà si prova: e potrebbe meglio 

S 



-114 LA. VITA NUOVA. 

dinotarsi la compiuta bellezza della si mirabile donna? Tanto 
gli è bello, quanto a lei somiglia. 

Che fieron (feriscono) gli occhi a qual che attor li guati, 
a qualsiasi in queir atto li miri, e passan sì (vanno sì oltre) 
che '1 cor ciascun ritrova, giungono tutti al cuore, e se ne 
insignoriscono. 

Voi le vedete Amor pinto nel riso. Non v' ha dubbio che 
nel riso debbasi leggere, giusta molti codici e l' autorità del 
Dionisi e del "Witte. Dante soggiunge che gli occhi son princi- 
pio, e che la bocca (il riso) è fine d' amore. Ed era poi tale il 
sorriso di Beatrice,, che in queir atto parea nuovo miracolo 
gentile: V. N., xxi. Ma qui è pur da rammentare il disiato 
riso baciato da Lancillotto: Inf., v, 133. 

St. 5. T avrò avanzata, inoltrata, messa innanzi, man- 
data a Colei delle cui lodi se' abbellita. 

Giovane e piana. Giovane figliuola d' Amore è questa 
canzone che tratta dell' amore giovinetto, il primo e verace, 
che entrò nel cuore di Dante. Quanto al suo amore adulto 
(o allegorico) ne ragionano altre canzoni, non cosi piane (lievi, 
agevoli) a intendersi com' è questa. 

A quella di cui loda (della cui loda) io sono ornata. 
Il Poeta s'era proposto di prendere per materia solamente 
quello che fosselodà della sua gentilissima donna: V. JV.,xvm 

Cortese a questo luogo riceve significato di nobile, gen 
tile, amoroso. 

Comm. La seconda è l'intero trattato: così portano al- 
cuni testi; e si conformano al vero, perchè di fatto in questa 
seconda parte non si accenna solo l'argomento del trattato, ma 
e si tratta compiutamente delle lodi di Beatrice. E per ap- 
punto Dante riguarda questa seconda parte come un preciso 
trattato: V. N., xx. Quindi parmi da doversi smettere la le 
zione « intento trattato. » 

Il saluto di questa donna, lo quale era operazione della 
sua bocca, fu fine de" miei desiderii. E di fatto egli avea detto: 
« In quel saluto dimorava la beatitudine che era il fine di 
tutti i miei desiderii: » V. N., xvm. 

Una stanza quasi come ancella delle altre. Poco sopra 



COMMENTI. 115 

l' avea dichiarata servigìale delle precedenti parole. Queste 
divisioni artificiose disvelano quanto per tempo 1' Allighieri 
siasi sottoposto al freno dell' arte, e come si richiegga di lunga 
e paziente considerazione, chi voglia ben comprendere le dolci 
Wmeond'egli ne fa conoscere la verità del suo amore. Ma vuoisi 
ben porre mente che sin dalle prime il Poeta s'ingegna di mo- 
strare e persuadere altrui la nobiltà del suo amore, e di le- 
vare qualsiasi vizioso pensiero che potesse offenderla meno- 
mamente. Donna di virtù e distruggitrice di tutti i vizi, 
quale si parve Beatrice agli occhi di Dante, potè vincerlo 
d' onesto amore; e tanto in questo lo sostenne, eh' ei ne pi- 
gliasse guida e conforto a rivolgersi tutto alla Bontà che ac- 
coglie in sé ogni bene e che sola a sé piace e di sé gode. 

XX. — Pag. 54. 

Appresso che questa canzone fu alquanto divulgata. Ciò 
stesso Dante ne dimostra là dove si fa richiedere da Forese: 
Dì s' io veggio qui colui che fuore Trasse le nuove rime, co- 
minciando: Donne ch'avete intelletto d'amore: Purg.,xxiv, 50. 
E forse l'amico Forese Donati fu quegli che poscia si mosse 
apregare l' Allighieri, che gli dovesse dire che cosa è Amore. 

Avendo speranza di me, oltre che degna, sopra ogni 
merito mio, promettendosi da me più assai, ch'io non poteva 
fare e concedergli. 

Sonetto. Amore e cor gentil sono una cosa, Siccome 
il Saggio in suo dittato pone. È questi Guido Guinicelli il 
quale nella sua Canzone a Al cor gentil ripara sempre Amore-» 
scrisse: Non fé' amor, anziché gentil core, Né gentil core, 
anziché amor, Natura. Saggio bene fu notato che qui sta 
invece di Poeta, come pur si verifica in più luoghi della Com- 
media: Aiutami da lei, famoso Saggio Inf., i, 89: Quel 
Savio gentil che tutto seppe: ivi, vni, 3. E sì neh" un luogo 
che neh" altro, s' accenna al Cantore della Eneida. Cosi 1' Al- 
lighieri dà nome di Savio a Giovenale (Conv., iv, 13), e Savi 
chiama i Poeti che Y accompagnavano su alla cima del Pur- 
gatorio: xxiir, 8; xxxnr, 15. 



■116 LA VITA NUOVA. 

E così Y uno osa essere senza V altro, non altrimenti che 
alma razionale osa essere senza ragione. Ma poiché ciò non 
l' è dato, perchè appunto per la ragione è detta alma razio- 
nale, quindi a cor gentile sempre si accompagna amore, es- 
sendo questo cagione di gentilezza e a gentilezza intimamente 
congiunto. 

Fagli natura, li fa, produce ad un atto amore e cuor 
gentile, e indi questo prende àbito di gentilezza. 

Dentro allo qual (cuore) dormendo (amore) si riposa,. 
giace prima in potenza (V. N., xxi) e sta poco o molto a sue- 
gliarsi in atto. 

Beltà e saggezza, ecco per Dante la virtù, onde la donna 
può svegliare, ridurre in atto Amore nell'uomo, come questi 
pel suo valore (bontà di natura e di costumi) viene a destare 
Amore nella donna. 

Nasce un disio della cosa piacente. Come nasca Amore 
in noi, Dante cel ripete altrove più preciso e filosoficamente: 
L 1 animo, che è creato ad amar presto, Ad ogni cosa è mo- 
bile, che piace, Tosto che dal piacere in atto è desto. Vostra 
apprensiva da esser verace Traggo intenzione, e dentro a ■ 
voi la spiega, Si che V animo ad essa volger face. E se ri- 
volto in ver di lei si piega, Quel piegare è Amor, quello è 
natura, Che per piacer di nuovo in voi si lega: Purg., xvm, 19. 

E tanto dura (il disio della cosa piacente) talora in co-* 
stui , che lo fa tutto rivolgere e piegare ad essa cosa , e di- 
viene Amore. 

Comm. Nella seconda dico come questo soggetto e questa , 
potenza sieno prodotti in essere a un tempo. Alcune stampe 1 
hanno insieme, e altre in essere in atto, dove invece devono ' 
star accoppiati. Ma qui non si tratta di potenza che si riduca.^ 
in atto, bensì di soggetto e potenza prodotti in un atto, 
ciò che importa lo stesso che nati insieme. D' altra parte 
una pressoché simile frase occorre nella Commedia : « Forma 
e materia congiunte e purette Uscirò ad atto che non avea 
fallo: » Par., xxvin, 23. 

E come 1' uno guarda 1' altro (respicit) come forma ma» 
teria: l'uno ha verso l'altro relazione di forma a materia. 



COMMENTI. 117 

Amore, come sire, è forma; materia si è il cuore, dove 
amore signoreggia. 

XXI. - Pag. 35. 

Lo sveglia là ove dorme, è in potenza , là dove l' anima 
v' è disposta naturalmente : 

Sonetto. Negli occhi porta la mia donna Amore. Ed 
è per la via degli occhi che Beatrice entrò nel cuore a Dante 
col fuoco ond' egli poi sempre arse: Par., xxvi, 15. Di que'be- 
gli occhi, a pigliarlo, fece Amor la corda (Par., xxvin, 12) ; 
quelli furono gli smeraldi, onde Amor già gli trasse le sue 
armi: Purg., xxxi, 116. 

Perchè si fa gentil ciò eh' ella mira: acquistano virtù 
d' amore quelli cui ella indirizza lo sguardo. 

Sicché, lassando il viso, tutto smuore: vinto da quella 
virtù, inchina a terra gli occhi smarrito, fatto d'un color pal- 
lido, quasi come di amore: V. JV., xxvn. 

E d' ogni suo difetto allor sospira, piange,, perchè lo 
sente gravoso, stando innanzi a quella mirabile virtù. 

Ond' è beato chi prima la vide. Non parrai che vide sia 
qui a prendersi per vede, giacché per i tanti maravigliosi ef- 
fetti, che adopera questa donna in quelli cui ella rivolge il 
guardo, il saluto o la parola, deve stimarsi beato (quasi com- 
prendesse in sé ogni salute) chi prima la vide, e indi sentì 
• la virtuosa potenza di Amore. 

Si è nuovo miracolo gentile. Questa lede che il Poeta dà 
alla sua donna, mi sembra convenirsi del tutto al sonetto, che 
è cosa si mirabilmente gentile, da non si poter far intendere 
a chi non la sente. Tutti i versi spirano una soavità ineffabile; 
e il vero di natura e le bellezze più schiette vi rilucono a di- 
letto. Laonde i cuori gentili , amorosi davvero , disposti alla 
virtù e capaci d' inspirarla ad altrui, sapranno bene pregiare 
e ammirare una poesia che dal cuore nata, solo favella colla 
potente lingua d'Amore. 

Comm. La nobilissima parte degli occhi suoi.... e della 
■sua bocca. E queste due parti, che sono come i balconi del- 



418 LA. VITA NUOVA. 

V anima, V Allighieri celebrò mai sempre nella sua Beatrice, 
anche allora che la trasse a figurare i suoi nuovi amori per 
la Filosofia e per la divina Scienza : Conv. n, 5. 

Perchè la memoria non puote ritener lui {tener a mente 
lo suo mirabil riso) ne sue operazioni, quelle che adopera 
ne' cuori di coloro cui appare. 

XXII. — Pag. 37. 

Colui che era stato Genitore di tanta maraviglia (mi- 
rabile donna), di questa vita uscendo, se ne gìo alla gloria 
eternale. E ciò basta pur a convincere qualsiasi che la Bea- 
trice di Dante fu donna mortale. Poi tutte queste particola- 
rità, risguardanti il degno padre di quella gentilissima, ben lo 
raccomandano alla gratitudine degli umani. 

E questa donna fosse in altissimo grado di bontà, 
distruggitrice siccom' era stata, di tutti i vizi e regina delle 
virtù: V. N.,x. 

S' adunino a cotale tristizia, là dove così tristi casi ad- 
divengono , e - si compiangono. 

In luogo onde ne giano (dal quale passavano) la maggior 
parte delle donne. « Donne anche passaro presso di me : » ivi. 

Io mi sarei nascoso incontanente, che le lagrime mi 
aveano assalito. Ho disgiunto che da incontanente, essendovi 
in quella particella la ragione , per che di subito Allighieri 
si sarebbe nascoso. 

Non par esso , tal' è divenuto , sì è trasfigurato ! la sua 
, r gura par d' altra gente. 

Ond' io poi pensando, proposi di dire parole, acciocchì 
(perciocché) degnamente avea cagione di dire sì, ecc. Ed or si 
consideri come Dante serbi un medesimo tenore nel porsi a 
comporre le sue rime ; perchè ei nota in mente le cose udite 
da amore ; e per amore poi le ripensa, ed a scriverle attende 
amore che gli venga dettando. Amore, che spira e fa notare 
le spirazioni e da ulthro le esprime; ecco tutta la poesia di 
Dante. 

Sonetto i. Onde venite che 'l vostro colore Par divenuto 



COMMENTI. "119 

di pietà simile (simile alla pietà), che avete una vista così 
pietosa, di pietà sembianti? V. N., xxxvii. 

Bagnata il viso di pianto d' Amore, amoroso. E v'ha 
egli più potente linguaggio e più vero? Quegli occhi non pian- 
gevano, ma sì Amore, che entro vi dimorava. Il codice Po- 
gliani legge « Bagnata il viso di pietà d'amore; e l'editore 
la dice lezione incomparabilmente migliore della volgata. Ma 
non avvisò ei bene il contesto cui si disconviene, notandosi 
che quelle donne udirono Beatrice nel suo pianto parlare. 
Ottima stimerei la lezione: Bagnar nel viso suo di pianto 
Amore. 

Io vi veggio andar senz' atto vile, umili in sembianza , 
perciò vestile di gentilezza, quasi ingentilite, tal che certo 
dovete essere state da tanta pietade , da quella Beatrice che 
piange sì pietosamente. 

Sonetto il Ella ha nel viso la pietà sì scorta, si visi- 
bile, dipinta: è la pietà stessa in persona. Chi riguarda alla 
eloquenza delle precedenti narrazioni parrebbe che ne' sonetti 
ove si ripetono, dovesse perdersi quella virtù di sentimenti 
che ivi per tutto si fa manifesta. Ed invece i sentimenti vi si 
fanno più vivi ed efficaci. Per le immagini, onde ogni concetto 
si rappresenta in evidenza, Dante potè trasfondere sé ne'suoi 
versi , e far sentire altrui quelle passioni di che 1' anima sua 
fu tuttora occupata. 

XXIII. — Pag. 40. 

Io ritornai (rivolsi il pensiero] alla mia deboletta vita. 
Così parmi doversi leggere, piuttosto che debilitata, perchè 
meglio corrisponde alla mia frale vita, che è nella Canzone. 

Ancora che sano fossi, posto anco ch'io fossi sano,, non 
infermo siccome era. 

Di necessità conviene che la gentilissima Beatrice al- 
cuna volta si muoia. Dante in ciò si mostra non così pensie- 
roso della sua vita, come di quella della donna del suo affetto. 
Chi ama veramente , e con vivo sentimento , ha più cura del- 
l' amata persona che di sé stesso , essendo pur amore una 



120 LA VITA NUOVA. 

costante volontà di far sacrificio di tutto sé in bene altrui. 
Inspirato da virtù , amore dev' essere principio e cagione di 
ogni virtù più eletta e grande. 

lo chiusi gli occhi e cominciai a travagliare (ad errare) 
nella mia fantasia, come farnetica persona, ad immagi- 
nare , fuori di conoscenza e di verità. « Nuovo pénsier den- 
tro da me si mise , Del qual più altri nacquero e diversi , E 
tanto d'uno in altro vaneggiai, Che gli occhi per vaghezza ri- 
copersi, E ìipensamento in sogno trasmutai : » Purg. , xvm, 4 41 . 

Diversi e orribili a vedere. Come ben ricorda il Frati- 
celli, diversi qui vale strani, o un che di simile. « Cerbero 
fiera crudele e diversa (Inf., vi , 43) ; Entrammo giù per una 
via diversa: vii, 403. » 

Volando per V aria. Questa lezione concorda con ciò che 
è nella Canzone : Cader gli augelli volando per V a're. 

La tua mirabile donna è partita di questo secolo, « Dal 
secolo hai partita cortesia: » V. N., ix. 

E non solamente piangeva nelV immaginazione, io im- 
maginava di piangere, ma piangeva con vere lagrime. Tante- 
volte l'immaginazione è cosi viva come il sentimento, e pro- 
duce gli stessi eifetti: T V immagino sì che già lì sento, disse 
Dante de' demoni che gli correvano dietro: Inf., xxiii, 25. 
Altrove poi egli ne rammenta come un incendio immaginato 
il cosse tanto fortemente, che si ruppe il sonno ond' era oc-- 
cupato: Purg., ix, 32. 

E le parole del loro canto mi parea che fossero queste: 
« Osanna in excelsis. » Nella sommità del Purgatorio , dove 
apparve il trionfo di Beatrice, una melodia dolce correa, e 
nelle voci del cantare l' Alhghieri apprese puranche lo stesso 
Osanna: Purg., xxix, 20, 31. 

E fu si forte la erronea fantasia. Mi parve da prefe- 
rirsi erronea ad errante fantasia, perocché questo immagi- 
nare era fallace, tutto fuori di conoscenza e verità. 

Lo principio della pace, Dio, che è il nostro finale ri- 
poso, la nostra pace: Purg., xxx , 9; Par., in, 83. 

Mestieri è nel cod. Riccardiano 1050 e nella stampa del 
Biscioni, né parmi che debba leggersi misterii com' è nella 






i COMMENTI. 121 

volgata: essendo che a questa parola si converrebbe allora 
assegnare altro valore che per se non ha. Inoltre riuscirebbe 
sempre a indicare quegli uffici sacri e i mestieri soliti a farsi 
alle corpora de'morti. La voce mestiero in tale significato si 
usa dal Sacchetti, ed è la stessa che il mestiers dei Proven- 
zali. Poi ridicendosi anche nella Canzone « consumato ogni 
duolo » ben si fa intendere che questi dolorosi mestieri si- 
gnificano, oltre agli uffici sacri che si fanno in quel misero 
casOj il seguace corrotto e '1 pianto di dolore. 

Cqssò la forte fantasia, immaginazione, sogno o visione, 
che è tutt'uno, per l'attinenza che hanno a vicenda. All'alta 
fantasia qui mancò possa , scrive Dante , allora che fu al 
punto in cui cessò il tempo che V assonnava , od era svanita 
la sua Visione: Par., xxxnr, 142. 

Riscuotendomi, apersi gli occhi e vidi eh' io era ingan- 
nato: « Io mi riscossi..., E l'occhio riposato intorno mossi... 
e fiso riguardai: » Inf., iv. 4. 

Queste donne non mi poterono intendere ; e, come poe- 
tando aggiugne, solo intesi il nome nel mio cuore. 

Conosciuto il fallace immaginare. Alla lezione volgata 
falso anteposi fallace immaginare, perchè cosi è nella se- 
guente Canzone. 

Allora cominciandomi dal principio fin alla fine, dissi 
ciò che veduto avea nel mio sogno. E questa gran visione, 
che pur a leggerla com' è descritta in prosa , è tanto poetica, 
piena di sentimento e d' un passionato e vero amore , acqui- 
sta nuova bellezza e più efficace virtù nella soave e ineffabile 
armonia del verso. Questa si sente nell'anima, né può signi- 
ficarsene il pregio a parole. 

Mi parea che fosse amorosa cosa a udire. Chi ben con- 
sidera, amoroso qui importa più che altro piacente, gentile, 
come appropriato a cosa nata per virtù d' amore. 

Ca.nz., st. 1. Donna pietosa e di novella etade. L' avea 
prima chiamata donna giovane e gentile. Ma giovane vuoisi 
prendere in largo senso di adolescente, essendo che per 
Dante 1' adolescenza si compie al venticinquesimo anno 
(Conv., iv, 25), onde poi si comincia la giovinezza. 



122 LA VITA NUOVA. 

Era là ov'io chiamava spesso morte, gridando: Dolcis- 
sima morte vieni a me.... che molto ti desidero. 

Veggendo gli occhi mieipien dipietate, pianger sì pie- 
tosamente. 

Le parole vane, vaneggianti, quelle che dicevo nel vano 
immaginar ov' io entrai , nella mia erronea immaginazione. 

E appressarsi per farmi sentire, per fare eh' io risen- 
sassi, tornassi a' sensi o alla virtù di fuori; s' accostarono a 
me per {svegliarmi. 

Allor lasciai la nuova fantasia, svani la mia singolare vi- 
sione, non mai più veduta la simigliante. 

St. 2. E rotta sì dall' angoscia e dal pianto, dal sin~ 
gulto del piangere. Similmente la sentita vergogna del suo 
fallo o la confusione impedivano già a Dante , non che la pa- 
rola, i sospiri e le lagrime. Ma poi che il cuore gli si fu inte- 
nerito , il dolore insieme con 1' angoscia Per la bocca e per 
gli occhi uscì del petto: Purg., xxx, 88. Pianger di doglia e 
sospirar d' angoscia: V. N., xxxi. 

E con tutta la vista vergognosa , la vergogna che appa- 
riva nel mio volto ; avvegnaché io mi vergognassi molto. 

Che facea ragionar di morte altrui, poiché io già por- 
tava il colore di morte. E quando quelle donne mi videro, 
cominciarono a dire : Questi par morto. 

Che vedestù che tu non hai valore? che se'tanto smar- 
rito, che per temenza ti sei fatto così vile? 

St. 3. Piansemi Amor nel core ove dimora, il cuor mi 
pianse ov' era tanto amore. Ma quanto è più sentita la parola 
del poeta? Non è più il cuore , che piange per amore , ma 
Amore che piange nel cuore : questa è vita di poesia. 

Sospirando dicea nel pensiero. Si rammenta che avea 
detto : « Cominciai a piangere fra me stesso di tanta miseria 
(brevità della vita), onde sospirando fra me medesimo dicea: 
di necessità conviene che Beatrice si muoia ». 

Chiusi gli occhi vilmente gravati, per abbattimento 
ci' animo, e poscia immaginando Di conoscenza e di verità 
fuora, cominciai a travagliare come farnetica persona e 
intesi dirmi: Morra' ti pur, morra' ti, tu pur morrai. 



COMMENTI. 123 

St. 4. Poi vidi cose dubitose molte, molte cose paven- 
tose. Altrove a dubitosamente viene per appunto sostituito 
paventosamente: V. N., m. 

Che di tristizia saettavan fuoco , maravigliosamente tri- 
sti. «Lamenti saettaron me diversi, Che di pietà ferrati avean 
gli strali: » Inf., xxix, 44. 

Turbar (oscurarsi) lo Sole ed apparir le stelle, E pian- 
ger egli ed elle. Alcuni de' codici e parecchie stampe hanno 
stella ed ella, ma, per non dir altro, la lezione cui ho cre- 
duto dar luogo, è conforme a quanto sopra fu accennato nella 
prosa : « E pareami vedere il sole oscurare si , che le stelle si 
mostravano d' un colore che faceano giudicare che pianges- 
sero. » 

Ed uom m' apparve scolorito e fioco, per quello che poi 
|all' udirlo parlare conobbi. Questo basta pur a far conoscere 
il preciso valore di fioco in quel verso : « Dinanzi agli occhi 
mi si fu offerto Chi per lungo silenzio parea fioco : » Inf. i, 
. Fioco si par"ve a Dante Virgilio non perchè già 1' avesse 
udito, ma per quello che gli sembrò dopo averlo udito. D' al- 
tra parte il Poeta ivi narra quel che gli accadde, e potè notare. 
St. 5. Levava gli occhi miei bagnati in pianto. Non so- 
lamente io piangeva nella immaginazione , ma piangeva co- 
gli occhi, bagnandoli di vere lagrime. 

E vedea, che parean pioggia di manna, Gli angeli che 
tornavan suso in cielo. Nella divina Commedia, a significare 
la disparizione dei beati spiriti, onde era attorniato l' apostolo 
Pietro , Dante adopera una similitudine che per alcun lato 
rammenta anco questa : Sì come di vapor gelati fiocca In 
giuso V aer nostro , quando il corno Bella Capra del del col 
Sol si tocca; In su vid'io così V etere adorno Farsi e fioc- 
car di vapor trionfanti, Che fatto avean con noi quivi 
soggiorno: Par., xxvn, 67. 

Ed una nuvoletta avean davanti, ecc. In questa nuvoletta 
bianchissima, Dante lascia a noi immaginare che vi fosse 
nascosto e come ammantato lo spirito di Beatrice. « Siccome 
nuvoletta in su salire » ne die' egli che ad Eliseo apparisse il 
carro sopra cui Elia venne portato su al Cielo : Inf., xxvi, 39. 



•124 LA VITA NUOVA. 

Nostra donna che giacere morta). Amore chiama Beatrice 
nostra donna, riferendosi a Dante di cui era pur donna. 

Io sono in pace. Nella prosa invece le avea fatto dire 
Io sono a vedere lo Principio della pace. Il che torna a uno 
stesso, perchè il Cielo è il regno della divina pace, essendo 
nella volontà di Dio la pace de' trionfanti: Par., n, 12; xxx, 8. 

St. 6. Io diveniva nel dolor sì umile, mi giunse tanta 
umiltà, che abbatteva in me ogni mondano senso, veggendo 
in lei la forma di tanta umiltà, una pace beata. 

E dei aver pietà e non disdegno. Altra volta la morte 
gli apparve villana e di pietà nemica. 

Ch'io ti somiglio in fede, veracemente, dacché ei por- 
tava già il colore di morte. 

Consumato ogni duolo, ogni pietoso ufficio e il corrotto 
che si fece per cotal morte, i dolorosi mestieri che alle cor- 
pora de' morti si fanno. 

E quando io era solo, Dicea, guardando verso V alto 
regno , Beato, anima bella, chi ti vede! « Mi parea tornare 
nella mia camera e quivi mi pareva guardare verso il cielo...! 
e cominciai a dire con vera voce: anima bellissima, com'è 
beato colui che ti vede ! » 

Voi, donne pietose, vostra mercè (per mercè vostra) mi 
svegliaste allor cbe io voleva dire: o Beatrice, ecc. Con ciò 
le ringrazia chiusamente (in modo implicito) , riconoscendo 
per un favore di essersi svegliato in quel punto si lieto e sicuro. 

Divis. Dinanzi ch'io fossi tornato in verace cognizione, 
prima che l'anima mia tornasse alle cose, che son fuor di lei 
vere: Purg., xv, 116. 

XXIV. — Pag. 46. 

Mi sentii cominciare un tremito nel cuore, così cornea 
s'io fossi stato presente a questa donna, la cui presenza 
non potevo sostenere senza tremare: V. N., xvm. 

Mi giunse una immaginazione (o visione) d'Amore. Mi 
cadde neh' immaginazione Amore ; improvviso mi s' appre- 
sene alla mente in alcun modo. 



COMMENTI. 125 

Queste parole che 'l cuore mi disse colla lingua d'Amo- 
re, dacché amore lietamente gliel' avea dette nel cuore. Tale, 
siccome altra volta si disse, è il gran segreto della poesia 
di Dante: il cuore che parla colla lingua d'Amore: è Amore 
the gli spira nel cuore e lo fa parlare. 

E fu già molto donna (posseditrice, signora) di questo 
mio amico Cavalcanti, cui scrivo: V. N., xxxi. 

Dopo l'immaginazione del suo fedele, cioè dopo che Dante 
ebbe immaginata a quella maniera che è narrato nella Can- 
zone « Donna pietosa e di novella etade. » 

Mi parea che mi dicesse, dopo queste, altre parole. 
Questa correzione del Witte mi par ragionevole, perchè altre 
cose della volgata non fa unione con ciò che segue. 

Credendo io che ancora il suo cuore mirasse la beltà 
di questa Primavera gentile, avvisandomi ch'ei tuttora la te- 
nesse in cuore , 1' amasse. La bellezza amata si riguarda col 
cuore: il cuore la mira e gioisce. 

Sonetto. E'n ciascuna parola ridia (rideva); era un 
riso in ciascuna sua parola : tutte erano liete le parole eh' ei 
mi dicea nel cuore : tanto Amore gli si dimostrò allegro. 

Io vidi Monna Vanna (Giovanna) e Monna Bice. E qui 
il nome di Bice occorre in luogo di Beatrice sopramentovata. 
Or ciò mostri quanto si appuntassero al vero quelli che affer- 
marono non aver mai Dante a quel modo nominata la sua 
donna: Par., vii, 14. 

E quella ha nome Amor, sì mi somiglia! Beatrice, la 
quale per molta somiglianza ch'avea con Amore, era degna 
d' attribuirsene il nome. 

Divis. Lo tremore usato nel core è lo spirito amoroso 
che dentro al cuore gli si svegliava. 

Da lunga parte , di lontano , da lungi o di lungi, come 
è nel sonetto e nel paragrafo seguente. 

XXV. — Pag. 48. 

Come fosseuna cosa per sé, una sostanza ... Ma Amore 
non è per sé, siccome sostanza, ec. 



426 LA. VITA NUOVA. 

Specialmente esser risibile, fatto al riso, è proprio del- 
l' uomo , il quale fu perciò definito « animale risibile. » Si 
homo est, est risibilis : Ep. ad Gan. xxvi. 

Se volemo cercare in lingua d'oco e in lingua di sì: sd 
vogliamo rintracciare tutto quanto scrissero coloro che usa- 
rono lo parlare italico o quello di Provenza. L' Allighieri 
prese di buon tempo amore al suo Volgare materno, e sì nella U 
Vita Nuova e si nel Convito si piacque adoperarlo per inva- 
ghirne altrui e diffonderne lo studio. Ciò che indi potè recara' 
a compimento nel sacro Poema , dove mostrò di vero quanto 
potea la lingua nostra. La lingua piacque a Dante determi- 
narla dalla particella eh' è più frequente nell'umano discorso, 
e propria alla affermazione della verità, naturale obbietto e' 
beatitudine della nostra intelligenza. Molti commendavano il 
volgare di Linguadoca, dicendo che era più bello e migliore 
del volgare di sì: Conv., i, il. Ma il nostro sovrano Poeta ba- 
stò a confonderli, vendicando nel suo immortale Poema la 
gloria del Paese dove tanto soavemente il sì suona. 

E la cagione per che alquanti grossi (alquante persone l 
grosse, materiali) ebbero fama di saper dire, è che quasi 
furono i primi che dissero in lingua di sì. Ed a questo luogo 
torna bene ciò che altrove si nota: vanagloria delle umane 
posse, Coni' poco verde sulla cima dura, Se non è giunta' 
dalle etadi grosse! Purg., li, 90. Que'primi poeti volgari, ben- 
ché di grossa mente (non affinata per arte) , ottennero fama 
perchè appunto furono primi a dire parole rimate, ma furono ! 
poi soverchiati da quelli troppo migliori che vennero dopo. E 
questi alla loro volta doveano pur temere che s' oscurasse il ! 
loro nome al sopravvenire ingegni di più line coltura. Certo ; 
il loro grido non poteva durare, se già non succedevano etadi 
grosse, tempi che l'ingegno non vi fiorisce, annebbiato dalle 
tristi usanze. 

E questo è contro a coloro che rimano sopra altra mate- 
ria che amorosa. Or qui sì pare che l'Allighieri non s' avvisava 
che si dovessero scrivere rime volgari , se non in materia di ' 
amore. Però è che tutti i suoi Canti volle che fossero mate- 
riati di virtù e d' amore. Ed ecco perchè eziandio allora che 






COMMENTI. 127 

si solleva a celebrare le lodi della umana e divina Filosofia, 
sì il fa, coni' ei parlasse tuttavia d' Amore, e per solo amore 
di quella donna onde prima gli fu preso 1' animo e occupato 
poi sempre. Dante si può indi a ragione appellare il Poeta 
dell' Amore. 

Cioè, che detto hanno , di cose le quali non sono , che 
parlano. I quali nell' accennare cose che neppur esistono, 
hanno detto che parlano, le hanno fatto parlare, appropriando 
loro non pure verità di sostanza , ma la parola. Ciò si riferi- 
sce specialmente ai seguaci della Mitologia. 

Con ragione, la quale poscia sia possibile d' aprire in 
prosa. Il Witte a diritto pensò dover correggere il testo al 
jmodo sovrascritto, laddove prima si leggeva: Con ragione 
ila quale poesia, ecc. Del rimanente, l'Allighieri attribuiva 
alle parole sciolte, più che alle rimate, capacità a ben descri- 
vere le cose: Inf., xxviii, 4. 

Per Orazio parla l'uomo alla stia Scienza medesima, ecc. 
e di qui si conosce che Dante nell' invocare la Musa , intese 
rivolgersi alla sua Scienza medesima: Inf. il, 7. 

Ma dicele, quasi recitando le parole del buono Omero. 
Questa lezione è del codice Pogliani e fu approvata dal Witte, 
allegando un simile modo che Dante adoperò nel citare Ari- 
stotele: Mon., li, 3. Ed a me parve dover prescegliere quasi 
medio (interprete) del buono Omero , lezione già proposta e 
accreditata dal Dionigi, perocché in quel luogo Orazio non fa 
■che rendersi interprete d'Omero, latinizzandone le parole. 

Virgilio, Orazio, Ovidio e Lucano con pochi altri sono 
i poeti che Dante ricorda di frequente , e con animo grato 
sembra riconoscere da essi l' eccellente magistero che gli acqui- 
stò tanta gloria: Inf., ìv, 90. E noi dobbiamo ricorrere a 
quelle fonti, se pur vogliamo attingere le proprie norme del- 
l' arte a cui l' altissimo Cantore formò ed espresse molti 
de' suoi concetti trasfusi nel divino Poema. 

E per questo puote essere manifesto , venir luce, ren- 
dersi chiarezza a chi , leggendo questo mio libello , fosse stato 
qua e là sorpreso da qualche dubbio: V. N., xil. 

Non sapesse dinudare le sue pargole di cotal vesta , di 



128 LA VITA NUOVA. 

figura o di colore rettorico, e renderle nude (Purg., xxxm, 100) 
in guisa che avessero verace intendimento, significassero 
cose vere. Ciò che non sarebbe, ove le parole si volessero pren- 
dere giusta il valore della figura e quali si mostrano al co-' 
lore rettorico. Dante avvisava che le cose dette per allegoria 
fossero come velate sotto benda di parola oscura. Libere da 
cotal benda, le parole restavan nude, tali, da doversi inten- 
dere letteralmente. 

XXVI. — Pag. 50. 

Piena di tutti i piaceri, adorna di tutte gentilezze uma- 
ne, sì piacente, divina, che quelli che la miravano , compren- 
devano in loro (accoglievano in sé) tanta dolcezza, da non si 
poter ridire: ne restavano compresi e sopraffatti. 

Volendo ripigliare lo stile della sua loda, che depose 
alquanto per dileguare que' dubbi che potevan altrui venire in J 
mente per la maniera ond' egli ebbe ragionato d' Amore. Del 
resto aveasi proposto « di prendere per materia del suo par- 
lare, sempre mai quello che fosse loda della gentilissima sua 
donna: » V. N., xvm. 

La poteano sensibilmente, in persona, vedere; nella sua 
presenza: V. N., xxvii. In questo significato di corporalmen- 
te, sensibilmente si ritrova anco nella Commedia: Inf.,n, 15. 

Sonetto. Ch' ogni lingua divien tremando muta, nò! 
però basta pur a rispondere al saluto. 

Benignamente, nulla gloria mostrando di ciò che ella 
vedeva e udiva. 

A miracol mostrare, giacché al solo averla veduta pas- 
sare, molti diceano : Questa è una maraviglia; che bene- 
detto sia il Signore che sì mirabilmente sa operare ! 

Che intender non la può chi non la prova, non poten- 
dosi ridire una dolcezza tanto onesta e soave. Ciò stesso si 
può ripetere di questo sonetto , la cui dolcezza è tanto onesta 
e soave, che niuna parola potrebbe darla a intendere a chi 
non la sente. Questi piaceri si comprendono nel cuore, e il | 
cuore solo vale a pregiarli degnamente : son bellezze del tutto 



COMMENTI. 129 

ineffabili. La poesia nostra qui ha raggiunto l' ultimo suo 
I grado nella significazione del più gentile e dolce sentimento 
(che può nascere ne' cuori mortali. Ogni parola è un accento 
i dell' anima e spira amore: e chiunque giudichi che la Bea- 
trice di Dante non fu vera donna , pensi che quest' amore, 'ove 
non fosse stato per effetto sensibile , non si potrebbe descri- 
vere cosi al vero e sì vivamente per qualsiasi arte umana. Solo 
la natura può esserne inspiratrice e maestra. 

E par che della sua labbia (dal suo aspetto), ecc., per- 
chè non vi era alcuno che potesse mirar lei, che nel prin- 
cipio non gli convenisse sospirare. Si confrontino le parole 
antecedenti al sonetto co' versi ond' è intessuto , e si conoscerà 
meglio la gran virtù del dire in rima, e come per Dante que- 
sto sia stato veramente un dire d' Amore. 

Divis. È sì piano ad intendere, chiaro. « La mia scrit- 
tura è piana: » Purg., vi, 33. 

E però (che non bisogna) lasciandola (questa divisione), 
dico, ecc. Mi è sembrata assai migliore questa lezione dèi codice 
Pogliani, perchè lasciando lui si dovrebbe riferire al sonetto, 
quando invece le giunte dichiarative riguardano la divisione 
che il Poeta suol fare a vieppiù aprire la sentenza inchiusa 
nelle parole rimate. 

XXVII. — Pag. 52. 

Non solamente era ella onorata e laudata, ma per lei 
erano onorate e laudate molte,, perchè la sua virtù adope- 
rava mirabilmente in quelle donne che le facevano compagnia 
o pur la potean vedere : le consomigliava a sé stessa. Così 
1' onesto parlare di Virgilio onora lui e quei eh' udito V hanno 
(pigliandone intelletto e virtù a poetare): Inf., li, 114. 

Sonetto. Vede perfettamente ogni salute, ogni bene e 
virtù: sì ella è gentile e piena di tutti i piaceri! 

Render mercede , merito , grazia. L' altre donne deb- 
bono a Dio grazia , per la bella grazia che fu loro data , di 
vedere la Beatrice , vivente miracolo di virtù e leggiadria. 

9 



130 LA "VITA. NUOVA. 






Che nulla invidia all' altre ne procede, perchè fuggoii 
dinanzi a lei superbia ed ira: V. N. t xxi. 

La vista sua fa ogni cosa umile: umilia ogni senso urna* 
no, rende buono il cuore di chi mira quella bontà. 

E non fa sola sé parer piacente, e non acquista solo* 
grazia per sé , non è solamente graziosa essa, ma e si rice-l 
von grazia, onore, quelle che van con lei. 

Che non sospiri in dolcezza d'amore. L'armonia e la 
verità di questi suoni fan gioire chi ha cuore e intende qual. 
sia quello spirito soave e pien d' amore Che va dicendo al- 
l' anima: Sospira. L'un verso è compimento dell'altro, né si 
saprebbe discernere dove siavi più vita e bellezza. E chi non 
sospira in dolcezza d' amore, leggendo come Amore spira sij 
divinamente? 

Comm. Dico tra che gente questa donna più mirabile 
parea. Frale altre donne ella, essendo quaggiù ce vinceva per 
virtù e bellezza: » Purg., xxx, 84. 

Quello che operava in loro per altrui, facendole rice- 
vere onore da altri. 

E non solamente nella sua presenza (in chi le stavag 
presente) ma ricordandosi, ma anco in chi si piaceva ricor-c 
darsene , recarsela a mente. Io più e più volte mi son fatto 
a rileggere questi due sonetti, e sempre nuove bellezze mi 
parve di ravvisarvi , né il cuore mi consente di preferire 1' uno 
all' altro , si mi sono graziosi e cari egualmente. Nel primo 
v' ha forse più squisitezza d' arte , ma nel secondo la natura 
mi sembra perfetta e come abbandonata , sciolta dal freno del- 
l' arte e solo obbediente all' affetto o al sentimento che la go- 
verna. Virtù e amore in tutti e due ci si mostrano come unar 
sola cosa, un abito gentile che si comunica ad altrui e prendo 
nuova grazia e accrescimento di splendore. 

XXVIII. — Pag. 53. 

Parvemi defettivamente avere parlato, imperfettamente,, 
avendo lasciato di accennare quello che la sua virlute ope- 
rava in me. 



COMMENTI. 131 

Canzone. Sì lungamente m' ha tenuto Amore, ecc. M'ha 
tenuto e avvezzato alla sua signoria , sotto di sé. « Solvetemi, 
spirando, il gran digiuno, Che lungamente m'ha tenuto in 
fame, Non trovandoli in terra cibo alcuno: » Par., xix, 27. 

Che sì eom' egli era forte (grave) in pria. Non buona 
è la signoria d' Amore, perocché quanto lo suo fedele più 
fede gli porta, tanto più gravi e dolorosi punti gli con- 
viene passare : V. N., xn. E nel sonetto che ivi seguita si 
dice forte il valore o la potestà d' Amore. 

Che gli spiriti par che fuggan via: tanto forte smar- 
rimento mi giunse. « Ed eran sì smagati Gli spirti mìei, che 
■ciascun giva errando: » V. N., xxm. 

Allor sente la frale anima mia Tanta dolcezza, che 'i 
viso ne smuore; smarrisce, divien d'un color pallido quasi 
come d' Amore: V. N., xxxi. 

Per darmi più salute, a maggiormente confortarmi, 
inebbriandomi di dolcezza. 

Questo in' avviene, ovunque (in qualsiasi luogo, dove 
che sia) ella mi vede: « Negli occhi porta la mia donna 
Amore, Per che si fa gentil ciò che ella mira: » V. N.,xxi. 

E sì è cosa umil , perfetta , tutta virtù , sì benigna- 
mente di umiltà vestuta, che noi si crede se non da chi ne 
prova gli effetti, ricevendone entro sé la virtuosa opera- 
zione. 

XXIX. — Pag. 54. 

Quomodo sedet sola civitas, etc. Con queste medesime 
parole, onde pigliano principio i treni di Geremia, Dante co- 
mincia la sua Lettera ai Cardinali italiani. Ed è al certo mi- 
rabile cosa, che tal concetto ei siasi fatto intorno alle virtù 
della sua Beatrice, da riguardare come vedova e dispogliata 
d' ogni dignitade (V. N., xxxi) la città privata di tanto spiri- 
tuale bellezza. Ma sia pur questa un' esagerazione di meriti 
per 1' una parte, e di dolore per l'altra, non però vuoisi dire 
che nella mente e nelle parole del Poeta non vi avesse l' in- 
■tendim.3n.to di riferirsi a una donna vera. E non ne afferma 



132 LA VITA NUOVA. 

eh' ella fu de' Cristiani del terzodecimo Centinaio , e dall' al- 
tissimo Signore posta a vivere nella città di Firenze? 

Lo Signore della giustizia chiamò questa Gentilissima a 
gloriare sotto l' insegna di quella Reina benedetta Maria nel 
terzo giro dal sommo grado, collocandola sul trono che i 
suoi ineriti le sortirono: Par., xxxi, 69. « Nell'ordine che 
fanno i terzi sedi, Siede Rachel di sotto da costei (da Eva 
e indi da Maria) Con Beatrice, siccome tu vedi : » ivi, xxxn,7. 
Qualunque pensa a queste così minute relazioni, anzi al per- 
fetto accordo che è tra la Vita Nuova e la Commedia e in 
tutte le altre opere di Dante, conviene di forza che ammirando 
riconosca sempre una stessa la mente architettrice di tanto 
svariati lavori. 

Ed avvegnaché forse (mi) piacerebbe al presente traU 1 
tare alquanto della sua partita da noi, delle cose avvenute 
nell' ora del suo partirsi da questo secolo, non è mio intendi- 
mento di trattarne qui, in questo libro. 

Se volemo guardare nel proemio che precede questo li- 
bello ; perchè ivi si propone di trattare pur della Vita Nuova 
o d'Amore: « la quale Vita mi venne a mancare nel partirsi di 
lei che negli occhi suoi portava Amore. » Quindi abbiamo altro 
argomento a tenere, che Vita Nuova nel titolo del libro non 
può significare se non Vita amorosa. 

Non sarebbe sufficiente la mia penna a trattare, come- 
si converrebbe, di ciò. Ma volendo più degnamente trattare 
della sua Donna già salita a gloriare sotto l'insegna della Ver- 
gine Maria, si diede allo studio con ogni possibile maniera. 
Ed ecco la primitiva cagione ed origine della Commedia, dove 
l'Allighieri atteso quanto avea promesso a se medesimo, di- 
cendo della sua benedetta Beatrice , quello che mai non fu 
detto di alcuna: V. N., xliii. 

La qual cosa (cioè l'essere lodatore di sé medesimo) è 
al postutto biasimevole a chi 'l fa. « Lodare sé è da fuggire 
in quanto lodare non si può, che quella loda non sia mag- 
giormente vituperio: è loda nella punta delle parole, è vitu- 
perio chi cerca loro nel ventre. Chi loda sé, mostra che non' 
crede essere buono tenuto.... che non gì' incontra senza ma- 



COMMENTI. 133 

Jiziata coscienza.... E ancora la propria loda è da fuggire, 
perchè non è uomo che sia di sé vero e giusto estimatore: 
tanto la propria carità ne inganna: » Conv., 1, 2. Or di qui 
è manifesto perchè Dante nel registrare il suo nome, siasene 
scusato come da necessità costretto : Purg., xxx, 63. 

Prima dirò come (questo numero del nove) ebbe luogo 
nella sua partita, si è più volte verificato, combinato; poi 
n' assegnerò alcuna ragione per che questo numero a lei fu 
tanto amico , onde sia che questa donna fu sì di frequente 
accompagnata dal numero del nove: V. iV., xxx. Ed appunto 
perchè questo numero ebbe luogo tante volte nelle varie vi- 
cende della Vita nuova (amorosa) che Dante visse con Bea- 
trice, egli nel compiere il disegno della sua Commedia, distri- 
buì l'Inferno per nove cerchi : nove gironi assegnò al Purga- 
torio e il Paradiso distinse giusta i nove Cieli mobili sotto 
1' Empireo , cielo divinissimo e fondato in sempiterna pace. 
Non ha dubbio che FAllighieri seguitò in alcuna parte le dot- 
trine pitagoriche e cabalistiche intorno a 'numeri, ma così, che 
non lascia punto di dubbio sul modo d'interpretarle. Certo non 
ci porse veruno argomento a torcerle in quelle strane guise, 
a cui il Rossetti s'ingegnò di costringerle. 

XXX. — Pag. 55. 

Nella prima ora del nono giorno del mese, di Giugno, 
intendi; come si raccoglie da ciò che viene soggiunto, che 
cioè quell'Anima nobilissima si parti da questo mondo nel 
nono mese dell' anno siriaco. Perocché questo cominciando 
dal mese Tismin o Tisri , il quale è a noi ottobre, il nono 
mese dell' anno , calcolato secondo 1' usanza di Siria, corri- 
sponde poi al Giugno dell'anno nostro, allora 1290. 

Ella si parti in quell'anno della nostra Indizione... in 
■cui il perfetto numero nove volte era compiuto (rivolto) in 
quel Centinaio, nel quale in questo mondo ella fu posta. Il 
perfetto numero è il dieci: « Conciossiachè dal dieci in su 
non si vada se non con esso dieci alternando con gli altri nove 
« con sé stesso: « Conv., n, 15. Dionisi, Prep. ist. crii., V, 2. 



134 LA. VITA NUOVA. 

Conciossiacosaché, secondo Tolomeo e secondo li cristia- 
ni, verilade è, che nove siano li cieli che si muovono (mobili) 
Panni che si convenga leggere secondo li cristiani, veritade 
è, come porta il codice Pogliani, anziché secondo la cristiane 
veritate , al modo che richiede la volgata. E di fatti l' Alli 
ghieri nel Convito ridice che, secondo Tolomeo e secondo 
quello che si tiene in Astrologia e Filosofia (poiché quelli mo 
vimenti furono veduti), sono nove i cieli mobili: Conv., n, 4 
Del rimanente cristiana verità importa il medesimo che ve- 
rità infallibile, la quale non s'adatterebbe a una verità tro- 
vata co' sensi e per uso di ragione. Né giova il ricordare 
che Dante dichiara cattolica un'opinione comune od univer- 
sale (Conv., iv. 63), giacché egli in ciò, oltre che parve ri 
guardare alla semplice significazione del nome, a cattolica ag- 
giunse quasi, che ivi pur basta a dileguare ogni dubbio. 
Invece al luogo presente rammenta che i cristiani (quelli per : 
altro cui non sono ignote l'Astrologia e la Filosofia), come già 
Tolomeo fra il Paganesimo, credono con verità che siano nove 
i cieli mobili. 

Li detti cieli adoperano (piovono più o meno della loro 
influenza e con diverso modo) quaggiù, secondo la loro abi- I 
tudine insieme, secondo che s' hanno insieme, o l'un coli' al- 
tro si accorda. E cosi.... per opra delle ruote magne, Che 
drizzan ciascun seme ad alcun fine, Secondo che le stelle 
son compagne (Purg., xxx, 110), nella generazione di Beatrice 
concorsero e s'accordarono perfettissimamente le virtù tutte 
dei nove cieli. « Ciascuna stella negli occhi mi piove Della 
sua luce e della sua virtute: » Ballata n, p. 1. 

Secondo l'ineffabile verità è nell'edizione del Sermartelli, 
e parmi lezione da prescegliersi rispetto alla comune infalli- 
bile; perchè l'essere stata Beatrice ella medesima il numero 
nove è una verità sì nuova , che le parole non bastano a far 
intendere, ma non si saprebbe poi come tal creduta -verità 
non potesse fallire. 

Lo numero del tre è la radice del nove. Ognuno s' ac- 
corge che quest'argomento non conchiude nulla, perchè dal- 
l' essere il tre la radice del nove e il tre il fattore dei mira- ' 



COMMENTI. 135 

coli, non ne viene che nove e miracolo siano una stessa cosa, 
come non sono tutt'una cosa tre e Trinità. L'Allighieri era pur 
alquanto soggetto alle erronee speculazioni de' cabalisti del 
suo tempo, e conviene scusarlo, dacché amore gli crebbe e 
affinò ben altramente la virtù dell' ingegno. Ma s' ingannano 
coloro che in simili calcoli vogliono vedere e fantasticare oltre 
a quanto per nude parole l'Allighieri ne rafferma e dichiara. 

XXXI. — Pag 56. 

Poiché la gentilissima donna fu partita da questo se- 
colo (da noi: V. N., xxix), da questa vita mortale. « Bai se- 
colo hai partita cortesia » disse già il Poeta con biasimo 
alla Morte. 

Quasi come entrata nella nuova materia che appresso 
viene. Con ciò Dante mostra chiaramente che il suo intendi- 
mento nella Vita Nuova si fu di scrivere pur della Vita amo- 
rosa, eh' ei trascorse con Beatrice. Ond' è che le cose susse- 
guenti riferendosi al tempo che quella gentilissima era già 
partita dal nostro secolo, non pare dovessero aver luogo nel 
libro divisato. E vuoisi poi obbligo a Guido Cavalcanti, il quale 
volle e ottenne che l'Allighieri gli scrivesse solamente in vol- 
gare. Così l'amicizia è stata cagione perchè il Volgare italico, 
già diffuso per rime d'Amore, s'accreditasse più largamente 
colla prima e più gentile prosa d' amore. 

XXXII. — Pag. 51. 

Gli occhi miei... tanto affaticati erano, ch'io non potea 
disfogare la mia tristizia, dacché aveano sofferta tanta pena 
di lagrimare, Sì che per vinti son rimasti ornai. Così ri- 
mangono distrutti che più non possono lagrimare; son fatti 
vani di lagrime. 

Proposi di fare una canzone, nella quale piangendo 
ragionassi di Beatrice. Per le cose sovradette, piangendo 
qui importa il medesimo che traendo guai o sospirando, rom- 
pendo in lamenti. 



136 I-A. VITA NUOVA. 






Comm. Questa cattivella canzone ha tre parti. A questo 
luogo cattivella prende significato di misera, triste o pietosa. 
Difatti nel licenziarla, il Poeta dice: Pietosa mia canzone, 
or va piangendo. 

Canzone, st. 1. Convenemi parlar, traendo guai, dir 
parole dolorose, disfogando per esse il mio dolore; giacché 
gli occhi mi negano le lagrime , sfogherò il mio dolore in la- 
mentevole parlare : Conv., ni, 10. 

E perchè mi ricorda Ch' io parlai della mia donna, 
mentre che vivia, Donne gentili, volentier con vui. La prima 
sua canzone è appunto indirizzata alle donne gentili o fedeli 
d'Amore: Donne, eh" avete intelletto d' amore, Io vo' con voi 
della mia donna dire: V. N., xrx. 

St. 2. Ita n' è Beatrice in V alto cielo, ov' era disiata 
(V. N., xix); e quivi beata vive cogli Angioli: Conv., n, 2. 

Sua gran benignitate fu la sola cagione che la ci tolse, 
perchè luce della sua umiliate, il luminoso atto della sua 
virtuosa anima, giunse a risplendere insin al Cielo. Onde 
gli Angeli la chiedevano a Dio, dicendo: Sire, nel mondo si 
vede Maraviglia nell'atto che procede Da un'anima che fin 
quassù risplende : Canz. Donne, eh' avete intelletto d'amore. 

Sì che dolce desire Lo giunse di chiamar tanta salute, 
Beatrice ; il piacere della cui beliate, Partendo sé dalla no- 
stra veduta, Divenne spiritai bellezza grande, Che per lo 
cielo spande Luce d' Amor che gli Angeli saluta: Canz. Quan- 
tunque volte, lasso! mi rimembra. 

St. 3. Non è di cor villan sì alto ingegno, Che possa 
immaginar di lei alquanto; E però non gli vien di pianger 
voglia. Il che viene a dire , che un cuore villano (incapace 
d' amore) non potrebbe avere tanto ingegno, da immaginare 
(vederla nel pensiero) quale si fu quella mirabile donna, né 
potrebbe quindi pregiarla debitamente e piangerla. Solo ai 
cuori gentili , fatti all' amore , è dato di giungere col pen- 
siero a tanta bellezza e sospirarla. 

St. 4. E spesse fiate pensando la morte, Me ne viene un 
disio tanto soave, Che mi tramuta lo color del viso... Morte... 
Vedi che sì desideroso vegno D'esser de' tuoi, ch'io ti somi- 



COMMENTI. 437 

glio in fede; Vieni, che il cor ti chiede: Ganz. Donna pie- 
tosa e di novella etade. 

Quando V immaginar mi tien ben fiso, Giugnemi tanta 
pena d' ogni parte, Ch' i' mi riscuoto per dolor eh' io sento. 
L' immaginazione d' un obbielto talvolta suol farsi così viva, 
come fosse sentita: E si l'incendio immaginato cosse, Che 
convenne che'l sonno si rompesse: Purg., ix, 31. 

St. 5. Sì mi fa travagliar V acerba vita, si mi trasmuta, 
mi fa rassembrar figura nuova : V. N., xiv. La quale vita si 
è fatta vile, misera, Che ogniuom par che mi dica: Io t'ab- 
bandono (mi fuggo da te, mi allontano), Vedendo la mia 
labbia tramortita (tramutato il colore del mio viso, impalli- 
dito), dipinto il viso mio del pallore della morte. 

La verità del sentimento, le dilicate e proprie immagini, 
l'unità e corrispondenza delle parti in un solo concetto, la 
sentita armonia del verso, tutto conveniente al dolore del- 
l'anima, danno a questa canzone un pregio inestimabile. Quivi 
è Amore che parla con la lingua del cuore ; e dove parla 
Amore , la poesia dispiega tutta la sua divina virtù. Il Petrarca, 
sommo maestro della nostra Lirica, non potrebbe vantare una 
canzone dove natura ed arte facciano più mirabile e sicura 
prova. 

XXXIII. - Pag. 60. 

Si venne a me uno, il quale, secondo li gradi del- 
l' annstade, era amico a me immediatamente dopo il primo. 
È invero notabile come F Alligbieri osservi così per minuto i 
gradi dell'amicizia e come, secondo questi, misuri ogni 
suo atto ed eziandio que' riguardi che meglio conducono a 
raffermar l'affezione nella precisa maniera. Anche il cuore 
del Poeta sembra che abbia sentito il freno dell' arte. E dal 
rispetto ai gradi dell'amicizia, vengono molti ammaestra- 
menti , e fra gli altri questo : « che non deve l'uomo per mag- 
giore amico dimenticare li servigi ricevuti dal minore. Ma 
se pur seguire si conviene V uno e lasciar V altro, lo mi- 
gliore è da seguire, con mesta lamentanza V altro abban- 



138 LA VITA NUOVA. 

donando: nella quale dei cagione a quello che ei segue, dfj 
più amore: » Conv., il, 16. 

E questi fu tanto distretto di sanguinità con questa glo- 
riosa, che nullo più presso le era, essendo fratello di lei. 
Ciò poi ben si accerta , ridicendosi che nella Canzone costui &~ 
introdotto a lamentarsi come fratello. 

Sonetto. Perocché gli occhi mi sarebber rei (crudi, ri-; 
fiutandomi le lagrime a sfogo del mio dolore) ; e per questa 
loro crudeltà, durezza, io, molte fiate più che non vorrei,'' 
lascio di piangere la donna mia, e di sfogare nel pianto il' 
mio dolore. Il quale perciò non trova uscita che ne' sconso- 
lati sospiri. Cosi riesce compiuto il pensiero; dove che l'in- 
tendere rei per debitori e legger lasso ! in luogo di lascio , 
non porge alla mente intero e ben determinato il concetto 
che il Poeta aveva già espresso in prosa. 

Se n' è gita al secol degno della sua virtute; all' alto' 
cielo,, ov' era disiata.... come la speranza da' beati: Cariz. 
Donne, eh' avete intelletto d' amore. 

Abbandonata dalla sua salute, dalla beatitudine sua, da 
Beatrice onde le veniva ciò che le donava salute, pace, con-' 
tentezza d' ogni bene. « Vede perfettamente ogni salute Chi 
la mia donna fra le donne vede: » V. N., xxvn. 

In persona dell' anima dolente; l'anima afflitta prende 
persona ne' sospiri, questi sono come la persona dell' anima 
che si duole. 



XXXIV. — Pag. 61. 



„ 



Pensando chi questi era, cui intendeva dare questi 
sonetto. Alcune edizioni portano mandare in cambio di dare, 
che è la vera lezione , come risulta da ciò che si scrive pre« 
cedentemente e di poi: Proposi di fare un sonetto.... e di 
darlo a questo mio amico : V. N., xxxm. et E però innanzi 
eh' io gli dessi il sopracitato sonetto , ecc. » 

Ma chi sottilmente le mira , vede bene che diverse per* 
sone parlano. Il mirare qui è un attendere, e il vedere in- 
dica l'atto che indi seguita, quasi discernere. A ciò si vuol 



COMMENTI. 139 

por mente, anche allora che si adoperano guardare e ve- 
dere, perchè talvolta 1' uno o 1' altro prende valore di osser- 
vare od esaminare, secondo l'ordine in cui sono posti, e 
cosi scambiano il proprio significato. 

Comm. Questo mio amico distretto a lei, distretto di 
sanguinità con questa gloriosa (V. N., xxm), come fratello 
che le era. 

Canzone. E dico vieni a me, con tanto amore Ch'io 
sono astioso di chiunque muore. E nella Canz. Donna pie- 
tosa e di novella etade s'era già così espresso: Morte, as- 
sai dolce ti tegno.... Vieni, chò ì l cor ti chiede. 

Quando la donna mia Fu giunta dalla sua crudeli- 
tate, dal crudele colpo, cioè, della Morie , eh' è villana e dì 
pietà nemica. 

Perchè il piacere della sua beliate (la sua piacente bel- 
lezza) Partendo sé dalla nostra veduta (allontanandosi da 
noi, dagli occhi nostri, per salire al cielo) divenne spiri- 
tal bellezza grande. Del che non serbò poi costante memo- 
ria l' Allighieri , il quale, morta che fu Beatrice, si diede al- 
trui, e ne venne perciò rimproverato da quella sua donna 
gloriosa: Questi si tolse a me e diessi altrui.... Quando di 
carne a spirto era salita, E bellezza e virtù cresciuta m' era 
Fu' io a lui men cara e men gradita: Purg., xxx, 126. 

Luce d' amor che gli Angeli saluta, porge salute agli 
Angeli stessi, li rallegra a tanto segno, quasi lor crescesse 
la beatitudine. 

E lo intelletto loro alto e sottile Face maravigliar, 
tanto è gentile! Il che mostra che di fatto era una spiritai 
bellezza grande: perocché gl'intelletti alti e sottili non so- 
gliono maravigliarsi, se non alle grandi e nuove cose. Cosi 
il nostro Poeta , a vieppiù farci pensare la novità delle stu- 
pende sculture vagheggiate nel primo cerchio del Purgatorio, 
dice che farian mirar ogni ingegno sottile: xn, 68. 



140 LA. VITA NUOVA. 

XXXV. — Pag. 62. 

Si compieva V anno che quella donna era fatta de' cit- 
tadini di vita eterna , essendo ita nel reame ove gli Angeli 
hanno pace: V. N., xxxn. 

Io tni sedeva in parte, nella quale , ricordandomi di 
lei,, vivente in cielo cogli Angioli (Conv., n, 2), disegnava 
un Angiolo sopra certe tavolette, quasi a memoria e per 
figura di Colei che quaggiù pur gli s'è disvelata come un'^Ln- 
giola giovanissima: V. N., il. 

Volsi gli occhi e vidi lungo me uomini ai quali si 
convenia di fare onore, muoversi incontro ad essi in atto 
di riverenza, come a gente degna. A questi costumi gentili 
il Poeta s' era informato e tenevasi molto obbediente : Inf., xvr, 
16, 50, 57. 

Volsi e vidi « Io mi volsi a man destra.... e vidi quattro 
stelle: Purg., i, 22. Un poco me volgendo all' altro polo.... 1 : 
"Vidi presso di me un veglio solo , Degno di tanta reverenza 
in vista, Che più non dee a padre alcun figliuolo: » ivi, 31. 

Eglino erano stati già alquanto, anzi che io me ne, 
accorgessi. Di qui si manifesta come Dante fosse solito di at- 
tender fisso , anco nel "comporre ogni men grave sua opera, 
di modo che in quell'atto sembrava togliersi ad ogni altro 
intento: Par., xxi, 3. E però il tempo gli fuggiva improv- 
viso o passava troppo più rapido che non stimava V animo non 
sciolto (occupato): Purg., xn, 65; iv, 9. 

Altri era testé meco , e perciò pensava. Con questo ne 
fa avvertire che gli era venuta alla mente la sua Beatrice e che 
a lei s' era tutto rivolto : onde è che non potè pur attendere 
ai degni uomini venuti a visitarlo. Ed è poi bello d' ammirare 
l' Allighieri in atto del disegnare, e disegnar figure d'Angeli; 
cosi mostrando che gli fosse cara e usata ogni arte gentile e 
che in tutti i suoi pensieri , in tutte le opere sue avea pur 
sempre in cuore quella gloriosa donna che della sì amorosa 
presenza l' avea quaggiù sostenuto a bene e felicitato. L'amore 
in Dante divenne parte di vita, anzi viva vita, e bastò quindi 



COMMENTI. 141 

a sublimarlo ai più nobili concetti e sentimenti , cbe mai pos- 
sano sorgere dalla divina natura dello spirito umano. 

Mi venne un pensiero di dire parole per rima, quasi 
annovale di lei, e scrivere a coloro i quali erano venuti 
a me. Si faccia avvertenza quanto 1' Allighieri sia dilicato 
ne' suoi sentimenti, eziandio là dove meno si pare. Solo per- 
chè gentili persone erano a lui venute in queir ora eh' ei pen- 
sava alla sua Beatrice, nello scrivere parole a lode di costei, 
il cuore lo spinge a rivolgerle a que' cortesi, della cui visita si 
teneva onorato. 

Gomm. Salvo che nella prima parte dice quando questa 
donna gli era venuta nella mente, cioè entro quel punto che 
lo suo valore avea tratto gente a riguardare quello eh' ei fa- 
ceva, applicato all'opera del disegnare. 

Sonetto. Era venuta nella mente mia La gentil donna, 
Beatrice, che per suo valore Fu posta dall' altissimo Signore 
Nel del dell'umiliate, ov'è Maria. Già l' Allighieri avea scritto: 
Lo Signore della giustizia chiamò questa gentilissima a 
gloriare sotto l'insegna della reina benedetta Maria: V. N., 
xxix. Quindi nel del dell'umiliate vuol intendersi per l'alto 
o sommo Cielo, cioè a dire, per il più sublime grado di bea- 
titudine riserbato a coloro che più furon grandi nella umiltà. 
Secondo l'umiltà, di che diedero esempio, saranno le anime 
cristiane elevate ne' cieli. Così avvenne degli angeli che furono 
più modesti A riconoscer sé della bontate Che gli avea fatti a 
tanto intender presti. Perchè le viste lor furo esaltate Con 
grazia illuminante e con lor merto, sì c'hanno piena e ferma 
volontate: Par., xxix, 58. In questo primo cominciamento 
del sonetto, valore, quello per lo quale veramente è V uom 
gentile, si prende quasi potenzia di natura, ovvero bontà 
da quella data: (Gonv., iv, 2.) Ed invece nel secondo comin- 
ciamento, valore significa manifestamente quella occulta virtù 
o virtuosa influenza per cui Beatrice eccitò quelle degne per- 
sone a visitar Dante nell' ora, che ella gli era venuta in pen- 
siero ed ei stava disegnandola in figura di un Angelo. 

Amor che nella mente la sentìa. Qui l' Amore si dispiega 
ancora nella sua natura purissima sì, ma sensibile, e qual'è 



-142 LA VITA. NUOVA. 

nel cuore umano. Laddove quando l'Allighieri sarà fatto più 
spirituale ne'suoi affetti, allora sublimerà anche se stesso can-oi 
tando : Amor, che nella mente mi ragiona Della mia donnei-.- 
disiosamente, Muove cose di lei meco sovente, Che lo intel-* 
letto sovr'esse disvia: Conv., in. 

Nel distrutto core: poco sopra avea rammentato: Pian-4 
ger di doglia e sospirar d'angoscia Mi strugge il core, ovun-' 
que sol mi trovo: V. N., xxxn. 

Questo sonetto ha poi una tanto singoiar perfezione, dal 
non si poter degnamente stimare. Un solo pensiero vi domina 
e ne compie l'unità, raccogliendo intorno a sé tutto che precede 
e seguita. Le forme del dire , la qualità e il suono del verso 
si concorda cogli espressi sentimenti, e proprio vi si discerné 
che parla il cuore colla lingua d'Amore. Quanto può natura^ 
ivi s'ammira; mala favella del cuore non si fa intendere né 
spiega le sue bellezze, se non a chi ha cuore. 

XXXVI. — Pag. 64. 

Mollo stava pensoso e con dolorosi pensamenti tanto,- 
che mi facevano parere di fuori una vista (mi davano un 
aspetto) di terribile sbigottimento ; a chi mi guardava mi di- 
mostravano terribilmente sbigottito. 

Levai gli occhi per vedere, se altri me vedesse, e vidi 
una gentil donna. « Guardai in alto e vidi le sue spalle (del 
monte) Vestite già de' raggi del pianeta, ecc. » Inf. i, 16. 

Mi riguardava molto pietosamente quanto alla vista, 
perciò che mi parea, ovvero, a voler giudicare da quello che 
ella mi si disvelava nel sembiante: molta pietà mi appa- 
riva nella sua figura. Un modo simile si riscontra in altri 
luoghi : Quanto alla vista (a ciò che in me altri poteva vede- 
re), V andare mi dispiaceva: V. N., ix. 

Conciossiachè quando i miseri veggono di loro compas- 
sione altrui, piuttosto si muovono ed lagrimare, quasi come 
se di se stessi avessero pietade, io sentii allora li miei occhi 
cominciare a voler piangere. Chi non sente la bellezza e ve-' 
rità di queste parole inspirate dal più vivo e profondo affetto? 



COMMENTI. 143 

Se altri piange per voi, e voi ne pigliate impeto e forza a sfo- 
gare col pianto il vostro dolore. Alle nostre lagrime sono ec- 
citamento e conforto le pietose lagrime altrui. Come poi la 
più affettuosa prosa si trasmuti nella poesia meglio sentita e 
leggiadra, si vegga nel sonetto dove siffatti pensieri si rac- 
colgono quasi addensati in maggior luce. E che divina virtù 
non è in questi accenti ? Sentendo Che si movean le lagrime 
dal core, Ch' 'era sommosso dalla vostra vista. 

Temendo di non mostrare la mia vile vita, mi partii 
dinanzi dagli occhi di questa gentile. Così leggono alcuni 
codici e stampe, ma panni doversi leggere secondo altri testi: 
Temendo di mostrare la mia viltà, mi partii, ecc. Ed a questa 
lezione pone suggello ciò che si ridice nel sonetto : Sicché mi 
giunse nello cor paura Di dimostrar cogli occhi mia viltate. 

Sonetto. La statura Ch' io facìa pel dolor molte fiate. 
S'io non m' inganno , statura al luogo presente non indica 
stato o condizione^ come s'interpreterebbe da alcuni, ma sì lo 
starsi pensoso che Dante faceva, la positura ch'ei soleva 
prendere, riducendosi quasi immobile per dolorosi pensa- 
menti, che poi gli davano vista (figura) d'uomo compreso da 
terribile sbigottimento. 

La qualità dalla mia vita oscura. Dante volendo altrove 
poetare come la sua memoria gli movesse la fantasia ad im- 
imaginare quale Amor lo faceva, scrisse: Spesse fiate venemi 
• alla mente L'oscura qualità ch'Amor ini dona, E viemmene 
■pietà sì, che sovente Io dico : lasso! avviene egli a persona? 
; V. N., xvi. La qualità d'oscura vita, ovvero la oscura qua- 
llità della vita importa quanto la trista condizione della vita, 
la quale allora che è lieta, prende come abito di chiarezza. 
Onde per Dante chiaro e dolce mondo è tutt' uno: Inf., xxxrv, 
434; vi, 88. 

Sicché mi giunse nello cor paura , fui preso, tremai di 
paura che è nel core {V. N., xm ; Inf., 1, 19): tremai di di- 
mostrar cogli occhi mia viltate. Lo viso mostra lo color del 
core e specialmente per gli occhi, ne' quali il sembiante più 
si ficca: Purg., xxi, 11. « Quel color che viltà di fuor mi 
pinse: » Inf., ix, 1. 



144 LA VITA NUOVA. 



f 



Ben è con quella donna quell' amore , Lo qual mi face 
andar così piangendo. Nessuna scusa al suo nuovo amore' 
poteva Dante addurre più eccellente di questa. Egli si lasciò' 
vincere all'amore di quella donna, per sola ragione che, pa-i 
rendogli somigliante alla sua Beatrice , vi scorgeva come ri-' 
tornato quell'amore per cui era venuto a tanta sconsolazione. 
Questo a me sembra uno de'più graziosi sonetti, onde si l'ac- 
comandi lo stile d'amore, da cui il passionato Allighieri trasse 
le Nuove Rime. 

XXXVII. — Pag. 65. 

Avvenne poi che ovunque questa donna mi vedeva, 
facea d' una vista pietosa. Chi ben guardi, ovunque qui non 
significa ogniqualvolta, ma sì in qualsiasi luogo, siccome alt 
trove : Pianger di doglia e sospirar d'angoscia Mi strugge il 
core ovunque sol mi trovo; e similmente: Lo viso mostra lo 
color del core, Che tramortendo , ovunque può s'appoia. 
V.N., xv, xxin. Di fatti l' Allighieri, per vedere quella pietosa 
donna andava or in uno or in altro luogo, dove che ella si 
trovasse. 

Molte fiate mi ricordava della mia nobilissima donna,, 
che di simile colore mi si mostrava. Beatrice, che negli occhi 
portava amore, dovette aver colorato il viso come amor vuole: 
Purg., xix, 14. Dante invero, secondo che n'avverte il be- 
nemerito Fraticelli, disse già: Color di perla quasi informa, 
quale Conviene a donna aver, non fuor misura. Ganz. Donne 
ch'avete intelletto d'amore. 

Questa donna... purea tirasse le lagrime fuori delli 
miei occhi per la sua vista, dove tutta la pietade purea ac- 
colta: V. N., xxxvi. La pietà, che usciva dalla vista (degli 
occhi) di quella donna, ai distrutti occhi di Dante cresceva 
volontà di piangere, sì che della voglia si consumavan tutti. 
Ciò si dice nel sonetto,, ma non si saprebbe definire se il 
modo con che fu sentitamente espresso in prosa sia meno 
poetico e meno efficace. 

Questo sonetto.... è piano senza dividerlo; perocché la 



COMMENTI. 145 

sua ragione da quanto precede è manifesta, non accade di- 
viderlo. Come nella Vita Nuova, così anche nel Convito, Dante 
adopera le divisioni a fine di meglio chiarire la esposta sen- 
tenza, indicandoci di pur seguire il modo divisivo nell' inter- 
pretare la sua Commedia. 

Sonetto. Per veder sovente Occhi gentili e dolorosi 
pianti. Gli occhi gentili, quelli che rivelano amore (giacché 
Amore e cor gentil sono una cosà), svegliano amore in altrui. 
Onde per contrario è detto: Negli occhi porta la mia donna 
amore, Perchè si fa gentil ciò ch'ella mira: V. N., xxi. I 
dolorosi pianti invece commovono a pietà: Non odi tu la pietà 
del suo pianto? Inf. li, 406. Ell'ha nel viso la pietà sì scorta, 
Che quali' avesse voluta mirare, Saria dinanzi a lei caduta 
morta: V. N., xxn. 

Sì che per voi mi vien cosa alla mente, Ch'io temo forte 
non lo cor si schianti. Vuol dire con ciò eh' egli al vedere 
quella pietosa e gentile donna, molte fiate ricordandosi della 
sua Beatrice che gli si mostrava di simil colore, ne sentiva 
desiderio e dolore mortale. 

Io non posso tener gli occhi distrutti, ecc., fatti vani, 
incapaci di lagrimare, per aver molto e lungamente pianto. 

XXXVIII. — Pag. 66. 

Io venni a tanto (divenni) per la vista di questa donna 
(per averla molte volte veduta), che li miei occhi si comin- 
ciaro a dilettar troppo di vederla. 

E più volte bestemmiava la vanità degli occhi miei. In 
luogo di biasimava, come si legge in qualche codice e stampa, 
pare anco a me da anteporsi bestemmiava, perchè Dante poi 
chiama maledetti i suoi occhi per aver cessato dal piangere, 
quando invece le loro lagrime non doveano mai esser ristate. 

Esser ristate leggerei io, giusta alcuni codici, sembran- 
domi lezione un po' migliore della comune aver ristato ; dac- 
ché ristare s'usa per solito neutralmente: Purg. xxix, 19. 

Proposi di fare un sonetto e di comprendere (abbrac- 
ciar tutta, manifestare in esso pienamente) questa orribile 

10 



146 LA. "VITA NUOVA. 






condizione che era saputa (conosciuta) soltanto da me misero 
che la sentia. 

Comm. Siccome parlava lo core in me medesimo, cioè 
secondo che io avea detto nel mio pensiero. 

Sonetto. Faceva lagrimar V altre persone. IIWitte alte 
volgata maravigliare, ragionevolmente preferisce la lezione 1 
lagrimare, e la rafferma con quanto l'Allighieri avea preac- 
cennato: Or voi, occhi miei, solevate far piangere chi vedec 
la vostra dolorosa condizione. 

La vostra vanità, l'esser così vani di lagrime, F avere 1 
cessato così dal pianto dopo la morte della nostra donna. An 
che in questo sonetto la passione di Dante s'impronta e disveli 
tutta quanta. Ogni parola è come una nota della passione 
istessa, e l'armonia del verso appieno vi corrisponde. I 
quanto affetto, che anima non s' inchiude nell'ultime parole 
Così dice il mio core e poi sospira! Bisogna amare e amai 
forte e nobilmente, e allora la parola, mossa dal core, si fari 
ammirar con piacere dagli animi gentili. Senza verità d'amor* 
non si dà bellezza di poesia. 

XXXIX. — Pag. 67. 

E quando avea consentito ciò, io mi ripensava, quas 
dalla ragione mosso, e dicea fra me medesimo. In questi 
luogo ripensava prende valore di pensava di nuovo, giacchi 
il pensiero, che or si sveglia nel cuore, è mosso da ragione 
laddove in prima surse come spontaneo e improvviso. De 
resto è da rammentare che qui si narra come Dante sia stai 
più volte combattuto in se medesimo o agitato fra la battagli} 
dei pensieri. 

Tu vedi che questo è uno spiramento che ne reca dì 
nanzi (innanzi a noi) li desiri d'amore. Il che acquista mag 
gior luce da quanto si ridice nel sonetto: Questi è uno spiri 
tei novo d' Amore, Che reca innanzi a me li suoi desiri 



COMMENTI. 147 



XL. — Pag. 69. 

Contra questo (pensiero) avversario della ragione si levò 
un dì, quasi nell' ora di nona, una forte immaginazione in 
me. L'ora di nona, in che gli surse cotal visione, porge si- 
curo indizio che fu mossa dal pensiero di Beatrice, cui il nu- 
mero nove fu tanto amico: V. N. } xxx. Ed ecco perchè poi 
soggiugnerà ch'egli se ne ricordava secondo V ordine deltempo 
passato. 

Mi parea vedere Beatrice con quelle vestimenta sangui- 
gne (tinte di sanguigno , del color del sangue) colle quali 
apparve prima agli occhi miei. Dante in fatti rammenta che 
ella gli apparve vestita di nobilissimo colore umile ed one- 
stamente sanguigno : V. N. } n. 

E molte volte avvenia che tanto dolore avea in sé alcuno 
pensiero, ch'io dimenticava lui (il pensiero, da cui io rimaneva 
occupato) e là dov'io era. Non di rado incontra che l'uomo, 
compreso da forte piacere o dolore, ne resta così vinto, come 
nuli' altro gli toccasse la mente, sì che il tempo gli passa 
senza pur avvedersene: Purg. n, 17; iv, 9. 

Gomm. Mi vergognava di ciò che li miei occhi aveano 
cosi vaneggiato, dell'essere stati così vani di lagrime, della 
loro vanità o cessazione dal piangere la nostra donna. 

Sonetto. Gli occhi non han valore Di riguardar per- 
sona che li miri, di riguardarla, aggiungi, sì che loro potesse 
trarre a simile intendimento , innamorarli al modo che avea 
fatto quella pietosa donna. 

E fatti son che paion due desiri Di lagrimare, ecc. È 
questa una potente espressione e tutta avvivata di luce poetica , 
ma nella prosa il concetto non perde punto della sua efficacia 
ed evidenza: Li miei occhi pareano due cose che desideras- 
sero pur di piangere. 

Amore cerchia gli occhi di corona di martìri. Dante 
vuole con questa brevità di sentenza e parola ridirci che per 
lo lungo continuare del pianto, dintorno agli occhi gli si 



148 LA VITA NUOVA. 

facea un colore purpureo , quale apparir suole per alcune 
martirio che altri riceva. 

Perocch' egli hanno in sé li dolorosi (sospiri) Quel dolce 
nome di Madonna scritto, E della morte sua molte parole, 
dicendo essi quello che si ragiona nel cuore, cioè il nome di 
lei e com' ella si partìo da noi. 

- XU.—Pag. 74. 

In quel tempo (nella Settimana santa) che molta genie 
andava per vedere quella immagine benedetta (la "Veronica) 
la quale Gesù Cristo lasciò a noi per esempio della sua bel- 
lissima figura. Molto all' uopo il Fraticelli qui allega quel 
luogo del Paradiso: Quale è colui, che forse di Croazia, 
Viene a veder la Veronica nostra, Che per l'antica fama 
non si sazia, Ma dice nel pensier, finché si mostra ; Signor 
mio Gesù Cristo , Iddio verace, Or fu siffatta la sembianza 
vostra! xxxi, 103. 

Quasi in mezzo della cittade ove nacque, vivette e morto 
la gentilissima donna. Sono pur a sufficienza queste memo- 
rabili parole ad accertare che la Beatrice di Dante fu di vero 
donna in carne ed ossa, uno dei Cristiani del terzodecimo 
Centinaio. Ma su ciò credo che non possa più mettersi alcun 
ragionevole dubbio, dopo quanto ne discorsero due eletti in- 
gegni, che all'assennata critica seppero far corrispondere la 
dignità della parola e dello stile. La Beatrice di Dante, 
Studio di Alessandro d'Ancona. Pisa, Tipografia Nistri, 1865. 
Allegoria di Beatrice, Discorso di Giuseppe Poccianti. Fi- 
renze, Tipografia di M. Celimi, 1865. 

Questi peregrini (che andavano molto pensosi...,) forse 
pensano de' loro amici lontani. Ciò ne riduce il pensiero a 
quell'ora che, al mancar della luce, suol pungere d'amore i 
nuovi peregrini, massimamente nel giorno e' han detto 
a' dolci amici addio: Purg., vili, 3. 

Se questi fossero di propinquo paese (e non di lontana 
parte come sembrano), in alcuna vista parrebbero turbati. 



COMMENTI. 149 

Parmi che al luogo presente, vista abbia, più che altro, signi- 
ficazione di atto o sembiante. 

Onde passati costoro dalla mia veduta, allontanati in 
guisa che più non si potevano da me vedere. 

Comm. In modo stretto non s'intende peregrino, se non 
chi va verso la Casa di santo Iacopo, che è l'Apostolo, 
per cui quaggiù si visita Galizia: Par., xxv, 13. 

Chiamansi palmieri, in quanto vanno oltremare là onde 
molte volte recano la palma, il bordon di palma cinto: 
Purg. , xxxm, 78. 

Sonetto. Venite voi di sì lontane genti? di lontana 
parte, com' è detto sopra. 

Come quelle persone che neente Par che intendesser 
sua gravitate, il grave danno che la incolse per la morte di 
Beatrice : giacché quella città allor rimase quasi vedova e 
dispogliata d'ogni sua dignitate: V. N. , xxxi. 

Ella ha perduto la sua Beatrice, come a dire, la donna 
che facea beato chiunque la vedeva, ed era appunto chiamata 
Beatrice, quasi tutti spontaneamente le attribuissero il nome 
che aveva proprio. 

XLII. — Pag. 73. 



Pensando (considerando) la loro nobiltà, proposi di 
mandar loro e di far una cosa nuova (una nuova poesia), la 
quale io mandassi loro con esse parole rimate. 

Comm. E siccome peregrino, lo qual è fuori della patria 
vista. Qualche codice legge della sua vista e alcun altro della 
sua patria vista; ma dall'una o dall'altra lezione non si può 
trarre determinato il concetto che Dante ebbe in mente. Ed 
io per me tengo certo che si debba invece scrivere semplice- 
mente « della sua patria. » Né altri potrà dubitarne ove ripensi 
che peregrino è chiunque è fuori della patria sua: V. N., xli. 

Il mio pensiero sale nella qualità di costei (la vede 
tanto sublime), che il mio intelletto non può comprendere; 
perocché, nostro intelletto^ per difetto della virtù della quale 



150 LA. VITA NUOVA. 

trae quello ch'el vede (che è virtù organica, cioè la fantasia) 
non puote a certe cose salire: Conv., ih, 4. 

Conciossiachè il nostro intelletto s'abbia (sia) in risguardo I 
a quelle creature, come l'occhio nostro debole (rispetto) al 
sole, che da sé ricaccia il viso che più trema: Par., xxx, 29. 

Intendo questo, cioè che tal è il pensare della mia donna, 
vale a dire che questo pensiero pur mirava alla mia donna, 
giacché spesso me ne ridiceva il nome. 

Sonetto. Oltre la spera che più larga gira, su al sommo 
Cielo, oltre al Ciel che tutto gira, che è il Mobile primo, Lo 
real manto di tutti i volumi Bel mondo: Par., xxm, 412. 

Il sospiro intende per il pensiero, così nominato dall' ef- 
fetto che produce. 

Intelligenza nuova. Questa nuova intellettiva virtù, che 
nel pensiero di Dante mette Amore piangendo e lo fa andar 
lassuso, vien da Beatrice, salita in l'alto cielo, Nel reame, ove 
gli Angeli hanno pace: V. N., xxxn. 

Io non l'intendo, sì parla sottile; tanto, che n'è vinto il 
mio intelletto. Gli è un modo simile a quello: I'non l'intesi, 
sì parlò profondo : Par. , xv, 39. 

XLIII. - Pag. 74. 

Appresso a questo sonetto apparve a me una mirabil 
Visione. Non è a dubitare che qui s' accenni all' idea del 
Poema, in cui magnificamente trionfa la lode di Beatrice. Ma 
ei si deve fare avvertenza che altro è la Visione ed altro il 
Poema. Questo non è se non la poetica narrazione di quella 
Visione che apparve a Dante, la mercè di Beatrice. Al che si 
vuol bene attendere, essendo che, giovi il ridirlo, la Visione 
ha un fine e un' allegoria che del tutto si riferisce a Dante, 
laddove al Poema, che essa Visione vien descrivendo, fu dallo 
stesso Dante assegnato un fine e un'allegoria, se non diversa, 
certo più larga e distinta da quella che riguarda semplicemente 
il contemplante Viaggiatore. Ond'è che ne conforta il pensare 
come l'Amore stringesse Dante a Beatrice per guisa, chei 



COMMENTI. 151 

eziandio nella varietà delle passioni cui potè soggiacere, gli 
rimase altamente impresso e con quella celestiale efficacia, da 
cui ebbe principio e cagione il più gran Poema onde s'onori 
l' umano ingegno. All' Amore adunque dobbiamo 1' origine e 
la principal gloria della nostra Letteratura, e nella Vita Nuova 
giace riposta la vera origine e la fecondatrice virtù della Com- 
media di Dante. E questo divino Lavoro starà a perpetua norma 
e sicuro criterio del Volgare d'Italia, non meno che de' suoi 
gentili costumi. 



o-c=x»-<- 



EDIZIONI DELLA VITA NUOVA, 



Queste notizie sulle Edizioni della Vita Nuova furono 
in parte accennate dal Torri e meglio esposte dall'egre- 
gio Lodovico Pizzo, il quale prestò la sagace sua opera 
al benemerito e celebrato tipografo Antonio Antonelli 
nella magnifica ristampa di quel libro , pubblicatosi in 
Venezia nel 1865, per festeggiare coli' universo mondo 
civile il sesto Centenario della nascita dell' altissimo 
Poeta. Né avendo io saputo dove ritrovarle più esatte, 
m'avviso di qui soddisfare ad un obbligo di stima nel 
riprodurle tai quali, non ostante alcune graziose parole 
che possono bensì riguardarmi, ma che non giovano, 
se non a rendere fede dell' altrui cortesia. 



1576. 



VITA NUOVA di Dante Alighieri con XV Canzoni del me- 
desimo e la Vita di esso Dante scritta da messer Giovanni 
Boccaccio. In Firenze , nella Stamperia di Bartolomeo 
Sermartelli, MDLXXVI, in-8. 

Prima edizione , bella e di Crusca , ma , come ne avverte 
il eh. B. Gamba, poco corretta. 

Nel principio sono 4 carte non numerate ; dopo queste se- 
guitano face. 116 numerate e la Tavola della V. N. in due carte. 
La Vita di Dante scritta dal Boccaccio ha frontispizio, segna- 



156 EDIZIONI DELLA. VITA NUOVA. 

tura di fogli e numerazione di face, a parte, ed occupa 80 face, 
compreso l' Indice. 

Oltre le cose indicate nel frontispizio, contiene parecchi So- 
netti di Dante ed alquanti altri di altri poeti a lui. 

Ha ne' margini dei richiami , o vogliam dire brevi somma- 
rli delle cose contenute nelle righe di fronte , ma è mancante 
delle Dichiarazioni e Divisioni dei componimenti poetici, le 
quali si ammisero poi, come vedremo, in quasi tutte le edi- 
zioni posteriori, perchè incontrastabilmente opera di Dante. 

Il Sermartelli dedica la sua edizione della V. N. « da esso 
» Dante e da altri reputata di non picciol valore » al molto ma- 
gnifico M. Bartolomeo Panciatichi patrizio fiorentino , e fa sa- 
pere di averne avuto il manoscritto dall'amico Nicolò Carducci. 

Il Cinelli ricorda una edizione di Firenze dell' anno 1527 , 
ma a nessun bibliografo finora fu dato di vederla. 

1723. 

VITA NUOVA di Dante Alighieri. Nelle Prose di Danti 
Alighieri e di messer Giovanni Boccaccio. In Firenze, 
MDCGXXIII, per Giovanni Gaetano Tartini e Santi Fran 
chi, in-4. (di face. 416). 

Oltre la V. N. ha di Dante il Convito e la Pistola allo 'mpe- 
radore Arrigo di Lu&imburgo. 

Gli accademici della Crusca si valsero per lo più di questa 
edizione, la cui lezione è alquanto diversa da quella del Ser- 
martelli. 

Ebbe cura di questa edizione l'eruditissimo can. Antonio 
Maria Biscioni, il quale vi prepose una dotta prefazione , e la 
corredò di note. In questa prefazione il Biscioni sostiene: « la 
» Vita Nuova essere un trattato d' amore meramente intellet- 
» tuale , senza alcuna mescolanza di profano » e si sdegna con- 
tro Boccaccio , Benvenuto da Imola , Leonardo Aretino , Cri- 
stoforo Landino , il Vellutello , il Daniello e contro tutti quei 
biografi ed espositori che credettero reali gli amori di Dante 
con Beatrice Portinari. 

Ed intorno alla integrità del testo della Vita Nuova 1' eru- 
dito Canonico scrive: « da questa operetta sono state tolte via, 
» non solonell'ediz. del Sermartelli, ma ancora in tutti i MSS. 
» da me veduti, eccettuatone il mio , tuttequante le Divisioni o 



EDIZIONI DELLA VITA NUOVA. 157 

» Sommaria de' componimenti poetici, per entro la medesima 
» sparsi : le quali Divisioni , siccome legittima opera di Dante , 
» erano state da lui medesimo a' propri luoghi collocate. » E 
più innanzi ci fa conoscer 1' origine di questo fatto , avendo 
egli trovato come in un testo a penna , il quale fu di Baccio 
Valori, ed allora era di Gio. Gualberto Guicciardini, fossero 
state tolte le dette Divisioni e risposte nel margine , e come 
chi ciò aveva fatto dichiarasse esservi stato indotto, perchè le 
riguardava come chiose e non come testo. 

Il Cod. del Biscioni ricordato è quello della Marc, segnato : 
xxvi CI. x MSS. Ital. Cartaceo in-4. Gli altri sei codici riscon- 
trati per l'ediz. 1723; sono: due della Libr. Mediceo-Lau- 
renz. (Banco 40, codd. 31 e 42); uno della Lib. del march. 
Cosimo Ricciardi (n°.134); uno della Libr. del senat. G.B. Gua- 
dagni (n°. 142); uno della Libr. di Gio. Gualberto Guicciardini 
(n<>. 48) ed uno della Libr. Strozziana (n°. 259). 

Più innanzi il Biscioni prova falsa la opinione che Dante si 
vergognasse d'aver composto la Vita Nuova, e dice tale opi- 
nione aver avuto origine dal Boccaccio che ciò scrisse nella 
Vita di Dante (V. Boccaccio, Vita di Dante, face. 83; Ven., 
Alvisopoli, 1823). 

Alle note del Biscioni alcune ne aggiunse di sue Antonio 
Maria Salvini , e queste sono contrassegnate con asterisco. 



1741. 



VITA NUOVA. Venezia, 4741, presso Giambattista Pasquali. 
In-8. Nel tomo II delle Opere di Dante. 

Questi due tomi vanno in seguito ai tre tomi della Com- 
media pubblicati dal Pasquali stesso nel 1739. I cinque tomi 
hanno talvolta tutti la data dell' anno 1741. 

È una copia della edizione liorentina 1723. 

1751. 

VITA NUOVA. Venezia, 1751, presso Giambattista Pasquali, 
in-8. 



Ristampa della edizione 1741. 



158 EDIZIONI DELLA VITA NUOVA. 



4758. 

VITA NUOVA. Venezia, 1758. Appresso Antonio Zatta. In-I 
fig. Nel Tomo IV, Parte I (face. 3-32) delle Opere di 
Dante Alighieri. Venez. 1757-58, Zatta. Voi. quattro, i 

É pur questa edizione copia della fiorentina 1723. Ha per 
altro un rame volante e un rametto in capo-pagina. 

Di questa edizione si tirarono esemplari in carta grande ed 
in formato di foglio , ornati d' incisioni aggrandite colla giunta 
di un contorno; due esemplari in carta finissima, ed uno in 
carta imperiale ad uso di Olanda. 

È una edizione di lusso, ma i rami sono poco pregiati. Si 
trovano esemplari che mancano dei rami volanti : forse i primi 
posseditori di essi esemplari li tolsero via per formarne quadri, 
poiché sappiamo dal Gamba che lo Zatta imprimeva in fogli 53 
alcuni esempi, delle 212 fig. in rame che adornano la presente 
edizione, acciocché servissero d'adornamento per gabinetti 

1760. 

VITA NUOVA. Venezia, 1760. Appresso Antonio Zatta. In-a 
Nel Tomo IV delle Opere di Dante Alighieri. 

Ristampa economica della edizione 1757-58. 
1772. 

VITA NUOVA. Venezia, 1772. Appresso Giambattista Pa- 
squali. In-8. 

Nel secondo dei due Tomi contenenti le Opere minori 
di Dante, i quali fanno seguito ai tre della Commedia. ■ 



Dozzinale ristampa delle edizioni 1741 e 1751, 
1793. 






VITA NUOVA. Venezia, 1793. Dalla Stamperia di Pietro qu. 
Giovanni Gatti. In-8. 



EDIZIONI DELLA VITA NUOVA. 159 

Nel primo dei due tomi contenenti le Opere minori di 
Dante i quali fanno seguito ai tre volumi della Commedia, 
si contiene, oltre la V. N., anche il Convito. 

Materiale e turpe ristampa delle edizioni del Pasquali, e 
copia anche questa della edizione fiorentina 1723. 

Nella prefazione dell' editore leggesi : « risoluto mi sono di 
» nuovamente porre per la quarta volta sotto i torchi la pre- 
» sente Raccolta dell' Opere tutte , tanto in versi , che in prosa , 
» d'un ingegno così sublime. » Per queste parole si dovreb- 
bero ammettere tre altre edizioni del Gatti; ma costui pone 
quarta la propria edizione, riferendosi alle tre dal Pasquali pro- 
dotte. 

1810. 

VITA NUOVA e le Rime di Dante Alighieri, riscontrate 
coi migliori esemplari e rivedute da G. G. Heil. Chemnitz, 
appresso Carlo Maucke, 1810. In-8, di face. 300. 

Ediz. pienamente conforme alle precedenti, la sola che nel 
testo originale siasi eseguita fuori d' Italia. 



1827. 



VITA NUOVA di Dante Alighieri ridotta a lezione migliore. 
Milano, dalla tip. Pogliani, 1827. In-8, (di face. 93). 

Ediz. non venale di soli 60 esemplari , alcuni de' quali in 
carta grande azzurra. 

« Vuoisi riguardare questa edizione siccome quella che con 
» più accuratezza ci offre oggidi la miglior lezione di questa 
» opera giovanile dell' Allighieri. » Cosi giudicava il eh. bi- 
bliografo B. Gamba, e così giudicarono tutti quanti spesero 
le loro cure nelle posteriori edizioni. 

Fu corredata di pregevolissime annotazioni per cura del 
march. G. G. Trivulzio e di Ant. Maria Maggi. Nella stessa 
forma venne pubblicato anche il Convito. 

Vi si aggiunge in fine: Emendazioni ed aggiunte alla 
nuova edizione del Convito di Dante Alighieri (Mil. , 1826. 
pel Pogliani), di face. 14. 



160 EDIZIONI DEI,T,A VITA NUOVA. 

Gli editori nella loro prefazione combattono le opinioni de 
Filelfo e del Biscioni , i quali non volevano reale l'amore pe 
Beatrice e provano falsa la opinione del Boccaccio che l'autore e 
questo libretto « negli anni più maturi si vergognasse molto 
recando un passo del Convito (Tratt. I , Capitolo 1) da cui ; 
fa aperto avesse composto la V. N. in età giovanile, pur facen 
done conto non poco. Diceva adunque con verità il Sermartel 
che questo libretto era : « da esso Dante e da altri reputato di 
» non picciol valore- » 

La edizione fu tratta da due Codici trivulziani del Sec. X 
de' quali riferiamo la descrizione : 

I. Codice segnato B. — Cartaceo , in foglio piccolo , del 
sec. XV. Contiene la Vita Nuova di Dante , molte sue Canzoni 
e Sonetti, molte Rime del Petrarca e d' altri scrittori antichi , 
alcune delle quali inedite. 

Quasi al termine del libro, prima d'una canzone d'Incerto, 
la quale comincia : Amanti donne che seguite Amore, leggesi : 
Liber iste completus fuit anno Domini currente MCCCCXXV 
die vigesimoquinto Maij in Trevixio per me N. B. da Crema. ; 

(Questo Codice ha le Divisioni e Dichiarazioni dei compo- 
nimenti poetici ai propri luoghi.) 

II. Codice segnato F. — Cartaceo, del sec. XV, in-4. Con- 
tiene la Vita Nuova, altre Poesie di Dante, di Cino da Pistoja, 
di Guido Cavalcanti , di M. A. da Ferrara , un sonetto di Bo- 
spne da Gubbio e un altro di Manuel Giudeo. 

(Questo Codice manca delle Divisioni e Dichiarazioni dei 
componimenti poetici.) 



4829. 



VITA NUOVA di Dante Alighieri secondo la lezione di ui 
Codice inedito del secolo XV. Pesaro, dalla tipografia 
Nobili, 1829. In-8. 



Ha nel frontispizio un ramettino a mo'di medaglia rappre 
sentante il Poeta, Questa elegante ediz. ha note impresse in 
carattere rosso come stanno nel Codice. La presedette, coll'assi- 
stenza del sig. Luigi Grisostomo Ferrucci , il conte Odoardo 
Machirelli, che volle con questa interessantissima pubblicazione 
festeggiare le nozze di una sua figliuola. 






EDIZIONI DELLA VITA NUOVA. 164 

Il Codice su cui si condusse questa edizione è cartaceo in-4. 
Passò dalle mani del signor Figna librajo di Forlì a quelle di 
Annesio Nobili stampatore libraio di Pesaro. A chi ora appar- 
tenga ignoriamo. 

1829. 



VITA NUOVA di Dante Alighieri secondo la lezione di un 
Codice inedito del secolo XV, colle varianti delle edizioni 
più accreditate. Pesaro, dalla tipografia Nobili, 1829 In-8. 

È tutta in caratteri neri. Ed anche questa seconda ediz. 
pesarese ha nel frontispizio, come la prima , il ritratto di Dante, 
in rame, a mo'di medaglia. 

Quanto al Codice seguito , questa ediz. vuoisi riguardare 
come ristampa della precedente. Non ha dedicazione, ed ha 
segnate nei margini le varianti (che non istanno nella ediz. 
preced.) ricavate dalle edizioni 1576, 1723 e 1827 « perle quali 
» si scorge (dice il Gamba) che talvolta meno attendibile è il 
» testo tolto dal Codice inedito, di quello delle precedenti edi- 
» zioni. » 

Gli editori fanno sapere che il codice offeriva loro 850 diverse 
lezioni ; ma non fu vero pienamente quanto essi asserivano , 
che cioè per esse il dettato acquistasse eleganza maggiore, e 
. maggiore chiarezza il senso. 

Questa ediz. reca separate dal testo , come semplici note , le 
Dichiarazioni e Divisioni dei poetici componimenti, che così 
trovansi allogate nel Cod. pesarese, lineate in color rosso. 

1830. 

VITA NUOVA. Firenze, per Leonardo Ciardetti, 1830. In-8. 
Nel voi. IV delle Opere di Dante. 

Della Commedia, che ha le note del Lombardi e di vari, ed 
è materiale ristampa della ediz. di Padova (tip. della Minerva, 
1822), si tirarono esemplari a parte ornati di centododici inci- 
sioni in rame condotte da Paolo Lasinio tìglio, sui disegni del 
Flaxman; ma per le Opere minori, e quindi perla V.N. non 
abbiamo notizia che siasi fatto il medesimo. 

il 



162 EDIZIONI DELLA VITA NUOVA. 

LA VITA NUOVA a corretta lezione ridotta e con illustrazioni ' 
dichiarata da P. I. Fraticelli. Firenze , dalla tip. di Leop. 
Allegrali e Gio. Mazzoni, 1839. In-8. 

Nella dottissima dissertazione sulla V. N. il eh. Fraticelli 
prova la realtà dell'amore per Beatrice, ed atterra il fantastico 
edilìzio del Biscioni, il quale edifìzio aveva già cominciato a 
rovinare per opera del Dionigi , benché lo puntellasse il 
Bossetti imprendendo in un apposito libro (Dello spirito an- 
tipapale ecc.) a dimostrare Beatrice, Giovanna, Laura e le 
altre donne amate da poeti, illustri e non illustri, non altro 
essere che una personificazione della potestà imperiale da 
Dante , da Cino , da Petrarca e dagli altri poeti invocata domi- 
natrice e riformatrice d' Italia. Discorre pure della ragione per 
cui Dante intitolasse V. N. il suo libello , e prova Vita nuova 
non altro significare che Vita giovanile. 

Il Fraticelli sostiene con forti ragioni che la V. N. fu com- 
posta nel 1291 , o nel 1292, come asserisce pure il Boccaccio. 

(All' opinione del Fraticelli non si accosta il prof. A. Lubin 
che in una Dissertazione pubblicata in Gratz nel 1862 tenta 
provare che Dante prese a scrivere la V. N. nell'anno 1300). 

Le Dichiarazioni e Divisioni dei componimenti poetici sono 
in questa edizione ai propri luoghi, ma in carattere corsivo 
« affinchè (dice il chiariss. Fraticelli) a prima vista distinta- 
» mente conoscansi , od anche si saltino da chi leggendo non 
» ami le interruzioni. » E così egli adoperò più saviamente 
che gli editori pesaresi ed ogni altro prima. 

Per conto della lezione, furono tenute a riscontro le edi- 
zioni 1576, 1723, 1827, 1829 e inoltre un Codice della libreria 
del sig. Nicolò Martelli; e più specialmente la lezione di questo 
Codice e la stampa del Pogliani sono state il fondamento della 
edizione. Questa fu riprodotta in Napoli dal Tramater, 1839. 

1840. 

VITA NUOVA. Nel libro : Autori che ragionano dì sé. Ve- 
nezia, co' tipi del Gondoliere, 1840. ln-16. 

Il libro è il voi. XVIII della Biblioteca Classica ital. di 
Scienze, Lettere ed Arti, disposta ed illustrata da Luigi Carrer. 



EDIZIONI DELLA. VITA NUOVA. 163 

Gli altri autori di cui contengonsi scritture in questo prege- 
volissimo libro sono: T. Tasso, Lorenzino de' Medici , Gali- 
leo Galilei, G. Chiabrera, Paolo Paruta e D. Chierico, (Ugo 
Foscolo). 

Nelle parole indirizzate ai lettori L. Carrer scrive: « Nella 
» Vita Nuova è tutta in germe la Commedia; e chi non sa 
» vedervela, o piuttosto sentirla, come hassi a sperare che 
» intenda, del sentire qui non si parla, le strane deduzioni 
» de' commentatori? Se non che i documenti più autentici 
» sono per lo più i men consultati , o soltanto da ultimo ; e nel- 
» l' interpretare un autore quello a cui meno e con men fidu- 
» eia si ricorra è lui stesso. Noi e i lettori nostri, speriamo, 
» terremo altra strada. 

» E qualche anno appresso , dell' avere sentita questa verità 
» diede prova il chiaro intelletto del prof. Giuliani sì nello spie- 
» gar la Commedia, e sì nello spiegare , come vedremo , 
» la V. N. 

Quanto alla lezione seguita , il Carrer dichiara : « Per la 
» Vita Nuova abbiamo tenuto sott' occhio la milanese del Po- 
» gliani 1827 , contenti di render più divulgato un testo , che 
» non fu pubblicato se non in sole sessanta copie. » 

L' illustre Carrer mi diceva che in questa edizione s' era 
tirato qualche esemplare in carta distinta, ma non ìicordo 
che mi dicesse precisamente quanti esemplari ne fossero tirati. 

1843. 

VITA NUOVA. Edizione XVI a corretta lezione ridotta, me- 
diante il riscontro di Codici inediti e con illustrazioni e 
note di diversi, per cura di Alessandro Torri. Livorno, 
coi tipi di Paolo Vannini, 1843. In-8. 

Fa parte delle Prose e Poesie liriche di Dante, voi. I; edi- 
zione cominciata e non compiuta dal Torri. È la più importante 
ediz. della V. N. poiché riassume tutte le note illustrative delle 
edizioni precedenti. 

All'illustre A. Torri per questa sua ediz. della V. N. diede 
preziosi consigli ed ajuti il eh. nostro concittadino cav. Filippo 
Scolari , degli studi danteschi grandemente benemerito. 
; Il Torri non condanna risolutamente il sistema allegorico 



164 EDIZIONI DELLA. VITA NUOVA. 

del Rossetti, ma propone sei dubbi , i quali, risoluti, atterre- 
rebbero il sistema del dotto napoletano. 

Il sig. T. Pietrocolà-Rossetti nella vita eh' egli scrisse di 
Gabriele suo zio (Gabriele Rossetti, Torino , 1861) con laudabile 
pietà di congiunto s' industria di rivendicare la fama dell' illu- 
stre proscritto e difendere le sue dottrine esposte nel Contento 
analitico, citando fatti della storia del medio-evo a' quali Dante 
avrebbe fatto allusione in ogni canto del Poema, e per cui si 
proverebbe mistica la Beatrice. Noi possiamo ammirare V in- 
gegno dell' illustre esule , che per isfrenato amore di novità 
fabbricò questo edifizio a molti sembrato mirabile , ma non 
possiamo, per raccogliere delle splendide illusioni , escludere 
delle schiette verità. 

4846. 



VITA NUOVA. Sta a fronte della traduzione inglese fattane 
da J. Garrow, e precisamente nel libro: The Early Life 
(Vita primiera) of Dante Alighieri. Together ivith the 
originai in parallel pages by Joseph Garrow Esq. r A. M. — 
Florence. Printed by Felix Le Monnier, 1846. In-8. 

Il testo è tratto dalla edizione Fraticelli 1839. Il testo ori- 
ginale è senza note. In calce ha un' Appendix comprendente 
un sonetto di G. Cavalcanti preso dall' ediz. delle Rime del 
Cavalcanti 1613, ma con varianti del Codice Vaticano 3214: 
un sonetto di Cino da Pistoja, preso dall' ediz. delle Rime di 
Gino pubbl. dal Ciampi, e un sonetto di Dante da Majano tratto 
dalla Raccolta di Rime antiche, 1817. Tutti questi componi- 
menti sono tradotti in inglese. 

Ha una nobilissima prefazione in lingua inglese. E V edi- 
zione è adorna dei ritratti di Dante, di Guido Cavalcanti 
e di Beatrice , tutti e tre delineati da Richard ed incisi da 
P. Nocchi. 

1855. 

VITA NUOVA. Napoli, 1855, per Francesco Rossi-Romano. 
In-8. gr. Sta nelle Opere minori dell' Allighieri. 

È pur una ristampa materiale della ediz. Fraticelli 1839. 



EDIZIONI DELLA VITA. NUOVA. 165 

1855. 

LA VITA NUOVA di Dante Alighieri. Firenze, Felice Le 
Monnier, 1855. In-12. 

Ebbe cura di questa elegante edizioncella il eh. sig. Aurelio 
Gotti, il quale la dedicava a Francesco Silvio Orlandini con 
lettera gentile del 25 settembre 1855, di cui è bene riferire il 
brano seguente : « Al fine di ogni poesia sono però certe divi- 
» sioni e dichiarazioni importanti assaissimo a chi studi in 
» questo libro avendo in mente di rintracciarvi quasi la vera 
» natura dell' amore che lo ha dettato ; ma essendo del tutto 
» grammaticali o , se ti piace , scolastiche , pare che le Grazie 
» non vi prendessero nessuna parte, per lo che al più dei let- 
» tori riescono a noia , e per esse il libro è meno letto e cer- 
» cato. Quindi a me sembrò buon pensiero quello di toglierle 
» per 1' affatto in una edizione dedicata ai giovani , persuaso 
» che la Vita Nuova non sarebbe scemata di pregio , e che anzi 
» avrebbe avuto più lieta accoglienza eziandio dalle donne. » 

È il solo testo della V. N. diviso in due parti , le quali si 
suddividono in XLIII paragrafi con un breve sommario ad ogni 
paragrafo. La parte sconda comincia dal paragrafo XXIX. 



1856. 



LA VITA NUOVA di Dante Alighieri. Seconda Edizione. Fi- 
renze, Felice le Monnier, 1856. In-12. 

Edizione in tutto eguale alla precedente. 
1856. 

LA VITA NUOVA di Dante Alighieri col commento di P. I. 
Fraticelli e con giunta, di note di Francesco Prudenzano. 
Napoli, tip. delle Belle Arti, 1856. In-12. 

Ha un sensato discorsetto a modo dì prefazione che il eh. 
sig. F. Prudenzano rivolge ai cultori delle lettere italiane, e in 



166 EDIZIONI DELLA VITA NUOVA. 

cui fa sapere di aver tenuto a modello le migliori edizioni fatte 
in Italia a' dì nostri , ed in ispecie quelle del Le Monnier colla , 
traduzione inglese del Garrow , e quella pubblicatasi nel 4855. 

Dopo le parole del Prudenzano seguono face. 66 compren- 
denti 1' erudito discorso del Fraticelli. 

È corredata di note tratte da quelle del Fraticelli e inoltre 
di altre, quando filologiche quando morali, del Prudenzano 

La ediz., quanto ad esecuzione tipografica, è lontana dali 
far onore all' arte. 

4857. 



1 



LA VITA NUOVA di Dante Alighieri, con note ed illustra- 
zioni di Pietro Fraticelli. Firenze, Barbèra, Bianchi e 
Gomp. 4857. In-8. 

Fa parte del voi. II delle Opere Minori, le quali si pub- 
blicarono in tre volumi. 

Le altre opere contenute in questo voi. sono : i trattati De 
Vulgari eloquio e De Monarchia, e la questione De Aqua et 
Terra, con traduzione italiana. 

Rispetto alla lezione il eh. Fraticelli, oltre le ediz. 1576, 
1723, 1827, 1829, e il Codice Martelli che gli servirono per la,', 
ediz. del 1839, tenne a riscontro anche la pregevolissima 
ediz. del Torri (1843). 

Le principali varianti , resultate da tali riscontri , sono state 
notate in pie di pagina. 

1858. 

LA VITA NUOVA di Dante Alighieri. Torino , Società edi- 
trice italiana di M. Guigoni, 4858. In-46. 

A tergo del frontespizio leggesi: Milano, tip. Z. Brasca. 
Fa parte della collezione : Biblioteca delle famiglie (metà 
del voi. 47). 

È ristampa fedele delle ediz. Le Monnier (1855, 1856), 
ed è preceduta da quelle parole onde l'illustre P. Emiliani-» 
Giudici nella sua Storia della Letteratura italiana discorre di 
questa gemma letteraria. 



EDIZIONI DELLA VITA NUOVA. 167 

1859. 

LA "VITA NUOVA di Dante Alighieri. Terza ediz. Firenze, 
Felice le Monnier, 1859. In-12. 

È una ristampa conforme alle altre due (1855 e 1856) delle 
quali ebbe cura il eh. A. Gotti. 



'1861. 



VITA NUOVA di Dante Alighieri, con note e illustra- 
zioni di Pietro Fraticelli, seconda ediz. Firenze, G. Bar- 
bèra, 1861. In-8. 

Fa parte del secondo dei tre voi. delle Opere minori. 

Ristampa della edizione del 1856. 

1863. 

LA VITA NUOVA e II Canzoniere di Dante Allighieri 
commentati da G. B. Giuliani. Firenze , Gaspero Bar- 
bèra, 1863. In-32. 

Edizione venusta. Il volumetto forma parte della graziosis- 
sima Biblioteca diamante del Barbèra. La V. N. tiene le pri- 
me 118 face, è preceduta da XX face, di prefazione e seguita 
da 97 di Commenti , che piacque all' illustre Giuliani la V. N. 
« restasse affatto divisa dagl' incommodi commenti e si potesse 
» leggere ed ammirare nella schietta sua forma. » 

Anche in questa edizione , secondo il savio avvedimento del 
Fraticelli, le Dichiarazioni e le Divisioni dei componimenti poe- 
tici sono stampate in carattere corsivo. 

I sommari dei XLI1I paragrafi seno posti in fondo al volu- 
metto come primo degl' indici del volumetto stesso. 

II Giuliani avverte di aver ricercati i codici e le stampe 
più accreditate , e di avere seguita la severa e inviolabile cri- 
tica che si è proposta: « Dante spiegato con Dante. » 

Nella Parte 1 del Canzoniere (face. 219-236) sono allogate 



168 EDIZIONI DELLA. VITA NUOVA. 

le Altre rime spettanti alla V. N., le quali appresso si corre- 
dano di pregevolissime note. 

Il Giuliani con un' affeltuosissima epigrafe dedica questa- 
edizioncella gentile ad Antonio Crocco e a Jacopo Bernardi. 



1865. 

LA VITA NUOVA di Dante Alighieri. Venezia, tip. Anto- 
nelli editrice, 1865. In-4. 

Edizione commemorativa pel sesto Centenario natalizio del- 
I'Altissimo Poeta, che 1' editore cav. Antonio Antonelli dedica 
all' Inclito Municipio di Firenze. 

È il solo testo. La lezione seguita è quella dell' illustre 
Fraticelli, col riscontro del Cod. CXCI, Classe IX, MSS. ITAL., 
esistente nella Marciana , e di altre edizioni. 

Dopo la V. N. seguono le Varianti del Cod. marciano, le 
quali si recarono tutte , stampando in rosso le lezioni accolte, 
e giustificando la preferenza lor data con noterelle poste in pie 
di pagina. 

Alle Varianti tengono dietro le Notizie bibliografiche della 
V. N. nelle quali vengono descritti due Codici marciani e tutte 
le edizioni che sonosi prodotte della V. N., ed è anche data 
qualche notizia intorno ad alquante delle traduzioni che della 
V. N. si fecero in lingue straniere. 

Di questa edizione si tirarono settecento e sette copie : 6 
in pergamena; 1 in carta colorata; 200 in carta distinta; 500 in 
carta semplice. 

Tutte le copie vanno adorne di un'incisione in rame rap- 
presentante Dante e Beatrice tratta dal quadro del celebre pit- 
tore Ary.-Scheffer, e diligentissimamente condotta dal bravo 
incisore Jacopo Bernasconi di Venezia. 

Le sei copie in pergamena si arricchirono dei ritratti di 
Dante e Beatrice sul disegno di Ary.-Scheffer, e di altre minia- 
ture, così nell'interno come sopra le coperte: tutti lavori del- 
l'impareggiabile artista Germano Prosdocimi rodigino, pittore 
miniatore, socio d'arte dell'Accademia di Belle Arti in Venezia. 
Le legature di queste sei copie si eseguirono con rara maestria 
dal valente legatore di libri Francesco Pedretti veneziano. 



CANZONIERE. 



PARTE PRIMA. 

ALTRE RIME SPETTANTI ALLA VITA NUOVA. 



Sonetto 1. 

Guido, vorrei che tu e Lapo ed io 
Fossimo presi per incantamento, 
E messi in un vascel, eh' ad ogni vento 
Per mare andasse a voler vostro e mio; 

Sicché fortuna od altro tempo rio 
Non ci potesse dare impedimento, 
Anzi, vivendo sempre in un talento, 
Di stare insieme crescesse il disio. 

E monna Vanna e monna Bice poi, 
Con quella eh' è sul numero del trenta, 
Con noi ponesse il buono incantatore: 

E quivi ragionar sempre d'amore; 
E ciascuna di lor fosse contenta, 
Siccome io credo che sariamo noi. 



172 CANZONIERE. 



Sonetto II. 



Di donne io vidi una gentile schiera 
Quest'Ognissanti prossimo passato; 
Ed una ne venia quasi primiera , 
Seco menando Amor dal destro lato. 

Dagli occhi suoi gittava una lumiera, 
La qual pareva un spinto inlìammato : 
Ed i'ebbi tanto ardir, che in la sua cera 
Guardando, vidi un Angiol figurato. 

A chi era degno poi dava salute 
Con gli occhi suoi quella benigna e piana, 
Empiendo il core a ciascun di virtute. 

Credo che in ciel nascesse està soprana, 
E venne in terra per nostra salute: 
Dunque beata chi l'è prossimana. 



Sonetto III. 

Onde venite voi cosi pensose? 
Ditemei, s'a voi piace, in cortesia: 
Ch' i' ho dottanza che la donna mia 
Non vi faccia tornar così dogliose. 

Deh ! gentil donne , non siate sdegnose, 
Ne di ristare alquanto in questa via , 
E dire al doloroso, che disia 
Udir della sua donna alcune cose; 

Avvegnaché gravoso m'è l'udire: 
Sì m' ha in tutto Amor da me scacciato , 
Ch'ogni suo atto mi trae a finire. 



PARTE PRIMA. 173 

Guardate bene, s'io son consumato; 
Ch'ogni mio spirto comincia a fuggire, 
Se da voi, donne, non son confortato. 



Sonetto IV. 

dolci rime, che parlando andate 
Della donna gentil che l'altre onora, 
A voi verrà (se non è giunto ancora) 
Un, che direte: Questi è nostro frate. 

Io vi scongiuro che non lo ascoltiate 
Per quel signor, che le donne innamora: 
Che nella sua sentenza non dimora 
Cosa, che amica sia di veritate. 

E se voi foste per le sue parole 
Mosse a venire invèr la donna vostra ; 
Non vi arrestate, ma venite a lei. 

Dite: Madonna, la venuta nostra 
È per raccomandare un che si duole 
Dicendo: Ov'è il desio dearli occhi miei? 



Sonetto V. 

Io sono stato con Amore insieme 
Dalla circolazion del Sol mia nona, 
E so com'egli affrena e come sprona, 
E come sotto lui si ride e geme. 

Chi ragione o virtù contro gli spreme, 
Fa come quei , che 'n la tempesta suona, 



174 CANZONIERE. 

Credendo far colà, dove si tuona, 
Esser le guerre de' vapori sceme. 

Però nel cerchio della sua palestra 
Liber arbitrio giammai non fu franco, 
Si che consiglio invan vi si balestra. 

Ben può con nuovi spron punger lo fianco ; 
E qual che sia '1 piacer ch'ora n'addestra, 
Seguitar si convien , se l'altro è stanco. 



Ballata I. 

In abito di saggia messaggera 
Muovi , ballata, senza gir tardando , 
A quella bella donna a cui ti mando , 
E digli quanto mia vita è leggiera. 

Comincerai a dir che gli occhi miei , 
Per riguardar sua angelica figura, 
Solean portar corona di desiri. 
Ora, perchè non posson veder lei, 
Li strugge morte con tanta paura , 
C hanno fatto ghirlanda di martìri. 
Lasso! non so in qual parte li giri 
Per lor diletto ; sì che quasi morto 
Mi troverai , se non rechi conforto 
Da lei: onde gli fa' dolce preghiera. 



PARTE PRIMA. 175 

Ballata IL 



Io mi son pargoletta bella e nuova , 
E son venuta per mostrare a vui 
Delle bellezze e loco, dond'io fui. 



Io fui del cielo, e tornerovvi ancora 
Per dar della mia luce altrui diletto; 
E chi mi vede, e non se n'innamora, 
D'amor non averà mai intelletto: 
Che non mi fu piacere alcun disdetto , 
Quando Natura mi chiese a colui, 
Che volle, donne, accompagnarmi a vui. 



Ciascuna stella negli occhi mi piove 
Della sua luce e della sua virtute. 
Le mie bellezze sono al mondo nuove , 
Perocché di lassù mi son venute ; 
Le quai non posson esser conosciute, 
Se non per conoscenza d'uomo, in cui 
Amor si metta per piacere altrui. 



Queste parole si leggon nel viso 
D'un'Angioletta che ci è apparita: 



176 CANZONIERE. 

Ond'io, che per campar la mirai fiso, 
Ne sono a rischio di perder la vita. 
Perocch'io ricevetti tal ferita 
Da un, ch'io vidi dentro agli occhi sui, 
Ch'io vo piangendo, e non m'acqueto pui. 



Canzone I. 
1. 

La dispietata mente, che pur mira 
Di dietro al tempo che se n'è andato, 
Dall' un de'lati mi combatte il core; 
E '1 disio amoroso, che mi tira 
Verso '1 dolce paese e' ho lasciato, 
Dall'altra parte è con forza d'amore: 
Né dentro i' sento tanto di valore , 
Che possa lungamente far difesa , 
Gentil madonna, se da voi non vene. 
Però (se a voi convene 
Ad iscampo di lui mai fare impresa) 
Piacciavi di mandar vostra salute, 
Che sia conforto della sua virtute. 



Piacciavi, donna mia, non venir meno 
A questo punto al cor, che tanto v'ama, 
Poi sol da voi lo suo soccorso attende; 
Che buon signor mai non ristringe '1 freno, 
Per soccorrere al servo, quando '1 chiama, 



PARTE PRIMA. 177 

Che non pur lui , ma '1 suo onor difende. 

E certo la sua doglia più m'incende, 

Quand' io mi penso, donna mia , che vui 

Per man d'Amor là entro pinta sete : 

Così e voi dovete 

Vie maggiormente aver cura di lui; 

Che quel , da cui convien che '1 ben s'appari, 

Per l'immagine sua ne tien più cari. 



Se dir voleste, dolce mia speranza, 
Di dare indugio a quel ch'io vi domando, 
Sappiate che l'attender più non posso; 
Ch'io sono al fine della mia possanza. 
E ciò conoscer voi dovete, quando 
L'ultima speme a cercar mi son mosso: 
Che tutti i carchi sostenere addosso 
De' l'uomo infìno al peso eh' è mortale, 
Prima che '1 suo maggiore amico provi , 
Che non sa , qual sei trovi : 
E s' egli avvien che gli risponda male , 
Cosa non è che costi tanto cara ; 
Che morte n'haniù tosta e più amara. 



E voi pur sete quella ch'io più amo, 
E che far mi potete maggior dono, 
E 'n cui la mia speranza più riposa ; 
Che sol per voi servir, la vita bramo ; 
E quelle cose, che a voi onor sono, 
Dimando e voglio; ogni altra m' è noiosa. 

12 



178 CANZONIERE. 

Dar mi potete ciò ch'altri non osa; 

Che '1 sì e '1 no tututto in vostra mano 

Ha posto Amore ; ond' io grande mi tegno. 

La fede ch'io v'assegno 

Muove dal vostro portamento umano ; 

Che ciascun che vi mira , in ventate 

Di fuor conosce che dentro è pietate. 



Dunque vostra salute ornai si muova, 
E vegna dentro al cor che lei aspetta, 
Gentil madonna , come avete inteso : 
Ma sappia che allo entrar di lui si trova 
Serrato forte di quella saetta , 
Ch'Amor lanciò lo giorno ch'io fui preso; 
Per che lo entrare atutt'altri è conteso, 
Fuor eh' a' messi d'Amor, ch'aprir lo sanno 
Per volontà della virtù che '1 serra. 
Onde nella mia guerra 
La sua venuta mi sarebbe danno , 
S'ella venisse senza compagnia 
De' messi del signor, che m'ha in balìa. 



Canzone , il tuo andar vuol esser corto ; 
Che tu sai ben, che picciol tempo ornai 
Puote aver luogo quel, per che tu vai. 



PARTE PRIMA. 179 

Canzone II. 

1. 

E' m' incresce di me sì duramente, 
Ch'altrettanto di doglia 
Mi reca la pietà quanto '1 martìro : 
Lasso! però che dolorosamente 
Sento contra mia voglia 
Raccoglier l'aer del sezza' sospiro 
Entro quel cor, che i begli occhi ferirò 
Quando gli aperse Amor con le sue mani, 
Per conducermi al tempo che mi sface. 
Oimè quanto piani , 
Soavi e dolci vèr me si levaro, 
Quand'egli incominciaro 
La morte mia, ch'or tanto mi dispiace, 
Dicendo : Il nostro lume porta pace. 

2. 

Noi darem pace al core , a voi diletto, 
Dicieno agli occhi miei 
Quei della bella donna alcuna volta: 
Ma poiché sepper di loro intelletto , 
Che per forza di lei 
M'era la mente già ben tutta tolta, 
Con l' insegna d' Amor dieder la volta; 
Sicché la lor vittoriosa vista. 
Non si rivide più una fiata. 
Ond'è rimasta trista 
L'anima mia che n'attendea conforto. 



480 CANZONIERE. 

Ed ora quasi morto 

Vede lo core a cui era sposata, 

E partir le conviene innamorata. 



3. 



Innamorata se ne va piangendo 
Fuori di questa vita 
La sconsolata, che la caccia Amore, 
Ella si muove quinci , sì dolendo , 
Ch' anzi la sua partita 
L' ascolta con pietate il suo Fattore. 
Ristretta s'è entro il mezzo del core 
Con quella vita, che rimane spenta 
Solo in quel punto eh' ella sen va via : 
E quivi si lamenta 

D'Amor che fuor d'esto mondo la caccia; 
E spesse volte abbraccia 
Gli spiriti che piangoli tuttavia, 
Perocché perdon la lor compagnia. 



L'immagine di questa donna siede 
Su nella mente ancora , 
Ove la pose Amor, ch'era sua guida. 
E non le pesa del mal eh' ella vede : 
Anzi è vie più beli' ora 
Che mai, e vie più lieta par che rida; 
Ed alza gli occhi micidiali, e grida 
Sopra colei , che piange il suo partire ; 
Vatten, misera, fuor, vattene ornai. 
Questo gridò il desire , 



PARTE PRIMA.. 181 

Che mi combatte così come suole , 
Avvegna che men duole, 
Perocché '1 mio sentire è meno assai , 
Ed è più presso al terminar de' guai. 



Lo giorno, che costei nel mondo venne, 
Secondo che si trova 
Nel libro della mente che vien meno, 
La mia persona parvola sostenne 
Una passion nuova, 
Tal eh' io rimasi di paura pieno : 
Ch'a tutte mie virtù fu posto un freno 
Subitamente sì, ch'io caddi in terra 
Per una voce, che nel cuor percosse. 
E (se '1 libro non erra) 
Lo spirito maggior tremò sì forte, 
Che parve ben, che morte 
Per lui in questo mondo giunta fosse: 
Ora ne incresce a quei che questo mosse. 



6. 



Quando m'apparve poi la gran beJtate, 
Che sì mi fa dolere , 
Donne gentili , a cui io ho parlato, 
Quella virtù, che ha più nobilitate, 
Mirando nel piacere, 
S'accorse ben che '1 suo male era nato : 
E conobbe '1 disio ch'era criato 
Per lo mirare intento ch'ella fece. 
Sicché piangendo disse all'altre poi: 



182 CANZONIERE. 



Qui giugnerà in vece 

D'una ch'io vidi, la bella figura, 

Che già mi fa paura; 

E sarà donna sopra tutte noi, 

Tosto che sia piacer degli occhi suoi. 



7. 



Io ho parlato a voi, giovani donne, 
Che avete gli occhi di bellezze ornati, 
E la mente d'amor vinta e pensosa, 
Perchè raccomandati 
Vi sian gli detti miei dovunque sono. 
E innanzi a voi perdono 
La morte mia a quella bella cosa , 
Che men n' ha colpa, e non fu mai pietosa. 



Canzone III. 



Morte, poich'io non trovo a cui mi doglia, 
Né cui pietà per me muova sospiri , 
Ove ch'io miri, — o in qual parte ch'io sia; 
E perchè tu se' quella, che mi spoglia 
D' ogni baldanza , e vesti di martìri , 
E per me giri — ogni fortuna ria ; 
Perchè tu , Morte , puoi la vita mia 
Povera e ricca far, come a te piace, 
A te conven ch'io drizzi la mia face, 
Dipinta in guisa di persona morta. 



PARTE PRIMA. 483 

Io vegno a te , come a persona pia , 
Piangendo , Morte , quella dolce pace , 
Che '1 colpo tuo mi tolle, se disface 
La donna, che con seco il mio cor porta, 
Quella eh' è d' ogni ben la vera porta. 



2. 



Morte , qual sia la pace che mi tolli , 
Perchè dinanzi a te piangendo vegno , 
Qui non l' assegno ; — che veder lo puoi , 
Se guardi agli occhi miei di pianto molli; 
Se guardi alla pietà ch'ivi entro tegno; 
Se guardi al segno — ch'io porto de'tuoi. 
Deh! se paura già co'colpi suoi 
M'ha così concio , che farà '1 tormento? 
S'io veggio il lume de' begli occhi spento, 
Che suol essere a' miei sì dolce guida , 
Ben veggio che'l mio fin consenti e vuoi: 
Sentirai dolce sotto il mio lamento : 
Ch' io temo forte già , per quel eh' io sento , 
Che per aver di minor doglia strida, 
Vorrò morire , e non fìa chi m' uccida. 



Morte , se tu questa gentile uccidi , 
Lo cui sommo valore all'intelletto 
Mostra perfetto — ciò che 'n lei si vede , 
Tu discacci virtù, tu la disfidi; 
Tu togli a leggiadria il suo ricetto ; 
Tu l'alto effetto — spegni di mercede; 
Tu disfai la beltà eh' ella possiede , 



184 CANZONIERE. 

La qual tanto di ben più eh' altra luce, 
Quanto conven, eh' è cosa che n'adduce 
Lume di cielo in creatura degna: 
Tu rompi e parti tanta buona fede 
Di quel verace Amor , che la conduce : 
Se chiudi, Morte, la sua bella luce, 
Amor potrà ben dire ovunque regna : 
Io ho perduto la mia bella insegna. 



Morte, adunque di tanto mal t' incresca, 
Quanto seguiterà se costei muore ; 
Che fia '1 maggiore — si sentisse mai. 
Distendi l'arco tuo sì, che non esca 
Pinta per corda la saetta fuore, 
Che per passare il core — messa v' hai. 
Deh ! qui mercè per Dio : guarda che fai : 
Raffrena un poco il disfrenato ardire, 
Che già è mosso per voler ferire 
Questa , in cui Dio mise grazia tanta. 
Morte , deh ! non tardar mercè , se 1' hai 
Che mi par già veder lo cielo aprire, 
E gli angeli di Dio quaggiù venire, 
Per volerne portar l' anima santa 
Di questa, in cui onor lassù si canta. 



Ganzon , tu vedi ben com' è sottile 
Quel filo, a cui s' attien la mia speranza, 
E quel che sanza — questa donna io posso : 
Però con tua ragion piana ed umile 



PARTE PRIMA l85 

Muovi , novella mia , non far tardanza ; 
Ch' a tua fidanza — s' è mio prego mosso : 
E con quella umiltà che tieni addosso 
Fatti, novella mia, dinanzi a Morte, 
Sicché a crudelità rompa le porte, 
E giunghi alla mercè del frutto buono. 
E s' egli avvien che per te sia rimosso 
Lo suo mortai voler, fa' che ne porte 
Novelle a nostra donna, e la conforte ; 
Sì eh' ancor faccia al mondo di sé dono 
Quest'anima gentil, di cui io sono. 



PARTE SECONDA. 

CANZONI APPARTENENTI AL CONVITO. 



Canzone I. 

1. 

Voi che, intendendo, il terzo ciel movete. 
Udite il ragionar eh' è nel mio core , 
Ch'io noi so dire altrui, sì mi par novo. 
Il ciel che segue lo vostro valore, 
Gentili creature che vo' siete , 
Mi tragge nello stato, ov' io mi trovo; 
Onde il parlar della vita eh' io provo 
Par che si drizzi degnamente a vui : 
Però vi prego che lo m' intendiate. 
Io vi dirò del cor la novitate , 
Come 1' anima trista piange in lui , 
E come un spirto contra lei favella, 
Che vien pe' raggi della vostra stella. 



CANZONIERE. 



Solea esser vita dello cor dolente 
Un soave pensier , che se ne già 
Molte fiate a' pie del vostro Sire, 
Ove una donna gloriar vedìa , 
Di cui parlava a me sì dolcemente, 
Che F anima diceva : l' men vo' gire : 
Or apparisce chi lo fa fuggire ; 
E signoreggia me di tal virtute , 
Che '1 cor ne trema sì, che fuori appare. 
Questi mi face una donna guardare, 
E dice : Chi veder vuol la salute , 
Faccia che gli occhi d' està donna miri, 
S' egli non teme angoscia di sospiri. 



Trova contrario tal, che lo distrugge, 
L'umil pensiero, che parlar mi suole 
D'un' Angiola, che in cielo è coronata. 
L' anima piange, sì ancor sen duole, 
E dice : Oh lassa me ! come si fugge 
Questo pietoso , che m' ha consolata ! 
Degli occhi miei dice quest' affannata ; 
QuaF ora fu , che tal donna gli vide ? 
E perchè non credeano a me di lei? 
Io dicea : Ben negli occhi di costei 
De' star colui, che le mie pari uccide; 
E non mi valse, eh' io ne fossi accorta, 
Che non mirasser tal, ch'io ne son morta. 



PARTE SECONDA. 189 



Tu non se' morta, ma se' ismarrita , 
Anima nostra, che sì ti lamenti, 
Dice uno spiritel d' amor gentile : 
Che questa bella donna, che tu senti, 
Ha trasformata in tanto la tua vita , 
Che n' hai paura; si se' fatta vile. 
Mira quant' ella è pietosa ed umile , 
Saggia e cortese nella sua grandezza; 
E pensa di chiamarla donna ornai : 
Che, se tu non t'inganni, ancor vedrai 
Di sì alti miracoli adornezza, 
Che tu dirai: Amor, signor verace, 
Ecco l' ancella tua ; fa' che ti piace. 



5. 



Canzone , i' credo che saranno radi 
Color che tua ragione intendan bene , 
Tanto lor parli faticosa e forte : 
Onde, se per ventura egli addiviene, 
Che tu dinanzi da persone vadi , 
Che non ti paian d' essa ben accorte , 
Allor ti priego che ti ri conforte, 
Dicendo lor, diletta mia novella: 
Ponete mente almen com' io son bella. 



190 CANZONIERE. 



Canzone IL 



Amor, che nella mente mi ragiona 
Della mia donna dis'iosamente , 
Muove cose di lei meco sovente, 
Che l' intelletto sovr' esse disvia. 
Lo suo parlar sì dolcemente suona , 
Che l'anima, ch'ascolta e che lo sente, 
Dice : Oh me lassa ! eh' io non son possente 
Di dir quel ch'odo della donna mia ! 
E certo e' mi convien lasciare in pria , 
S' io vo trattar di quel eh' odo di lei , 
Ciò, che lo mio intelletto non comprende, 
E di quel che s' intende 
Gran parte, perchè dirlo non potrei. 
Però se le mie rime avran difetto, 
Ch' entreran nella loda di costei , 
Di ciò si biasmi il debole intelletto , 
E '1 parlar nostro che non ha valore 
Di ritrar tutto ciò che dice Amore. 



Non vede'l Sol, che tutto '1 mondo gira, 
Cosa tanto gentil, quanto in queir ora, 
Che luce nella parte, ove dimora 
La donna, di cui dire Amor mi face. 
Ogni intelletto di lassù la mira; 
E quella gente, che qui s' innamora, 
Ne' lor pensieri la trovano ancora, 



PARTE SECONDA. 191 

Quando Amor fa sentir della sua pace. 

Suo esser tanto a Quei , che gliel dà , piace , 

Che infonde sempre in lei la sua virtute , 

Oltre il dimando di nostra natura. 

La sua anima pura, 

Che riceve da lei questa salute, 

Lo manifesta in quel eh' ella conduce , 

Che sue bellezze son cose vedute : 

E gli occhi di color, dov' ella luce, 

Ne mandan messi al cor pien di desiri, 

Che prendon aere , e diventan sospiri. 



3. 



In lei discende la Virtù divina , 
Siccome face in angelo , che '1 vede : 
E qual donna gentil questo non crede , 
Vada con lei , e miri gli atti sui. 
Quivi , dov' ella parla , si dichina 
Uno spirto dal ciel , che reca fede 
Come l' alto valor , eh' ella possiede , 
È oltre a quel, che si conviene a nui. 
Gli atti soavi , eh' ella mostra altrui , 
Vanno chiamando Amor , ciascuno a prova , 
In quella voce che lo fa sentire. 
Di costei si può dire : 
Gentile è in donna ciò che in lei si trova ; 
E bella è tanto , quanto lei simiglia. 
E puossi dir , che '1 suo aspetto giova 
A consentir ciò , che par maraviglia : 
Onde la fede nostra è aiutata ; 
Però fu tal da eterno ordinata. 



192 CANZONIERE. 



Cose appariscon nello suo aspetto , 
Che mostran de' piacer del Paradiso , 
Dico negli occhi e nel suo dolce riso, 
Che le vi reca Amor, com' a suo loco. 
Elle soverchian lo nostro intelletto , 
Come raggio di Sole un fragil viso : 
E perch' io non le posso mirar fiso , 
Mi cònvien contentar di dirne poco. 
Sua beltà piove fiammelle di fuoco, 
Animate d' un spirito gentile , 
Ch' è creatore d' ogni pensier buono ; 
E rompon come tuono 
Gl'innati vizi, che fanno altrui vile. 
Però qual donna sente sua beltate 
Biasmar, per non parer queta ed umile, 
Miri costei , eh' è esemplo d' umiltate : 
Quest'è colei, che umilia ogni perverso : 
Costei pensò Chi mosse 1' universo. 



Canzone , e' par che tu parli contraro 
Al dir di una sorella che tu hai ; 
Che questa donna , che tanto umil fai , 
Quella la chiama fera e disdegnosa. 
Tu sai , che il ciel sempre è lucente e chiaro , 
E quanto in sé non si turba giammai ; 
Ma li nostri occhi, per cagioni assai, 
Chiaman la stella talor tenebrosa: 
Cosi quand'ella la chiama orgogliosa, 



PARTE SECONDA. 193 

Non considera lei secondo '1 vero, 
Ma pur secóndo quel che a lei parea ; 
Che l'anima temea, 
E teme ancor sì, che mi par fero 
Quantunque io veggo, dov'ella mi senta. 
Così ti scusa , se ti fa mestiero ; 
E quando puoi, a lei ti rappresenta 
E di' : Madonna, s' elio v'è a grato, 
Io parlerò di voi in ciascun lato. 



Canzone III. 

ì. 

Le dolci rime d'amor, ch'io solìa 
Cercar ne' miei pensieri , 
Convien eh' io lasci , non perch' io non speri 
Ad esse ritornare, 
Ma perchè gli atti disdegnosi e feri , 
Che nella donna mia 
Sono appariti , m' han chiuso la via 
Dell'usato parlare. 
E poiché tempo mi par d' aspettare , 
Diporrò giù lo mio soave stile, 
Ch' io ho tenuto nel trattar d' amore, 
E dirò del valore, 

Per lo qual veramente è l'uom gentile, 
Con rima aspra e sottile 
Riprovando il giudizio falso e vile 
Di que', che voglion che di gentilezza 
Sia principio ricchezza. 

15 



194 CANZONIERE. 

E cominciando, chiamo quel signore, 
Ch' alla mia donna negli occhi dimora, 
Per eh' ella di se stessa s' innamora. 



Tale imperò , che gentilezza volse , 
Secondo '1 suo parere, 
Che fosse antica possession d' avere , 
Con reggimenti belli ; 
Ed altri fu di più lieve sapere , 
Che tal detto rivolse, 
E 1' ultima particola ne tolse, 
Che non l' avea fors' elli. 
Di dietro da costor van tutti quelli , 
Che fan gentili per ischiatta altrui , 
Che lungamente in gran ricchezza è stata. 
Ed è tanto durata 
La così falsa opinion tra nui , 
Che F uom chiama colui 
Uomo gentil, che può dicere: I'fui 
Nipote o figlio di cotal valente, 
Benché sia da niente: 
Ma vilissimo sembra a chi '1 ver guata 
Chi avea scórto il cammin e poscia F erra , 
E tocca tal, eh' è morto e va per terra. 



Chi diffinisee : Uom è legno animato,. 
Prima dice non vero, 
E dopo '1 falso parla non intero ; 
Ma forse più non vede. 



PARTE SECONDA. 195 

Similmente fu , chi tenne impero , 

In diffìnire errato, 

Che prima pone '1 falso , e d' altro lato 

Con difetto procede ; 

Che le divizie (siccome si crede) 

Non posson gentilezza dar, né tórre, 

Perocché vili son di lor natura. 

Poi chi pinge figura, 

Se non può esser lei , non la può porre : 

Né la diritta torre 

Fa piegar rivo, che di lunge corre. 

Che sieno vili appare ed imperfette , 

Che , quantunque collette , 

Non posson quietar , ma dan più cura ; 

Onde l'animo, eh' è dritto e verace, 

Per lor discorrimento non si sface. 



4. 



Né voglion , che vii uom gentil divegna 
Né di vii padre scenda 
Nazion, che per gentil giammai s'intenda : 
Quest' è da lor confesso ; 
Onde la lor ragion par che s' offenda, 
In tanto quanto assegna 
Che tempo a gentilezza si convegna , 
Diffinendo con esso. 

Ancor segue di ciò, che innanzi ho messo, 
Che siam tutti gentili ovver villani, 
che non fosse all' uom cominciamento : 
Ma ciò io non consento, 
Né eglino altresì, se son cristiani. 
Per che a intelletti sani 



19G CANZONIERE. 

È manifesto, i lor diri esser vani, 

Ed io così per falsi li riprovo , 

E da lor mi rimovo ; 

E dicer voglio ornai , siccom' io sento , 

Che cosa è gentilezza, e da che viene r 

E dirò i segni che gentil uom tiene. 

5. 

Dico, che ogni virtù principalmente 
Vien da una radice, 
Virtute intendo, che fa l'uom felice 
In sua operazione ; 
Quest' è ( secondo che l' Etica dice) 
Un ahito eligente , 

Lo qual dimora in mezzo solamente, 
E tai parole pone. 
Dico, che nobiltate in sua ragione 
Importa sempre ben del suo suggetto, 
Come viltate importa sempre male : 
E virtute cotale 

Dà sempre altrui di se buono intelletto ; 
Perchè in medesmo detto 
Convengono ambedue, eh' èn d' un effetto; 
Onde convien, dall'altra venga 1' una, 
da un terzo ciascuna : 
Ma se l' una vai ciò che 1' altra vale , 
Ed ancor più, da lei verrà piuttosto : 
E ciò, ch'io ho detto qui, sia per supposto. 

6. 

È gentilezza dovunque è virtute, 
Ma non virtute ov' ella; 



PARTE SECONDA. 197 

Siccome è '1 cielo dovunque è la stella , 

Ma ciò non e converso. 

E noi in donne ed in età novella 

Vedem questa salute, 

In quanto vergognose son tenute, 

Ch' è da virtù diverso. 

Dunque verrà , come dal nero il perso , 

Ciascheduna virtute da costei, 

Ovvero il gener lor, ch'io misi avanti. 

Però nessun si vanti 

Dicendo : Per ischiatta i' son con lei ; 

Ch' elli son quasi dèi 

Que' e' han tal grazia fuor di tutti rei ; 

Che solo Iddio all'anima la dona, 

Che vede in sua persona 

Perfettamente star; sicché ad alquanti 

Lo seme di felicità s' accosta , 

Messo da Dio neh" anima hen posta. 



L' anima, cui adorna està bontate , 
Non la si tiene ascosa ; 
Che dal principio , eh' al corpo si sposa , 
La mostra infìn la morte. 
Ubbidiente, soave e vergognosa 
È nella prima etate , 
E sua persona adorna di beltate 
Colle sue parti accorte ; 
In giovanezza, temperata e forte , 
Piena d'amore e di cortese lode, 
E solo in lealtà far si diletta. 
E nella sua senetta, 



198 CANZONIERE. 

Prudente, giusta, e larghezza se n'ode, 

E 'n se medesma gode 

D' udire e ragionar dell'altrui prode: 

Poi nella quarta parte della vita 

A Dio si rimarita , 

Contemplando la fine che V aspetta , 

E benedice li tempi passati. 

Vedete ornai, quanti son gì' ingannati ! 

Contra gli erranti, mia, tu te n'andrai 
E quando tu sarai 
In parte , dove sia la donna nostra , 
Non le tener il tuo mestier coverto : 
Tu le puoi dir per certo : 
Io vo parlando dell' amica vostra . 



Canzone IV. 



Poscia ch'Amor del tutto m'ha lasciato, 
Non per mio grato , 
Che stato — non avea tanto gioioso, 
Ma perocché pietoso 
Fu tanto del mio core, 
Che non sofferse d'ascoltar suo pianto; 
Io canterò così disamorato 
Contr' al peccato , 

Ch' è nato — in noi di chiamare a ritroso 
Tal , eh' è vile e noioso , 
Per nome di valore, 
Cioè di leggiadria, eh' è bella tanto, 



PARTE SECONDA. 199 

Che fa degno di manto 

Imperiai colui, dov'ella regna. 

Ella è verace insegna, 

La qual dimostra u' la virtù dimora : 

Per che son certo, se ben la difendo 

Nel dir , coni' io la 'ntendo , 

Ch' Amor di se mi farà grazia ancora. 



Sono, che per gittar via loro avere 
Credon capere, 

Valere — là, dove gli buoni stanno; 
Che dopo morte fanno 
Riparo nella mente 
A quei cotanti, e' hanno conoscenza. 
Ma Ior messione a' buon non può piacere ; 
Perchè '1 tenere 

Savere — fora, e fuggirieno '1 danno, 
Che s' aggiunge allo inganno 
Di loro e della gente, 
C hanno falso giudizio in lor sentenza. 
Qual non dirà fallenza 
Divorar cibo ed a lussuria intendere? 
Ornarsi, come vendere 
Si volesse al mercato de' non saggi ? 
Che '1 savio non pregia uom per vestimenta , 
Perchè sono ornamenta, 
Ma pregia il senno e gli gentil coraggi. 



Ed altri son, che per esser ridenti, 
D' intendimenti 



200 CANZONIERE. 

Correnti — voglion esser giudicati 

Da quei che so' ingannati , 

Veggendo rider cosa, 

Che V intelletto ancora non la vede. 

Ei parlan con vocaboli eccellenti : 

Vanno piacenti 

Contenti — che dal volgo sien lodati 

Non sono innamorati 

Mai di donna amorosa: 

Ne' parlamenti lor tengono scede. 

Non moverieno il piede 

Per donneare a guisa di leggiadro : 

Ma come al furto il ladro , 

Cosi vanno a pigliar villan diletto ; 

Non però che in donne è così spento 

Leggiadro portamento, 

Che paiono animai senza intelletto. 



Ancorché ciel con cielo in punto sia, 
Pur leggiadria 

Disvia — cotanto e più quant' io ne conto 
Ed io che le son conto , 
Mercè d' una gentile , 
Che la mostrava in tutti gli atti suoi, 
Non tacerò di lei, che villania 
Far mi parria 

Sì ria, — eh' a' suoi nemici sare' giunto. 
Per che da questo punto 
Con rima più sottile 
Tratterò il ver di lei, ma non so a cui. 
Io giuro per colui, 



PARTE SECONDA. 201 

Ch'Amor si chiama, ed è pien di salute, 

Che senza oprar virtute , 

Nissun puote acquistar verace loda : 

Dunque se questa mia materia è buona , 

Come ciascun ragiona, 

Sarà virtute o con virtù s' annoda. 



5. 



Non è pura virtù la divisata; 
Poich'è biasmata, 
Negata — dov'è più virtù richiesta, 
Cioè, in gente onesta 
Di vita spiritale, 
O d'abito che di scienza tiene. 
Dunque s'ell' è in cavalier lodata, 
Sarà causata, 

Mischiata — di più cose ; perchè questa 
Convien che di sé vesta 
L' un bene e l' altro male : 
Ma virtù pura in ciascuno sta bene. 
Sollazzo è , che convene 
Con esso Amore , e l' opera perfetta : 
Da questo terzo retta 
È leggiadria, ed in suo esser dura, 
Siccome il Sole , al cui esser s' adduce 
Lo calore e la luce , 
Con la perfetta sua bella figura. 



6. 



Al gran pianeta è tutta simigliante , 
Che da levante 



202 CANZONIERE. 

Avante — in fino a tanto che s'asconde, 

Con li bei raggi infonde 

Vita e virtù quaggiuso 

Nella materia sì , com' è disposta : 

E questa, disdegnosa di cotante 

Persone, quante 

Sembiante — portan d'uomo, e non risponde 

Il lor frutto alle fronde , 

Per lo mal e' hanno in uso , 

Simili beni al cor gentile accosta; 

Che in donar vita è tosta 

Col bel sollazzo, e co' begli atti nuovi, 

Ch' ognora par che trovi ; 

E virtù per esempio ha chi lei piglia. 

falsi cavalier , malvagi e rei , 

Nemici di costei, 

Ch' al prence delle stelle s' assimiglia 



Dona e riceve 1- uom , cui questa vuole : 
Mai non sen duole; 

Né '1 Sole, — per donar luce alle stelle, 
Né per prender da elle 
Nel suo effetto aiuto ; 
Ma V uno e V altro in ciò diletto tragge. 
Già non s'induce ad ira per parole, 
Ma quelle sole 

Ricòle, — che son buone; e sue novelle 
Tutte quante son belle. 
Per sé è car tenuto 
E desiato da persone sagge, 
Che dell' altre selvagge 



PARTE SECONDA. 203 

Cotanto lode quanto biasmo prezza : 

Per nessuna grandezza 

Monta in orgoglio ; ma quando gì' incontra , 

Che sua franchezza gli convien mostrare, 

Quivi si fa laudare: 

Color che vivon , fanno tutti contra. 



Canzone V. 
1. 

Doglia mi reca nello core ardire 
A voler, eh' è di veritade amico: 
Però, donne, s'io dico 
Parole quasi contro a tutta gente , 
Non ven maravigliate, 
Ma conoscete il vii vostro desire : 
Che la beltà, eh' Amore in voi consente 
A virtù solamente 
Formata fu dal suo decreto antico, 
Contra lo qual fallate. 
Io dico a voi che siete innamorate, 
Che se beltate a voi 
Fu data, e virtù a noi, 
Ed a costui di due poter un fare, 
Voi non dovreste amare, 
Ma coprir quanto di beltà v' è dato , 
Poiché non è virtù , eh' era suo segno. 
Lasso ! a che dicer vegno ? 
Dico, che bel disdegno 



204 CANZONIERE. 



Sarebbe in donna di ragion lodato , 
Partir da se beltà per suo commiato. 



2. 



Uomo da se virtù fatta ha lontana , 
Uomo non già , ma bestia eh' uom somiglia : 
Dio , qual maraviglia , 
Voler cadere in servo di signore ! 
Ovver di vita in morte ! 
Virtute, al suo fattor sempre sottana, 
Lui obbedisce , a lui acquista onore , 
Donne, tanto ch'Amore 
La segna d' eccellente sua famiglia 
Nella beata corte. 
Lietamente esce dalle belle porte, 
Alla sua donna torna; 
Lieta va , e soggiorna : 
Lietamente opra suo gran vassallaggio. 
Per lo corto viaggio 

Conserva , adorna , accresce ciò che trova • 
Morte repugna, si che lei non cura. 
cara ancella e pura, 
Golf hai nel ciel misura ! 
Tu sola fai signore ; e questo prova , 
Che tu se' possession che sempre giova. 



Servo non di signor, ma di vii servo 
Si fa, chi da cotal signor si scosta. 
Udite quanto costa, 
Se ragionate 1' uno e V altro danno , 



PARTE SECONDA. 205 

A chi da lei si svia: 

Questo servo signor tanto è protervo , 

Che gli occhi, ch'alia mente lume fanno, 

Chiusi per lui si stanno , 

Sicché gir ne conviene all' altrui posta , 

Ch' adocchia pur follia. 

Ma perocché '1 mio dire util vi sia , 

Discenderò del tutto 

In parte ed in costrutto 

Più lieve , perchè men grave s' intenda ; 

Che rado sotto benda 

Parola oscura giunge allo 'ntelletto ; 

Per che parlar con voi suole aperto. 

E questo vo' per merto , 

Per voi, non per me certo, 

Ch' aggiate a vii ciascuno ed a dispetto ; 

Che simicflianza fa nascer diletto. 



Chi è servo, è come quello eh' è seguace 
Fatto a signore, e non sa dove vada, 
Per dolorosa strada; 
Come 1' avaro seguitando avere, 
Ch' a tutti signoreggia. 
Corre l' avaro , ma più fugge pace 
(0 mente cieca, che non puoi vedere 
Lo tuo folle volere !) 
Col numero, eh' ognora passar bada , 
Che infinito vaneggia. 
Ecco giunti a colei che ne pareggia : 
Dimmi, cke hai tu fatto, 
Cieco avaro disfatto ? 



206 CANZONIERE. 

Rispondimi, se puoi altro che nulla. 

Maledetta tua culla, 

Che lusingò cotanti sonni invano : 

Maladetto lo tuo perduto pane, 

Che non si perde al cane; 

Che da sera e da mane 

Hai ragunato, e stretto ad ambe mano, 

Ciò, che sì tosto ti si fa lontano. 



Come con dismisura si raguna, 
Così con dismisura si distringe. 
Quest' è quello che pinge 
Molti in servaggio ; e s' alcun si difende , 
Non è senza gran briga. 
Morte, che fai; che fai, fera fortuna; 
Che non solvete quel che non si spende ? 
Se '1 fate , a cui si rende ? 
Noi so; posciachè tal cerchio ne cinge, 
Che di lassù ne riga, 
Colpa è della ragion, che noi castiga. 
Se vuol dire: Io son presa; 
Ah! com' poca difesa 
Mostra signore a cui servo sormonta! 
Qui si raddoppia 1' onta, 
Se ben si guarda là, dov'io addito. 
Falsi animali, a voi ed altrui crudi: 
Che vedete gir nudi 
Per colli e per paludi 
Uomini , innanzi a cui vizio è» fuggito ; 
E voi tenete vii fango vestito. 



PARTE SECONDA. 207 

6. 

Fassi dinanzi dall' avaro volto 
Virtù, che i suoi nemici a pace invita 
Con materia pulita , 
Per allettarlo a se, ma poco vale; 
Che sempre fugge 1' esca. 
Poiché girato l' ha , chiamando molto , 
Citta '1 pasto vèr lui, tanto glien cale; 
Ma quei non v' apre 1' ale : 
E se pur vien è quando eli' è partita , 
Tanto par che gì' incresca, 
Come non possa dar sinché non esca 
Del benefizio loda. 
Io vo' che ciascun m' oda : 
Qual con tardare , e qual con vana vista , 
Qual con sembianza trista 
Volge il donare in vender tanto caro , 
Quanto sa sol chi tal compera paga. 
Volete udir , se piaga ? 
Tanto chi prende smaga, 
Che '1 negar poscia non gli pare amaro : 
Così altrui e sé concia l' avaro. 



7. 



Disvelato v'ho, donne, in alcun membro 
La viltà della gente che vi mira , 
Perchè gli aggiate in ira ; 
Ma troppo è più ancor quel che s' asconde , 
Perchè a dire è lado. 
In ciascuno è ciascuno vizio assembro , 



208 CANZONIERE. 

' Perchè amistà nel mondo si confonde ; 
E 1' amorosa fronde 
Di radice di bene altro ben tira, 
Poi suo simile è in grado. 
Udite come conchiudendo vado : 
Che non de' creder quella , 
Cui par ben esser bella , 
Esser amata da questi cotali ; 
Che se beltà fra' mali 
Vogliamo annoverar creder si puone , 
Chiamando amore appetito di fera. 
Oh ! cotal donna péra, 
Che sua beltà dischiera 
Da naturai bontà per tal cagione, 
E crede Amor fuor d' orto di ragione. 



Canzone VI. 

1. 

Tre donne intorno al cor mi son venute , 
E seggionsi di fore ; 
Che dentro siede Amore , 
Lo quale è in signoria della mia vita. 
Tanto son belle , e di tanta virtule , 
Che '1 possente signore, 
Dico quel eh' è nel core , 
Appena di parlar di lor s' aita. — « 
Ciascuna par dolente e sbigottita, 
Come persona discacciata e stanca, 
Cui tutta gente manca , 



TARTE SECONDA. 209 

E cui virtute e nobiltà non vale. 

Tempo fu già, nel quale, 

Secondo il lor parlar , furon dilette ; 

Or sono a tutti in ira ed in non cale. 

Queste così solette 

Venute son come a casa d' amico ; 

Che sanno ben che dentro è quel ch'io dico. 



Dolesi 1' una con parole molto , 
E 'n sulla man si posa 
Come succisa rosa : 
Il nudo braccio , di dolor colonna , 
Sente lo raggio che cade dal volto : 
L' altra man tiene ascosa 
La taccia lagrimosa ; 
Discinta e scalza, e sol di sé par donna. 
Come Amor prima per la rotta gonna 
La vide in parte che il tacere è bello , 
Egli, pietoso e fello, 
Di lei e del dolor fece dimanda. 
Oh di pochi vivanda ! 
(Rispose in voce con sospiri mista) 
Nostra natura qui a te ci manda. 
Io , che son la più trista , 
Son suora alla tua madre, e son Drittura; 
Povera, vedi, a panni ed a cintura. 



Poiché fatta si fu palese e conta , 
Doglia e vergogna prese 

14 



210 CANZONIERE. 

Lo mio signore , e chiese 

Chi fosser 1' altre due eh' erari con lei. 

E questa , eh' era di pianger sì pronta , 

Tosto che lui intese, 

Più nel dolor s'accese, 

Dicendo : Or non ti duol degli occhi miei? 

Poi cominciò : Siccome saper dei , 

Di fonte nasce Nilo picciol fiume : 

Ivi , dove '1 gran lume 

Toglie alla terra del vinco la fronda, 

Sopra la vergin onda 

Generai io costei, che m' è da lato, 

E che s' asciuga con la treccia bionda. 

Questo mio bel portato, 

Mirando se nella chiara fontana, 

Generò quella che m' è più lontana 



Fenno i sospiri Amore un poco tardo ; 
E poi con gli occhi molli, 
Ghe prima furon folli , 
Salutò le germane sconsolate. 
E poiché prese l'uno e l'altro dardo, 
Disse: Drizzate i colli: 
Ecco l' armi eh' io volli ; 
Per non 1' usar, le vedete turbate. 
Larghezza e Temperanza, e l'altre nate 
Del nostro sangue mendicando vanno. 
Però , se questo è danno , 
Pianganlo gli occhi , e dolgasi la bocca 
Degli uomini a cui tocca , 
Che sono a' raggi di cotal ciel giunti ; 



PARTE SECONDA. 211 

Non noi , che senio dell' eterna ròcca : 
Che, se noi siamo or punti, 
Non più saremo , o pur troverem gente , 
Che questo dardo farà star lucente. 



5. 



Ed io che ascolto nel parlar divino 
Consolarsi e dolersi 
Così alti dispersi , 

L' esilio , che m' è dato , onor mi tegno : 
E se giudizio, o forza di destino, 
Yuol pur che il mondo versi 
I bianchi fiori in persi , 
Cader tra' buoni è pur di lode degno. 
E se non che degli occhi miei'l bel segno 
Per lontananza m'è tolto dal viso, 
Che m'have in fuoco miso, 
Lieve mi conterei ciò che m' è grave. 
Ma questo foco m' ha ve 
Già consumato sì 1' ossa e la polpa, 
Che morte al petto m' ha posto la chiave : 
Onde s'io ebbi colpa, 
Più lune ha vòlto il Sol, poiché fu spenta; 
Se colpa muore purché l' uom si penta. 



6. 



Canzone ; a' panni tuoi non ponga uom mano 
Per veder quel che bella donna chiude : 
Bastin le parti nude : 
Lo dolce pomo a tutta gente niega , 
Per cui ciascun man piega. 



212 CANZONIERE. 

E s' egli avvien che tu mai alcun truovi 

Amico di virtù, e quel ten prega, 

Fatti di color nuovi : 

Poi gli ti mostra; e'1 fior, eh' è bel di fuori, 

Fa desiar needi amorosi cuori. 



Canzone VII. ' 



Amor, tu vedi ben, che questa donna 
La tua virtù non cura in alcun tempo, 
Che suol dell' altre belle farsi donna. 
E poi s' accorse eh' eli' era mia donna , 
Per lo tuo raggio , che al volto mi luce , 
D' ogni crudelità si fece donna : 
Sicché non par eh' eli' abbia cuor di donna , 
Ma di qual fiera l' ha d' amor più freddo. 
Che per lo tempo caldo e per lo freddo 
Mi fa sembianti pur com' una donna , 
Che fosse fatta d' una bella pietra 
p er man di quel , che me' intagliasse in pietra. 



Ed io che son costante più che pietra 
In ubbidirti per beltà di donna, 
Porto nascosto il colpo della pietra , 



' Benché le seguenti poesie non dovessero far parte del Convito, 
pur vi s'attengono strettamente, perché sono anch'esse allegoriche 
materiate di virtù e a" amore, e quivi prendono le r propria spiegazione. 



PARTE SECONDA. 213 

Con la qual mi feristi come pietra, 
Che t' avesse noiato lungo tempo : 
Talché mi giunse al core, ov' io son pietra. 
E mai non si scoperse alcuna pietra 
O da virtù di Sole, o da sua luce, 
Che tanta avesse ne virtù ne luce, 
Che mi potesse aitar da questa pietra, 
Sicch' ella non mi meni col suo freddo 
Colà, dov'io sarò di morte freddo. 



Signor, tu sai che per ingente freddo 
L' acqua diventa cristallina pietra 
Là sotto tramontana, ov' è il gran freddo.; 
E 1' aer sempre in elemento freddo 
Vi si converte sì, che l'acqua è donna 
In quella parte, per cagion del freddo. 
Così dinanzi dal sembiante freddo 
Mi ghiaccia il sangue sempre d' ogni tempo: 
E quel pensier, che più m'accorcia il tempo, 
Mi si converte tutto in umor freddo , 
Che m' esce poi per mezzo della luce, 
Là, ov' entrò la dispietata luce. 



4. 



In lei s' accoglie d' ogni beltà luce : 
Così di tutta crudeltate il freddo 
Le corre al core , ove non va tua luce : 
Perchè negli occhi sì bella mi luce 
Quando la miro, ch'io la veggio in pietra, 
O in altra parte , ov' io volga mia luce. 



214 CANZONIERE. 

Dagli occhi suoi mi vien la dolce luce , 
Che mi fa non caler d' ogni altra donna: 
Così foss' ella più pietosa donna 
Vèr me! che chiamo di notte e di luce, 
Solo per lei servire, e luogo e tempo; 
Né per altro desio viver gran tempo. 



Però, Virtù, che sei prima che tempo, 
Prima che moto e che sensibil luce, 
Increscati di me, e' ho sì mal tempo. 
Entrale in core ornai, che n'è ben tempo, 
Sicché per te se n' esca mora il freddo, 
Che non mi lascia aver, coni' altri, tempo: 
Che se mi giunge lo tuo forte tempo 
In tale stato , questa gentil pietra 
Mi vedrà coricare in poca pietra 
Per non levarmi, se non dopo il tempo, 
Quando vedrò se mai fu bella donna 
Nel mondo, come questa acerba donna. 



6. 



Canzone, io porto nella mente donna 
Tal, che con tutto ch'ella mi sia pietra, 
Mi dà baldanza , ov' ogni uom mi par freddo ; 
Sicch' io ardisco a far per questo freddo 
La novità che per tua forma luce, 
Che mai non fu pensata in alcun tempo. 



PARTE SECONDA. 245 

Canzone Vili. 

1. 

Io son venuto al punto della rota 
Ch' all' orizzonte , quando il Sol si corca , 
Ci partorisce l' ingemmato cielo, 
E la stella d'amor ci sta rimota 
Per lo raggio lucente, che la'nforca 
Sì di traverso , che le si fa velo : 
E quel pianeta , che conforta il gelo , 
Si mostra tutto a noi per lo grand' arco, 
Nel qual ciascun de' sette fa poca ombra: 
E però non disgombra 
Un sol pensier d' amore , ond' io son carco , 
La mente mia , eh' è più dura che pietra 
In tener forte immagine di pietra. 



Levasi della rena d' Etiopia 
Un vento pellegrin, che l'aer turba, 
Per la spera del Sol , eh' or la riscalda ; 
E passa il mare , onde n' adduce copia 
Di nebbia tal , che s' altro non la sturba , 
Questo emispero chiude tutto , e salda : 
E poi si solve , e cade in bianca falda 
Di fredda neve, ed in noiosa pioggia; 
Onde l' aere s' attrista tutto , e piagne : 
Ed Amor, che sue ragne 
Ritira al ciel per lo vento che poggia, 



216 CANZONIERE. 



Non m' abbandona ; sì è bella donna 
Questa crudel, che m' è data per donna. 



Fuggito è ogni augel, ch'I caldo segue, 
Dal paese d' Europa , che non perde 
Le sette stelle gelide unquemai: 
E gli altri han posto alle lor voci triegue 
Per non sonarle infino al tempo verde, 
Se ciò non fosse per cagion di guai : 
E tutti gli animali , che son gai 
Di lor natura, son d'amor disciolti, 
Perocché il freddo lor spirito ammorta. 
E '1 mio più d' amor porta; 
Che gli dolci pensier non mi son tolti, 
Né mi son dati per volta di tempo, 
Ma donna gli mi dà , e' ha picciol tempo. 



Passato hanno lor termine le fronde, 
Che trasse fuor la virtù d' Ariete , 
Per adornare il mondo , e morta è V erba : 
Ed ogni ramo verde a noi s' asconde , 
Se non se in pino, lauro od abete, 
Od in alcun che sua verdura serba: 
E tanto è la slagion forte ed acerba, 
Ch' ammorta gli fioretti per le piagge , 
Li quai non posson tollerar la brina : 
E 1' amorosa spina 
Amor però di cor non la mi tragge; 



PARTE SECONDA. 217 

Perch' io son fermo di portarla sempre 
Ch'io sarò in vita, s'io vivessi sempre. 



Versan ie vene le fumifere acque 
Per li vapor, che la terra ha nel ventre, 
Che d' abisso le tira suso in alto ; 
Onde '1 cammino al bel giorno mi piacque, 
Che ora è fatto rivo, e sarà, mentre 
Che durerà del verno il grande assalto. 
La terra fa un suol che par di smalto , 
E 1' acqua morta si converte in vetro 
Per la freddura, che di fuor la serra. 
Ed io della mia guerra 
Non son però tornato un passo arretro , 
Né vo' tornar ; che se '1 martirio è dolce, 
La morte de' passare ogni altro dolce. 



6. 



Canzone, or che sarà di me nell'altro 
Dolce tempo novello, quando piove 
Amore in terra da tutti li cieli ; 
Quando per questi geli 
Amore è solo in me , e non altrove ? 
Saranne quello, eh' è d'un uom di marmo, 
Se in pargoletta fia per cuore un marmo. 



218 CANZONIERE. 

Canzone IX. 

i. 

Amor, che muovi tua virtù dal cielo, 
Come '1 Sol lo splendore, 
Che là s'apprende più lo suo valore, 
Dove più nobiltà suo raggio trova; 
E come el fuga oscuritate e gelo , 
Cosi, alto Signore, 
Tu cacci la viltate altrui del core , 
• Né ira contra te fa lunga prova : 

Da te convien che ciascun ben si muova f 

Per lo qual si travaglia il mondo tutto: 

Senza te è distrutto 

Quanto avemo in potenza di ben fare; 

Come pittura in tenebrosa parte, 

Che non si può mostrare, 

Ne dar diletto di color, ne d'arte. 



2. 



Feremi il core sempre la tua luce, 
Come '1 raggio la stella , 
Poiché l' anima mia fu fatta ancella 
Della tua podestà primieramente. 
Onde ha vita un pensier, che mi conduce 
Con sua dolce favella 
A rimirar ciascuna cosa bella 
Con più diletto , quanto è più piacente. 
Per questo mio guardar m' è nella mente 
Una giovane entrata , che m' ha preso ; 



PARTE SECONDA 219 

Ed hammi in foco acceso , 

Com' acqua per chiarezza foco accende : 

Perchè nel suo venir li raggi tuoi , 

Con li quai mi risplende , 

Saliron tutti su nearli occhi suoi. 



3. 



Quanto è neh" esser suo Leila , e gentile 
Negli alti ed amorosa, 
Tanto lo immaginar, che mai non posa, 
L'adorna nella mente, ov'io la porto; 
Non che da sé meclesmo sia sottile 
A così alta cosa , 

Ma dalla tua virtute ha quel, ch'egli osa 
Oltra il poter, che natura ci ha porto. 
È sua beltà del tuo valor conforto , 
In quanto giudicar si puote effetto 
Sovra degno suggetto, 
In guisa eh' è al Sol raggio di foco ; 
Lo qual non dà a lui , né to' virtute ; 
Ma fallo in alto loco 
Neil' effetto parer di più salute. 



Dunque, Signor, di si gentil natura, 
Che questa nohiltate, 
Che vien quaggiuso, e tutt' altra bontate 
Lieva principio della tua altezza ; 
Guarda la vita mia, quanto ella è dura, 
E prendine pietate: 
Che lo tuo ardor per la costei beltate 



220 ANZONIERE. 

Mi fa sentire al cor troppa gravezza. 

Falle sentire , Amor , per tua dolcezza 

Il gran disio eh' io ho di veder lei : 

Non soffrir che costei 

Per giovinezza mi conduca a morte ; 

Che non s'accorge ancor, com' ella piace, 

Né com' io 1' amo forte , 

Né che negli occhi porta la mia pace. 



Onor ti sarà grande, se m' aiuti, 
Ed a me ricco dono 

Tanto , quanto conosco ben , eh' io sono 
Là, ov'io non posso difender mia vita; 
Che gli spiriti miei son combattuti 
Da tal, ch'io non ragiono, 
Se per tua volontà non han perdono , 
Che possan guari star senza finita. 
Ed ancor tua potenza fìa sentita 
In questa bella donna che n' è degna ; 
Che par che si convegna 
Di darle d' ogni ben gran compagnia , 
Com' a colei , che fu nel mondo nata 
Per aver signoria 
Sovra la mente d' ogni uom che la guata. 



PARTE SECONDA. 221 

Canzone X. 

1. • 

Io sento sì d' Amor la gran possanza, 
Ch' io non posso durare 
Lungamente a soffrire ; ond' io mi doglio : 
Perocché il suo valor sempre s'avanza, 
E '1 mio sento mancare 
Sì, eh' io son meno ognora eh' io non soglio. 
Non dico ch'Amor faccia quant'io voglio, 
Che se facesse quanto il voler chiede , 
Quella virtù, che natura mi diede, 
Noi sofferìa, perocch'ella è finita. 
E questo è quello ond' io prendo cordoglio, 
Che alla voglia il poder non terrà fede. 
Ma se di buon voler nasce mercede , 
Io la dimando per aver più vita 
A que' begli occhi, il cui dolce splendore 
Porta conforto, ovunque io sento amore. 



Entrano i raggi di questi occhi belli 
Ne' miei innamorati , 

E portan dolce, ovunque io sento amaro: 
E sanno lo cammin, siccome quelli 
Che già vi son passati ; 
E sanno il loco, dove Amor lasciaro, 
Quando per gli occhi miei dentro il menare 
Per che mercè, volgendosi, a me fanno, 
E di colei cui son procaccian danno 



222 CANZONIERE. 

Celandosi da me , che tanto l' amo , 
Che sol per lei servir mi tengo caro. 
E' miei pensier , che pur d' amor si fanno , 
Come a lor segno , al suo servigio vanno : 
Per che 1' adoperar sì forte bramo , 
Che, s'io'l credessi far fuggendo lei, 
Lieve saria; ma so ch'io ne morrei. 



Ben è verace amor quel che m' ha preso . 
E ben mi stringe forte , • 
Quand' io farei quel eh' io dico per lui. 
Che nullo amore è di cotanto peso, 
Quanto è quel, che la morte, 
Face piacer, per ben servire altrui : 
Ed in cotal voler fermato fui 
Si tosto , come il gran desio eh' io sento 
Fu nato per virtù del piacimento, 
Ch' è nel bel viso du' ogni ben s'accoglie. 
Io son servente: e quando penso a cui, 
Qual ch'ella sia, di tutto son contento; 
Che V uom può ben servir contra talento : 
E se mercè giovinezza mi toglie, 
Aspetto tempo che più ragion prenda ; 
Purché la vita tanto si difenda. 



Quand' io penso un gentil desio, eh e nato 
Del gran desio eh' io porto, 
Ch' a ben far tira tutto il mio potere, 
Parmi esser di mercede oltra pagato ; 



PARTE SECONDA. 223 

Ed anche più eh' a torto 
Mi par di servidor nome tenere : 
Così dinanzi agli occhi del piacere 
Si fa '1 servir mercè d' altrui hontate , 
Ma poich' io mi ristringo a ventate , 
Gonvien che tal desio servigio conti ; 
Perocché s' io procaccio di valere , 
Non penso tanto a mia proprietate , 
Quanto a colei che m'ha in sua podestate; 
Che '1 fo perchè sua cosa in pregio monti : 
Ed io son tutto suo ; così mi tegno ; 
Ch'Amor di tanto onor m' ha fatto degno. 



Altri eh' Amor non mi potea far tale, 

Ch' io fossi degnamente 

Cosa di quella che non s'innamora, 

Ma stassi come donna , a cui non cale 

Dell' amorosa mente , 

Che senza lei non può passare un' ora. 

Io non la vidi tante volte ancora, 

Ch' io non trovassi in lei nuova bellezza ; 

Onde Amor cresce in me la sua grandezza 

Tanto, quanto il piacer nuovo s' aggiugne. 

Per eh' egli avvien , che tanto fo dimora 

In uno stato , e tanto Amor m' avvezza 

Con un martìro e con una dolcezza, 

Quanto è quel tempo che spesso mi pugne, 

Che dura dacch'io perdo la sua vista 

Infino al tempo eh' ella si racquista. 



224 CANZONIERE. 

6. 
Canzon mia bella, se tu mi somigli, 
Tu non sarai sdegnosa 
Tanto , quanto alla tua bontà s' avviene : 
Ond' io ti prego che tu t' assottigli , 
Dolce mia amorosa, 

In prender modo e via, che ti stea bene. 
Se cavalier t' invita , o ti ritiene , 
Innanzi che nel suo piacer ti metta, 
Spia se far lo puoi della tua setta ; 
E se non puote , tosto l' abbandona , 
Che '1 buon col buon sempre carriera tiene. 
Ma egli avvien, che spesso altri si getta 
In compagnia, che non ha che disdetta 
Di mala fama, ch'altri di lor suona. 
Con rei non star ne ad ingegno ne ad arte ; 
Che non fu mai saver tener lor parte. 



Canzone XI. 
1. 

Così nel mio parlar voglio esser aspro, 
Com' è negli atti questa bella pietra , 
La quale ognora impetra 
Maggior durezza e più natura cruda: 
E veste sua persona d' un diaspro 
Tal, che per lui, o perdi' ella s' arretra, 
Non esce di farètra 
Saetta , che giammai la colga ignuda. 



PARTE SECONDA. 225 

Ed ella ancide, e non vai ch'uom si chiuda, 

Né si dilunghi da' colpi mortali; 

Che, com'avesser ali, 

Giungono altrui, e spezzan ciascun' arme: 

Perch'io non so da lei , né posso aitarme. 



Non trovo scudo eh' ella non mi spezzi. 
Né luogo che dal suo viso m' asconda ; 
Ma come fior di fronda, 
Così della mia mente tien la cima. 
Cotanto del mio mal par che si prezzi, 
Quanto legno di mar , che non leva onda : 
Lo peso che m' affonda 
È tal, che non potrebbe adeguar rima. 
Ahi! angosciosa e dispietata lima, 
Che sordamente la mia vita scemi, 
Perchè non ti ritemi 
Rodermi così il core scorza a scorza, 
Com'io di dire altrui chi ten dà forza? 



Che più mi trema il cor, qualora io penso 
Di lei in parte, ov' altri gli occhi induca, 
Per tema non traluca 
Lo mio pensier di fuor sì che si scopra , 
Ch'io non fo della morte, che ogni senso 
Colli denti d' Amor già mi manduca : 
Ciò che nel pensier bruca 
La mia virtù sì che n' allenta l' opra. 
El m' ha percosso in terra , e stanimi sopra 

15 



226 CANZONIERE. 

Con quella spada, ond' egli ancise Dido, 
Amore, a cui io grido, 
Mercè chiamando , ed umilmente il priego : 
E quei d' ogni mercè par messo al niego. 



Egli alza ad or ad or la mano , e sfida 
La debole mia vita esto perverso , 
Che disteso e riverso 
Mi tiene in terra d' ogni guizzo stanco. 
Allor mi surgon nella mente strida ; 
E '1 sangue, eh' è per le vene disperso, 
Fuggendo corre verso 

Lo cor che'l chiama; ond' io rimango bianco. 
Egli mi fiede sotto il braccio manco 
Sì forte, che'l dolor nel cor rimbalza; 
Allor dich' io : S' egli alza 
Un'altra volta, Morte m'avrà chiuso 
Prima che '1 colpo sia disceso giuso. 



Così vedess' io lui fender per mezzo 
Lo core alla crudele, che'l mio squatra; 
Poi non mi sarebb' atra 
La morte, ov'io per sua bellezza corro ! 
Che tanto dà nel Sol, quanto nel rezzo, 
Questa scherana micidiale e latra. 
Oimè perchè non latra 
Per me , com' io per lei nel caldo borro ? 
Che tosto i' griderei : io vi soccorro ; 
E farei volentier, siccome quegli, 



PARTE SECONDA. 227 

Che ne' biondi capegli , 

Ch'Amor per consumarmi increspa e dora, 

Metterei mano e saziere' mi allora. 



6. 



S' io avessi le bionde treccie prese , 
Che fatte son per me scudiscio e terza, 
Pigliandole anzi terza, 
Con esse passerei vespro e le squille: 
E non sarei pietoso né cortese, 
Anzi farei com' orso quando scherza. 
E se Amor me ne sferza, 
Io mi vendicherei di più di mille ; 
E i suoi begli occhi, ond'escon le faville, 
Che m' infiammano il cor , eh' io porto anciso . 
Guarderei presso e fiso, 
Per vendicar lo fuggir che mi face : 
E poi le renderei con amor pace. 

Canzon, vattene dritto a quella donna, 
Che m' ha ferito il core, e che m' invola 
Quello, ond'io ho più gola: 
E dàlie per lo cor d' una saetta ; 
Che bell'onor s'acquista in far vendetta. 



Sestina. 

1. 

Al poco giorno, ed al gran cerchio d'ombra 
Son giunto , lasso ! ed al bianchir de' colli , 



228 CANZONIERE. 

Quando si perde lo color nell' erba. 
E '1 mio disio però non cangia il verde ; 
Sì è barbato nella dura pietra , 
Che parla e sente come fosse donna. 



Similemente questa nuova donna 
Si sta gelata, come neve all' ombra, 
Che non la muove, se non come pietra, 
Il dolce tempo, che riscalda i colli, 
E che gli fa tornar di bianco in verde , 
Perchè gli copre di fioretti e d' erba. 



Quand' ella ha in testa una ghirlanda d' erba 
Trae della mente nostra ogni altra donna; 
Perchè si mischia il crespo giallo e '1 verde 
Si bel , eh' Amor vi viene a stare all' ombra : 
Che m' ha serrato tra piccoli colli 
Più forte assai che la calcina pietra. 



Le sue bellezze han più virtù che pietra, 
E '1 colpo suo non può sanar per erba ; 
Ch'io son fuggito per piani e per colli, 
Per potere scampar da colai donna; 
E dal suo viso non mi può far ombra 
Poggio, né muro mai, né fronda verde. 



PARTE SECONDA. 229 



5. 



Io 1' ho veduta già vestita a verde 
Sì fatta , eh' ella avrebbe messo in pietra 
L'amor, ch'io porto pure alla sua ombra: 
Ond'io l'ho chiesta in un bel prato d'erba. 
Innamorata com' anco fu donna , 
E chiuso intorno d'altissimi colli. 



6. 



Ma ben ritorneranno i fiumi a' colli 
Prima che questo legno molle e verde 
S' infiammi (come suol far bella donna) 
Di me , che mi torrei dormir su pietra 
Tutto il mio tempo, e gir pascendo 1' erba, 
Sol per vedere de' suoi panni 1' ombra. 

Quandunque i colli fanno più nera ombra, 
Sotto il bel verde, la giovane donna 
La fa sparir, come pietra sott'erba. 



Ballata I. 



Voi che sapete ragionar d' amore , 
Udite la ballata mia pietosa, 
Che parla d'una donna disdegnosa, 
La qual m' ha tolto il cor per suo valore. 



230 CANZONIERE. 



Tanto disdegna qualunque la mira , 
Che fa chinare gli occhi per paura; 
Che d'intorno da' suoi sempre si gira 
D' ogni crudelitate una pintura : 
Ma dentro portan la dolce figura, 
Che all' anima gentil fa dir : Mercede ; 
Sì virtuosa è che, quando si vede, 
Trae li sospiri altrui fuora del core. 



3. 



Par eh' ella dica : Io non sarò umile 
Verso d' alcun, che negli occhi mi guardi: 
Ch' io ci porto entro quel signor gentile , 
Che m' ha fatto sentir degli suoi dardi. 
E certo io credo che così gli guardi, 
Per vederli per se quando le piace : 
A quella guisa donna retta face 
Quando si mira per volere onore. 



Io non spero che mai per sua pietate 
Degnasse di guardare un poco altrui : 
Così è fera donna in sua beltate 
Questa, che sente Amor negli occhi sui. 
Ma quanto vuol nasconda e guardi lui, 
Ch' io non veggia talor tanta salute; 
Perocché i miei desiri avran virtute 
Contra il disdegno, che mi dà Amore. 



PARTE SECONDA. 231 



Ballata IL 



" Deh nuvoletta, che in ombra d' Amore 
Negli occhi miei di subito apparisti , 
Abbi pietà del cor che tu feristi , 
Che spera in te, e desiando muore. 

Tu, nuvoletta, in forma più che umana, 
Foco mettesti dentro alla mia mente 
Col tuo parlar eh' ancide , 
Poi con atto di spirito cocente 
Creasti speme, che'n parte mi sana. 
Laddove tu mi ride, 
Deh non guardare perchè a lei mi fide, 
Ma drizza gli occhi al gran disio che m' arde ; 
Che mille donne già, per esser tarde, 
Sentito han pena dell' altrui dolore. 



Sonetto I. 

Dagli occhi della mia donna si muove 
Un lume sì gentil, che dove appare, 
Si vedon cose , eh' uom non può ritrare 
Per loro altezza e per loro esser nuove = 

E da' suoi raggi sopra '1 mio cor piove 
Tanta paura, che mi fa tremare, 
E dico : Qui non voglio mai tornare ; 
Ma poscia perdo tutte le mie prove. 

E tornomi colà , dov' io son vinto , 
Riconfortando gli occhi paurosi, 
Che sentir prima questo gran valore. 



232 CANZONIERE. 

Quando son giunto, lasso! ed ei son chiusi. 
E'1 desio, che gli mena quivi, è estinto: 
Però provveggia del mio stato Amore. 



Sonetto II. 

Per quella via che la bellezza corre, 
Quando a destare Amor va nella mente, 
Passa una donna baldanzosamente, 
Come colei che mi si crede tórre. 

Quand' ella è giunta al pie di quella torre, 
Che s'apre quando l'animo acconsente, 
Ode una voce dir subitamente : 
Levati, bella donna, e non ti porre; 

Che quella donna, che di sopra siede, 
Quando di signoria chiese la verga , 
Com'ella volse, Amor tosto le diede. 

E quando quella accomiatar si vede 
Di quella parte dove Amore alberga , 
Tutta dipinta di vergogna riede. 



Sonetto III. 

Parole mie, che per lo mondo siete ; 
Voi che nasceste poich'io cominciai 
A dir per quella donna , in cui errai : 
Voi che, intendendo, il terzo ciel movete; 



PARTE SECONDA. 23c 

Andatevene a lei che la sapete , 
Piangendo sì eh' ella oda i nostri guai ; 
Ditele: Noi sem vostre; dunque ornai 
Più che noi senio, non ci vederete. 

Con lei non state ; che non v' è Amore : 
Ma gite attorno in abito dolente, 
A guisa delle vostre antiche suore. 

Quando trovate donna di valore, 
{jittatevele a' piedi umilemente, 
Dicendo : A voi dovem noi fare onore. 



Sonetto IV. 

E' non è legno di sì forti nocchi , 
Né anco tanto dura alcuna pietra, 
-Ch'està crudel, che mia morte perpetra, 
Non vi mettesse amor co' suoi begli occhi. 

Or dunque s' ella incontri uom che l'adocchi, 
Ben gli de' '1 cor passar , se non s' arretra ; 
Onde '1 convien morir : che mai no impetra 
Mercè che il suo dover pur si spannocchi. 

Deh perchè tanta virtù data fue 
Agli occhi d' una donna così acerba , 
dhe suo fedel nessuno in vita serba? 

Ed è contro a pietà tanto superba, 
dhe s' altri muor per lei , noi mira piue , 
Anzi gli asconde le bellezze sue. 



PARTE TERZA. 



POESIE VARIE. 



Canzone I. 



Amor, dacché convien pur ch'io mi doglia 
Perchè la gente m' oda , 
E mostri me d' ogni virtute spento , 
Dammi savere a pianger come ho voglia : 
Sì che '1 cluol che si snoda 
Portin le mie parole come '1 sento. 
Tu vuoi ch'io muoia, ed io ne son contento. 
Ma chi mi scuserà , s' io non so dire 
Ciò che mi fai sentire? 
Chi crederà ch'io sia ornai sì cólto? 
Ma se mi dai parlar quanto tormento, 
Fa', signor mio, che innanzi al mio morire, 
Questa rea per me noi possa udire ; 
Che se intendesse ciò ch'io dentro ascolto, 
Pietà faria men hello il suo bel volto. 



236 CANZONIERE. 



2. 



Io non posso fuggir eh' ella non vegna 
Neil' immagine mia , 
Se non come il pensier che la vi mena. 
L'anima folle, che al suo mal s' ingegna, 
Com'ella è bella e ria, 
Così dipinge e forma la sua pena : 
Poi la riguarda, e quando ella è ben piena 
Del gran desio, che dagli occhi le tira, 
Incontro a se s' adira , 
C ha fatto il foco , ov' ella trista incende. 
Quale argomento di ragion raffrena, 
Ove tanta tempesta in me si gira? 
L' angoscia che non cape dentro , spira 
Fuor della bocca sì, eh' ella s'intende, 
Ed anche agli occhi lor merito rende. 



La nimica figura, che rimane 
"Vittoriosa e fera, 
E signoreggia la virtù che vuole , 
Vaga di se medesma andar mi fané 
Colà, dov'ella è vera, 
Come simile a simil correr suole. 
Ben conosch' io che va la neve al Sole; 
Ma più non posso: fo come colui, 
Che nel podere altrui 
Va co' suoi piò colà, dov' egli è morto. 
Quando son presso , parmi udir parole 



PARTE TERZA. 237 

Dicer: Via via; vedrai morir costui? 
AUor mi volgo per veder a cui 
Mi raccomandi : a tanto sono scórto 
Dagli occhi che m' ancindono a gran torto. 



Qual'io divegna sì feruto, Amore, 
Sai contar tu , non io , 
Che rimani a veder me senza vita : 
E se F anima torna poscia al core , 
Ignoranza ed oblio 

Stato è con lei , mentre eh' ella è partita. 
Com' io risurgo , e miro la ferita 
Che mi disfece quando io fui percosso, 
Confortar non mi posso 
Sì ch'io non tremi tutto di paura. 
E mostra poi la faccia scolorita 
Qual fu quel tuono, che mi giunse addosso; 
Che se con dolce riso è stato mosso , 
Lunga fiata poi rimane oscura, 
Perchè lo spirto non si rassicura. 



Così m' hai concio, Amore, in mezzo l'Alpi, 
Nella valle del fiume, 
Lungo il qual sempre sopra me sei forte. 
Qui vivo e morto, come yuoi, mi palpi 
Mercè del fiero lume, 
Che folgorando fa via alla morte. 
Lasso! non donne qui, non genti accorte 
Vegg'io, a cui incresca del mio male. 



238 CANZONIERE. 

Se a costei non ne cale , 
Non spero mai da altrui aver soccorso : 
E questa , sbandeggiata da tua corte , 
Signor , non cura colpo di tuo strale : 
Fatto ha d' orgoglio al petto schermo tale , 
Ch' ogni saetta li spunta suo corso ; 
Per che l' armato cuor da nulla è morso. 



6. 



montanina mia canzon , tu vai ; 
Forse vedrai Fiorenza la mia terra, 
Che fuor di se mi serra, 
Vota d' amore , e nuda di pietate. 
Se dentro v' entri , va' dicendo : Ornai 
Non vi può fare il mio signor più guerra ; 
Là , ond' io vegno , una catena il serra 
Tal , che se piega vostra crudeltate , 
Non ha di ritornai* più libertate. 



Canzone II. 



patria, degna di trionfai fama, 
De' magnanimi madre, 
Più che in tua suora, in te dolor sormonta 
Qual è de' figli tuoi, che in onor t'ama, 
Sentendo l' opre ladre 
Che in te si fanno , con dolore ha onta. 
Ahi ! quanto in te la iniqua gente è pronta 



PARTE TERZA. 239 

A sempre congregarsi alla tua morte, 

Con luci bieche e torte , 

Falso per vero al popol tuo mostrando. 

Alza il cor de' sommersi ; il sangue accendi ; 

Sui traditori scendi 

Nel tuo giudicio ; sì che in te laudando 

Si posi quella grazia che ti sgrida, 

Nella quale ogni ben surge e s' annida. 



Tu felice regnavi al tempo bello 
Quando le tue rede 
Voller che le virtù fussin colonne : 
Madre di loda e di salute ostello, 
Con pura unita fede 
Eri beata, e colle sette donne. 
Ora ti veggio ignuda di tai gonne ; 
Vestita di dolor, piena di vizi; 
Fuori i leai Fabrizi; 
Superba, vile, nimica di pace. 
O disnorata te! specchio di parte, 
Poiché se' aggiunta a Marte , 
Punisci in Antenòra qual verace 
Non segue l' asta del vedovo giglio ; 
E a que'che t'aman più, più fai mal piglio. 



3. 



Dirada in te le maligne radici , 
De' figli non pietosa , 
C hanno fatto il tuo fior sudicio e vano, 
E vogli le virtù sien vincitrici ; 



240 CANZONIERE. 

Sì che la fé nascosa 

Resurga con giustizia a spada in mano. 

Segui le luci di Giustiniano, 

E le focose tue mal giuste leggi 

Con discrezion correggi, 

Sicché le laudi '1 mondo e '1 divin regno : 

Poi delle tue ricchezze onora e fregia 

Qual lìgliuol te più pregia, 

Non recando a' tuoi hen chi non n' è degno 

Sì che prudenza ed ogni sua sorella 

Abbi tu teco ; e tu non lor rubella. 

4. 

Serena e gloriosa in su la ruota 
D' ogni beata essenza, 
(Se questo fai) regnerai onorata : 
E '1 nome eccelso tuo, che mal si nota, 
Potrà' poi dir, Fiorenza. 
Dacché 1' affez'ion t'avrà ornata, 
Felice 1' alma che in te fìa creata ! 
Ogni potenza e loda in te fia degna : 
Sarai del mondo insegna. 
Ma se non muti alla tua nave guida , 
Maggior tempesta con fortunal morte 
Attendi per tua sorte, 
Che le passate tue piene di strida. 
Eleggi ornai , se la fraterna pace 
Fa più per te, o '1 star lupa rapace. 



Tu te n'andrai, canzone, ardita e fera, 
Poiché ti guida Amore, 



Parte terza. 241 

Dentro la terra mia, cui doglio e piango; 

E troverai de' buon , la cui lumiera 

Non dà nullo splendore, 

Ma stan sommersi, e lor virtù è nel fango. 

Grida : Surgete su , che per voi clango. 

Prendete l'armi, ed esaltate quella; 

Che stentando viv' ella ; 

E la divoran Capaneo e Crasso , 

Aglauro, Simon mago, il falso Greco. 

E Macometto cieco , 

Che tien Giugurta e Faraone al passo. 

Poi ti rivolgi a' cittadini giusti, 

Pregando sì eh' ella sempre s' augusti. 



Sonetto I. 



Se vedi gli occhi miei di pianger vaghi , 
Per novella pietà che il cor mi strugge, 
Per lei ti priego, che da te non fugge, 
Signor, che tu di tal piacer gli svaghi. 

Con la tua dritta man cioè che paghi 
Chi la giustizia uccide , e poi rifugge 
Al gran tiranno , del cui tosco sugge , 
Ch'egli ha già sparto, e vuol che'l mondo allaghi. 

E messo ha di paura tanto gelo 
Nel cuor de' tuoi fedei , che ciascun tace : 
Ma tu , fuoco d' Amor , lume del cielo , 

Questa virtù, che nuda e fredda giace , 
Levala su vestita del tuo velo ; 
Che senza lei non è qui in terra pace. 

io 



'242 CANZONIERE. 



Sonetto II. 



Poich' io non trovo chi meco ragioni 
Del signor cui serviamo e voi ed io, 
Convienimi soddisfare il gran desio, 
Ch'io ho di dire i pensamenti buoni. 

Nuli' altra cosa appo voi m' accagioni 
Dello lungo e noioso tacer mio, 
Se non il loco, ov' io son , eh' è sì rio, 
Che il ben non trova chi albergo gli doni. 

Donna non e' è , che Amor le venga al volto 
Né uom ancora che per lui sospiri; 
E chi '1 facesse saria detto stolto. 

Ahi, messer Cino, com'è il tempo vólto, 
A danno nostro e delli nostri diri, 
Da poi che il ben e' è sì poco ricolto ! 



Sonetto III. 



Io mi credea del tutto esser partito 
Da queste vostre rime, messer Cino; 
Che si conviene ornai altro cammino 
Alla mia nave, già lunge dal lito. 

Ma perdi' io ho di voi più volte udito. 
Che pigliar vi lasciate ad ogni uncino, 
Piacemi di prestare un pocolino 
A questa penna lo stancato dito. 



PARTE TERZA. 243 

Chi s' innamora (siccome voi fate) 
E ad ogni piacer si lega e scioglie, 
Mostra ch'Amor leggiermente il saetti, 

Se '1 vostro cuor si piega in tante voglie , 
Per Dio vi prego che voi '1 correggiate , 
Sì che s' accordi il fatto a' dolci detti. 



FINE DEL CANZONIERE. 



COMMENTI. 



PARTE PRIMA. 



Sonetto I. — Pag. Ili. 

Guido vorrei, che tu e Lapo ed io, ecc. 

Questi, cui Dante scrive, è il suo primo amico Guido 
Cavalcanti, che fu molto innamorato d'una gentil donna, per 
nome Vanna o Giovanna, la quale per la sua beltà si chiamò 
anche Primavera : V. N., xxiv. Bice, pur cosi ricordata nella 
Commedia (Par., vii, 14), non v' ha dubbio che sia la donna 
dell'Allighieri. Ma rispetto all'amica di Lapo Gianni, niill'altro 
si conosce, se non ch'ella era sul numero del trenta (la tren- 
tesima) come Beatrice in sul nove, nell' Epistola che, sotto 
nome di Serventese, Dante avea composto, prendendo i nomi 
di sessanta le più belle donne della cittade, ove Beatrice fu 
posta dall' altissimo Sire : V. N., vii. Da ciò si trae sicuro 
argomento dell'autenticità del medesimo sonetto, che ben 
vuoisi riferire alla Vita Nuova. 

V. 3. In un vascél, anzi che ad un vascel, portano al- 
cuni testi, e mi par meglio a indicare l' atto dell' Incantatore. 

5. Fortuna. La nave, combattuta -da tempesta, diciamo 
che è in fortuna: Pur., xxxn, 116. 

7. Talento per volontà. « Prima vuol ben (si parla del- 
l' anima non ancor libera a uscire del Purgatorio) ma non 
lascia il talento, Che divina Giustizia contra voglia, Come 
fu al peccar, pone al tormento: » Purg., xxi , 64. 



248 CANZONIERE. 



Sonetto II. — Pag. Ì72.. 

Dì dotine io vidi una gentile schiera. 

V. 5. Dagli occhi suoi gittava una lumiera (una luce), 
La qual pareva un spirito infiammato. Dante altrove accen- 
nando a Beatrice, ne rammenta: Degli occhi suoi, Come ch'ella 
gli muova, Escono spirti d'amore infiammati: V. N., xix. 

8. Guardando , vidi un Angiol figurato. La mia donna 
(scrive l'Allighieri) m'apparve in prima come un'Angiola gio- 
vanissima: V. N., il. 

9. A chi era degno poi dava salute Con gli occhi suoi 
quella benigna e piana (umile ne' suoi atti). Madonna....! 
quando trova alcun che degno sia Di veder lei, quei prova 
sua v ir tute ; Che gli addivien ciò che gli dà salute, E sì 
l'umilia, che ogni offesa oblia: V. N., xix. 

12. Està soprana, costei che di bellezza e virtù sopra- 
vanza, vince tutte l'altre donne: Purg., xxxi, 54. 

14. Dunque beata chi l'è prossimana! (chi le sta presso). 
Ond' è beato chi prima (in prima) la vide: V. N., xxi. Que- 
sti riscontri , così precisi ed evidenti, non lasciano punto a 
dubitare dell'autenticità del sonetto, mentre pur ne chiari- 
scono la sua verace bellezza. 

Sonetto III. — Pag. 172. 

Onde venite voi così pensose ? 

V. 1. Pensose, come quelle che portavano la sembianza 
umile e, tenendo gli occhi bassi , mostravano dolore. Anche 
a questo solo cominciamento, si può scorgere che il sonetto 
dovette essere rivolto a quelle donne , che furono a visitare | 
la Beatrice il giorno che le morì il padre: V. N., xxn. 

6. Né (siate sdegnose) di ristare alquanto in questa, 
via. « Piacciavi di restar qui meco alquanto. » V. N. , xxn. j 

8. Si m'ha in tutto Amor da me scacciato. Non da sé, \ 



COMMENTI. — PARTE PRIMA. 249 

ma da me scacciato , credo che si debba leggere , perchè gli 
è Amore, il quale, non che abbandonarlo, avea tratto Dante 
quasi a finire (in fine di vita), uccidendone parte degli spiriti 
e parte cacciandone di fuora: V. N., xiv. Cosi 1' anima gli 
rimaneva come cacciata fuori di esto mondo: Ganz. E'm'in- 
cresce di me sì duramente. 



Sonetto IV. — Pag, il 3 



V. 1.0 dolci rime, che parlando andate. 

La terza Canzone che è commentata nel Convito, comin- 
cia: Le dolci rime d'Amor ch'io soliaCercar ne' miei pensieri. 
Ed egli, il gentile Poeta, si piacque d'essere stimato come il 
singoiar maestro del dolce stile nuovo adoperato in ragio- 
nare d'amore: Purg., xxiv, 57. La più parte delle rime di 
Dante sono poi ornate delle lodi di Beatrice (V. N., xix), 
dacché egli assai per tempo s' era proposto di prendere per 
materia del suo parlare sempre mai quello che fosse loda 
di quella gentilissima donna: ivi, xxiu. La quale venne in 
tanta grazia, che non solamente era onorata e laudata essa, 
ma per lei erano onorate e laudate molte altre donne, 
giacché le faceva andar seco vestite Di gentilezza, d' amore 
e di fede: ivi, xxxn. 

14. Ov' è il disio degli occhi miei? Alla sua Beatrice rivol- 
gevasi ognora il passionato Allighieri, come al segno di mag- 
gior disio : Par., in, 26. 

Sonetto VI. — Pag 173. 

Io sono stato con amore insieme. 

Riguardo a questo sonetto, testé ripubblicato dal bene- 
merito Fraticelli (Canzoniere di Dante Allighieri. Firenze, 
G. Barbèra editore, 1861, p. 142), credo opportuno di qui 
riportare quant' io ne scrissi ne' miei commenti all' Epistola 
di Dante a Cangrande della Scala (Metodo di commentare la 



250 CANZONIERE. 

Commedia di Dante Allighieri ecc. Firenze, Felice Le Mon- 
nier, 1861 , p. 89). 

Cecco d'Ascoli nella sua .Acer&a (lib. in, e. 1. Della virtù 
d'Amore) dopo aver chiarito, fra le molte cose, come amore 
è passion di gentil core.... e non si diparte altro che per 
morte, soggiugne : Ma Dante, riscrivendo a messer Gino, 
Amor non vide in questa pura forma, Che tosto avria cam- 
biato suo latino. « Io sono stato con amore insieme: » Qui 
pose Dante che nuovi speroni Sentir può il fianco con la 
nuova speme. Cantra tal dicto dico quel eh' io sento, ecc. 

Il sonetto or accennato , fatto rintracciare dal previdente 
e valoroso Marco Ponta ne' codici di Firenze, fu ritrovato per 
cura del bibliografo di Dante Colomb de Batines (cod. Ma- 
gliab. 143, class, vii), e quindi prodotto per le stampe e com- 
mentato da Enrico Bindi, dottissimo e perspicace intelletto. E 
quivi non solamente si fa una piena risposta a quel sonetto 
di Cino « Dante, quando per caso s' abbandona » ma e vi si 
scorge trattata l' istessa quistione che nell' Epistola scritta 
in proposito da Dante al suo amico pistoiese. Ond' è, che l'un 
componimento giova di conferma e schiarimento all' altro. E 
questo siasuggel che ogni uomo sganni. 

V. 1. Io sono stato con Amore insieme dalla mia nona 
circolazione del sole, dal mio nono anno in poi. « Io vidi Bea- 
trice quasi alla fine del mio nono anno.... D'allora innanzi 
Amore signoreggiò l'anima mia , la quale fu si tosto a lui di- 
sposata: » V. N., ii. Ho creduto poi che non disconvenisse di 
allogare questo sonetto fra le Rime spettanti alla Vita Nuova, 
perchè vie meglio rafferma la prima origine dell' amore di 
Dante per la sua Beatrice. 

3. Chi con la ragione o la virtù crede di scacciar Amore, 
s'adopera indarno, come fa colui che nel minacciare del tem- 
porale, suona le campane, mal avvisandosi che ciò possa sce- 
mar i contrasti de' vapori (la burrasca) in quella regione 
dove tuona, colà dove si fanno i tuoni: Par., xxxi, 53. 

7. Però nel cerchio della sua palestra (cioè a dire, nel 
campo d'Amore) Libero arbitrio giammai non fu franco, 
sicuro di non essere sopraffatto e vinto. Parve al Batines di 



COMMENTI. - PARTE PRIMA. 251 

dover leggere balestra in luogo di palestra, eh' io ritraggo 
dallo stesso codice Magliabechiano , e ripongo nel testo con 
piena fidanza di accostarmi al vero. 

43. E qual che sia 'l piacer (la piacente bellezza) ch'ora 
n' addestra (ne governa), è forza di seguitarlo, se l'amore che 
in prima signoreggiava , è cessato. L' una passione discaccia 
l'altra, e così l'uomo d'una in altra può trasmutarsi. Di che 
ben sì vede , che questo sonetto è per appunto la Poesia, cui 
Dante accenna nella sua Epistola a Cino da Pistoia: Ecce 
sermo calliopeus.... quo more poetico signatur intentum 
amorem hujus posse torpescere atque denique inferire, nec 
non quod corruptio unius generatio est alterius in anima re- 
formati: § il. 

Ballata I. — Pag. Ì74. 

In abito di saggia messaggera. 

L'Allighieri stava da parecchi giorni infermo, quando gli 
giunse un pensiero ch'era della donna sua, e n'ebbe grave 
timore di doverla perdere. Allora fu che ei dettò la Canzone: 
Donna pietosa e di novella etade. Né mal si avviserebbe chi 
tenesse che, assorto in questo medesimo pensiero onde gli si 
faceva vedere leggiero il durare della vita (V. IV., xxm), 
abbia scritto la presente Ballata. La quale non è poi a dubi- 
tarsi che nell' una guisa o nell' altra non gli si debba appro- 
priare. Vi è di fatti una cot al freschezza d'immagini, tanta leg- 
giadria di modi, sì passionati e gentili a un tempo, che a 
diritto potrebbe innestarsi fra le poesie della Vita Nuova. 

2. Senza gir tardando, senza dimora: Inf. , xxn, 78. 
Novella mia, non far tardanza: Canz. Morte, poich' io non 
trovo a cui mi doglia. 

4. E digli (dille) quanto mia vita è leggiera. Nella Canz. 
Donna pietosa e di novella etade, l'Allighieri ritorna sul con- 
cetto già espresso in prosa : Mentre io pensava la mia frale 
vita, E vedea 'l suo durar coìti' è leggiero. 

7. Solean portar corona di desiri: sì questi desiderii 



252 CANZONIERE. 

erano ardenti , eh' intorno agli occhi facean come un cerchio 
di fiamma. Già de'suoi occhi il Poeta ne avea detto: E fatti 
son, che paion due desiri Di lagrimare e di mostrar dolore. 
E spesse volte piancjon sì, che amore Gli cerchia di corona 
di martiri: V. N., xl. Il Fraticelli ben si consigliò, ponendo 
in riscontro quest' ultima frase con 1' altra « ghirlanda di 
martiri. » 

8. Ora, perchè i miei occhi non posson vedere la vostra 
angelica figura, temo che non abbiate ad esser presto soprag- 
giunta dalla morte, e però gli occhi dal molto piangere han 
fatto ghirlanda di martiri. Ciò fu un dire precisamente, che 
per lo lungo continuare del pianto , dintorno agli occhi gli si 
fece un colore purpureo, quale apparir suole per alcuno 
martire che altri riceva: V. N., xl. 

12. Sì che quasi morto Mi troverai, se non rechi con- 
forto Da lei. « Ogni mio spirto comincia a fuggire, Se da 
voi, donne, non son confortato : » Sonetto : Onde venite voi 
cosi pensose. Da tutte queste note, che Dante ne somministra, 
possiam argomentare sicuramente, eh' ei solo è il maestro di 
così dolci e leggiadre rime. 

Ballata II. — Pag. 115. 

Io mi son pargoletta bella e nuova. 

Della sua ammirabile Beatrice scrive 1' Allighieri , che 
per esempio di lei beltà si prova: V. N.,xx. Ciò che m'in- 
contra nella mente muore, Quando vengo a veder voi, bella 
gioia: ivi, xv. Quel clC ella par quando un poco sorride, Non 
si può dicer, né tenere a mente, Si è nuovo miracolo gentile: 
ivi, XXII. 

V. 2. E son venuta per mostrarmi a vui Delle bellezze e 
loco d'onde io fui. Questa lezione, che è la volgata, mi parve 
doversi correggere giusta il codice Vaticano 2321. Queir An- 
gioletta di fatti era venuta dal cielo a miracol mostrare colle 
sue bellezze nuove al mondo. 

4. Io fui del cielo, e tornerovvi ancora, giacché il ciclo 



COMMENTI. — PARTE PRIMA. 253 

he nm haoe altro difetto, Che d' aver lei, al suo Signor la 
chiede, E ciascun santo ne grida mercede: V. N., xx. 

6. E chi mi vede e non se n' innamora, ecc. « Begli 
occhi suoi, come ch'ella li muova Escono spirti d'amore in- 
fiammati » e destano amore in chiunque vi s' affissa ed è 
capace d' amore : V. N., xx. 

8. Che non mi fu piacere alcun disdetto, a Io dico che 
ella si mostrava si gentile e si piena di tutti i piaceri , che 
quelli che la miravano , comprendevano in loro una dolcezza 
onesta e soave tanto , che ridire non la sapevano : » V. N., 
xxvi. Ciò basta ad avverare la variante del codice Casanatense. 
Certo, senza torcerne ogni parola, non si potrebbe avere 
buon costrutto dalla volgata: Che non mi fu in piacere alcun 
disdetto. 

9. Quando Natura mi chiese a Dio, ch'io venissi in vostra 
compagnia, donne gentili. Quelle pertanto che van con lei, 
sono tenute Di bella grazia a Dio render mercede: V. N., 

XXVII. 

11. Ciascuna stella negli occhi mi piove Della sua luce. 
Quando Beatrice fu generata, tutti e nove li mobili cieli per- 
fettissimamente si avcano insieme (armonizzavano), parteci- 
pandole della loro propria luce e virtù: V. N., xxx. 

16. Se non per conoscenza d'uomo innamorato, gentile 
dell' animo e desideroso di piacere altrui. Molte cose le non 
si intendono, se non dagli spiriti gentili ammaestrati da amore 
e per virtù d'amore fatti indovini. 

18. Quelle parole si leggon nel viso, ecc. Cose appari- 
scon nel suo aspetto, Che mostran de' piacer di Paradiso, 
Dico negli occhi e nel suo dolce riso , Glie le vi reca amor 
come a suo loco: Canz. Amor che nella mente ini ragiona. 

22. Da un ch'io vidi dentro agli occhi sui, cioè da Amore: 
Negli occhi porta la mia donna Amore: V. N., xxi. Chi la 
guardi per sottile, questa Ballata sembra nascondere una sen- 
tenza allegorica, tanto più ove si raffronti col sonetto: Chi 
guarderà giammai senza paura. Pur tuttavolta a me piace 
di riferirla solo alla Beatrice che fu il primo e prepotente 
amore di Dnnte. D'altra parte la sentenza, che indi si vuol 



254 CANZONIERE. 

trarre per allegoria, è pressoché la stessa che a suo luogo sì 
vedrà meglio definita e più chiara in altre poesie. 



Canzone I. — Pag. 116. 

La dispietata mente, che pur mira. 

Questa Canzone si pare scritta dall' Allighieri , mentre 
avea lasciato il suo dolce paese , e si viveva mollo desideroso 
di ricevere da Beatrice il saluto, ond' egli faceva procedere 
la beatitudine, fine di tutti i suoi desii : V. N., xvm. 

St. 1. Che pur mira Di dietro (si richiama, ricorre) al 
tempo che se riè andato. « Il pensiero, che per quella glo- 
riosa Beatrice teneva ancora la rócca della mia mente...., 
era soccorso dalla parte di dietro, » quella ove risiede la me- 
moria: Conv., il, 2. Ricordarsi di fatti è per Dante un come 
rivolgersi indietro a ricercare le vestigia corse e segnate dalla 
mente : Inf., xi, 94. 

Né dentro i' sento tanto di valore. Siffatta lezione del 
codice Palatino m'è avviso che sia migliore, cerio più espres- 
siva della comune : Ne dentro a lui (al core) scnt' io tanto 
valore. A questo luogo poi valore, e così più sotto virlute , 
tiene il significato di forza o vigoria, di che il cuore abbiso- 
gna per non soccombere in quelle battaglie de' pensieri di 
Amore. Al quale, come il suo fedele più fede porta, e più 
gravi e dolorosi punti gli conviene passare: V. N., xni. 

2. Poi (che) sol da voi lo suo soccorso attende, perchè 
voi siete quella in cui la mia speranza più riposa: st. 4. 

Buon signor mai non ristringe il freno (non lo allenta 
a dare indugio ), dovendo porgere soccorso al servo quando 
gliel chiede. Ed a ciò un tal signore si rende pronto, in 
quanto ei sa che nel difendere il servo, che è parte della 
sua famiglia, difende anco il proprio onore. Ma a vicenda il 
servo, per servire perfettamente il suo signore, deve anche 
servire gli amici di lui: conciossiachè gli amici siano quasi 
parte di un tutto, che amicizia è uno volere e uno non vo- 
lere: Conv., iv, 6. 



COMMENTI. — PARTE PRIMA. 255 

Quel, da cui convien che 'l ben s' appare (cioè Amore 
che trae lo intendimento del suo fedele da tutte le vili cose: 
V. N., xin ) per V immagine sua (!' immagine eh' egli di voi 
mi dipinse in cuore) ne tiene più cari. 

3. Sappiate che V attender più non posso. Così il 
codice Marciano 152; e troppo meglio che sacciate della vol- 
gata, mi par convenirsi alla dignità dello stile , che Dante ap- 
propria alla Canzone. 

Io sono al fine (all'estremo) della mia possanza, avendo 
atteso quanto ai poter era permesso: Purg., xxi, 26. 

Tutti i carchi sostenere addosso (soggiacere ad ogni 
gravezza o dura cosa) De' l'uomo fino al peso eh' è mortale 
(insin presso a ciò che gli dà morte) Prima di mettere alla 
prova, richiedendo d'aiuto il suo maggiore amico: giacché 
non sa qual sei trovi. Ed ove poi gli venisse di non vedersi 
corrisposto, sì n'avrebbe morte e più pronta e più amara. 
Sono stato lungamente incerto di attribuire a Dante la pre- 
sente Canzone un po' inferiore alle altre sì nel fraseggiare, e 
sì ne' concetti e nello siile; ma la gravità e nobiltà di questa 
verissima sentenza all' intutto degna del sommo Uomo, bastò 
sola a rimuovermi da ogni dubbio. 

4. Che sol per voi servir, la vita bramo. A servire 
la sua amata Beatrice Dante era sollecitato da ogni pensiero: 
V. N., xxn. 

La fede ch'io v" assegno, vi porto; ciò che mi fa esservi 
fedele, viene dal vostro umano portamento , dai vostri atti 
gentili: V. N., xxvn. 

Ciascun che vi mira, in veritate Di fuor conosce che 
dentro è pietate, dacché il viso mostra lo color del core, e 
il vostro è sembiante di pietà: V. N., xv e xxxvn. 

5. Ma sappia (il saluto, prima che dalle vostre labbra 
si muova) che allo entrar di lui (del mio cuore) si trova 
Serrato forte, per cagione di quella saetta, che dagli occhi 
di Beatrice mi fu da Amore vibrata affine di prendermi il 
cuore. Gli occhi di lei furono gli smeraldi, onde Amor già mi 
trasse le sue armi: Purg., xxxi, 116. Ed ora, così Dante ra- 
giona, poiché Amore mi serra il cuore, solo amore potrebbe 



256 CANZONIERE. 

aprirlo: e senza la compagnia d'Amore, a quel saluto può es- 
ser conteso d' ivi entrare. 

Onde nella mia guerra, quella, intendi, accennata nel 
principio della Canzone. 

6. Canzone.... Picciol tempo ornai (poca vita) Puote 
aver luogo quegli, per cui devi metterti per quella via ove ti 
mando. L'Allighieri nel dolore diveniva sì umile e sentiva 
come la vita lo abbandonasse, e pur dicea: Morte, assai dolce 
ti legno.... Vedi che si desideroso vegno D'esser de" tuoi, 
ch'io ti somiglio in fede: V. N., xm. 

Canzone II. - Pag. 479- 

E' m' incresce di me sì duramente. 

In luogo di malamente , in alcuni codici della Magliabe- 
chiana e Riccardiana si legge duramente, che parmi doversi 
prescegliere, come più significativo del martirio cui il Poeta 
soggiaceva: V. N., xxvm. 

St. 1. Altrettanto di doglia Mi reca la pietà quanto il 
martìro. La pietà, che altri dimostra in vista del nostro do- 
lore, sembra commoverci l'animo a condoglianza di noi stessi. 
Di fatti quando i miseri veggono di loro compassione altrui, 
piuttosto si muovono al lagrimare , quasi come di se stessi 
avessero pietade: V. N., xxxvi. 

Per conducermi al tempo che mi sface (all'estremo della 
vita). Disfare per dar morte è nel Poema (Purg. , v. 134) e 
nella Canz. Morte, perch'io non trovo a cui mi doglia. 

2. Ma poiché (gli occhi della bella donna) sepper di 
loro intelletto (intesero di per sé, s'accorsero) Che per forza 
di lei (che indi mi feri il cuore) M' era la mente già ben tutta 
tolta (presa), Con l'insegna d' amor dieder la volta, s'invo- 
larono da me insieme con la donna, che d' Amore era la bella 
insegna: Canz. Morte , per eh' io non trovo a cui mi doglia.\ 
Ciò m'ha fatto senz'altro anteporre la lezione del cod. Riccar- 
diano '1127 alla volgata : Con le insegne d' Amor dieder là, 
volta. 



COMMENTI. — PARTE PRIMA. 257 

La mente già ben tutta tolta. « Come si vede qui alcuna 
volta L'affetto nella vista, se egli è tanto, Che da lui sia tutta 
V anima tolta: » Par., xvm, 22. 

Sicché la lor vittoriosa vista, ecc., la vista degli occhi, 
per la quale restano vinti i cuori e piegati ad amore , non 
riapparve più mai. 

3. Ristretta s'è (l'anima) entro il mezzo del core 
dove siede (Purg., V, 74) con quella vita (intendi, con quel 
vivo spirito) che rimane spenta (cessa del tutto) solo in quel 
punto che 1' anima sen parte dal cuore , cacciata fuor d'esto 
mondo. Campami un spirto vivo solamente, E quel riman, 
perchè di voi ragiona: V. N., xvi. Or qui s' attenda, che lo 
spirito della vita dimora nella segretissima camera del 
cuore: ivi, vii. 

E spesse volte (questo spirito che riman vivo) abbraccia 
(con tenerezza d' affetto , quasi in atto di partirsi da loro) Gli 
spiriti (l'animale e il naturale) i quali già piangono conti- 
nuamente la perdita degli spiriti sensitivi, cui sono per na- 
tura accompagnati: V. N., n. 

4. E grida Sopra colei (contro all' anima) che piange 
il suo partire, fortemente lamentandosi D' amor che fuor 
d'esto mondo la caccia: st. 3. 

Questo (che l'anima si partisse dal cuore) gridò (mei 
fece invocare) il desire Che mi combatte così come suole. 

5. Lo giorno che costei nel mondo venne, soggiugni, 
a me; lo dì eh' ella mi apparve. 

Nel libro della, mente che vien meno. « In quella parte 
del libro della mia mente si trova una rubrica » ecc. V. N., i. 

Una passion nuova, perocché nulla volta sofferse che 
Amore mi reggesse senza il freno della ragione in quelle 
cose, là dove cotal consiglio fosse utile a udire: V. N., il. 

Lo spirito maggior tremò sì forte. Lo spirito maggiore, 
che è lo spirito della vita, il quale dimora nella segretissima 
camera del cuore, cominciò a tremare sì fortemente, che 
apparia ne' menomi polsi orribilmente. V. N., il. Il Frati- 
celli accenna opportunamente questo principio della Vita 
Nuova, e ne prende anche valido argomento per vieppiù at- 

17 



258 CANZONIERE. 

tribuire a Dante la Canzone ove sono poetizzati pressoché i 
medesimi concetti. 

6. Quella virtù che ha più nobilitate (la mente, ul- 
tima e nobilissima potenza dell'anima: Gonv., n, 2) Mi- 
rando nel piacere (nella gran beltà di quella donna), S'accorse 
ben che il suo male era nato, perocché indi Amore gli signo- 
reggiò 1' anima compiutamente : V. N., lì. 

E conobbe il disio eh' era criato (in cuore) Per lo mi- 
rare intento che ella fece. A ciò vie meglio comprendere, si 
faccia avvertenza che lo spirito d' Amore destasi nel cuore 
dell' uomo , quando in saggia donna appare beltà Che piace 
agli occhi sì, che dentro al core Nasce un disio della cosa 
piacente : V. N., XX. 

Qui ghignerà, in vece D'una ch'io vidi, la bella figura... 
La mente di Dante prevede d'esser giunta dalla bella figura 
o immagine della sua Donna , e teme di venir signoreggiata 
insieme con le altre virtù dell' anima , che indi rimanea tutta 
tolta da Amore. 

7. E innanzi a voi (se verranno i miei detti e li 
avrete cari) perdono la morte mia a que' begli occhi che mi 
ferirono il cuore, Quando gli aperse Amor colle sue inani 
Per conducermi al tempo che mi sface: st. 1. Veramente chi 
pon 1' occhio un po' attento a questa canzone , vi discopre sì 
la mano e i concetti del sovrano ar-tefìce della Commedia; 
ma dubito se gli riesca di comprenderne ben determinato il 
disegno. Certo altri potrebbe desiderarvi quella unità, che è 
costante e proprio suggello d'ogni scritto dell'Allighieri. Forse 
che le strofe vi son male ordinate, se già non vogliono cre- 
dersi in uno rifusi due diversi componimenti. Ne giudichi a 
suo senno il discreto lettore. 

Canzone III. — Pag. 183. 

Morte, perch'io non trovo a cui mi doglia. 

Chiunque ben la riguardi, non sarà difficile a persua-, 
dersi che questa canzone fu scritta, allorché Beatrice cadde; 
malata e stette .in pericolo della vita. 



COMMENTI. — PARTE PRIMA. 259 

St. 1. Ove ch'io miri — o in qual parte ch'io sia. a Come, 
eh' i' mi muova, E come che i' mi volga e eh' io mi guati : » 
Inf., vi, 5. 

E per me giri (volga in giro) ogni fortuna ria. Tu, Morte, 
sei quella che mi fai sempre girare avversa la fortuna. « Però 
giri fortuna la sua rota Come le piace, e il villan la sua 
marra: » Inf., xv, 95. 

A te convien eh' io drizzi la mia face (faccia) Dipinta in 
guisa di persona morta. Morte, vedi che sì desideroso vegno 
D'esser de' tuoi, ch'io ti somiglio in fede, già portando il 
segno de' tuoi, di quelli cui già togliesti di vita : V. N., xxm. 

Quella eh' è d' ogni ben la vera porta. L' Allighieri ne 
porge non dubbia testimonianza che la sua Beatrice, mirabil- 
mente adorna di virtù e di bellezza, col lume de' begli occhi 
gli fu una dolce guida e per lungo tempo il sostenne vòlto 
nella diritta parte: Purg., xxx, 123. 

2. Se guardi agli occhi miei di pianto molli, pieni, 
gonfi di lagrime. « Gli occhi lor eh' eran pria pur dentro 
molli : » Inf., xxx, 46. 

Sentirai dolce sotto il mio lamento : ne' miei lamenti ti 
si farà sentire una dolcezza , da costringerti a desiderarli , non 
che tu ti possa muovere a compatirli. 

3. Tu discacci virtù, tu la disfidi (tu la privi di fidanza), 
Tu togli a leggiadria il suo ricetto. « Dal secolo hai par- 
tita cortesia E ciò, vhe'n donna è da pregiar, virtute: In 
gaia gioventute Distrutta hai V amorosa leggiadria : » V. N., 
vili. Oh quanti falli rifrena questo pudore!... Quante male 
tentazioni non pur nella pudica persona diffida , ma in 
quello che la guarda! Conv., iv, 25. 

Tu V alto effetto — spegni di mercede (di grazia) aven- 
dole Iddio , tra gli altri pregi , dato per maggior grazia , che 
non può mal finir chi le ha parlato : V. N., xix. 

La qual (beltà) tanto di ben più eh' altra luce (risplende 
assai più d' ogni altra) Quanto conviene, eh' è (però eh' è) 
pregio derivato da lume di cielo in creatura degna, ornata 
anco di virtù. Per la bontà dell' animo la sensibile bellezza 
divien più lieta e più lucente e preziosa. 



260 CANZONIERE. 

Tu rompi e parti tanto buona fede d' Amore, caccian- 
dolo da lei, che d'Amore ben rendeva figura, lo rappresentava 
in forma vera: V. N., xxiv. 

4. Distendi V arco tuo (allentalo) ai che non esca Pinta 
per corda la saetta fore. Quel valore amai (disse il buon 
Marco a Dante) al quale ha or ciascun disteso Varco: Purg. r 
xvi, 47. « Corda non pinse mai da sé saetta, Che si corresse 
via per l'aer snella: » Inf., vili, 14. 

Morte, deh! non tardar mercè (pietà) se l'hai; Che mi 
par già veder lo cielo aprire. L'AUighieri nella sua errante 
fantasia, piangendo come fosse già morta la sua Donna, ve- 
dea, Che parean pioggia di manna, Gli angeli che tornavan 
suso in cielo Ed una nuvoletta avean davanti, Dopo la qual 
gridavan tutti: Osanna: V. N., xxm. 

L' anima santa, Di questa in cui onor lassù si canta, 
dicendo di lei gli Angeli : Sire , nel mondo si vede Maravi- 
glia nell'atto che procede Da un' anima che sin quassù ri- 
splende: V. N., xviii. 

5. Con tua ragion (ragionamento) piana e umile, in- 
tendevole e senza velo d'allegoria. Il faticoso e forte parlare 
si usa dove si vuole nascondere una verità sotto velo di alle- 
goria, che qui non è. 

Fatti, novella mia (giovane e piana mia Canzone, fi- 
gliuola d'amore) dinanzi a Morte, Sicché a crudelità rompa 
le porte, cessi il suo crudele adoperare e si muova alle mie 
preghiere: V. N., vili. Alla morte si rivolser tutti i miei 
desiri (dice l'Allighieri) Quando la donna mia Fu giunta 
dalla sua crudelitate (dal crudel colpo della mòrte): ivi, xxiv. 

QuesV anima gentil, di cui (in cui potere) io sono, per 
virtù d' Amore , al quale l' anima mia fu disposata innanzi 
ch'io uscissi fuori di puerizia: V. N., m. Per sublimità e 
verità di concetti , Dante in questa canzone non riuscì punto 
inferiore a se stesso. In essa per vero s'ammira un si pro- 
fondo sentimento e tanta passione di amore, che amore l'ebbe 
certo inspirata con tutta la sua virtù. V occorrono bensì dei 
pensieri e modi di dire , che si ritrovano in altre opere del 
solenne Maestro e singolarmente nella Vita Nuova; ma sem- 



COMMENTI. — PARTE PRIMA 261 

tra che qui piglino un nuovo aspetto e come una grazia nuova, 
manifestando ognora la potenza del dolce stile nuovo, di cui 
J'Allighieri si fece autore ed esempio. 



PARTE SECONDA. 



Canzone I. — Pag. 187. 

Voi che, intendendo, il terzo ciel movete. 
A meglio accertare la sentenza di questa canzone, addurrò 
1' autorità stessa di Dante , che ce la dichiara. E in prima si 
ponga mente, che i Movitori del terzo cielo , che è quello di 
Venere, sono sostanze separate da materia, cioè Intelligenze, 
le quali la volgare gente chiama Angeli : Conv. , n , 5. A 
questi Prìncipi celesti il Poeta or si rivolge, chiamando: Voi 
che, intendendo (coli' intelletto solo: ivi, n, 7) il terzo ciel 
movete: Par., vili, 37. 

St. 1. Lo ciel, che segue lo vostro valore, ecc., cioè a dire; 
la vostra circolazione è quella che mi ha tratto nella presente 
condizione (Conv., li, 7) coll'avermi influito la virtù che vi è 
propria. 

Vi dirò del core la novitate, ecc. A pieno intendimento 
•di queste parole si vuol sapere, che questo spirito non è altro 
che un frequente pensiero alla nuova donna commendare e 
abbellire. E quest'anima non è che un altro pensiero accom- 
pagnato di consentimento, che repugnando a quello, com- 
menda e abbellisce la memoria di quella gloriosa Beatrice: 
Conv., il, 7. 

Questo spirito vien pe' raggi della vostra stella, essendo 
li raggi di ciascun cielo la via per la quale discende la virtù 
di essi cieli in queste cose terrene: Conv., il, 7. 



2G2 CANZONIERE. 

2. Solea esser vita dello cor dolente, ecc. « Oltre la 
spera che più larga gira Passa il sospiro (pensiero) che 
esce del mio core; Intelligenza nuova, che l'Amore Pian- 
gendo mette in lui, pur su lo tira: V. N., xlii. Io pensando 
contemplava il regno de' Beati ov' era salita la mia donna 
(Conv., ii, 8); e del contemplare men veniva nell' ani- 
ma tanta . dolcezza , che mi faceva desioso della morte : 
Conv. , ivi. 

Or apparisce chi lo fa fuggire. Questo pensiero, che di 
nuovo apparisce, è poderoso va. prender me e in vincer l'anima 
tutta, dicendo che esso signoreggia si , che il cuore {cioè il 
mio dentro) trema, e il mio di fuori lo mostra in alcuna 
nuova sembianza: Conv., ivi. 

Susseguentemente mostra la potenza di questo pensiero 
nuovo per suo effetto, con dire, che esso gli fa mirare una 
Donna, impromettendogli che la vista degli occhi di lei può 
essere sua salute. Ma a un tempo ne afferma , che non può 
guardare negli occhi di questa donna chi teme angoscia di 
sospiri: Conv., ivi. 

3. Trova contraro tal, che lo distrugge, V umil pen- 
siero, ecc. Questo è quello speciale pensiero, che soleva essere 
vita dello cor dolente: Conv., n, 40. 

Tutto il mio pensiero , cioè l'anima (questa affannata) 
si volge eparla contro agli occhi d'altra donna: Conv., ivi. 

4. Tu non se'morta ma se' ismarrita. M'attengo a que- 
sta lezione degli Editori milanesi; poiché è certamente la vera, 
ritraendosi dal commento stesso del Poeta. Non è vero che 
tu sia morta; ma la cagione perchè morta ti pare essere, 
si è uno smarrimento, nel quale sei caduta vilmente per 
questa donna che t' è apparita: Conv., u, 44. 

Saggia e cortese nella sua grandezza: dice saggia, dac- 
ché nidla a donna è più bello che savere. Dice cortese, poi- 
ché nulla cosa in donna sta più bene che cortesia. Cortesia 
e onestade è tutfuno: Conv., ivi. 

5. Tanto lor parli faticosa e forte. Affine di addentrare 
il pensiero di Dante, fa d'uopo qui attendere che la bontà di 
ciascuno sermone è nella sentenza, e la bellezza nclV orna- i 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 263 

mento delle parole. Così ei ne dice che questa canzone par 
faticosa (essendo malagevole a sentirsi la bontà di lei per le 
diverse persone che in essa s'introducono a parlare) , e forte 
quanto alla novità della sentenza: Conv., n, 12. 

Ponete mente almen com' io son bella. uomini , che 
vedere non potete la sentenza di questa Canzone, non la ri- 
fiutate però: ma ponete mente la sua bellezza che è grande 

sì per costruzione.... si per V ordine del sermone e sì pel 
numero delle sue parti: Conv., ivi. 

Le quali cose ragionate , è da procedere alla sentenza al- 
legorica e vera, inchiusa nella esposta canzone. Per il terzo 
cielo FAllighieri intende la Rettorica, soavissima di tutte le 
altre scienze (Conv., n, 14, 15), e per i Movitori di esso cielo 
Boezio e Tullio, i quali colla dolcezza del loro sermone lo 
inviarono nello studio della Filosofia: ivi. Questa è la nuova 
donna, di cui Dante s'innamorò, donna veramente gentile, 
piena di dolcezza, ornata d'onestate, mirabile di savere/ 
gloriosa di liberiate : ivi. Gli occhi di questa donna sono le 
sue dimostrazioni,, e però in essi è la salute, per la quale si 
fa beato chi li guarda e salvo dalla morte dell' ignoranza e 
dalli vizi.... se non teme angoscia di sospiri, labore cioè di 
studio e lite di dubitazioni. E forte fu per Dante l'ora che la 
prima dimostrazione di coiai donna entrò negli occhi del 
suo intelletto, la quale fu cagione di questo innamoramento 
■propinquissima. Or vuoisi sapere che Amore in quest'allego- 
ria s'intende per esso studio, lo quale è applicazione dell'ani- 
mo innamorato della cosa a quella cosa: ivi. Poi quando 
dice « Tu vedrai Di sì alti miracoli adornezza » annunzia 
che per le dimostrazioni della Filosofia si vedranno gli ador- 
namenti ossia le cagioni de' miracoli. Insomma si ritenga 
per fermo e dichiarato, che la Donna di cui Dante si mostrò 
innamorato, appresso lo primo amore verso Beatrice, èia 
bellissima e onestissima figlia dell'Imperatore dell'Universo, 
alla quale Pittagora pose nome Filosofia: Conv., n, 16. Indi 
avremo una guida sicura a poter disvelare l'allegoria delle 
rimanenti canzoni. Ben è da stupire come al nostro Poeta sia 
bastato l'ingegno e l'arte per accoppiare strettamente il senso 



264 CANZONIERE. 

allegorico al letterale e di guisa, da non offendere punto quella 
bellezza eh' egli idoleggiava costante ne' suoi pensieri. 

Canzone II. — Pag. i90. , 

Amor che nella mente mi ragiona. 

Amore, veramente pigliando e sottilmente consideran- 
do, non è altro che linimento spirituale dell' anima e della 
cosa amata. E per mente s'intende quella fine e. purissima 
parte dell'anima, nella quale la divina luce raggia, come in 
Angelo: Conv., ni, 2. Onde, pel luogo in cui adopera, si vede 
che questo amore è quello , che nasce di verità e di virtù e 
s'appropria all'uomo inquanto ha natura razionale : ivi, 
in, 3. 

St. 1. Dice poi disiosamente per dare ad intendere la con- 
tinuala di esso amore e il suo fervore: ivi. Le sue parole 
(vale a dire i pensieri, che amore mi sveglia) ragionavano 
tutti della mia Donna : e molte fiate volevano cose conchiudere 
di lei , che io non le poteva intendere e restava smarrito; il 
mio intelletto sovresse era disviato : ivi. 

U anima eh' ascolta e che lo sente. Ascoltare quanto alle 
parole; e sentire quanto alla dolcezza del suono : ivi. L' anima 
non è possente a narrare i pensieri che amore in essa ride- 
sta, perocché la lingua non è di quello che l'intelletto vede, 
compiutamente seguace: ivi. 

Dirlo non saprei, legge la volgata, ma il codice Riccar- 
diano 1100 avvera la lezione supposta dall' acutissimo ingegno 
del Witte , scrivendo « dirlo non potrei » conformemente a 
quanto si dichiara nel Commento : E perchè dire noi posso, 
dico che V anima se ne lamenta: ivi. 

Però se le mie rime avran difetto, ecc. Intendi, se difetto 
fia nelle mie parole, che a trattare di costei sono ordinate I 
di ciò è da biasimare la debilità dello 'ntelletto e la cortezza '. 
del nostro parlare. Il quale dal pensiero è vinto sicché se-\ 
guire lui non puote appieno, massimamente là dove il pen- \ 
siero nasce d'Amore, perché quivi V anima profondamente, 
più che altrove s'ingegna: Conv., m, 4. 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 265 

2. Non vede il sol, che tutto il mondo gira Cosa tanto 
gentil quanf è quella donna. Laonde segue , che questa sia 
gentilissima di tutte le cose che il sole allumina: Conv., in, 5. 

Ogni intelletto di lassù la mira. Le Intelligenze del 
cielo mirano la perfezione di questa donna, in quanto cono- 
scono l'esempio intenzionale che delV umana essenza è nella 
divina Mente. E i gentili spiriti di quaggiù pensano di costei 
quanto più, crescendo lor perfezione , hanno di quello che 
loro diletta: Conv., in, 6. 

Suo esser tanto a Quei che gliel dà, piace. Con ciò mo- 
stra che non solamente questa Donna è perfettissima nel- 
l'umana generazione (per rispetto alla perfezione che indi 
ne viene all'anima dell'uomo), ma più che perfettissima, in 
quanto riceve della divina bontà oltre il debito umano: ivi. 

La sua anima pura (l'anima di questa donna, la sua 
forma) Che riceve da Dio questa graziosa bontà , la mani- 
festa nel corpo che ella conduce (governa : -Se lungamente 
l'anima conduca Le membra tue! Inf. , xvi, 64). Poiché di- 
mostra in esso maravigliose cose, tanto che fanno ogni ri- 
guardatore disioso di quelle vedere: Conv., ivi. 

3. In lei discende la virtù divina, Siccome face in An- 
gelo che'l vede, ecc. È da porre e credere fermamente che 
alcun uomo sia tanto nobile e di sì alta condizione, che 
quasi non sia altro che Angelo. Questi cotali Aristotele chia- 
ma divini. E cotale, dico io t che è questa donna , e però la 
divina virtù, a guisa che discende nell' Angiolo, discende 
in lei. E ciò essa dispiega in quelle operazioni che sono pro- 
prie dell'anima razionale, dove la divina luce più espedita- 
mente raggia, cioè nel parlare e negli atti che reggimenti o 
portamenti sogliono esser chiamati: Conv., ivi. 

Quivi dov' ella parla, si dichina Uno sjrirto dal del, ecc. 
Dappoiché Usuo parlare, per l'altezza e per la dolcezza sua, 
{■genera nella mente di chi V ode un pensiero d'Amore, il 
quale io chiamo spirito celestiale, perocché di lassù è il suo 
principio e di lassù viene la sua semenza. Bel quale pensiero 
si procede in ferma opinione, che questa sia miracolosa donna 
di virtù: Conv. , m, 7. E i suoi atti, per la loro soavità e 



266 CANZONIERE. 

per la loro misura, fanno Amore disvegliare e risentire là 
dovunque è nella sua potenza seminata per buona natura: 
Conv., in, 8. 

E puossi dir che il suo aspetto giova, ecc. L'aspetto suo 
aiuta la nostra fede, essendo questa donna una cosa visi- 
bilmente miracolosa (della quale possono gli occhi degli 
uomini esperienza avere), ed a noi faccia possibili gli altri 
miracoli che son fondamento della fede. 

4. Cose appariscon nel suo aspetto, ecc. perocché guar- 
dando costei, la cui bellezza ciba gli occhi de' riguardatoli, là 
gente si contenta. Contentarsi, rispetto agli uomini, è quanto 
esser beato , e cosi pregustare de* piaceri di Paradiso. 

Queste bellezze , degli occhi e del riso della mia donna, 
soverchiali lo nostro intelletto all' istesso modo, che il sole 
soverchia lo fragil viso, la vista che più trema: Par., xxx, 25. 

Sua beltà piove fiammelle di fuoco, cioè ardore d'amore 
o di carità animato d'uno spirito gentile (amore informato 
d'uno spirito gentile), che è a dire, di un diritto appetito y 
pel quale e del quale nasce l'origine d'ogni pensier buono. 
E non solamente fa questo, ma disfà e distrugge li vizi in- 
nati, li quali massimamente sono de'buoni pensieri nemici: 
Conv., ìv, 8. 

Però qual donna sente sua beliate biasimare per difet- 
tosa, guardi in questo esempio. Dove s'intende che non pure 
a migliorare lo bene è fatta, ma eziandio a fare della mala 
cosa buona cosa. 

Costei pensò Chi mosse l'universo, cioè Iddio. E ciò è 
detto per dare a intendere che per divino proponimento la 
natura cotale effetto produsse. 

5. Canzone, épar che tu parli contraro, ecc. Canzone, 
che parli di questa donna con tanta lode, e' par che tu sia 
contraria a una tua sorella, perocché tu fai limile cotal 
donna, e quella la fa superba, cioè fiera e disdegnosa, che 
tanto vale: Conv., in, 9. 

La ballatetta qui accennata sembrò al Trivulzio che do- 
vesse essere quella che comincia : Voi che sapete ragionar jj 
d' amore. E di fatti quivi si parla 'd' una donna disde-ì 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 2G7 

gnosa, negli occhi dipinta di ogni crudeltà, e fiera in sua 
beltate: Ganz., parte seconda, Ballata 1. 

Tu sai che 'l del sempre è lucente e chiaro , cioè sem- 
pre con chiarità, ma per alcuna cagione è lecito di dire 
quello tenebroso. Ed avvegnaché la stella sia d' un modo 
chiara e lucente e non riceva mutazione alcuna se non di 
movimento locale, puole parere non chiara e lucente, per 
lo mezzo che continuamente si trasmuta. Ora siccome li 
nostri occhi talvolta chiamano , cioè giudicano la stella altri- 
menti che sia la sua vera condizione, così questa ballatetta 
considerò questa donna secondo V apparenza , discordante 
dal vero per infermità dell' anima che di troppo disio era 
passionata. 

Così ti scusa, se ti fa mestiero, cioè là dove alcuno du- 
bitasse di questa contrarietà: Conv., in, 10. 

Procedendo ora alla sposizione allegorica, vuol tenersi 
ben fermo che la Donna sovraccennata è quella donna del- 
l'intelletto, che Filosofia si chiama: Conv v ni, 19. E per 
amore FAllighieri intende lo studio il quale mettea per 
acquistar l'amore dì questa donna, della quale Amore nella 
mente gì' informava sempre nuove ed altissime considera- 
zioni. 

Iddio che colla sua mente tutto gira, intende tutto, e nel 
suo intendere, non vede tanto gentil cosa, siccome quando 
mira là dov' è questa Filosofia, in quanto perfettissimamente 
in sé la vede. Imperocché Filosofìa dev'essere un amoroso 
uso di sapienza : il quale massimamente è in Dio, che è 
somma sapienza e sommo amore, ed ogni intelletto cele- 
stiale mira essa filosofia in Dio, ove fontalmente risiede. Ma 
la gente che qui s' innamora , studiando nell' acquisto della 
sapienza, quando sente della pace di questa donna (allora 
soltanto che è in speculazione attuale), ivi attinge i suoi pen- 
sieri. L'umana intelligenza può partecipare della divina filo- 
sofia, solo riguardando in questa discontinuatamente , e di 
essal'Allighieri vien pur ragionando. Che Dio metta poi sempre 
del suo lume nell' umana filosofia, si par manifesto nell'uomo 
che ha costante amore e uso di sapienza. Il quale uso porta 



2G8 CANZONIERE. 

contentamento in ciascuna condizione di tempo e dispregia- 
mento di quelle cose che gli altri fanno lor signori. Per che 
avviene che le genti misere che ciò mirano, ripensando il 
loro difetto, dopo il desiderio della perfezione , caggiono in 
fatica di sospiri. E ciò s'intende, dicendo che gli occhi di 
color dov' ella luce, Ne mandali messi al cor pien dì disiri, 
ecc. Poi nella stanza che comincia : « In lei discende la virtù 
divina » Dante piglia a commendare V Amore, che è parte 
di filosofia. 

E qual donna gentil questo non crede, ecc. Per donna 
gentile s' intende la nòbile anima d'ingegno e libera nella 
sua propria potestà, che è la ragione: Conv., ivi. Mercè 
della ragione si veggono molte cose, e per lei si crede ogni 
miracolo in più alto intelletto poter essere: onde la no- 
stra buona fede viene aiutata : Conv. , ni , 14. 

Negli occhi e nel riso della sapienza si mostrano dei 
piaceri di Paradiso. Ora qui conviene sapere che gli occhi 
della sapienza sono le sue dimostrazioni, colle quali si vede 
la verità certissimamente: e il suo riso sono le sue persua- 
sioni, nelle quali si dimostra la luce interiore della sa- 
pienza sotto alcuno velamento. E in queste due si sente quel 
piacere altissimo di beatitudine, che è massimo bene in Pa- 
radiso: ivi, 45. Solamente nello sguardare in quegli occhi e 
in quel riso si acquista la perfezione della ragione, dalla 
quale, siccome dalla principalissima parte, tutta la nostra 
essenza dipende. 

Sua beltà piove fiammelle di fuoco: dice che la bellezza 
della sapienza, cioè la sua moralità, produce appetito di- 
ritto, che si genera nel piacere della morale dottrina. Il quale 
appetito ne diparte dalli vizi naturali, non che dagli altri. 
Le virtù poi sono beliate dell' anima. 

Questa filosofia è ben colei che umilia ogni perverso, 
dacché volge dolcemente chi fuori del débito ordine è pie- 
gato. 

Costei pensò Chi mosse V universo. Ultimamente in 
massima lode di sapienza si dice lei essere madre di tutto 
qualunque principio, dicendo che Dio con lei cominciò il 



COMMENTI. — PARTE SECONDA, 269 

Mondo, e specialmente il movimento del cielo; il quale 
tutte cose genera e dal quale ogni movimento è comin- 
ciato e mosso. 



Canzone III. — Pag. 193 

Le dolci rime d'Amor eh' io solia. 

Per quelle amorose rime Dante si è fatto celebre siccome 
maestro del dolce stile nuovo {modo soave), inspirato e for- 
: mato da Amore : Purg. , xxiv , 51 . Ed ora in questa canzone 
i intende riducere la gente in diritta via sopra la propria 
conoscenza della verace nobiltà. Ond' è che dovendosi per 
essa provvedere a rimedio così necessario , non era buono 
sotto alcuna figura parlare. 

La donna, di che qui si ragiona, vuoisi intendere pur 
sempre per quella luce virtuosissima che è la filosofia, i cui 
raggi fanno i fiori rinfronzire e fruttificare la verace no- 
biltà degli uomini: Conv., iv, 1. Gli atti di questa donna 
sono riguardati come disdegnosi e fieri , non in se, ma se- 
condo V apparenza, discordante dal vero per infermità del- 
l' anima, che di troppo disio era passionata: Conv., in, 10. 

E dirò del valore, per lo quale l'uomo è gentile vera- 
mente. E qui si prende valore, quasi potenzia di natura, 
ovvero bontà da quella data. 

Con rima aspra e sottile: dice aspra quanto al suono 
del dettato , che a tanta materia non conveniva esser lene : 
e dice sottile quanto alla sentenza delle parole, che sottil- 
mente argomentando e disputando procedono. 

Riprovando il giudizio falso e vile, cioè rimosso dalla 
verità e da viltà d' animo affermato e fortificato. 

E cominciando chiamo quel signore, la verità, che sia 
meco ; la quale è quel signore che negli occhi, cioè nelle di- 
mostrazioni della filosofia dimora. 

Per eh' ella di sé stessa innamora , perocché essa filo- 
sofia, che è amoroso uso di sapienza, se medesima riguarda, 
quando apparisce la bellezza degli occhi suoi a lei; quando 



270 CANZONIERE. 

cioè contempla il suo contemplare medesimo: Conv., iv, 3. 
Notabile è poi singolarmente che il nostro Poeta consi- 
dera gentilezza e nobiltà essere tutt' una cosa : Conv., iv, 9. 

2. Tale imperò (tenne impero, usò l'ufficio imperiale) 
che, domandato che fosse gentilezza , rispose: « Che era an- 
tica ricchezza e be' costumi. » Costui è Federico di Soave 
(di Svevia) ultimo imperatore dei Romani; ultimo, dice 
Dante, per rispetto al tempo presente: Conv., ir, 3. 

Ed altri fu di più lieve sapere, che pensando e rivol- 
gendo quella difinizione in ogni parte, levò via l'ultima 
particola, cioè i belli costumi, e tennesi alla prima, cioè 
all'antica ricchezza. E questa opinione del volgo è tanto 
durata, che senza alcun rispetto, senza inquisizione d'alcuna 
ragione, gentile è chiamato ciascuno che figliuolo sia d'al- 
cun valente uomo , tutto che esso sia da niente, nullo; senza 
valore o bontà di natura: Conv., iv, 7. Anzi chi discese di 
buono, ed è malvagio,.... e quegli che dal padre o da alcun 
suo maggiore dì schiatta è nobilitato, e non persevera in 
quella nobiltà, non solamente è vile, ma vilissimo e degno 
d' ogni disprezzo o vituperio più che altro villano. 

E tocca a tal, eh' è morto, parendo vivo. Dove è da sa- 
pere che veramente morto il malvagio uomo dire si può e 
massimamente quegli, che dalla via del buono anticessore si 
parte, fuorviando dall'uso di ragione, che è propria vita del' 
l'uomo. 

3. Chi diffinisce « uomo è legno animato » prima dice 
falso, in quanto dice legno: e poi parla non intero, cioè con 
difetto, in quanto dice animato, non dicendo ragionevole , 
che è differenza per la quale V uomo dalla bestia si parte : ' 
Conv., iv, 10. I 

Chi tenne impero; non dice chi fu Imperatore, ma que- 1 
gli che tenne impero a mostrare che il determinare questa ' 
cosa (definire cioè la nobiltà) è fuori dell' ufficio imperiale. 
Ed errò Federico II nel dare la definizione della nobiltà, in 
prima perchè pose della nobiltà falso soggetto, cioè antica 
ricchezza: poi perchè procedette 'a difettiva forma ovverà 
differenza, cioè belli costumi, che non comprendono ogni 



; 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 271 

forma di nobiltà, (nobiltà nel suo essere intero), ma molto 
picciola parte. 

Che le dovizie, siccome si crede, ecc. Mostra che le ric- 
chezze non possono causare nobiltà, perchè sono vili. E qui 
s'intende viltà per degenerazione, la quale alla nobiltà s'op- 
pone, e non la può quindi produrre, l'uno contrario non 
potendo essere fattore dell' altro. 

Poi chi pinge figura, ecc. Inoltre non possono le dovizie 
far nobile altrui, come ninno dipintore potrebbe porre (in 
disegno) alcuna figura, se intenzionalmente non si facesse 
prima tale , quale la figura esser dee e si vuole che sia. 

Ancora le ricchezze non possono togliere nobiltà, da cui 
son molto disgiunte : laddove ciò che altera è corrompe al- 
cuna cosa, conviene che sia congiunto con quella. E però 
anco riguardando la nobiltà quasi come torre diritta, e le 
dovizie fiumi da lungi correnti, soggiunge : Né la diritta 
torre Fa piegar rivo, che da lungi corre: Conv., IV, 10. 

E che le ricchezze sien vili ed imperfette appare da ciò 
•che, quantunque adunate, non quietano, ma danno più sete 
<e rendono altrui più difettivo e insufficiente: Conv., iv, 12. 
La loro imperfezione può vedersi in tre cose apertamente, 
nello indiscreto loro avvenimento, nel pericoloso loro accre- 
scimento e nella dannosa loro possessione. 

Onde l'animo che è diritto d'appetito e verace di co- 
noscenza, per loro perdita non si disface, dacché mai non 
ama le ricchezze, e non amandole, non si unisce ad esse : 
pie perciò se ne lascia guastare. - Conv., iv, 11. 

4. Né voglion che vii uom gentil divegna. Dove è da 
sapere, che opinione di questi erranti è, che uomo prima 
villano, mai gentile uomo dire non si fjossa; e uomo che 
figlio sia di villano, similmente mai dicer non si possa gen- 
tile. E ciò stesso fa contra loro medesimi quando dicono, che 
tempo si richiede a nobiltà. Imperocché è impossibile per 
processo di tempo venire alla generazione di nobiltà, qua- 
lora si voglia concedere quant' essi affermano in lor ragione, 
cioè che villano uomo non possa mai essere gentile per opera 
he faccia o per alcun accidente. Edove si ponga questo per 



272 CANZONIERE. 

verità, segue l'uno dei due inconvenienti: il primo si è, che] 
radia nobiltà sia: l'altro si è, che il mondo sempre (da che 
fu) sia stato con più uomini, sicché da uno solo l'umana 
generazione discesa non sia : Conv., iv, 13. Ma l'uomo non 
ebbe che un solo cominciamento . Dunque, ragionando al 
modo di coloro, si dovrebbe conchiudere che se esso Adamo 
fu nobile, tutti siamo nobili; e se esso fu vile, tutti slam 
vili: Conv., iv, 15. 

Né eglino altresì, se son cristiani, perocché la cristiana 
sentenza è di maggior vigore ed è rompitrice d'ogni calun- 
nia, mercé della somma Luce del cielo che quella allumina. 

Per che a intelletti sani È manifesto i lor diri esser 
vani, cioè senza midolla di verità. L'intelletto poi si può 1 
dire sano, quando per malizia d' animo o di corpo impedito] 
non è nella sua operazione, che è conoscere quello che le 
cose sono: Conv., iv, 15. 

5. Se vogliamo avere riguardo alla comune consuetudine 
di parlare, questo vocabolo nobiltà s'intende perfezione di 
propria natura in ciascuna cosa: Conv., iv, 16. Questo è 
necessario che si attenda da chi vuol raggiugnere il concetto 
che Dante si è formato della nobiltà umana. 

Dico che ogni virtù principalmente, ecc. Due cose qui 
sono ad osservare: V una è che ogni virtù venga da un prin- 
cipio; V altra è che queste virtù sieno le virtù morali (Conv., 
iv, 17) che nascono tutte da un principio, cioè dall' abito 
della nostra buona elezione. 

Nobilitate e virtute cotale cioè morale, convengono in 
questo, che V una e V altra importano loda di colui, di cui 
si predica. E perciò essendo cagione d' un medesimo effetto, 
conviene che V un a proceda dall'altra ovvero ambe da unì 
terzo.. E soggiugne che piuttosto è da presumere l'ima ve-\ 
nire dall'altra, che ambe da un terzo, se egli appare che 
l'ima vaglia quanto V altra e più ancora. 

Onde nobiltà, che comprende ogni virtù e molte altre\ 
nostre operazioni laudabili, si dee aver per tale, che lai 
virtù sia da ridurre ad essa, prima che ad altro terzoni 
che in noi sia: Conv., iv, 18. 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 273 

6. È gentilezza dovunque è virtute: dovunque è virtù , 
quivi è nobiltà, e non virtù dovunque è nobiltà; siccome è 
cielo dovunque è la stella, ma non si può dire che dovunque 
è cielo, è la stella. 

E noi in donne ed in età novella (cioè in giovani) noi 
vedem questa salute (nobiltà che bene è vera salute) essere 
dov' è vergogna, cioè tema di disonoranza. Ora tal vergogna 
che sorge spontanea, propriamente non è virtù. 

Dunque ogni virtute e il genere loro, cioè V àbito elet- 
tivo consistente nel mezzo, verrà da questa nobiltà, come 
dal nero discende il perso. Il perso è colore misto di pur- 
pureo e di nero, ma vince il nero e da lui si denomina. 
Nessuno per esser di cotale schiatta, non deve credere 
d' essere con essa nobiltà, se tali frutti (le morali virtù) non 
sono in lui. 

CK etti son quasi Dei que' cotali uomini, ed Aristotile li 
chiama divini; poiché essi, fuori come sono d' ogni reità e 
liberi da qualsiasi vizio, hanno il divino dono della nobiltà : 
Donv., in, 7; iv, 20. 

Aggiugne che Iddio solo porge questa grazia (dono) 
%IV anima di quello cui vede essere perfettamente nella sua 
oersona acconcio e disposto a questo divino atto ricevere. E 
{uindi a coloro che hanno intelletto, che son pochi, è mani- 
festo che nobiltà umana non sia altro che seme di felicità 
nfuso da Dio nell'anima ben posta, in quella cioè, lo cui corpo 
disposto d'ogni parte perfettamente: Gonv., IV, 20. 

1. L'anima, cui adorna està bontate, l'anima cioè, nella 
male si mostrano i segni , per li quali conoscere si può il 
wbile uomo : Conv., rv, 23. Disbrancasi essa nobiltà, diriz- 
ando tutte le potenze alla loro perfezione e in quelle soste- 
nendosi sempre insino che V anima al cielo ritorna. 

Ubbidiente, soave e vergognosa. La -buona natura, per 
divino seme della nobiltà che in essa germoglia, alla prima 
tà, che è l'adolescenza, dà quattro cose necessarie alV en- 
are nella città del ben vivere. Lo, prima si è obbedienza ; 
x seconda soavità ; la terza vergogna ; la quarta adornezza 
wporale. 

18 



274 CANZONIERE. 

In giovanezza poi la nobile natura si fa temperata, forte 
ed amorosa e cortese e leale; le quali cinque cose paiono e 
sono necessarie alla nostra perfezione , in quanto avemo ri- 
spetto a noi medesimi: Gonv., rv, 23, 26. 

E nella terza etate (nella senettute) l'anima nobile si è 
prudente, giusta,, larga, allegra di dire e udir bene in prò 
degli altri, così mostrandosi affabile. 

Poi nella quarta parte della vita, nell' ultima età, che 
è il senio, la nobile anima ritorna a Dio, siccome a quello 
porto, ond' ella si partìo quando venne a entrare nel mare 
di questa vita; e benedire il cammino che ha fatto, perchè 
esso è stato diritto e buono senza amaritudine di tempesta: 
Gonv., iv, 28. 

8. Cantra gli erranti , mia, tu te ne andrai. Questo 
Contra gli erranti è nome d'està canzone, tolto per esemplo 
dal buono fra Tommaso d' Aquino, che a un suo libro, ch4, 
fece a confusione di tutti quelli che disviavano dalla Fede, 
pose nome Contra gentili. Dice adunque: « tu te n' andrai » 
quasi dica: Tu se' ornai perfetta, e tempo è da non islar$ 
ferma, ma da gire, che la tua impresa è grande. E le co- 
mando di discoprire la sua sentenza all' anima in cui la filo- 
sofia alberga , conchiudendo: Io vo parlando dell'amicavo^ 
stra. Di certo che all'anima filosofante òenje amica nobìltate\ 
che tanto V una coll'altra s'intende, che nobiltà sempm 
dimanda la filosofia, e filosofia non volge lo sguardo suo 
dolcissimo ad altra parte: Conv., iv, 30. 

Mi parve buon consiglio di riportare le espresse parole coi* 
che 1' Allighieri dichiarò questa canzone, potendosi indi seni' 
pre meglio conoscere le vie percorse da quel potente Intelletto 
solo capace di misurar sé con se stesso. Ei volle qui deporre 
il soave stile , che tenne nel ragionare d' amore , ma per ciò 
il suo trattato rimase senza calore di vita, senza energia. La ; 
singolare e importante dottrina, di che ò ripiena tutta la caft 
zone, poco si riabbellisce della luce onde il gran Poeta suol 
avvivare i suoi versi. Ond' è che la poesia, se ivi non manca, 
vi si fa per altro men sentire, perchè appunto vi manca l'in- 
spirazione o le dolci rime dettate da Amore. 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 275 

Canzone IV. — Pag. 198. 

Poscia eh' Amor del tutto m'ha lasciato. 

Gli è certo che questa canzone è di Dante, ed egli stesso 
ne rende accorti di averla scritta in istile tragico e sublime , 
dictamine magno, quale appunto si conveniva alla nuova ed 
alta materia. In dictamine magno sufficit unicum pentasyl- 
labum in tota stantia conseri, vel duo ad plus in Pedibus: 
■et dico in Pedibus propter necessitatem, qua Pedibusque ver- 
sibusque cantatur: minime autem trissyllabum in tragico 
videtur esse sumendum per se subsistens. Et dico per se 
subsistens, quia per quondam rithmorum repercussionem 
frequenter videtur assumptum , sicut inveniri potest.... in 
illa quam diximus: Poscia ch'Amor del tutto m'ha lasciato: 
De Vulg. Eh, il, 12. 

1. Nella canzone precedente il Poeta già aveva detto: Le 
dolci rime d'Amor ch'io solia Cercar ne'miei pensieri, Con- 
viench'io lasci. Or qui ricorda come Amore si discostò da 
lui , perchè non potè sostenere d' ascoltare il pianto eh' era 
nel suo cuore. 

Non per mio grato, piacere, desiderio. « Io che due volte 
avea visto lor grato: » Purg., xxvr, 52. 

Contr' al peccato, alla falsa e malvagia opinione di chi 
travolge i nomi , chiamando leggiadro Tal, eh' è vile e noioso. 
Laddove in verità vile significa non valente, senza valore 
(Conv. , iv, 7) e leggiadria importa valore o naturai bontà, 
per la quale uomo è gentile veramente: ivi, 11. Ed è tanto 
bella questa leggiadria, che fa degno di tener Impero chiun- 
que la possiede, dimostrando in costui quella virtù che è ra- 
dice e saldo fondamento della nobiltà, propria dell'Imperatore 
del mondo: Conv., iv, 6; Mon., n, 3. . 

Per che (per la qual cosa) son certo che, se io la difendo 
con buone ragioni, Amore mi farà nuovamente clono di se, 
ritornerà a me, che ho così ben difeso quella leggiadria che 
sempre gli è compagna e seguace. Leggiadria solazzo è che 
convene Con esso Amore e V opera perfetta. 



276 CANZONIEHE. 

In luogo della volgata sébben è senz' altro da leggere se 
ben, poiché dall' aver tene difesa la leggiadria, il Poeta si prò-' 
mette nuova grazia da Amore. 

2. Sono alcuni che per gittar via loro avere (Inf., vìi, 30)' 
credono voler capere (potere aver luogo) là dove stanno ì- 
buoni. E' s' avvisano d'aver tanto di valore e bontà, da unirsi 
con quelli i quali scampano dagli oltraggi della morte, so- 
pravvivendo nella memoria d'uomini e' hanno intelletto. Ma. 
la loro rimessione (larghezza)., così indiscreta , non può piacere 
ai buoni, perchè non è lodevole; ma anzi sarebbe senno il 
tenere bene quanto s' ha , e non già il profonderlo senza di- 
screzione. 

Il quale danno s' aggiunge all' inganno loro e di quelli, 
che mal sanno discernere il vero delle cose, stimandole con»! 
giudizio falso, cioè rimosso dalla verità: Gonv., iv, 11. 

Capere per aver luogo s' incontra anco nella Commedia: 3 
Che vedrai non capere in questi giri : Par . , ni, 76. Nel Convito 
poi si ritrova messione in significato di liberalità o larghezza 
« E chi non ha ancora nel cuore Alessandro per i realil 
suoi benefici? Chi non ha ancora il buon Re di Castella B 
il Saladino , quando delle loro messioni sì fa menzione ? »* 
iv, 41. Presso i Provenzali messios vale per appunto libera- 
lità, o che altro di simile. 

Qual' è ebe non dirà essere fallenza (fallo) divorar^ 
cibo, intender a lussuria, ornarsi per isfoggio e in così vili 
cose profondere il proprio avere ? Per tutto ciò si viene a 
conchiudere che mal può chiamarsi leggiadro uno , che si' 
mostri scialacquatore o geloso o lascivio o vano. Sì certo , 
anco la splendida vanità del vestire non può essere pregiata 
come leggiadria presso dei savi, i quali non pregiano l'uomo 
per belle e pompose vestimenti che gli veggano indossare, 
ma pel senno e per il coraggio (cuore) gentile. 

Ornarsi come vendere Si volesse al mercato de' nom 
saggi? I cattivi malnati, che pongono lo studio loro in azzi- 
niare la persona (che dev' essere tutta con onestade) veggano.' 
ch'altro non fanno, se non ornare l'opera di altrui, abban- 
donando la propria: Gonv., in, 4. 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 277 

3. Ed altri son, che per esser ridenti (abituati al riso) 
vogliono esser giudicati d' intendimenti correnti (pronti). Ma 
tali non possono stimarsi se non da quelli che s'ingannano, 
supponendo in loro prontezza d' intelletto, dacché gli veggono 
ridere per cosa non peranco intesa. A ciò ben addentrare, 
vuoisi far avvertenza che l'uomo, cui è nota la cagione d'un 
fatto od una verità che altri ancor non conosce, suol come 
sorridere della costui ignoranza e ammirazione: Cum causam 
cognoscimus, eos qui sunt in admiratione restantes, guadarti 
derisione despicimus: Mon., il, 1. Ma questi cotali che Dante 
rimprovera, si mostrano ridenti ad arte, simulando per ciò, 
ma invano, d'esser pregiabili per singolare virtù d' intelletto. 

Rider (per) cosa: « Il Prete all' Imperatore che ridea la 
laidezza del corpo suo, rispose : Iddio è Signore : Esso fece 
noi, e non essi noi: » Conv., in, 4. 

Che V intelletto ancora non la vede. « Quanto ragion 
qui vede : ;.. Purg., xxviii, 46. Nostro intelletto trae dalla fan- 
tasia quello eh' el vede: Conv., ni, 4. 

Ei parlan con vocaboli eccellenti (sopra 1' uso comune) 
Vanno piacenti a sé, s' allietano in cuor loro, pur conten- 
tandosi d'esser lodati dal volgo. Ma non s'accorgono essi che 
vana è la gloria popolare, essendo senza discrezione del 
vero merito: Conv., i, 41. 

Ne' parlamenti (discorsi) lor tengono scede (buffoneg- 
giano): vanno cianciando con motti e con iscede: Par. , xxix, 115. 

Nonmoverieno ilpiede perirsene a conversar con donne 
al modo che suole l' uomo leggiadro, ma solo vanno a cercare 
vili diletti : ciò mostra che essi veramente leggiadri non sono. 
Non però è a dire che tali anche non appariscano, dacché le 
idonne non sono così prive di leggiadro portamento , che al 
paragone di esse que' cotali non si dimostrino animali bruti, 
creature che son fuori d'intelligenza: Par., i, 118. Ora, 
poiché TAllighieri ha riprovato il giudizio della gente, pieno 
l'errore rispetto alla leggiadria , entra a provarne la verità, 
tenendo suo costume di riprovare in prima il falso accioc- 
ché, fugate le male opinioni, la verità poi più liberamente 
ia ricevuta: Conv., n, 8. 



278 canzoniere. 

4. Ancorché del con cielo in punto sia. « I cieli adope- 
rano quaggiù secondo la loro abitudine (influenza) insieme » 
e nel disporre al proprio fine una creatura , possono accor- 
darsi nella loro influenza. Così nella generazione di Beatrice 
tutti e nove li mobili cieli perfettissimamente s'aveano in-' 
sieme, s'accordavano: V. N., xxx. Ond'io spiego: Quantun- 
que tutti e nove i cieli si corrispondano nelle loro influenze 
per disporre gli uomini a perfezione, ciò nondimeno leggia- 
dria disvia (allontana da sé) cotanti, quanti io ne ho accen- 
nati e più ancora. Essa disdegna cotante persone, quante 
sembiante portan d' uomo e pur vivono a modo di bestie. 

Ed io che le son conto (conosciuto a leggiadria). Dante 
fa dire di sé ad Amore: Così leggiadro questi lo cor have! 
V. N., vili. E ciò gli avveniva mercè di Beatrice. Ond' è che 
pregando la morte a non vibrare il suo colpo contro essa, 
T Allighieri pur grida: Tu togli a leggiadria il suo ricetto: 
Canz. Morte, poich'io non trovo et cui mi doglia. 

Non tacerò di lei, perocché se tacessi, mi parrebbe vil- 
lania si rea (vituperevole), che sarei giunto (messo insieme) 
co' nemici della leggiadria. 

Per che (laonde) da questo punto tratterò il vero di lei, 
cairn rima più sottile. Dice sottile « quanto alla sentenza delle 
parole , che sottilmente argomentando e disputando procedo- 
no: » Conv., iv, 2. 

E non so a cui debba rivolgere le mie alte parole sulla, 
leggiadria, perchè coloro che vivono fanno tutti contro a leg- 
giadria, le son tutti nemici. 

Per Amore, che è pien di salute (dolce coni' è la sua ope-' 
razione in più cose: V. N., xm), io giuro (affermo con V af* 
fermar che fa credere altrui: Purg., xxvi, 103, 109) Ch& 
senza oprar virtute, Nissun può te acquistar verace lode , 
essendo virtù la sola propria operazione onde l'uomo per li- 1 
berta del suo arbitrio merita lode: Purg., xvm, 65. 

Dunque se questa leggiadria, di cui prendo a trattare èi 
buona cosa (e quindi lodevole), come dicono tutti, sarà virtù 
o. se non è , almeno di sua natura sarà congiunta a virtù. 
Perciò non vi ha dubbio che alla lezione volgata « Sarà virtù 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 279 

e con virtù si annoda » deve sostituirsi quella del codice 
Vaticano 2321 « Sarà virtute o con virtù s'annoda. » 

5. La presente strofa, che suolsi far precedere all'altra 
« Ancorché del con cielo in punto sia » deve anzi succe- 
derle, come conseguenza e dichiarazione. In fatti nella strofa 
antecedente si è divisato di trattare, laddove in questa già si 
tratta della leggiadria. Ond'è che senz'altro bisogna leggere : 
Non è pura virtù la divisata. La comune lezione porta di- 
sviata, anziché divisata, come dirittamente è nel codice Vat. 
'2321. Quella virtù sopra toccata, che èia leggiadria, non è 
pura virtù, poiché talora si biasima come imperfetta o si nega 
del tutto in gente onesta, di vita spiritale (ne' religiosi) o di 
vita di scienza (nei filosofi). E sì in costoro si richiede troppo 
più di virtù, che non suol richiedersi ne' cavalieri in cui pur 
tanto è lodata la leggiadria. 

Dunque, conchiude il Poeta, dacché questa leggiadria si 
adatta male agli uni e bene agli altri, e la virtù invece sta 
bene in ciascuno, convien dire che quella sia causata da più 
cose insieme, delle quali, se una manca, la leggiadria non ha 
più l'intero essere e pregio suo. 

Leggiadria è sollazzo (trastullo, piacevolezza : Purg., xrv, 
93), il quale s'accorda insieme con Amore e con Virtù, la 
quale per essere perfetta, fa V uomo felice in sua opera- 
zione : Conv.., iv, 16. 

Ed è appunto da questo cotal sollazzo seguace d' Amore 
e di Virtù, che la leggiadria prende forza e si sostiene nel suo 
essere. Non altrimenti che all'essere del Sole, cui questa si 
assomiglia, occorrono il calore, la luce e la perfetta figura. 
Né qui tornerà disutile il rammentare che F Allighieri anno- 
vera tra le virtù, l'eutrapelia, la quale modera noi nelli sol- 
lazzi, facendoci quelli usare debitamente: Conv., iv, 17. 

Tutto ciò posto e ben fermo in mente, si palesa che la 
leggiadria vien negata e biasimata, quando la condizione di 
vita in che altri si ritrova , consente che stiano disgiunti Sol- 
lazzo, Virtù e Amore. Laddove in coloro, che possono acco- 
gliere tutte e tre queste doti insieme, la leggiadria merita 
piena lode. 



280 CANZONIERE. 

6. È anco leggiadria tutta simigliante al Sole, il gran 
Pianeta che dai primi albori insin che dell' emisfer io nostro 
si discende (Par., xx, 2), con li bei raggi (che sono la via, 
per la quale discende la virtù di ciascun cielo nelle cose di 
quaggiù: Conv., Il, 7) infonde vita e virtù nelle cose mon- 
dane, più o meno, secondo la natia disposizione della materia. 
Il Sole, ministro maggior della natura, giacché del valor 
del cielo il mondo imprenta (Par. , x, 28), è indi puranche 
padre d'ogni mortai vita: Par., xxii, 116. 

Questa leggiadria è disdegnosa di cotante persone quante 
portano sembianza d'uomo, ma uomini non sono, dacché il 
lor frutto (1' opere loro, che son malvage'e perciò bestiali), 
non risponde alle fronde, all' umana apparenza ch'egli hanno. 
Tali son tutti que' malvagi summentovati, i quali sono morti 
uomini e vivono bestie : Conv., iv, 6. Veramente morto il mal- 
vagio uomo dire si può, essendoché si parte dall'uso della 
ragione, e, così fattamente privo di ragione, non rimane più 
uomo,, ma cosa con anima sensitiva solamente, cioè ani- 
male bruto. Ed altrove severamente il Poeta ridice che l' uomo 
ricacciando da sé la virtù, si riduce ad essere Uomo non già , 
ma bestia eh' uom somiglia: Canz. Doglia mi reca nello core 
ardire. Questo medesimo concetto, fecondato e vivificato dalla 
scienza, rigermoglia in tutti gli scritti morali del nostro Au- 
tore, che pur sempre s' accorda con se stesso e col vero. 

La leggiadria dunque, ad immagine del Sole , accosta 
(accompagna) simili beni, vita e virtù, ai cuori gentili, amo- 
rosi , ben disposti perciò a ricevere que' beni. Di fatti essa è 
pronta in donare altrui vita col bel sollazzo (dolce giuoco: 
Purg., xxvm, 96) e co' begli atteggiamenti e nuovi, de' quali 
ognora è la inventrice e maestra. Questi soavi reggimenti sono 
dolce e cortesemente parlare, dolce e cortesemente servire e 
operare: Conv., ìv, 25. E sopra ciò chi possiede la leggiadria 
è tratto a prendere la virtù per esempio delle sue operazio- 
ni. Uom leggiadro importa che sia sollazzevole e virtuoso. 

Ond'è, che non veraci, ma falsi cavalieri son quelli che 
per essere malvagi in sé e rei verso, altrui, son nemici a leg- 
giadria che seco adduce solo virtù, assomigliandosi perciò alla 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 281 

luce del solej che una impera e moltiplicata risplende in tutte 
le stelle: Par., xx, 6. 

Malvagi e rei. Cosi la famosa e maledetta Lupa ha na- 
tura malvagia e ria (Inf. i, 97), e gli avari son pur detti: 
Falsi animali a sé e altrui crudi: Canz. Doglia mi reca 
nello core ardire. 

7. Stabilito che debba intendersi per leggiadria e come 
questa adoperi negli animi gentili, Dante seguita a discorrerne 
i particolari effetti. L'uomo, cui questa vuole (ch'è amato da 
leggiadria, o che si disposò ad essa) dona del suo e riceve i 
doni altrui, senza dolersene, sempre lieto: ciò che è indizio 
di perfetta virtù. Perocché la virtù dev' esser lieta e non tri- 
sta in alcuna sua operazione : onde, se il dono non è lieto 
nel dare enei ricevere, non sarà in esso perfetta virtù, né 
pronta: Conv., i, 8. 

E il Sole, similmente, non si duole per questa cagione 
che doni luce, per donar luce alle stelle; né per prendere 
da esse aiuto (virtù maggiore) ad operare il suo effetto, si 
duole quasi del sentirsi imperfetto , ma anzi in tuttociò si 
piace per indi vieppiù diffondere la virtù sua e adornar me- 
glio le sue opere. L'Allighieri accenna in più d'un luogo agli 
influssi del Sole, divenuti più potenti, per quelli della costel- 
lazione sotto cui il gran pianeta si ritrova: Purg., xxxn, 53; 
Par. i, 40. 

L' uomo leggiadro inoltre per parole, se pur l'offendano, 
non si muove ad ira, e quelle sole ricoglie a sé (ama) che 
son buone, utili a correzione; e sue novelle (i discorsi suoi) 
tutte quante sonbelle, acconciate a perfezione d'ordine: Conv., 
iv, 25. La bellezza, cui qui si riguarda, sorge più ch'altro 
dalle virtù morali, che sono la bellezza dell' anima. 

Di che avviene che l'uomo pregiato per leggiadria, sia te- 
nuto caro per sé (per le sue amabili doti) e desiderato dai 
savi, ai quali pur vuole gradire. Laddove delle persone sel- 
vagge (lontane da scienza e dai gentili costumi) nulla glien 
cale , e tanto ne pregia la lode quanto il biasimo , dacché non 
hanno virtù discretiva a ben discernere l'uno dall'altro: 
Conv., i, 11. 



282 CANZONIERE. 

Né si leva in superbia per qualsiasi grandezza, perchè 
in lui havvi la virtuosa operazione. Quest' è la propria nostra 
bontà, madre e conservatrice delle altre grandezze e per la 
quale le grandezze delle vere dignità e detti veri onori, delle 
vere potenze, delle vere ricchezze, della vera e chiara fama, 
e acquistate e conservate sono: Conv., i, 10. 

Ma quando gì' incontra (avviene: Inf. xxn, 31) di dover 
mostrare franchezza d' animo (Conv., i, 5), siccome gli biso- 
gnerebbe nel difendere il vero e combattere le false opinioni, 
in queir atto si fa lodare, per quella virtù che gli è arme e 
freno a moderare V audacia: Conv., iv, 17. Pregi singolari 
son questi, onde tanto si raccomanda ed è privilegiata la leg- 
giadria : ma coloro che vivono (il mondo presente : Purg., xvi, 
82) fanno tutti contro ad essa. Sono oggidì gli uomini tanto 
malvagi e rei, che verace leggiadria non vi può aver luogo né 
tampoco essere onorata. 

A voler meditare un po' a fondo questa e la susseguente 
canzone , si sente che è tutta piena dello spirito di Dante. Né 
ivi si saprebbe giudicare , se debbano più ammirarsi gli alti 
concetti e la grandezza delle immagini o la magnificenza del 
verso e l' armonia grave insieme e concitata. L' anima sde- 
gnosa e altera del Poeta vi si dispiega con libera franchezza. 
Ma non per questo ei sa nasconderci il suo cuore leggiadro e 
il desiderio che lo tira ad amore. Le nobili parole, la vivacità 
delle frasi, lo stile magnifico e F artificiosa tessitura della can- 
zone, bastano anche a dar fede di quanto nella Lirica potesse 
il solenne autore del Poema sacro. Ma quello che il rende 
anche singolare in tal genere di poesia, si è, che i suoi pen- 
sieri son tratti dall' intimo della scienza ed espressi poi nella 
forma più conveniente e precisa. Quando la virtù si ama e 
d' un amor passionato , avviene che i concetti e il linguaggio 
s' improntino dell' interna stampa e riescano poi d' un' effi- 
cacia cui non si resiste. Allora è che la parola diviene a un 
tempo sentimento, immagine, idea, e prende sicure le vie 
onde penetrare ne' cuori, prima che negl' intelletti altrui. Mi- 
rabile veramente è questa Canzone, e degna di recarsi in. 
esempio di quello stile tragico e sublime, che l'Allighieri re- 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 283 

puta come il più proprio a trattare i soggetti grandiosi. E 
noi chiaro vi scorgiamo che la poesia di Dante , originata dal 
cuore, dall'intelletto illuminata e avvivata dalla fantasia, di- 
sfavilla d' una bellezza nuova, talché, riuscendo potente di 
verità e di virtù, si fa maestra di civili costumi. 



Canzone V. — Pag. 203. 

Doglia mi reca nello core ardire. 

La Salute o vogliami dire la Felicità, Y Amore e la Virtù, 
comprendono F alta materia, che vuol essere trattata gran- 
diosamente. E Dante medesimo ne certifica, che or qui volle 
con altissimo volgare celebrare la Virtù o la Rettitudine, che 
riesce una stessa cosa colla Virtù, propria direttrice della 
volontà: De Vul. EL, ir, 2. A questa canzone, secondo l'avviso 
del Fraticelli, sembra che accennasse l'Allighieri nel Convito, 
là dove scrisse di non voler ragionare perchè sì caro costa 
quello che si prega , avendo in animo di ragionarne suffi- 
cientemente nell' ultimo trattato di esso libro: i, 8. 

4. Doglia (disdegno) mi fa ardito il cuore a dir quanto 
mi chiede la volontà, che pur ama il vero. 

Però, donne, s'io dico Parole quasi contro a tutta gente, 
Non ven maravigliate, perchè ciascun uomo da sé virtù fatta 
ha lontana. Ma conoscete anche solo da ciò la virtù del vostro 
desiderio che vi tira ad amar simile gente. Perocché la beltà 
eh' Amore {Iddio , ondi ogni dono perfetto discende : Gonv, 
IV, 20) lascia essere in voi, fin dal suo decreto antico (dal 
volere del Creatore) fu formata per disposarsi a virtù. Questo 
decreto si stabilì allora che Dio trasse dal petto di Adamo 
la eosta per formar la bella guancia d'Eva: Par., xm, 37. 

Contro lo qual divino decreto mancate voi, donne, ch'or 
siete innamorate, perchè se Beltà fu data a voi, e a noi Virtù, 
e ad Amore si concede la potenza di congiungere esse due in 
uno, or Voi non dovreste amare, ma nascondere la beltà 
vostra, essendo dal mondo sbandita la virtù al cui line quella 
fu creata e data a voi dal primo Amore. 



284 CANZONIERE. 

Lasso! a che dicer vegno? (che cosa mai a dicer mi con- 
duco ? Inf., xxxii , 6). Dico , che a donna non pur si conver- 
rebbe nascondere sua beltà, ma che in lei sarebbe onesto 
disdegno e dirittamente lodato, licenziare da sé la stessa bel- 
lezza, rinunziarla, dacché non più si ritrova uom virtuoso cui 
possa unirsi per amore. 

2. Uomo (ogni uomo) ha da sé rimossa, discacciata, 
la virtù, dismettendo il proprio essere d' uomo , per trasmu- 
tarsi in bestia, che uom, somiglia. Imperocché vivere nel- 
V uomo è ragione usare.... e così da quello uso partire 
(come fa chi s'allontana da virtù, mezzo spedito a nostra vera 
vita) è partire da essere, rimanendo come morto. È morto 
uomo ed è rimasto bestia: Conv., iv, 7. « Virtù così per ni- 
mica si fuga da tutti.... Ond' hanno sì mutato lor natura.... 
Che par che Circe gli avesse in pastura : Purg., xiv, 37. Dove 
è da sapere che proprissimi nostri frutti sono le morali 
virtù, perocché da ogni canto sono in nostra potestà, e que- 
ste son quelle che nella loro operazione acquistano all'uomo 
quella verace felicità che è il fine della nostra vita: 
Conv. , iv, 8 e 15. 

ODio , qual maraviglia! che l'uomo di lodevol signore, 
■che dev' essere per virtù e uso di ragione , voglia cadere in 
servitù de' vizi. La nobile anima è libera in suapotestate, che 
è la ragione; e si può allor chiamare donna, signora di sé. 
Laddove le altre anime dire non si possono donne, ma an- 
cille, perocché non per loro sono , ma per altrui: Conv., 
iv, 45. Dante nel rendere grazie alla sua Beatrice per averlo 
ricondotto in via di virtù, prorompe a dire: Tu m'hai di 
servo tratto a libertate: Par., xxxi, 85. 

Ovver qual maraviglia è eh' altri, di vita (eh' ei vive, 
quando usa la sua ragione ad ottenere per virtù il fine pro- 
prio dell'uomo) voglia anzi cader in morte, col darsi al vizio, 
morte dell' anima: Conv., n, 16. 

Virtute sempre sottana (soggetta) al suo fattore (all'uomo 
che l' adopera, a chi si esercita in essa) lui obbedisce, dacché 
si presta tutta al suo volere per abito conformato ad essa. 
Ed a lui che la possiede, la virtù acquista onore: giacché 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 285 

solo quelle sono nostre operazioni , che soggiacciono alla 
ragione e alla volontà, cui si deve aver rispetto nel far giu- 
dizio de' meriti umani: Conv., in, 4 e 9. Ond'è che le virtù 
morali fra le operazioni nostre essendo le più perfette, son 
anco le più laudabili: Conv., iv, 18. 

E tanto, o donne, la virtù rende altrui onorato, che 
Amore (da cui solo discende ogni dato perfetto : Conv., iv, 20) 
nella beata corte (nella corte del cielo: Par., x, 70) l'annovera 
fra i suoi famigliari più degni. La virtù primamente è in 
Dio, signore d'ogni virtù: dacché cotanto è giusto, quanto 
consuona alla sua volontà: Par., xix, 88. 

Lietamente uscita la virtù dalle belle porte del cielo 
(mandata quaggiù dal santo spirito d'Amore), torna (si rivolge, 
s' indirizza) alla sua donna, all' anima donna di se , libera 
dalle vili dilettazioni e dalli volgari costumi. 

La virtù all' anima , cui Dio la destina , va lieta, e lieta 
soggiorna (dimora con essa) e lietamente la serve : perocché 
la virtù dev'esser lieta e non trista in alcuna sua operazione: 
Conv., i, 8. 

Per lo corto viaggio (per lo cammin corto Di questa 
vita ch'ai termine vola: Purg. , xx , 38) la Virtù accompa- 
gnandosi coli' anima, donna di sé, conserva tutte le buone 
disposizioni che vi ritrova , le abbellisce con gli onesti co- 
stumi, che sono beltà dell' anima, e le accresce tanto , che 
raggiungano il proprio lor fine: Conv., lì, 23; ni, 15. 

E la virtù è sì contraria alla morte, che non la cura, 
non temendola punto, dacché mal può la morte distruggere 
essa virtù, né il seguace onore: V. N., vili. 

cara ancella (che ti presti sì ubbidiente e utile a chi 
devi servire) e pura, originata che sei dall' eterno Amore, 
colta hai nel del misura, qualità, la tua forma o condizione. 
Forse che in luogo di misura, sarebbe meglio leggere natura, 
se 1' autorità de' codici cel consentisse. 

Tu sola fai Y uomo signore di sé, libero in sua potestà, 
che è la ragione: Conv., iv, 13. E che tu veramente il faccia 
signore, è provato da questo, che tu sei possessione (ricchezza) 
che giova in tutte le età della vita, dacché ad ogni età porgi 



286 CANZONIERE. 

quello indirizzo e queir aiuto che si conviene a raggiungere 
)& perfezione e la felicità dell'umana vita: Gonv., iv, 23. 

3. Chi da cotal signor si scosta (s' allontana da virtù 
per secondare il vile piacere) non è uomo ma vii servo, dac- 
ché l' appetito sensitivo, che dovrebbe soggiacere alla ragione 
(Conv., iv, 26), la domina e ne preoccupa il giudizio. Si ab 
appetitu, quocumque modo prceveniente, judicium moveatur, 
liberum esse non potest, quia non a se, sed ab alio captivum 
trahitur: Mon., 1, 14. 

« Udite quanto costa caro a chi si svia dalla virtù, se ra- 
gionate (mettete in conto) il danno che s' incontra nel per- 
dere i beni seguaci della virtù, e l'altro danno nel dover soste- 
nere i mali, che il vizio trae seco: » Conv., iv, 13. 

Questo servo (Y appetito sensitivo) fatto signore della 
ragione, cui dovrebbe servire, tanto è protervo (baldanzoso), 
che per lui gli occhi della mente stanno chiusi alla luce del 
vero. Sicché Y uomo, che se ne lascia vincere , fatto ha la 
mente sua negli occhi oscura (Purg., xxxm, 26), e però ha 
1' occhio dell' anima intento alle folli cose, è fuori di cono- 
scenza e della verità. A ciò meglio comprendere, si vuol porre 
mente che la parte razionale dell' anima ha suo occhio, col 
quale apprende la differenza delle cose in quanto sono ad 
alcuno fine ordinate, e questa è la discrezione.... E siccome 
colui che è cieco degli occhi sensibili, va sempre secondo 
che gli altri, giudicando il male e il bene, così quegli che è 
cieco del lume della discrezione, sempre va nel suo giudizio 
secondo il grido, o diritto o falso che sia. Onde qualunque 
oralo guidatore è cieco, conviene che esso, e quello anche 
cieco che a lui s'appoggia, vengano a mal fine: Conv., i, 11. 
Degli avari, che or 1' Allighieri viene specialmente a ripren- 
dere, dice altrove che fur guerci della mente: Inf., vii, 40. 

Ma perocché 'l mio dire util vi sia, Discenderò del 
tutto (dalla virtù in generale) in parte, a trattare paiiJcolar- 
mente d' alcuna virtù e del vizio che vi si oppone. 

E perché men grave (men faticoso, diffìcile) s'intenda il 
mio dire, discenderò in costrutto più lieve (agevolerò la mia 
scrittura col renderla più piana (Purg., vi, 34), perchè un 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 287 

parlare oscuro (sotto benda di figura o colore rettorico V.N., 
xxvi), rade volte giugne (a farsi vedere) all' intelletto. La pa- 
rola sotto velo allegorico diffìcilmente viene compresa. 

Per che (per la qual cosa) con voi, donne, a ciò che 
l'intendere vi riesca più pronto, si vuol parlare aperto, con 
parole nude: Purg., xxxiii, 100. 

E del mio chiaro parlare voglio questa mercede (non 
certo per mio riguardo, ma per voi) che dispregiate e disde- 
gniate tutti, perchè se dell'amarli vi diletta , gli è segno che 
voi somigliate loro ne' perversi costumi. Il buon col buon 
sempre carriera tiene: Canz. Io sento sì d' amor la gran 
possanza. 

4. Chi è servo del suo appetito sensitivo , n' è di forza 
trascinato, come colui che tien dietro al suo signore, da cui è 
tratto per dolorosa strada e non sa dove vada. Goll'autorità 
di molti codici prescelgo la lezione « Tratto » che quadra meglio 
al caso, che non la comune Ratto. 

Coirì è servo, l'avaro che seguita la sua cieca cupidigia, 
il desiderio dell' avere (della ricchezza) che occupando il cuore 
di tutti, li signoreggia. Onde l'avarizia è detta il mal che 
tutto il mondo occupa: Purg., xx, 8. Cupiditatem unusqui- 
sque sibi duxit in uxorem: Ep. Card. Ital., § vii. Nec 
advertitìs dominantem cupidinem , quia cceci estis: così 
1' Allighieri disdegnosamente scriveva a' suoi fiorentini : 
Ep., § v. 

Corre V avaro dietro alla dominatrice ricchezza , ma non 
che ottenere la contentezza che se ne promette, vieppiù gli 
cresce l'inquietudine, appena ha raggiunto il numero (del da^ 
naro) cui aspirava. Perocché, tosto che giunto l'ha, cerca di 
soverchiarlo, ne, cieco, s'accorge che corre dietro a un nu- 
mero senza fine, vano, inetto sempre a compiere 1' umano 
desiderio. A misura che si viene acquistando, gli umani de- 
sideri s i fanno più ampi: Gonv., iv, 12. Promettono le false 
traditrici (le ricchezze) sempre in certo numero adunate, 
rendere il raunatore pieno d' ogni appagamento, e sì con 
questa promessione conducono V umana volontà in vizio di 
avarizia: Conv., iv, 12. E in luogo di bastanza, recano 



288 CANZONIERE. 

nuovo termine, cioè maggior quantità a desiderio, e con 
questo, paura e sollecitudine grande sopra l'acquistato. Sic- 
ché veramente non quietano il cuore dell' avaro, ma gli 
danno più cura, la quale prima senza loro non si area. 

mente cieca (quella dell' avaro) che non puoi scorgere 
la follia del tuo volere ! Difatti V avaro maledetto non s' ac- 
corge che desidera sé sempre desiderare, andando dietro al 
numero impossibile a giugnere: Conv., in, 25. 

Ecco che noi siam giunti a colei che ne pareggia, alla 
morte che tutte disuguaglianze adegua, e tutti ne rende con- 
servi ad una potestate: Purg., xix, 36. 

Dimmi, che hai tu fatto, qual' è stata 1' opera tua, ricco 
avaro, or che la morte ti disfece? Inf., vi, 42. Rispondimi se 
puoi, altro che nulla. Vana è 1' opera di chi pur va senza che 
giunga a termine mai né a posa ; tal' è l' avaro. 

Maledetta tua culla, che con ninna nanna attrasse tanti 
sonni invano ! Maledetto chi ti consolò con nanna (Par., xxm, 
111) ! Meglio era, che t' avessero lasciato morire in culla ; 
fossi tu morto quand'eri in fasce! 

Maledetto lo tuo perduto pane (di che il cane stesso non 
si pasce indarno, servendo egli pur a qualcosa) ; maledetta la 
vita tua consumata in opera vana : perocché da sera e dal 
mane hai ragunato e chiuso nelle pugna (lnf., vii, 57) il 
danaro che presto dovrai abbandonare. 

5. Come con dismisura si raguna (giacché lo nuovo ra- 
gunamento d' avere nuovi desiderj discopre (Conv., iv, 12), 
Così con dismisura si distringe l'avere raunato : mal si tie- ' 
ne : Inf., vii, 58. Or questa dismisura nel raunare V avere 
e nel tenerlo è ciò che spinge molti nel servaggio dell'avere 
stesso, dacché la cupidigia li domina a segno, da costringerli' 
a si dure fatiche. JVè solamente per desiderio d' accrescere 
quelle cose che hanno, si tormentano, ma eziandio tormento' 
hanno nella paura di perder quelle: perocché in nullo 
tempo si compie né si sazia la sete della cupidigia. 

E se alcun si difende (riesca a liberarsi da questo ser- 
vaggio delle ricchezze) Non è senza gran briga, dovendo 
sostenere molto affanno per indursi ad usarle allorquando pur 



, 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 289 

veggono che la necessità, se non la convenienza, il richiede. 

Morte che fai, che fai buona fortuna (cui sono commessi 
questi beni: Inf., vii, 62)? perchè non sciogliete (dalle mani 
avare) i raunati e disutili tesori? Stimo doversi leggere buona 
fortuna, come portano molti codici, perchè fera fortuna 
contrasta molto all'idea che della Fortuna si è fatto il nostro 
Autore: Inf., vii, 65. 

Se 'l fate (se voi sciogliete la mal raccolta ricchezza) , se 
ne liberate taluno che al voler vostro si renda, si pieghi a 
lasciarla, non so; tanto il malvagio istinto ci governa! Que- 
sto è il cerchio che di lassù (dai cieli) ne cinge e ben al vivo 
ci tiene avvinti alla cupidigia. E qui è da sapere che certi 
vizi sono nell'uomo, alli quali naturalmente egli è dispo- 
sto... e questi, che dipendono dalla complessione formata 
dalle influenze del cielo, sono innati cioè connaturali: Conv., 
in, 9. Ma se il Cielo i nostri movimenti inizia, pur ci è dato 
il lume di ragione a discernere il bene e il male e libero vo- 
lere ad operar l'uno o l'altro: Purg., xvi, 63. E perciò se il 
reo appetito ne costringe ad avarizia, è colpa della ragione, 
che noi corregge come dovrebbe. Ma laudabile è l'uomo che 
indirizza sé, e regge sé, mal naturato, contro all'impeto della 
natura: Conv., rv, 8. 

-Se la ragione, a scusarsi, vuol dire: Io son presa, occu- 
pata dal vizio ; sarebbbe questa una così misera difesa, come 
quella che si adduce dal padrone per discolparsi, se viene so- 
verchiato dal suo servo. In questa scusa anzi si raddoppia la 
onta, dacché 1' uomo si ostina a lasciarsi sopraffare la ragione 
dai vizi , quando gli è data per signoreggiarli: Conv. , iv , 8. 
Ciò è quanto il Poeta ne insegna chiusamente, parlando di si- 
gnore cui servo tormenta. 

Falsi animali sono gli avari che, invece d'essere ani- 
mali civili e benigni, son fatti crudi u sé (privandosi dei 
beni che seco porta l'onesto uso della ricchezza : Conv. iv^ 13) 
e crudeli inverso gli altri, al cui bene la ricchezza pur si do- 
vrebbe rivolgere. Imperocché la pecunia allora è buona , 
quando tramutata negli altri per uso di larghezza, più non 
n possiede: Conv., ìv, 13. 

19 



290 CANZONIERE. 

Inoltre gli avari, crudi nel negare a sé e agli altri l' uso 
della posseduta ricchezza, se pur ne largiscono, noi fanno già 
ad uomini virtuosi e mendichi, ma si per tener vestita gente 
vile come fango. E così sempre, anco nelle medesime opere di 
Liberalità, offendono essila dignità dell' uomo, al quale, come 
animale civile che è, si richiede non pure a sé, ma ad al- 
trui essere utile: Conv., iv, 27. 

6. Virtù che (sempre amabile nell'uomo: Conv., i, 12) 
con materia pulita (con atti buoni e ornamenti di bellezza 
invita a pace (trae ad amore) i suoi stessi nemici, fassi di- 
nanzi dall'avaro volto (in cospetto dell' avaro) per allettarlo 
a sé; ma essa poco vale ad attirarlo coli' esca delle sue bel- 
lezze. Perocché ei fugge di mirarle e cruccioso si rivolge 
altrove : Conv., i, 12; ili, 45. 

Ben la Virtù, poiché gli s'è girata intorno per adescarlo, 
e gridò molto perchè le s' accostasse, vedendo tornar ogni cosa 
invano, pur tanto ama giovargli, che gitta il pasto vèr lui 
(gli mette innanzi l'opera buona da compiere). Ma quegli non 
apre le ali delle mani (Purg., xxiv, 43) a prenderlo, e se poi 
vi s'induce, gli è quando eli' è partita. Tanto si pare che la 
virtù gì' incresca, come se l'avaro non potesse dare quanto 
gli è chiesto, sin a che il benefìcio abbia perduto sua lode. . 
Con ciò il Poeta viene a dire che qualvolta all' avaro si offre 
una bella opera di larghezza, non la fa se non suo malgrado 
e forzatamente, quando il farla non è più virtù. La virtù deve 
aver atto libero e non isforzato: Conv., ir, 8. Or ecco usata 
a più alto intendimento la sì leggiadra immagine : Chiamavi 
il Cielo e intorno vi si gira, Mostrandovi le sue bellezze 
eterne, E l'occhio vostro pure a terra mira! Purg., xiv, 148. 
Gli occhi rivolgi al logoro che gira Lo Rege eterno con le 
rote magne: ivi, xix, 63. 

La Volgata legge sicché non esca, ma panni doversi ac- 
cogliere per la migliore lezione quella del cod. Casanatense, 
sin che non esca, voluta anche dall'intero costrutto. 

Io vo' che ciascun m' oda; Qual con tardare (il dono ri- 
chiesto) e qual con vana vista (per vanità nel porgerlo) e qual, 
porgendolo con faccia mesta, viene a trasmutare il donare in, 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 291 

vendere, e tanto caro, quanto sa chi lo riceve, perchè lo com- 
pra con lungo sospirarlo e coli' ottenerlo a stento o trista- 
mente. Se il dono non è lieto nel dare e nel ricevere, non è 
in esso perfetta virtù ìiè pronta.... perocché dare il doman- 
dato è da una parte non virtù, ma mercanzìa, perchè quello 
ricevitore compera, tutto che 'l datore non venda. Or dice 
Seneca, che nulla cosa più cara si compera, che quella dove 
e'prieghi si spendono: Conv., i, 8. Chi al vedere il bisogno 
altrui, attende che gli si dimandi 1' opportuno soccorso prima 
di prestarlo, già ha negato: Che quale aspetta prego, e l'uopo 
vede, Malignamente già si mette al niego: Purg., xvn, 59. 

Volete udir se l'avaro nel donare piaga (ferisce) chi 
prende il dono ? Tanto costui smaga (smarrisce, confuso dello 
stentato dono), che poscia il rifiuto istesso non gli parrebbe 
amaro, rispetto al dispiacere già provato. 

Così 1' avaro concia, affligge, sé col privarsi del merito 
della larghezza, la quale è perfetto bene e fa gli uomini 
splendienti e amati (Conv., iv, 13): ed inoltre tormenta gli 
altri, cui vano o mesto porge il dono, o solamente dopo aver- 
glielo fatto guadagnare con lunghi sospiri. 

7. Disvelato v'ho, donne, in alcuna parte la viltà (l'igno- 
■ bilità) della gente malvagia che vi mira, per allettarvi ad 
■amore; e ve l'ho disvelato appunto, perchè gli abbiate in ira 
cotesti malvagi, teniate a vii ciascuno e a dispetto. 

Ma troppo più di quanto v' ho aperto, è quel che debbo 
nascondere, trapassare in silenzio, perchè a dirlo sarebbe 
turpe cosa, disonesta. 

In ciascuno di costoro che vi mirano, è accolto ogni vi- 
zio, tutti i vizi insieme stanno: perchè nel mondo gli amici 
si confondono Y un coli' altro e si partecipano a vicenda la lor 
natura. E perocché le cose congiunte comunicano natural- 
mente intra se le loro qualità, quindi avviene che talvolta 
V una torna del tutto nella natura dell'altra: Conv., iv, 1. 

Assembro einsembre per insieme s'incontra spesse volte 
presso i nostri antichi, e ce n'ha pur l'esempio nella divina 
Commedia « In una fossa tutti insembre; » Inf., xxix, 49. 

E come i viziosi dal male traggono altro male, così l'amo- 



292 CANZONIERE. 

rosa fronde.... (T anima gentile e' ha al voler buona radice: 
Purg., XI, 33), di radice di bene fa sorgere altro bene e lo 
dimostra ai frutti. Poiché a ciascuno è in grado (piace) suo 
simile, udite, donne, com'io vengo deducendo (Par., vili, 117), 
che colei, cui sragione par d'essere bella, non deve credere 
d'essere amata da questi cotali, perchè costoro pur amano il 
male, né possono amare la vera bellezza, che è onesta. 

Che se beltà vogliamo che si annoveri fra i mali (come 
pur bisognerebbe perchè fosse unita per amore alle genti 
malvagie), si può ben credere. Ma in tal caso amore (che da 
beltà nasce) si chiami appetito di fiera, e lo si creda quindi 
sempre rivolto di sua natura al male. Ciò che non è, perchè 
Amor e cor gentil sono una cosa, e trae lo intendimento del 
suo fedele da tutte le vili cose : V. N., xm. 

Oh perisca colai donna! che per tal cagione di volere 
amare un tristo uomo, disgiunge sua beltà da bontà naturale 
(non la stima naturalmente un bene) , e crede Amore fuor 
d' orto di ragione (un appetito irrazionale), quando invece è 
appetito d'animo, spettando pur alla volontà e all'intelletto: 
Conv., iv, 22. Per tutto ciò si vuol conchiudere che la Beltà, 
essendo di sua natura un bene, e Amore un appetito razio- 
nale, le donne, che sentono il pregio della bellezza, non de- 
vono disposarla altrui per amore, poiché al presente non 
v' ha più virtù, che è il segno naturale, a che la bellezza 
deve indirizzarsi. 

Il Codice Martelli a siffatta canzone aggiungo un Com- 
miato, che non vi si può adattare in alcuna maniera. Ed è 
perciò che, avuto singolarmente risguardo alla qualità dei 
versi e della frase, e alla sentenza che v'è rinchiusa, mi parve 
di non mancare al vero, rifiutandolo come disdicevole a si 
nobile luogo. Ben si avverta la sublimità de' concetti e dello 
stile onde questa canzone non si differenzia dalla precedente, 
se già non l'avanza. Maraviglioso al certo è stato il Cantore 
di Laura, ma per quanto temprasse la sua lira alle più varie 
e soavi armonie, pur sempre t' accorgi che un medesimo sen- 
timento di continuo il possiede e governa. Laddove in Dante 
1' amore sensibile si trasforma nell' amore alla Verità e alla 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 293 

Virtù, e la parola gli riesce sempre impressa de' sentimenti 
che più nobilitano ed esaltano il cuore dell' uomo. Egli è il 
verace Cantore della Venere celeste e della Virtù, e le sue rime 
prendono un suono corrispondente alla grandezza e dignità 
degli affetti che gli avvivano l' anima. Verità e Virtù e Bellez- 
za; ecco gli amori di Dante, ed ecco in lui corrispondere al 
Filosofo cristiano il divino Poeta. 

Canzone. — VI. Pag. 208. 

Tre donne intorno al cor mi son venute. 

Quali siano queste tre donne, si vedrà meglio in appresso. 
Or basti sapere che 1' una è la Drittura o, vogliam dire, la 
Giustizia, e l'altre, la Larghezza e la Temperanza, se pur 
sono esse le germane sconsolate , cui Amore si affretta di 
rendere saluto. 

St. 1 . Tre donne intorno al cor mi son venule. Mi par nuova 
in Dante questa immaginazione, la quale realmente non po- 
trebbe sussistere, se già non si ricorre di primo tratto al senso 
allegorico. Ma qui conviene anco osservare , che nella dimo- 
strazione degli altri sensi diversi dal letterale « questo deve 
sempre andare innanzi, siccome quello nella cui sentenza 
gli altri sono inchiusi: Conv., il, 1. E pongasi inoltre che 
queste donne simboleggino altrettante virtù e cosi debbano 
intendersi; allora perchè tornare al senso proprio, dicendo, 
che per gran virtù che abbiano , la loro virtù non vale? Di 
un simile tenore non suol allegorizzare il nostro Poeta. 

E seggionsi di fuor, giacché , dispette come sono a tutti 
e in ira, non ardiscono d' entrare ivi dove siede Amore che 
potrebbe disdegnarle. 

Amore.... è in signoria della mia vita: poi subito il Poeta 
soggiunge « che 'l possente signore, Dico quel eh' è nel 
core » e quasi non si fosse spiegato abbastanza, rafferma 
« dentro è quel eh' io dico. » Ciò mi sembra del tutto e pa- 
lesemente disforme dal dir breve e preciso, del quale Dante 
si fece una regola, se non inviolabile, certo severissima tanto, 
da non doversi trasgredire , ove necessità noi chieda. 



204 CANZONIERE. 

Appena di parlar di lor s' aita. Dal contesto di tutta la 
canzone e dal fatto medesimo si parrebbe piuttosto che Amore, 
a veder quelle donne si belle e di tanta virtù, sentisse quasi 
mancarsi l'ardire di parlare a loro, anziché di loro. Ed è 
perciò che, se l'autorità de' codici mei consentisse, leggerei 
così : Appena di parlar a lor s' aita. 

Persona.... Cui tutta gente manca (fallisce, discaccian- 
dola da se), E cui virtute e nobiltà non vale ad esser bene 
accolta. Altri codici leggono: E a cui virtute ne beliate vale. 
Or questa direi che fosse migliore lezione, perchè la virtù, 
secondo che Dante ragiona nel Convito, è frutto e fine di vera 
nobiltà (iv, 17), e perchè sopra è detto di esse donne: Tanto 
son belle e di tanta virtute. 

Queste così solette, essendo a tutti in ira ed innon cale, 
venute sono intorno al mio cuore come a casa d' amico, pe- 
rocché sanno bene che dentro siede Amore , lo quale è in 
signoria della mia vita. 

2. L' una di esse donne, forse la prima, si duole molto 
nelle sue parole, E'n sulla man si posa Come succisa rosa, 
con lo stelo mezzo reciso, se non abbattuto. « Vedete e' ha 
fatto alla guancia Della sua palma sospirando letto: » 
Purg., vii, 107. » E qual succisa rosa negli aperti campi fra 
le verdi frondi, sentendo i solari raggi , cade perdendo il suo 
colore, cotal semiviva caddi nelle braccia della mia serva: » 
Bocc. , Fiam., li, 31. 

Il nudo braccio, di dolor colonna, Sente lo raggio che 
cade dal volto, la potenza degli sguardi. 

La vide in parte, che il tacere è bello, onesto. Altrove 
occorre una simile frase : Parlando cose, che il tacere è bel- 
lo: Inf., iv, 104. La frase è la stessa; ma quanto meglio 
adattata nella Commedia! ed a ciò solo m'avviserei, che la si 
artificiosa canzone non potesse appropriarsi al Poeta del dolce 
stil nuovo d'Amore. 

di pochi vivanda ! diceva ne' sospiri la dolente Donna, 
riferendosi ad Amore, che tutti negavano di voler portare 
alla Virtù. 

Nostra natura qui a te ci manda. Naturalmente si pre- 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 295 

sentano ad Amore, come a casa à" amico, giacché esse son 
belle, e di tutta virtù, che è segno cui la beltà, allettatrice di 
amore, dev'essere costantemente rivolta: Canz. Doglia mireca 
nello core ardire. 

Io... son JDrittura, che è adire la Giustizia, la quale 
ordina noi ad amare e operare dirittura in tutte cose: 
Conv., iv, 17. E così parlando di Rifeo, giustissimo fra i 
Troiani, l' Allighieri dice eh' ei pose tutto suo amore a drit- 
tura: Par., xx, 119. 

La madre d' Amore e suora della Giustizia , forse che è 
la Bontà, amabile per se e in tutte cose: Conv., i, 12. 

Or questa drittura o giustizia nelle sue fattezze e per la 
condizione delle virtù compagne apparisce qui assai diversa 
da quella che ne si fa conoscere nel Convito: iv, 17. Nò indi 
ci potrebbe venire una luce sicura a determinare com' essa 
Giustizia riesca ad essere suora alla Madre d'Amore. 

Palese e conta. Se io odo il vero, per Dante, queste due 
voci suonano tutt'uno; né per fermo saprei dire quando e 
come l'avesse mai accoppiate siffattamente. 

3. Lo mio signore, Amore, il possente che è in signoria 
della mia vita. 

E questa ch'era di pianger si pronta, siccome la più 
trista fra tutte e tre le compagne. 

Or non ti duol degli occhi miei ornai distrutti dal lungo 
piangere ? A che tu mi obblighi a rinnovare ed a vieppiù cre- 
scere il mio dolore ? 

Di fonte nasce Nilo che, drizzando prima il suo povero 
calle, si fa picciol fiume, che poi si allarga a dismisura. 

Ivi , in quelle parti calde d' Egitto, dove la fronda del 
vìnco (arbuscello, che la Crusca dichiara come una specie di 
salcio) toglie alla terra la gran luce (Purg., xxxii, 53) 
il gran lume del sole , gittando sovr' essa la sua ombra. 

Sovra la vergin onda, al principio di quella chiara fon- 
tana, ond' ha origine il Nilo. Siccome cotal principio resta 
tuttora incognito e nascosto, quindi s'argomenta, che le sì 
nobili Donne han- nascimento misterioso. Di fatti Amore poi 
dice , che sono dell' eterna Rócca. 



296 CANZONIERE. 

Il Fraticelli credette già che ai versi seguenti alludesse 
Cecco d' Ascoli nel suo poema 1' Acerba, (I, ili, e. 10), dove 
toccando della nobiltà riesce a dire: a Ma qui ini scrisse du- 
bitando Dante: Son duoi figliuoli nati in un parto, E'I più 
gentil si mostra quel davante, E ciò e converso, come tu già 
vedi: Torno a Ravenna e di lì non me parto: Dimmi, Asco- 
lano, quel che tu ne credi. » Or nella Canzone non si tratta di 
due figliuoli nati ad un parto, ma d' una madre la quale 
genera una figliuola, che alla sua volta divien madre anch'essa 
d' un'altra figliuola. Ond' è che, se pure Dante inviò all'Asco- 
lano alcuno scritto per richiedergli il suo parere intorno a 
cotal dubbio, già d' altra parte dichiarato nella Cantica del 
Paradiso (vili, 130), dovette essere ben differente dalla sovral- 
legata strofa , che non ha verun riscontro con la sentenza di 
quelle parole così stranamente rimate. 

4. Fenno i sospiri Amore un poco tardo (nelle parole e 
ne' suoi passi); E poi con gli occhi molli di pianto {pur den- 
tro molli: Inf., xxxn, 43), che prima furon folli (errarono 
fuori di verità e conoscenza), non avendo ravvisato le germane 
sconsolate. Da quanto poi si accenna, sembra che queste fos- 
sero la Larghezza e la Temperanza (v. 9) ; ma d'altra parte 
il contesto del discorso , tenuto da Amore, fa supporre che 
quelle germane {parenti, figlia e nipote, anziché sorelle della 
giustizia) siano distinte da larghezza e temperanza, benché 
nate d'un medesimo sangue. 

E poi che Amore prese V uno e V altro dardo (V armi 
onde suol trafiggere altrui: Purg., xxxi, 117), disse a quelle 
germane che drizzassero i colli, la testa abbassata dal lungo 
pianto (Inf. , xx, 31), e quasi avvilita, come di persone discac- 
ciate e stanche. 

Per non usar {per essere state fuor d'uso), le vedete tur- 
bate; irrugginite le vedete quest' armi, non più lucenti come 
in prima. 

Però se è danno che Larghezza e Temperanza e l'altre 
virtù vadano mendicando, con lagrime e sospiri se ne dolgano 
gli uomini che ne lo ricevono, dacché vivon soggetti ai raggi 
d' un cielo onde piovono sì tristi influenze. Vuol dire con ciò 



COMMENTI. — PARTE SECONDA.. 297 

il Poeta che il mondo era deserto di virtù, quasi per maligno 
influsso di stelle o del cielo, nel cui girar par che ,si creda 
La condizion di quaggiù trasmutarsi : Purg., xx, 13. 

Pianganlo gli occhi e dolgasi la bocca Degli uomini a cui 
tocca. Dante altrove scrisse bensì « pianger di doglia e sospi- 
rar d'angoscia » (V. N., xxxn): e se pure accennò al pianto 
degli occhi, fu per meglio dimostrarci come le lagrime, an- 
ziché sul petto, cascassero sulle spalle de' miseri indovini 
(Inf., xx, 23); ma non veggo come potergli attribuire le frasi 
suddette. Il medesimo dico in risguardo a « giudizio o forza 
di destino » che si trovano riuniti in un verso della strofa 
susseguente , e che vogliono essere posti al paragone di quanto 
più preciso si determina in altri luoghi : Inf. , xv, 46 ; xxxn, 76. 

Noi non dobbiamo dolercene, perocché siamo dell'eterna 
Rócca, appartenendo alla famiglia del cielo : Canz. Doglia 
mi reca nello core ardire. 

Che se noi siamo or punti, crucciati, d' essere a tutti 
in ira ed in non cale, non più saremo per l' innanzi. Cosi 
m'avverte il Tommaseo, che debba leggersi, e non già « Noi 
pur saremo » che non porge senso adattato al proposito. 

E similmente mi parrebbe che si convenga scrivere poi 
invece di pur troverem gente, cui si potrà vibrare questo 
dardo, e indi rifarsi lucente. 

Gl'intendimenti che si nascondono nelle strofe sovra espo- 
ste, son diffìcili assai a penetrarsi e dichiarare. Né la dottrina 
sparsa nelle varie opere di Dante mi bastò all'uopo. Anco per 
lunga meditazione che io su vi facessi, non m' è riuscito di- 
strigarne il certo. Tanto che stetti in grave dubbio che tale 
canzone , per bella e magnifica che si giudichi , non fosse da 
attribuirsi a Dante. Altre cagioni a dubitare mi venivano da 
parecchie frasi e dal giro intero del componimento e dal fatto 
principale , cui il Poeta accenna. Se non che mi parve di pre- 
sumere troppo, anche ne' miei stessi dubbi, e ricorsi perciò 
alla pronta sapienza del Tommaseo. Il quale, benevolo sem- 
pre a' miei studi, si piacque rispondermi con cinque lettere 
in cui non si saprebbe discernere, se più abbondi la virtù 
dell'ingegno e della dottrina o la bontà del cuore. Bensì mi 



298 CANZONIERE. 

duole di non poterle riferir qui tutte per disteso ; ma i pa- 
zienti lettori avranno in grado ch'io loro ne riferisca almeno 
il contenuto. Ed eccolo : 

Amore non è qui il Dio fanciullo degli antichi pagani, ma 
quello, di cui ne' suoi fidi è V intelletto, non il semplice sen- 
timento, quello che nella mente ragiona e di lì spira e detta; 
quell'amore, che, sublimato nel cielo, fa muovere gli spiriti 
umani insieme co' principi celesti, ai quali Dante cantava : 
Voi che, intendendo, il terzo del movete: Par., vm, 36. 

Ma dell'antica Deità quest'amore ritiene i dardi; e ne 
ha due, a figurare forse V affetto del bene e lo sdegno del 
male, sdegno che dev'essere anch'esso amore. Le quali armi 
qui son turbate, cioè intorbidata di ruggine la luce loi'o, per 
non le usare , ma tra non molto ridiverranno lucenti ; cioè 
a dire che F esercizio continuo le verrà ripulendo. 

In questa canzone Amore pietoso e fello si deve inten- 
dere come piamente sdegnoso al dolore delle tre donne; e lo- 
dichiarano gli occhi di lui folli prima, poi molli. 

Or chi sarà questa madre d'amore? Chi dicesse la Ve- 
nere celeste, la spirituale bellezza, potrebbe rammentare la 
similitudine che fa Dante stesso degli occhi purissimi di Ma- 
telda, di lei che, come donna innamorata, cantò beato « di chi 
son ricoperte oV ammenda le colpe » e rammentar anco gli 
occhi di Venere trafitta dal figlio fuor di tutto suo costume r 
che vale forse in modo più celestiale del solito : Purg., xxix, 3. 
xxviii, 65. 

Io direi che madre di questo amore ragionante, non che 
affetto razionabile, è la Verità; non fosse altro per questo 
che la Verità è bellezza suprema. 

L' intendimento della Canzone è civile , ed in senso ci- 
vile, senza escludere gli altri, è qui principalmente da inten- 
dere Giustizia, Liberalità, Temperanza. 

Nel generarsi Larghezza da Drittura sulle fonti del Nilo, 
altri potrebbe veder un accenno alla civiltà e scienza meramente 
umana, di cui l'Egitto è figura nella Storia, e immagine pro- 
verbiale e antonomastica nei Libri sacri; altri in quel Sole 
che, dopo avvivate le piante, non lascia vivere neanco l'umile 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 299 

vinco, la luce cieli' umana scienza e civiltà che secca e consu- 
ma le opere proprie. Io nelle fonti arcane del fiume, che fa 
P Egitto non abbisognante d'implorare le pioggie del cielo , 
ma che pur dell' acque del cielo è nutrito così come gli altri, 
veggo il simbolo d'una generazione arcana, remota dal cono- 
scere nostro. Questo direi che intendesse semplicemente il 
Poeta; non già che volesse le virtù umane distinguere dalle 
teologali, dando a quelle una origine terrestre, quantunque 
misteriosa. La Liberalità che, figlia della Giustizia, è con- 
giunta ad Amore, non ha l'occhio che al bene di tutti, e col- 
P occhio stesso non che colla mano , col pensiero e 1' affetto 
non che coli' opera, riesce feconda, e verginalmente moltiplica 
sé medesima. 

Ed essa Liberalità genera Temperanza in questo senso 
eziandio, che l'amore dell'altrui bene fa l'uomo generosa- 
mente parco a se stesso e largamente severo, e non pure gli 
nobilita, ma gli accresce i piaceri, non lasciando che alcuno 
di loro perisca in arida sterilità. 

Drittura dice : « nostra natura a te, Amore, ci manda. » 
E vuol dire, così saviamente conchiude il Tommaseo, « che 
ogni virtù si reca ad Amore. » 

5. Ed io che ascolto così nobile gente dolersi dell'andar 
mendicando, e a vicenda consolarsi di tanto dolore, L' esilio 
che m' è dato, onor mi tegno. 

E se giudizio (voler divino: Inf., xxi, 82) o forza di fato 
(necessità di Provvidenza) vuol pure che il mondo versi i 
bianchi fiori in mezzo ai fiori di color perso (colore che è misto 
di purpureo e di nero, ma vince il nero: Gonv. , rv, 20); se 
egli è che i buoni abbiano ad essere confusi coi malvagi, mi 
è almeno di qualche conforto 1' essere caduto in esilio in- 
sieme coi buoni. 

E se non che per lontananza m è tolto dal viso il bel 
segno degli occhi miei, la sospirata Donna del mio cuore, mi 
sarebbe lieve a sostenere il grave esilio. Or chi è mai questa 
donna? Non certo la Beatrice, già morta da parecchi anni. 
Né tanto meno si può in essa veder raffigurata Firenze , es- 
sendo che V esilio da questa città riusciva men comportabile 



300 CANZONIERE. 

all'innamorato Poeta, perchè indi appunto veniva a farglisi 
lontano il bel segno degli occhi suoi. 

Cader tra' buoni è -pur di lode degno. Per fermo che 
l'Allighieri dovea tenersi contento del suo esilio, quando gli 
fosse toccato di cader tra' buoni. Se non che egli di nuli' al- 
tro più si rammaricò in tanta sua sventura , siccome della 
compagnia malvagia e scempia con la quale v' era caduto : 
Par., xvn, 62. 

Onde, s'io ebbi colpa, per la quale mi convenne, patire 
1' esilio , più mesi sono corsi già dacché fu spenta la colpa , 
se gli è che colpa pentita sia rimossa. Di che si verrebbe a 
conchiudere che Dante riconoscesse giusto il suo esilio e si 
fosse poscia pentito della colpa per cui l'ebbe meritato. Or 
questo sarebbe pur sufficiente per indurci a credere non es- 
sere propria di lui questa Canzone ; perocché egli grida forte 
« d' avere ingiustamente sofferto pena d' esilio e povertà » e 
soggiunge: « Poiché fu piacere dei cittadini della bellissima 
figlia di Roma, Firenze, di gittarmi fuori del suo dolcissimo 

seno per le parti quasi tutte, per le quali questa lingua si 

stende, peregrino quasi mendicando sono andato, mostrando 
contro a mia voglia la piaga della fortuna, che suole molte 
volte al piagato essere imputata. » Conv., i. 3. 

6. Ca,nzone, a' panni tuoi non ponga uova mano per aprire 
e veder quel che bella Donna chiude, il Vero simboleggiato 
in essa. Nel dolce pomo, essendo qui figurato il frutto del- 
l' utile verità, rammenta i dolci pomi promessi da Virgilio a 
Dante (Inf., xvi, 62), e quel dolce pome che per tanti rami 
Cercando va la cura de' mortali: Purg., xxvii, 115. Ma la 
frase ultima è del tutto disdicevole al delicato e austero ani- 
mo del nostro Poeta. 

Fatti di color nuovi (dice l'Autore alla sua canzone, che 
pareva di colore oscura e in abito dolente), e sì la esorta di 
mostrarsi or lieta a chi, amico di virtù, ne la prega. E le rac- 
comanda inoltre che il fiore, in apparenza sì bello, sia desi- 
derato ne' cuori amorosi e gentili, degna sede di virtù, di 
onore e cortesia. Insomma, il Poeta sembra che voglia conce- 
dere l'intelligenza della sua canzone solamente a que' pochi i 






COMMENTI. — PARTE SECONDA, 301 

quali, invaghiti della bellezza delle virtù, le amano e deside- 
rano di recarle in atto. Ma il concetto, contro all' usanza 
dell' arte propria di Dante, ivi non risulta espresso in deter- 
minata e precisa e bella maniera; sicché eziandio da questo 
lato mi parrebbe di doverla ascrivere ad altro poeta. Ognuno 
vegga e giudichi a suo senno ; io per me credo di poter vol- 
gere in certezza i miei dubbi, dappoiché il Tommaseo mi v'in- 
dusse col suo risponder breve e convincente. 

Canzone VII. — Pag. 2ì2. 

Amor, tu vedi ben, che questa donna. 

A proposito della presente e si grave Canzone, piacque al- 
l' Allighieri di ammonirne: Dedecet aulice poetantern nimia 
ejusdem rithimi repercussio, nisi forte novum aliquid atque 

intentatum artis hoc sibi prwroget; hoc nos facere visi 

sumusibi: « Amor, tu vedi ben, che questa donna: De Vul. 
Eh, ii, 13. 

St. 1. L'Amore^Qt che qui si accenna, è quello che muove 
sua virtù dal Cielo, e induce la mente dell'uomo a seguitare 
la verità e la virtù: Conv., in, 3. 

Questa donna, che in nessun tempo mostrava di curarsi 
della virtù d'Amore rispetto a Dante, è la Filosofia, i cui 
sguardi in prima gli parvero fieri e disdegnosi ; dacché essa 
non gli facea ancora intendere le sue dimostrazioni: Conv. , 
iv, 2. Ball. Voi, che sapete ragionar d' Amore. 

Che suol, la quale virtù d'Amore (disdegnata da questa 
donna, simbolo della Filosofia) suol farsi donna (signora, do- 
minatrice) dell' altre belle. 

E poi (poiché : Purg., x, 1) s' accorse eh' ella mi signo- 
reggiava per Amore, di che m' apparivano i segni in volto , 
si fece verso di me crudele in ogni modo. Con ciò l' Allighieri 
vuol farne conoscere che le difficoltà della Filosofia gli cre- 
scevano a misura dell' amoroso studio che assiduamente \i 
poneva. 

Piaggio d' Amore che al volto mi luce. « Deh ! bella 
Donna, che a' raggi d'Amore Ti scaldi, s' i'vo' credere 



302 CANZONIERE. 

a' sembianti , Che soglion esser testimon del core : » Purg., 
xxyiii, 43; Par., vili, 3. 

Sicché non par eh' eli' abbia cuor di donna, amoroso e 
gentile che è per natura, ma cuore di fiera, nel quale più si 
ammorzi il fuoco d' amore. 

Per lo freddo tempo, di verno. « E come gli stornei ne 
porlan l'ali Nel freddo tempo, a schiera larga e piena: » 
Inf., v, 40. 

Mi fa sembianti (mi si mostra) pur come una donna che 
fosse fatta d' una bella pietra, intagliata dal meglio artista. 
Ma or qui è da ridire che da principio essa Filosofia si parve 
a Dante fiera e disdegnosa, in quanto non poteva egli ancor 
intendere le sue persuasioni, né vedere le sue dimostrazioni: 
Conv., ni, 15. E questo medesimo concetto, benché in diversa 
guisa, viene espresso nelle susseguenti stanze di tutta la can- 
zone, dove l'Autore sembra che si proponesse di farne sen- 
tire, per l'asprezza e novità del verso, come gli fosse stato in 
prima faticoso e arduo lo Studio della Filosofia. • 

2. Ed io che son costante (saldo) più che pietra in ub- 
bidirti (parla sempre ad Amore), porto nascoso nel mio 
cuore il colpo della pietra, della donna, intendi, che ha il 
cuor sì duro come pietra. 

Con la qual mi feristi sì forte, quasi io fossi stato dura 
pietra, e ti avessi dato noia per lungo tempo. 

Talché (il grave colpo) mi giunse al core ove io son fatto 
pietra, rimasto insensibile ad ogni altro amore. 

E non mai per gl'influssi del sole o per la sua luce si 
scoperse alcuna pietra di tanta virtù, che mi potesse porgere 
aiuto a salvarmi da questa donna, sì impietrata nel cuore. Plinio 
s'avvisò che le pietre preziose attirassero la luce del sole e 
n' acquistassero virtù a produrre de' misteriosi effetti : Hist. , 
xxxvn, 60. Onde il Guinicelli cantò : Fuoco d' Amore in gen- 
til cor s' apprende, Come virtude in pietra preziosa. E Dante 
qui, come altrove, sembra accennare all' 'Eutropia (Inf., xxiv, 
85), la quale dicevasi avesse virtù di rendere invisibile chi la 
porlava addosso. 

Io non mi so difendere, nò trovo modo d'aiutarmi si, 






COMMENTI. — PARTE SECONDA. 303 

che questa donna disamorata non mi conduca a sentir di morte 
il gelo: Purg., xn, 30; Par., xni, 15. 

3. Signor, (Amore, il quale era in signoria del cuore 'di 
Dante) tu sai, che per Tingente freddo Y acqua diventa cri- 
stallo (prende di vetro sembiante) Là sotto tramontana, ov'è 
il gran freddo. Questo mi fa tenere per la miglior lezione 
quella del codice Palatino, che porta ingente freddo, invece 
di algente , che è nella Volgata. 

E l'aer (dove V umido vapore si raccoglie: Purg., v, 109) 
in quella fredda parte vi si converte in acqua , che è il 
freddo elemento, e così ivi regna la pioggia. L' umido vapore, 
sparso nell' aria, si trasmuta in acqua, Tosto che sale dove il 
freddo 'l coglie: Purg., v. 13. « La terra fa un suol che par 
di sma'to, E V acqua mortasi converte in vetro Per la fred- 
dura che di fuor la serra: » Canz. Io son venuto al punto 
della rota. 

Così dinanzi dal sembiante freddo di quella donna, che 
non si scalda ai raggi d'Amore, mi s' agghiaccia il sangue 
(rimango come smarrito) sempre eT ogni tempo, a tutt' ore e 
stagioni, dur ndo io lo stesso dall'estate al verno. 

E quel pensier che più m' aggrava, non vedendomi ria- 
mato, e così m' accorcia il tempo assegnato al mio vivere 
(Gonv., i, 13), m'è cagione di continue fatiche ed affanni. 
Talmente mi risolvo tutto in lagrime, che poi m' escono dagli 
occhi, onde la crudele donna entrò a indi signoreggiare il 
.fnio cuore. 

4. In lei s'accoglie d'ogni beltà luce; tanto la divina 
virtù si effonde nella Filosofia, che sue bellezze son cose mi- 
rabili. E gli occhi di color dov' ella luce, Ne mandan messi 
l' al cor pien di desiri, Che prendon aere e diventan sospiri: 
Ganz. Amor, che nella mente mi ragiona. 

Or come ogni beltà le splende in .volto, così in |cuore , 
ove non giugne la luce di Amore, le si aduna il freddo di tutta 
crudeltà, le si agghiaccia per crudeltà il cuore. I profondi se- 
greti della Filosofia sono verità, che l'intelletto umano mal di 
per se solo si attenta di penetrare. 

Perch ■, quando la miro negli occhi, ed eziandio in ogni 



304 CANZONIERE. 

altra parte che io la guardi, si mi si mostra bella, ch'io la 
veggo come fosse intagliata in pietra. 

Dagli occhi suoi mi viene il dolce fuoco d'Amore, che 
mi fa disdegnare ogni altra donna ; perocché là dove questo 
amore per la Filosofia splende, tutti gli altri amori si fanno 
scuri e quasi spenti. E però i filosofi tutte le altre cose, fuori 
che la sapienza, ebbero messe a non calere : Conv., in, 14. 

Cosi foss'ella più pietosa donna! verso di me, che di 
giorno e di notte prego che mi sia conceduto luogo e tempo 
solamente per servire lei (di e notte chiamo: Purg., vi, 13). 
In cambio di più pietosa, m'avviserei di dover leggere col co- 
dice Palatino un dì, perchè sino allora non sembra che cotal 
donna si fosse a Dante mostrata pietosa, benché ne fosse in- 
namorato a segno, che non soltanto vegghiando, ma dor- 
mendo, V avesse ne' suoi pensieri: Conv., ni, 1. 

5. Però, virtù (d' amore), che sei prima che tempo, Pri- 
ma che moto o che sensibil luce: giacché è 1' Amore eterno , 
che mosse il Sole e l'altre stelle, e di cotal guisa diede ori- 
gine al tempo. Questo ha la sua radice (e indi prende suo 
principio) nel primo Mobile, che più s' avviva nell' alito di 
Dio e ne' costumi /Par., xxvn, 118; Inf., i, 40; Conv., ix, 12. 

Increscati di me che ho sì trista sorte, che devo amare, 
non sentendomi riamato. 

Entrale in cuore ornai, si che cessi quel suo disdegno che 
mi perturba e lentamente consuma la mia vita. 

Che se mi ghigne lo tuo forte tempo; che se mai si rin- 
nova la mia ferita, quando la tua virtù, o Amore, piove in 
terra da tutti i cieli, allora (essendo io in tale stato, da non 
vedermi corrisposto nel mio amore) questa gentile pietra (la 
si nobile Donna) mi vedrà sepolto in poca terra per non più 
rialzarmi , se non dopo il tempo , Che del futuro fìa chiusa 
la porta: Inf., x, 109. 

Quando verrà il gran giorno che ciascuno ripiglierà 
sua carne e sua figura (Inf., vi, 98), vedrò se mai fu nel 
mondo una si bella donna come costei, che mi si fa veder 
tuttavia fieramente disdegnosa. 

6. Canzone, io porto nella mente (dove Amor mi ragiona} 



-v 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 305 

una donna di tanta bellezza, che, sebbene mi sia dura, quasi 
avesse cuor di pietra, mi dà baldanza (ad ottenere il suo 
amore), dacché rispetto a lei, mi par freddo ogni uomo. Per 
poco amore ch'ella mi abbia, a me basta sopra ogni altro che 
possa sorgere in cuor d'uomo : tanta freddezza m' è cara più, 
che non qualsiasi caldo amore. 

Siedi' io (per questa gran freddezza che scorgo nell'acerba 
Donna) ardisco a fare la novità, che luce (si mostra) per la 
forma la quale ti diedi (col ripetere sì inudite aspre rime), 
e che non fu giammai pensata ili alcun tempo. Questa so- 
perchia ripetizione di rime non si consentiva dal nostro Poeta 
nisi forte novum aliquid atque intentatum artis hoc sibi 
prceroget. E ciò per appunto egli n' afferma d'aver voluto al 
presente. Or quindi possiam prendere certezza, che la lezione 
degli ultimi due versi è quale stimai d'introdurre nel testo 

! con l'autorità di molti codici, escludendo come troppo con- 
fusa, se non erronea, la volgata: La novità che per tua ferma 
luce, Che non fu giammai fatta in alcun tempo. 

Del rimanente in tutta questa canzone , siccome nel.!' altra 
« Così nel mio parlar voglio esser aspro » e nella Sestina « Al 

; poco sole ed al gran cerchio d' ombra » l'Allighieri s'ingegnò 
di adoperare le più aspre rime per corrispondere alla diffìcile 
natura del soggetto. L'arte sua vi fa mirabile prova, e ne 
convince che a lui le rime si prestarono obbedienti, o le co- 

I strinse ad esprimere appieno i suoi concetti. Anco là dove lo 
sforzo si par manifesto, tuttavia il pensiero del Poeta e l'im- 
magine ch'ei più vagheggia, non rimangono oscurati; e nel 
faticoso lavoro dobbiam pure ammirare la mano del grande 
Artefice. Ma soprattutto in cosi fatti componimenti vuoisi vie 
più pregiare il nostro Dante, perchè ne rende visibile l'animo 
suo, innamorato tutto e solo della scienza, da dispregiare per 
essa ogni cura mondana e riguardar come dolce e desiderata 
qualunque malagevole fatica. Maggior sapiente la Grecia 
stessa forse noi vide., certo l' Italia non ebbe il secondo. 



20 



306 CANZONIERE. 



Canzone Vili. — Pag. 2i5. 

Io son venuto al punto della rota. 

Del tutto simile alla precedente si pare questa cannone : 
nella quale il Poeta ci rende ognora meglio palese com' ei 
prima sentisse diffìcile il ben addentrarsi nello studio della 
Filosofìa, e quanta virtù gli bisognasse per durar saldo nel 
proposito d' acquistare la bramata dottrina. I sentimenti più 
teneri e mossi di continuo da viva passione, la maestosa ar- 
monia del verso, le squisite immagini e la gravità dello stile 
rivelano qui pronta la mano del Maestro, signor d'ogni rima. 
E volle questi darne indi a conoscere cbe, per contrarietà di 
stagione e del tempo e d' influenze, si tenne pur sempre fermo 
nel suo nuovo amore. 

St. 1 . Io son venuto al punto della rota (del del che tutto 
gira: Inf., ix, 29) la quale, quando il Sol si corca, fa vedere 
per lo del nuove parvenze: Par., xiv, 71. Queste sono le 
stelle che come altrettante gemme adornano il cielo, e allor 
ci si mostrano all' orizzonte: Par., xviu, 117. Conciò si viene 
ad accennare il salire di prima sera, Quando colui che tutto 
il mondo alluma Dell' emisperio nostro si discende, E 'l 
giorno d'ogni parte si consuma, Lo del, che sol di lui pri- 
ma s' accende, Subitamente si rifa parvente Per molte luci 
in che una risplende: Par., xxi, 1. Le stampe leggono il 
geminato cielo, anzi che l'ingemmato cielo: ma questa le- 
zione, che di certo è la vera, si trae agevolmente dai codici, 
chi ben vi guardi. D' altra parte l'ingemmare, appunto nel 
significato in cui deve prendersi al luogo presente , è nella 
Commedia al verso citato (Par., xvm, 117; xv, 86), né quivi 
poi l' ingeminato cielo si presterebbe a manifestare gì' in- 
tendimenti del Poeta. Oltre a che non si vede come gli si 
possa attribuire significazione di gemino emisfero o di doppio 
o raddoppiato cielo. 

Dante negli allegati versi ne indica l'ora del tempo men 
propizio agli eccitamenti d'amore e più accomodato ai pen- 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 307 

sieri contemplativi, per mostrare che, ciò nonostante, la ménte 
sua gli ardeva del concepito affetto. 

Ch' all' orizzonte mi parve dover leggere, e non già Che 
V 'orizzonte, secondo che si legge comunemente. L'una e l'al- 
tra lezione può ritrarsi dai codici, in parecchi de' quali v' ha 
Dall' 1 orizzonte, ma io m'attenni a quella che giova a rendere 
vie più intero il concetto sovraccennato. 

E la stella d'Amor (Venere, il bel pianeta che ad amar 
conforta,... E de' raggi d'Amor par sempre ardente: Purg., 
i, 19,' xxvn, 96) si sta rimota (dal nostro, mondo) per lo 
raggio del sole che obliquamente a noi la inforca, e sì ne 
impedisce di scorgerla. Con ciò si viene a segnare il tempo, 
che Venere è guardata dal Sole, interposto fra esso pianeta e 
la Terra, che perciò riceve in minor copia le amorose influenze. 

E quel pianeta, che conforta il gelo (lo rafforza co' suoi 
freddi influssi) , Si mostra tutto a noi per lo grand' arco , 
pel cerchio meridiano. Nel qual ciascun de' sette pianeti fa 
poca ombra, dacché stando essi sul colmo del meridiano, 
mandano quaggiù più diretti i raggi loro. Qui ben si vede 
che il Poeta ne richiama il pensiero a Saturno, freddo pia- 
neta (Purg., xix, 3), il quale allora che si lascia vedere a noi 
e tiene il cerchio meridiano, diffonde maggiore la sua virtù, 
che anco ammorza il caldo d'amore. L'Allighieri intese per 
tutto ciò di significarci che quando il cielo per le influenze 
de' pianeti è men disposto ad infondere forza ad amore, ei ne 
serbava per altro tutti i pensieri nella mente, ritenendo ferma 
F immagine della donna si crudele. 

2. Levasi della rena d' Etiopia ( dalle calde arene : 
Purg., xxvi, 44, 73) Un vento pellegrin, diverso dai nostrali, 
e ci conturba l'aria, la sconvolge. E un cotal vento si alza 
appunto da quelle arene per gli avversi ardori (Inf., ix, 68) 
della spera del sole, che al presente le riscalda. 

Or questo infocato vento passali mare, dal quale asciuga 
molt' acqua, ^sollevandola in tante esalazioni, che poi trasporta 
sin a noi. Ond'è che, se altri venti non le contrastano e sper- 
dono, il nostro cielo prontamente riman chiuso tutto e occupato 
,. di umidi vapori: Purg., v. 118. 



308 CANZONIERE. 

E poi questa nebbia (gli addensati vapori) si risolve, e 
secondo che si incontra dove più o meno il freddo la coglie 
(Purg., v, 112), cade quaggiù in neve od in pioggia, Onde 
l'aere s'attrista tutto e piagne. Quanta poesia in questo verso! 
Inf., i, 57. 

Ed amore, raccogliendo le sue reti,, le ritira su al cielo, 
quasi il bel Pianeta si restasse dal mandare quaggiù gli amo- 
rosi influssi, per sottrarli alla furia del vento che si solleva. 
Ma non perchè il tempo si fosse tanto contrario ad amore, 
Dante senti meno attirarsi dalla sua bella e crudele donna 
che gli signoreggiava la vita. 

3. Fuggito è ogni augel , che pur seguita il caldo (vo- 
lando vèr V arene: Pur., xxvi, 44) Dal paese d'Europa, che 
non perde Le sette stelle gelide unque mai, il Carro di Boote, 
cui il seno Basta del nostro cielo e notte e giorno, Si che al 
volger del temo non vieti meno: Par., xin, 7. 

E gli altri uccelli, che rimangono nel suindicato paese, 
allora che è verno, han posto tregua ai lox^o canti, per non 
farli più riudire se non al tempo verde, al dolce tempo pri- 
maverile, che riscalda i colli e li fa tornar di bianco in vera e 
(Sest. Al poco giorno ed al gran cercìdo d'ombra). Ben po- 
trebb' essere che anco nel freddo tempo gli augelli facessero' 
quivi sentire lor voce, ma solo per cagione di guai. 

E tutti gli animali che son gai (amorosi) di lor natura, 
rimangono allora come liberi da amore, perchè il freddo che 
regna per tutto, ammorza, fa cessare il loro spirito, quello 
dov' è la fonte della vita: V. N., i. 

E il mio spirito, non che scemare, cresce d'amore ; pe- 
rocché i potenti e dolci pensieri di amore (Inf., v. 113) non 
mi sono tolti, né mi sono dati a tempo e per vicenda di sta- 
gione, ma costantemente mi vengono per una giovane donna. 
L' amore per la Filosofia, a guisa di fuoco, di picciola in 
gran fiamma s'accese nel cuore a Dante, sì che pensava di 
lei non solamente vegghiando ma dormendo, e solo per lei 
servire bramava la vita: Conv., m, 1. 

4. Passato hanno lor termine le fronde, germogliate per 
la virtù del Sole in Ariete, giacché le nostre piante quando 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 309 

casca Giù la gran luce mischiata con quella, Che raggia 
dietro alla celeste lasca, Turgide fansi, e poi si rinnovella 
Di suo color ciascuna: Purg., xxxii, 53. 

Per adornare il mondo, sorgendo allora Zeffiro dolce ad 
aprir le novelle fronde Di che si vede Europa rivestire: 
Par., xn, 48. 

E V amorosa spina, non per questo che la stagione dis- 
secchi ogni verde ramo, Amore me la trae fuori dal cuore. 
Amore, anzi, me la nutrica e mi fa desideroso di serbarla : 
ond' io la dimostro sempre viva, come per verdi fronde si di- 
mostra in pianta vita: Purg., xvm, 56. 

5. Per li vapori o calori (i quali sotterra traggono dal 
fondo dell' abisso su in alto molte esalazioni) le vene versano 
f umifere acque. Perocché le esalazioni dell' acqua e della 
terra, quanto posson, dietro al color vanno: Purg., xxxvni, 
100. Di qui è che bisogna leggere col codice Palatino le tira, e 
non già gli tira suso in alto, com' è nella Volgata. Questa ne 
obbligherebbe a intendere quivi li vapori per gli umidi va- 
pori, che il freddo converte in pioggia: quando invece devono 
significare i secchi vapori (Purg., xxi, 52) o vogliamo dire il 
calore (Inf., xxxih , 106), che trae seco quelle esalazioni. 

Onde 'l cammino al bel giorno (com'è nel caldo tempo) 
mi piacque; mi dilettò '1 camminare per quella via che ora, 
stante la molta pioggia, s'è fatta come un ruscello e sarà, 
finché duri il gran freddo a contrastare gli umidi vapori e 
condensarli in pioggia o neve. 

La terra fa un suolo risplendente a guisa di smalto, e 
V acqua morta, qual' è in un lago, si converte in ghiaccio 
simile a vetro. L' Allighieri nel ritrovarsi giù nel pozzo scuro 
sovra l'acque di Oocito, si vide innanzi E sotto i piedi un 
lago che per gelo Avea di vetro , non d' acqua sembiante : 
Inf., xxxii, 24. 

Per la freddura, pel gelo. « Ed un che avea perduto 
ambo gli orecchi Per la freddura: » Inf., xxxn, 53. 

Mentre che, insin che. « Sappi che se' nel secondo gi- 
rone E sarai mentre..., Che tu verrai nell'orribil sabbione: » 
Inf., xiii, 17. 



310 CANZONIERE. 

Ma sebbene tutti gli elementi si contrastino e sia il verno 
sì forte, non però io son tornato un passo a retro dalla guerra 
che mi muove Amore, né punto me ne ritraggo: tanto mi si 
è fatta gradita ! 

Che se 'l martire (che sostengo per tanta guerra) è dol- 
ce, se mi son dolce assenzio i martìri (Purg., xxm, 86) , mi 
deve essere oltre che dolcissima la morte. Ciò ne dimostra 
1' amore, anzi la passione, onde si accese il cuore di Dante 
per la Sapienza, si che ad acquistarla gli sembrava dolce ogni 
travaglio, dolce la morte stessa. Fami, freddi, vigilie, angosce 
di martìri, tutto gli parve nulla per ottenere il bramato te- 
soro: Purg., xxviii, 37. 

6. Canzone, quando per questi geli che 1' ammorzano 
in tutti, amore si rimane soltanto in me, or che sarà di me 
nella dolce stagione, allorché tutti li cieli s' accordano a pio- 
ver quaggiù gli amorosi influssi ? Certo io resterò come preso 
dal greto di morte, diverrò sasso, se duro pur sempre si serba 
il cuore della pargoletta che amo. A primavera i cieli son 
meglio propizi all' ingenerare di tutte cose, e il bel pianeta 
che ad amar conforta, par che allora singolarmente ravvivi 
di più i suoi raggi e indi le sue influenze. Del resto nulla ag- 
giungo a commentare la bellezza d'una canzone, che in ogni 
verso fa sentire il gran valore del Poeta invaghito della Filo- 
sofia. Gli dovette esser davvero ardua cosa d' entrare nelle 
profondità della scienza, e ce lo afferma nel Convito ; ma du- 
rando pertinace nel buon proposito , degli ostacoli si fece via 
a toccar la mèta cui agognava. E sì gli venne fatto di appro- 
vare in sé, che il vero filosofo ciascuna parte della sapienza 
ama, e la sapienza ciascuna parte del filosofo, in quanto tutto 
a sé lo riduce e nullo suo pensiero ad altre cose lascia di- 
stendere. Eccitato dall'assiduo amore per la sua Beatrice, 
Dante potè sublimarsi a queir amore, onde 1' anima si unisce 
alla Filosofia e la costituisce donna de' suoi pensieri e affetti, 
e ne attinge la vera felicità che per contemplazione della 
Verità si acquista: Conv., in, 11. 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 311 



Canzone IX. — Pag. 218. 

Amor, che muovi tua virtù dal cielo. 
Per crescer bellezza e dar più di magnificenza alla Can- 
zone, l'Allighieri avvisò che ai versi endecasillabi si dovessero 
talora accompagnare gli eptasillabi. Il che ei ne dichiara di 
aver fatto presentemente : Licet hoc endecasyllabum celeber- 
rimum Carmen videatur omnium aliorum, si eptasyllabi 
aliqualem societatem assumat, dummodo principatum obti- 
neat, clarius magisque sursum superbire videtur: De Vulg. 
EL, il, 5. 

St. 1 . Amor, che muovi (derivi, prendi, Inf., xi, 95) le tue 
salutevoli influenze dall' Intelligenza motrice della sfera di 
Venere , e quindi da Dio che fa ministra di sua Provvidenza 
la virtù trasfusa nei grandi corpi celestiali: Par., vili, 97. 
Ragionevole è il credere, che li movitori del cielo di Venere 
siano li Troni, li quali, naturati dell' amore del Santo Spi- 
rito, fanno la loro operazione connaturale ad esso, cioè lo 
movimento di quello cielo pieno d' amore. Per il quale mo- 
vimento prende la forma del detto cielo un ardore virtuoso, 
onde le anime di quaggiù s'accendono ad amare secondo la 
loro disposizione: Conv., n, 6. 

E questi influssi Amore gli attinge dal cielo , similmente 
che il Sole ne deriva il suo vivificante splendore, mosso che 
egli è da Dio e ordinato ad essere padre d'ogni mortai vita. 
Par., xxn, 106; xxxm, 145. Dio pinge la sua virtù.... in 
alcune cose per modo di splendore riverberato: Conv., m, 4. 
Mirabile è veramente ne' suoi effetti il Sole, perchè il 
valore o la virtù che per esso si spande nel mondo , s' appi- 
glia vie più là, dove il suo raggio discopre cose di maggior 
nobiltà, siccome sono le pietre margherite. Tanto che, se una 
pietra margherita è male disposta, ovvero imperfetta, quella 
virtù celestiale ricevere non può: Conv., iv, 2. A ciò meglio 
intendere si vuol sapere che in ciascuna specie di cose veg- 
giamo la immagine di nobiltà e viltà.... onde diciamo no- 



312 CANZONIERE. 

bile margherita e nobile qualunque cosa in sua natura si 
vede essere perfetta: Conv., iv, 15, 16. Si noti inoltre, che 
il Sole del valor del cielo il mondo imprenta (Par., x, 29), 
e indi riduce le cose a sua similitudi7ie di lume, quanto esse 
per la loro disposizione possono dalla sua virtù lume rice- 
vere: Conv., in, 4. 

E come il Sole fuga oscurità e gelo (mediante i colpi 
delti caldi rai: Par., li, 106), così Amore, di tanta nobiltà 
che è, e potente signore della virtù, discaccia la viltà dai 
cuori altrui, gì' innobilisce, riducendoli a similitudine della 
sua natura gentile: Conv., ni, 4. Buona è la signoria d'Amore, 
perocché trae lo intendimento del suo fedele da tutte le vili 
cose: V. N., xm. 

Né ira contro la virtù d' amore può durare a lungo , 
giacché la Sapienza umilia ogni perverso, e chi mira in essa, 
e se ne innamora, di viziato tornerà diritto e buono: Conv., 
ni, 15. Anco dinanzi a Beatrice, cui Dante mostra d'aver sem- 
pre serbato nobile amore, i vizi parve s'allontanassero: Fug- 
gon dinanzi a lei superbia ed ira: V. N., xxi. 

Da te convien che si muova ogni bene , Per lo qual si 
travaglia (s' affanna) il mondo tutto. Ciò vuol dire che da 
amore procede la virtù e la seguace felicità, che per tanti 
rami va cercando la cura de' mortali: Purg., xxvn, 116. 

Senza amore è distrutto ogni buono operare che abbiamo 
in potenza , perchè amore è sementa in noi d' ogni virtute 
(Purg., xvni, 104); le quali si giacciono morte, ove quel santo 
ardore non le ravvivi, producendole in atto. Or questo accade 
non altrimenti che pittura , collocata in parte dove il Sole 
non giugne, non può mostrarsi qual' è , né dilettare gli altrui 
sguardi colla bellezza de'colori e dell'arte che vi pose il mae- 
stro. Né la bellezza dell' anima, che è la virtù, si dispiega e 
apparisce, che per luce e influsso d'amore : Conv., in, 15. 

2. Feremi il core sempre la tua luce. La luce d'amore 
mai non cessava di penetrare e ferire il cuore al Poeta, come 
il raggio del sole ferisce la stella, che indi splende di lume 
riverberato. Nella scienza di Dante il Sole è fonte universale 
della luce (Conv., in, 7) di che poi tutte le altre stelle s'in- 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 313 

formano: ivi, h, 46. Or per somigliante guisa che le stelle si 
riferiscono al Sole, sono i cuori in risguardo ad Amore , le 
cui influenze ivi s' accolgono più o meno , al pari che la luce 
del Sole, derivata da uno fonte, è diversamente ricevuta dai 
corpi: Conv., in, 7. 

Ed alla forza d' amore 1' Alighieri soggiacque sì fatta- 
mente, che Amore divenne il potente signore della sua vita, 
di più in più sollevandolo dalla contemplazione della sensibile 
bellezza all' amoroso uso dalla Sapienza. 

Da cotanto amore, che con sua dolce favella ragionava 
nel cuore a Dante, traea vita un pensiero che il conduceva a 
rimirare ogni cosa bella, e prenderne tanto più diletto, quanto 
più bella gli appariva. Con questo egli, il Poeta, vuole che 
si conosca come il primo amore per la sua Beatrice gli sia 
stato cagione e avviamento a più sublime amore, ch'è quello 
della Sapienza. Il quale venne a dominargli l'animo grado a 
grado, perocché non subitamente nasce amore e fassi grande 
e perfetto, ma vuole alcuno tempo e nutrimento di pensieri, 
massimamente colà dove son pensieri contrari che possono 
impedirlo: Conv., n, 2. 

Per questo mio guardare m' è entrata nella mente una 
Giovane, ond'io son rimasto tutto acceso d'amore. È dessa 
la Filosofìa, la quale, benché da picciol tempo studiata, bastò 
ad attrarre e occupare tutti i pensieri dell' alto Poeta. 

Com' acqua per chiarezza (nitida: Par., ni, 14) riverbera, 
percossa che sia e accesa da fiamma viva; cosi a Dante parve 
che la sua Donna, al venirgli innanzi, raccogliesse negli 
occhi i raggi d' amore, e indi a lui li tramandasse. Tutta 
piena in sé d'amore, la Filosofia lo comunicava al suo amante, 
imperocché incontra che le passioni della persona amata 
entrano nella persona amante, sì che l'amor dell' una si 
tramuta nell'amor dell'altra, e cosi V odio e il desiderio e 
ogni altra passione. Ond' è che Dante, fatto amico della Fi- 
losofia, ad esempio di essa prese ad amare i seguitatori della 
verità e odiare i seguitatori dell' errore e della falsità per 
sola malizia delle cose: Conv., iv, 1. 

Accendere qui vale percuotere co' raggi. « Rivolto ad 



314 CANZONIERE. 

essi fa che dopo il dosso Ti stea un lume che i tre specchi 
accenda, E tomi a te da tutti ripercosso: » Par., n, 102. 

3. Quant' è nell' esser suo bella questa giovane, che m'è 
entrata nel cuore, e gentile negli atti e piena d'amore, altret- 
tanto e più la mia mente se la vien dipingendo nel suo inces- 
sante immaginare. Or qui vuoisi avvertire chela bellezza della 
Sapienza, che è corpo di Filosofia, risulta dall' ordine delle 
virtù morali che fanno quella piacere sensibilmente: Convito, 
in, 44. Ed è poi tanto gentile, che gli atti soavi ch'ella mostra 
altrui, Vanno chiamando amor ciascuno a prova In quella 
voce che lo fa sentire. Di costei si può dire, Gentile è in 
donna ciò che in lei si trova, E bello è tanto , quanto a lei 
somiglia: Canz. Amor che nella mente mi ragiona. Dov'è 
da sapere che il guardare questa donna (l'affissarsi nella 
Filosofia) fu a noi così largamente ordinato , non pure per 
vedere la faccia eh' ella ne dimostra, ma per desiderare e 
acquistare le cose che ne tiene celate: Conv., m, 44. 

E la mia immaginazione, soggiugne Dante, non che da 
sé medesima sia perspicace, quanto si convien essere a viep- 
più abbellire il concetto di cosi alta donna , ma ottiene dalla 
virtù d'amore di poter oltre a ciò che per natura ci si concede. 
Là dove il pensiero nasce d'amore, quivi l'anima profonda- 
mente più che altrove s' ingegna : Conv., ni, 4. È sua beltà 
(la bellezza di essa donna) conforto (aiuto, accrescimento) 
del valor d'Amore, in quanto cotal valore si può riguardare 
come effetto sopra degno soggetto, qual è una si grande e 
nuova bellezza. Non altrimenti, che al valore del Sole è con- 
forto un fuoco raggiante; il quale non gli dà né toglie virtù, 
ma lo fa altamente apparire di più salute (efficacia o bontà 
nell' effetto). Di qui è che la cera ai raggi del sole, aiutati da 
fuoco vivo , vie meglio e più presto si strugge. Insomma , 
Amore per quella nobile Donna diviene maggiore ne' suoi 
effetti, più potente nelle sue influenze. La celestiale bontà 
in tutte le cose discende, ma dove più, dove meno, secondo 
il modo della virtù propria di ciascuna cosa e secondo il 
modo del loro essere. E nella donna or tanto magnificata, 
la divina Virtù discende largamente e diretta come nelle 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 315 

intelligenze superiori: Conv., ni, 7. Quindi nasce la gran 
potenza che ella spiega nell' innamorarsi de'cuori e dominarli. 

Ho senz'altro preferita la lezione « raggio di fuoco » qual 
è nel codice Casanatense, perchè è del tutto richiesta dalla 
verità del concetto espresso. La quale non si potrebbe inten- 
dere né raccapezzare in alcun modo, ove si legga colla Vol- 
gata « segno di fuoco. » E parimente dovetti accogliere, invece 
di « in altro loco » la lezione « in alto loco » che si trae dal 
codice Ottoboni 2321, giacché viene in pronto a compiere il 
pensiero che per la similitudine si dichiara. 

4. Dunque (continua Dante, rivolto sempre ad Amore) 
Signor, di sì gentil natura, che questa nobiltà, e ogni altro 
ottimo dato e dono perfetto (Conv., iv, 20), lieva principio 
(prende origine) dal tuo divino Spinto, guarda la vita mia 
quanto è grave e affannosa, e muoviti a pietà di un si misero 
stato. Perocché il fuoco che da te discende, e onde io tutto 
ardo per la beltà di costei, mi si fa sentire troppo faticoso e 
quasi importabile al mio cuore. Duro è 1' amare senza essere 
riamato, e tale era Dante rispetto alla Filosofia, quando ancor 
•gli pareva acerba donna. 

Guarda la vita mia quant' ella è dura, richiama l'altro ; 
Guarda' la mia virtù s' eli' è possente: Inf., i, 12. Similmente 
« Mi fa sentire al cor troppa gravezza » può rammentarci 
quella bramosa lupa, che allo smarrito "Viatore porse tanto 
di gravezza Con la paura ch'uscìa di sua vista: Inf., i, 53. 
Amore è sì dolce nome, da parere impossibile che la sua 
operazione sia nelle più cose altro che dolce: V. N., xni. E 
perciò l'Allighieri lo prega che faccia sentire all' amata donna 
il gran disio, ch'egli ha di vederla. Di che si scorge come gli 
si faceva ognor più forte la brama d'intendere le dimostra- 
zioni della Filosofia. 

Non soffrire, Amore , deh non consentire che cotesta gio- 
vinetta mi tragga in fin di vita per tanto suo disdegno ! Pe- 
rocché ella non mostra ancora cT accorgersi quanto mi piace, 
e com'io l'amo di forte amore, e che ne' suoi occhi porta ciò 
che acquieta il mio desiderio. Gli occhi della Sapienza, come 
più volte si è detto, sono le sue dimostrazioni per le quali si 



316 CANZONIERE. 

vede la verità certissimamente, e d' onde risplende quella 
maravigliosa bellezza , che ciba gli occhi de' riguardatovi e 
loro mostra dei piaceri di paradiso: Conv., ni, 8. 

5. Onor ti sarà grande (prosegue Dante a così rendersi 
benevolo Amore) se m' aiuti ad acquistarmi 1' amore di co- 
stei, ed a me questo sarà ricco dono (grazia tanto preziosa) 
quanto ben conosco eh' io ne sono bisognoso, essendo ornai 
ridotto a tale stato, da non potermi più sostenere in vita. 
Certo le forze mi vengono meno al grande amore sì mal cor- 
risposto. Ma non perchè Dante sperimentasse in prima così 
gravoso lo studio della Filosofia, lasciò- di attendervi passio- 
natamente ; e la sua anima, pur fìssa nel pensiero della sì 
forte operazione , non restava dal dire : E non mi valse ch'io 
ne fossi accorta, Che non mirasser tal, ch'io ne son morta: 
Conv., ii, 11. 

Gli spiriti della mia vita sono combattuti da tal, ch'io ' 
non ragiono (dalla morte che tenta di cacciarmi l'anima fuor 
d' esto mondo). Né potrebbero guari stare senza partirsene 
tutti da me, se per tua volontà non han perdono, non otten- 
gono da te la grazia di rimanersi al luogo loro, procurandomi 
l'amore di quella donna sì perdutamente amata. 

E la viva potenza d'Amore si farà allora eziandio sentire 
in costei , che di tanto è ben degna ; imperocché par che si 
convenga di darle gran compagnia d' ogni bene. Or tutti que- 
sti beni non le mancheranno quando sarà posseduta da Amore, 
principio e cagione che è di tutti, e devono certo accompa- 
gnarla, dacché essa nacque e fu mandata quaggiù per signo- 
reggiar l'animo di chiunque la guardi. La Filosofìa, consi- 
derata dal nostro Allighieri come la donna gentilissima, 
figliuola dell' Imperatore dell'universo, è piena di tutte 
virtù, dotata di libertà, nobilitata siccome Angiolo ; e a chi 
ben vi rimiri cose appariscono nel suo aspetto, Che mostrali 
de' piacer di paradiso: Conv., in, 8. 

Alla sovresposta canzone, che è tutta e solamente intesa 
a dimostrarci il crescente amore e studio di Dante per la Filo- 
sofìa, si volle assegnare un Commiato, che non vi ha relazione 
né per il concetto, né per la forma e il contesto dell'intero 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 317 

componimento. D' altra parte questo non lascia nulla a desi- 
derare a sua perfezione. 

Canzone X. — Pag. 221. 

Io sento sì d' Amor la gran possanza. 
Nella canzone precedente il Poeta avea già detto che lo 
ardor di amore per la beltà della giovane Donna gli facea sen- 
tire al cor troppa gravezza. Or tanto gli era grave questa 
nuova potenza di Amore, che ei si avvisava di non bastare 
I sostenerlo più lungo tempo, quasi ei fosse ornai giunto al 
fine della sua possanza: Canz. La dispietata mente che pur 
mira. Così al rivedere la sua Beatrice sulla beata cima del 
Purgatorio, l'affettuoso Allighieri D' antico amor sentila gran 
potenza: Purg.., xxx, 39. 

St. 1. Sempre s'avanza, legge il codice Vaticano 2321, e 
.panni da anteporsi alla lezione comune « si pure avanza » per- 
chè indi si dimostra meglio il continuo accrescimento della 
virtù di Amore. 

Son meno ognora eh' io non soglio ; d' ora in ora io mi 
So consumando e sì mi cambio da quel di prima, che oggimai 
non sono più riconoscibile. La costanza dell'uomo nel proprio 
! essere si par bene significata in quello ; F. mi son quel eh' io 
\ soglio: Par., xn, 123. Ed è notabile che nella celebre canzone 
di Folcacchiero vi si incontra la stessa frase più spiegata : Io 
son quel eli' esser soglio. 

Più eh' io voglio è della Volgata, ma la lezione « quanfio 
voglio » che si ricava da più codici e specialmente dal suindi- 
cato , si conforma a ciò che si ripete e chiarisce nel verso 
seguente. 

Quella virtù che natura mi diede, le naturali mie forze; 
il podere che mi è permesso (Purg., xx, 126) essendo ristretto 
da limiti, finito, non basterebbe a sostenere tanto eccessivi 
effetti d' amore. Perciò al mio forte desiderio non terrà fede 
(verrà meno) il potere. La natura particolare (quella degl'in- 
dividui) è di fatti a certo termine finita: Con., iv, 9. 



318 CANZONIERE. 

Di buon voler nasce mercede, si ottien merito e com- 
penso, perocché alla buona volontà si deve avere rispetto 
nelli meriti umani: Conv., ni, 4. Questo libero arbitrio è il 
principio là onde si piglia Cagion di meritare in noi , se- 
condo Chebuonierei amori accoglie e viglia: Purg., xvni, G4. 

Ovunque io sento amore. Qui, come anco più sotto, 
sembra che ovunque voglia significare nel luogo in cui, indi- 
candovisi il cuore, dove i raggi d'amore doveano portar con- 
forto a tanto smarrimento e temperar con la dolcezza il molto 
amaro. Quello è il loco, dove i raggi degli occhi sì belli lascia- 
rono amore. 

% E i raggi che si partono dagli occhi belli sannoia via 
del mio cuore, ove già lasciarono Amore , di che sempre ardo. 

Perchè (laonde) se que' begli occhi si volgeranno a me 
amorosi, mi faran grazia, quasi mi campassero la vita. Ma 
se mi si nasconderanno, procacciati danno di colei cui sono 
in potere (della donna alla quale io son servente:), dacché io 
son fatto tutto cosa sua e solo per esser tale mi tengo in pre- 
gio. Io sono per lei servire e per lei, che è sì degna, ti dev* 
esser cara la vita mia; così Dante prega e si promette che 
Amore gli renda pietosa V acerba Donna, quell'anima gentil, 
in cui balìa era: Canz. Morte, Poi eh' io non trovo a cui mi 
doglia. 

E' miei pensier che pur d' amor si fanno, nascono de 
Amore, dove V anima profondamente più che altrove s' in- 
gegna: Conv., ni, 4. Tutti i miei pensier parlati d' amore j 
"V. N., xin. Or questi miei amorosi pensieri tutti s'indirizzano* 
a servir lei come al segno del loro ardente affetto. Per lo che 
bramo sì fortemente l'adoperarmi in servigio di lei, che se 
mi pensassi di servirla col fuggirmi da essa, mi sarebbe cosa 
leggera, io mi v'indurrei agevolmente, ancor che io sappia 
che ciò mi costerebbe la vita. Quanta potenza d' amore, quanta 
passione della verità ! E di tal guisa 1' uomo acquista valori 
a progredire nelle scienze e massimamente nella Filosofia. E 
per amore della Filosofìa il nostro Poeta si diede pur anco A 
studiarne tutte le scienze affini. Al desiderio di sapere, idtima 
perfezione della nostra anima, tutti di natura siamo soggetti 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 319 

(Conv., i, 1), ma quando un cuore n' è posseduto al modo 
che 1' Alligliieri di sé ne afferma e dimostra, allora è che gli 
fa pregustare quaggiù nelF amore e nell' aspetto della verità 
i piaceri di paradiso. Ecco le solenni sue parole : Quanto 
fosse grande il desiderio che Amore di vedere costei mi dava, 
né dire né intendere si potrebbe. E non solamente di lei era 
così desideroso, ma di tutte quelle persone che alcuna pros- 
simitade avessero a lei o per famigliaritade o per parentela: 
Conv., in, 1. 

3. Ben è verace amor quel che m' ha preso, E ben mi 
stringe forte, dacché io sono disposto a morire per esso. 
« Amor... prese costui della bella persona Che mi fu tolta:» 
Inf., v, 101. oc Leggevamo per diletto Di Lancillotto come 
amor lo strinse : » ivi, 127. 

Ed in cotal voler, di servire colei infino al segno d'averne 
a morire, fermato fui, mi sono stabilito, non appena il mio 
gran desiderio mi nacque per virtù, che m'influirono i raggi 
degli occhi belli dove s' accoglie ogni bene. 

Per virtù del piacimento, che è nel bel viso in cui s'ac- 
colgono tutti i beni. Piacimento qui denota 1' effetto della 
bellezza, ma nella strofa seguente significa la bellezza stessa : 
tanto è proprio di questa il dar piacere ! Di cotanto bella donna 
l' Allighieri disse , che si conveniva di darle d' ogni ben gran 
compagnia (Canz. Amor, che muovi tua virtù dal cielo) e che 
negli occhi singolarmente mostrava dei piaceri di paradiso: 
Conv., in, 15. aCosì l'animo preso entra in desire, Che è 
moto spirituale e mai non posa, Fin che la cosa amata il fa 
gioire:» Purg., xvm, 31. 

Le stampe e parecchi de' codici portano : « Che nel bel 
viso d'ogni bel s'accoglie » ed anco: « Che nel bel viso ogni 
beltà s'accoglie. Se non che la lezione, da me introdotta nel 
testo con l'autorità del codice Casanatense, giova al miglior 
compimento della sentenza che v' è inchiusa. Pur chi s' avvi- 
sasse di dover leggere « Dù ogni bel s' acccoglie i> potrebbe 
appoggiarsi a ciò che altrove si ragiona della sì mirabile don- 
na : In lei s' accoglie d' ogni beltà luce: Canz. Amor, tu vedi 
ben che questa donna. 



320 CANZONIERE. 

L'uomo può ben servir contro, talento (contro la volontà 
propria: Purg., xlii, 21, 64), mail mio servire è intero, con 
prontezza e dolce obbedienza; e quindi dev'essere più caro 
a lei per cui servire bramo la vita: Conv., i , 7. 

E se la giovinezza di lei (1' esser tuttora in età e modi 
a rispetto di me acerbi, e poco conoscente del mio servigio ) 
mi toglie il compenso che ne merito , aspetto tempo che mi 
si mostri più adulta nella sua ragione. Con questo il Poeta si 
prometteva che il laborioso studio della Filosofia, di più in 
più progredendo in bene , gli si trasmutasse in soave diletto. 
Solo temeva che il sospirato benefizio gli si tardasse troppo, 
tanto che non potesse si a lungo campare o difender sua vita 
da colei, che per giovinezza lo conduceva a morte: Canz. 
Amor, che muovi tua virtù dal cielo. 

4. Quand' io penso che da sì passionato amore mi si 
destò nel cuore un gentil disio che tutto mi tira a ben fare, 
panni d' averne ottenuto soverchio compenso. Dove la Filoso- 
fìa è in atto, si declina un celestiale pensiero, nel quale si 
ragiona questa essere più che umana operazione. Si fatto 
pensiero è uno spirito che viene dal cielo, a dare ad inten- 1 
dere, chenon solamente essa Filosofia, ma li pensieri amici 
di quella sono astratti dalle basse e terrene cose: Conv., in, 
14. E nel piacere della morale dottrina, onde la Filosofia 
deriva sua beltà, si genera appetito diritto, il quale ne diparte 
dagli vizi naturali, non che dagli altri, e ne rende seguaci 
delle virtù che sono beltà dell anima, e possono farla con- 
tenta: Gonv., in, 15. 

Così dinanzi agli occhi della donna, che della sua bel- 
lezza mi reca tanto piacimento, io m'accorgo che il mio ser- 
vigio, non che essermi di fatica, è premio che mi viene dalla 
bontà di lei a cui sono servente. A gran mercè l' Allighieri si 
ascriveva di poter tutto dedicarsi e servire all' amoroso uso 
della sapienza. 

Ma poiché io debbo starmi pur contento alla verità ,* 
non dir più né meno, conviene che un tal disio, il quale mi 
piega tutte le facoltà a ben operare, sia riguardato da me 
come servigio eh' io presto a lei. Imperocché , inspiratrice e 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 321 

maestra che m' è di bene, non vuole essere servita se non 
con opere di virtù, oneste e degne. 

Perocché s' io procaccio di compiere opere virtuose^ non 
penso tanto a ciò che a me s' appartiene , quanto a colei in 
cui potere io sono, avvisandomi così di crescere pregio a me 
stesso non per altra cagione, se non perchè io son proprietà 
sua, e bramo che ciò che è suo spieghi più di valore. Né io 
di nulla più mi tengo onorato, siccome dell' essere tutto in 
potere di lei, tutto cosa sua. L' amore della scienza, al modo 
che Dante ne palesa d' avere sentito , è tanto e così fatto, da 
non recarci più stupore, se egli potè concepire e condurre 
a perfezione il maggior Poema, dove la Verità e la Virtù 
siasi meglio rappresentata ne' suoi divini splendori. 

5. Non altri che Amore mi potrà rendere cosa degna di 
quella Donna che attira tutti i miei pensieri, e pur nondimeno 
sin qui non mi corrisponde all' amorosa mente. Acciò che 
alcuno possa dirsi filosofo, gli bisogna avere amore alla Sa- 
pienza, non per diletto od utilità, ma per onestà solamente 
senza altro rispetto. Il verace filosofo poi ciascuna parte 
I della Sapienza ama, e la Sapienza ciascuna parte del Fi- 
losofo , in quanto tutto a sé lo riduce e nullo suo pensiero 
ad altre cose lascia distendere. Ma poiché la Sapienza ama 
coloro che V amano, quindi possiamo argomentare che 
1' Allighieri nel suo nuovo amore non era ancora giunto a 
quella perfezione richiesta per essere riamato dalla Sapien- 
za: Conv.., iil, 11. 

Io non la vidi tante volte ancora, Ch'io non trovassi in 
lei nuova bellezza, perchè le sue bellezze sono al mondo 
nuove e crescenti, a misura che l' intelletto la riguarda e ne 
riceve più viva luce: Conv., iv, 12. Ciò si può ben dire delle 
Rime di Dante, le quali discoprono sempre maggiori bellezze, 
come di più in più altri vi studia e sovresse raffina il suo 
sentimento. 

Perchè egli avviene che tanto tempo dimoro in uno stato, 
pensando alla mia Donna, altrettanto Amore mi martira nel 
forte desiderio d'esser corrisposto (d'intendere il vero) e 
m' infonde poi dolcezza in quegli stessi faticosi pensieri. Or 

21 



322 * CANZONIERE. 

questo martirio e questa dolcezza, onde mi travaglio spesse 
volte, suol durare dal punto eh' io cesso di mirarla sino al- 
lora che la riveggo. Vuole pertanto egli significarne, che l' af- 
fannoso studio e la contemplazione della Verità gli porgeva 
pur tanto diletto, che avrebbe agognato di non {sviarsene , 
quasi per gustar sempre di quel Cibo, che saziando di sé, 
di sé asseta: Conv., iv, 22; Purg., xxxi, 129. 

6. Canzon mia bella, se tu mi somigli, e sei piena di 
amore, Tu non sarai sdegnosa Tanto, quanto si convien es- 
sere alla tua bontà, che è restìa di mostrarsi altrui. Al quale 
proposito ben si attenda che la bontà di ciascuno sermone 
è nella sentenza e la bellezza nelV ornamento delle parole, 
e che Yuna e V altra è con diletto, avvegnaché la boutade 
sia massimamente dilettosa: Conv., li, 42; 1,1. Ma questa è 
faticosa a penetrarsi e vuol essere lusingata molto, prima 
che s'insinui nell'intelletto altrui. Ed ecco perchè l'Allighieri 
considera la sua canzone come sdegnosa nella sua bontà, 
nascondendo essa sotto benda di parola oscura (per allegoria) 
assai profonda sentenza. 

Ond'io ti prego.... dolce mia amorosa (fatta come egli 
l'ha tutta di pensieri d'amore) che tu ti assottigli in pren- 
dere modo e via che si convenga a tua condizione, e t'abbia 
a meritare buone accoglienze. Se cavalìer , che non sia di 
quei falsi, malvagi e rei, che son nemici a leggiadria (Canz. 
Poscia ch'amor del tutto m'ha lasciato) t'invita o ti ritiene, 
prima che tu lo attragga col tuo piacere, attendi se il puoi fare 
de' tuoi seguaci, amatori di verità e di virtù. Se no, lascialo, 
partiti da lui prestamente , perchè quand' egli fosse buono e 
verace cavaliere, ti seguirebbe subito, poiché chi è buono 
sempre tiene suo corso, fa suo cammino co' buoni. Diche mi 
accerto, che la lezione del codice Casanatense e Palatino « sem- 
pre carriera tiene » dev'essere prescelta rispettivamente 
all' altra « sempre camera tiene » convenendosi essa meglio 
all'uopo. Di fatti qui si tratta del corso, che que'cotali cavalieri 
dovrebbero fare insieme con coloro, che la Canzone dichiara 
come della propria setta. 

Ma egli avvien che spesse volte altri si mette ciecamente' 



i 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 323 

(si getta) in compagnia di tali che pur vengono rifiutati , di- 
sdegnati da tutti per mala voce che di lor suona; e chi va 
con essi ne torna infamato a vicenda. 

Con rei non star ne ad ingegno ne ad arte, non conver- 
sare scaltramente con loro, dacché non fu mai sapienza il 
tenersi dalla lor parte. Tu non ti dimorare né prendi via, se 
non coi buoni, i quali solo potranno accoglierti amorevol- 
mente e pregiarti. Al luogo presente per cavalieri voglionsi 
intendere i valorosi e gentili amici della verità e della virtù. 
Del rimanente ogni verso, ogni frase e parola di tal canzone 
è sicuro indizio che non potè esserne artefice altri che Dante, 
in cui T amore della Sapienza e della Poesia si rifusero in 
uno, e la Verità produsse ed avvivò la virtù dell'eloquenza. 

Canzone XI. — Pag. 224. 

Cosi nel mio parlar voglio esser aspro. 

L' Alighieri procurava che le parole corrispondessero 
pienamente all'idea ed alla natura delle cose, perchè in cia- 
scuna cosa di sermone lo manifestare il concetto è più amato 
e commendato: Conv., i, 12. « S'io avessi le rime e aspre e 
chiocce, Come si converrebbe al tristo buco, Sovra'l qualpon- 
tan tutte V altre rocce, l' premerei di mio concetto il suco 
Più pienamente, ma per eh' io non V abbo, Non senza tema 
a dicer mi conduco: » Inf., xxxn, 1. 

St. 1 . Non esce di farètra Saetta, che giammai la colga 
ignuda. Nella Canzone « Amor , dacché convien pur eh' io 
mi doglia » v' ha pressoché il medesimo concetto : Fatto ha 
d'orgoglio al petto schermo tale, Ch' ogni saetta lì spunta 
suo corso, Perchè V armato cor da nulla è morso. 

2. Ma, come fior di fronda, Della mia mente tien la 
cima. Ella siede sovrana nella mia mente , dove la sua ni- 
mica figura rimane Vittoriosa e fera, E signoreggia la virtù 
che vuole: ivi, st. 2. 

3. Ciò che nel pensier bruca La mia virtù, sì che n'al- 
lenta V opra. Or questo mal governo, che di me fa Amore , 



324 CANZONIERE. 

sfronda, e così diminuisce il mio vigore, sì che eziandio l' ope- 
rare mi riesce lento; però io mi rimango quasi inerte. 

E quei d' ogni mercè par messo al niego , sembra che 
si ostini a negarmi ogni soccorso. Per verità, che quale aspetta 
prego e l'uopo vede, Malignamente già si mette al niego: 
Purg., xvi, 59. 

4. Egli (Amore) alza ad or ad or la mano per ferirmi 
con quella spada, ond' egli ancise Dido, e sfida (mette a 
cimento di morte) la debole mia vita. 

Mi tiene in terra d' ogni guizzo stanco , spossato nel 
duro contrasto fra la vita e la morte , d' ogni virtute spento : 
Ganz. Poscia eh' Amor del tutto m'ha lasciato. 

E 'l sangue, eh' è per le vene disperso, Fuggendo corre 
verso Lo cor che 'l chiama; ond' io rimango bianco, non 
altrimenti che fa V uom che spaventato agghiaccia: Purg., 
ix, 42. Lo viso mostra lo color del core , Che tramortendo 
ovunque può s'appoia (s' appoggia): V. N., xx. 

S' egli (Amore) alza un' altra volta la mano per vibrarmi 
il grave colpo, morte m'avrà chiuso ogni senso (in' avrà di- 
sfatto) Prima eh 'l colpo sia disceso giuso a ferirmi. 

5. Questa scherana micidiale e latra.... tanto dà nel 
Sol, quanto nel rezzo, ferisce del pari quando il sole la irrag- 
gia, come allora che si ritrova all' ombra , di e notte, in ogni 
tempo ella vibra le sue mortali saette. 

6. Pigliandole anzi terza, al principio del di (Purg., 
xv, 2) Con esse (trecce in mano) passere i vespro, e le squille, 
le terrei sino a notte. Tutto giorno mi sazierei a tirarle, così 
vendicandomi della micidiale ferita. 

7. Che m' invola Quello (la sua presenza) ond' io ho più- 
gola, più viva brama: Purg., x, 3. 

Il vigoroso stile di questa canzone, e 1' unità del concetto 
che la informa e i modi del dire breve e reciso, la palesano 
sicuramente cosa di Dante. E da essa anche s'avrebbe nuova 
ragione a credere ch'ei veramente fosse di natura trasmu- 
tabile per tutte guise. 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 325 

Sestina. — Pag. 227. 

Al poco giorno ed al gran cerchio al' ombra. 

Nel libro di Volgare Eloquenza V Allighieri dice che in 
questa Sestina tenne dietro ad Arnaldo Daniello, che quasi in 
le sue canzoni usò le stanze d'un' oda sola o canto, e senza 
guardare a ninna abitudine o relazione di rima: n, 10. 

1. E'I mio desio, per quanto che io sia giunto all'inverno 
•e biancheggino di neve i colli e l'erba si discolori, non cam- 
bia il verde (dura vigoroso), radicato com' è nella dura pie- 
tra e' ha sembianza di donna. « La nostra nominanza è color 
d' erba, Che viene e va, e quei la discolora, Per cui ell'esce 
della terra acerba: » Purg., xi, 115. E poco sopra il Poeta 
avea già sentito l'Oderisi esclamare: vanagloria dell'umane 
posse, Com 1 poco verde in sulla cima dura, Se non è giunta 
dall' etadi grosse : ivi, 91 . Altrove, volendo significare il tempo 
che qui ne resta di vita egli usa la frase : Mentre che la spe- 
ranza ha fior del verde: Purg., ni, 135. 

2. Similemente come neve là ove non batte il sole, que- 
sta donna, diversa dalle altre, Si sta gelata, non risentendosi 
al fuoco d' amore ."tanto gli parve fiera e disdegnosa! Ball, n, 
3, 23. Né ella si muove al sopravvenire della dolce stagione , 
•quando il sole vieppiù riscaldando i colli , li fa ritornare di 
bianco, che mostravano per neve, in verde col ricoprirli di 
fioretti ed erba. 

3. Perchè si mischia il giallo de'crespi capelli col verde 
-colore dell'erba, sì leggiadramente, che vi si posa Amore, 
il quale M' ha serrato trapiccoli colli (dove colei siede) Più 
forte assai, che la calcina non serra pietra in fra due pietre. 

4. Le sue bellezze han più virtù, che non è in pietra, 
per nobile che si voglia o preziosa nella sua natura. 

E dal suo viso, legge il codice Palatino, laddove le stampe 
portano : Onde al suo lume. Ma la vera lezione parrai risulti 
da tutte e due, e sia: Ed al suo lume; perchè la congiunzione 
v'è richiesta da quanto precede, e perchè poggio o muro non 
bastavano ad impedire il penetrativo lume degli occhi di 



320 CANZONIERE. 

quella donna , ma potevano bensì essere d' ostacolo a Dante 
per ammirarla in viso. 

5. Ond'io, per averla veduta cosi leggiadramente vestita 
a verde, la dimandai venisse meco in un bel prato d'erba E 
chiuso intorno d' altissimi colli. Ma a ciò fui mosso dal desi- 
derio eh' ella fosse innamorata siccome fu quando era don- 
na, e non dura pietra qual mi si mostra al presente. 

6. Questo legno molle e verde; così fatta quella donna 
gli parve, per essergli stata fiera e crudele in sua beltate: 
Ball. li, 23. 

Tutto il mio tempo, il tempo che m' è dato a vivere : 
Gonv., i, 3. Tutto mio tempo per tutta la mia vita è nel Con- 
vito là, dove l'Allighieri n'afferma eh' ei conversò col Volgare 
italico tutto auo tempo. 

Quandunque (dove che) i colli sotto verdi foglie e rami 
nigri (Purg., xxxiii, 110), fanno più scura ombra, quella gio- 
vane donna sì la fa prontamente sparire, come pietra sparisce 
sotto 1' erba. 

Ove ben si esamini un po' sottilmente, questa Sestina , 
apparirà del tutto allegorica. Perocché la giovane, bella e 
nuova Donna, che il Poeta suppone gli si mostrasse piena di 
disdegno e dura come pietra, è quella stessa di che si ragiona 
nella Ballata susseguente e in altre affini. Perciò qui mi par- 
rebbe superflua ogni maggiore dichiarazione. Bensì credo che 
più ancora della verità quivi manifestata , sia da attendersi la 
convenienza delle rime e il preciso e severissimo stile che il 
Poeta seppe usare all'uopo. Egli volle, e cel ridice altrove, 
essere così aspro, com'è negli atti quella bella pietra, La 
quale ognora impetra Maggior durezza e più natura- 
cruda. 

Ballata l.— Pag. 229. 

Voi che sapete ragionar oV amore. 

Questa, per avviso del Trivulzio, è la Ballata, nella quale 
1' Allighieri, cui la Filosofìa erasi mostrata fiera e superba 
alquanto, la chiamò orgogliosa e dispietata. Laddove nella 



i 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 327 

Canzone « Amor che nella mente mi ragiona » ei la fa umile, 
cosi attenendosi alla verità. Ma or quella Donna dell' intel- 
letto vien considerata secondo V apparenza, discordante dal 
vero, per infermità dell' anima, che di troppo disio era pas- 
sionata: Conv., ih, 9, 10. 

V. 1. Voi, anime libere dalle misere e vili dilettazioni 
e dalli volgari costumi, d'ingegno e di memoria dotate 
(Conv., il, 16), esperte nello studio della Filosofia, udite la 
mia Ballata inspiratrice di pietà. 

5. Tanto questa donna disdegna (cacciandolo da sé) qua- 
lunque la mira (ne investighi le dimostrazioni) che smarrisce, 
temendo di dover indi sostenere angosciadi sospiri per troppa 
fatica di studio e lite di dubitazioni. Le quali dal principio 
delli sguardi di questa donna moltiplicatamele sorgono, 
epoi, continuando la sua luce, caggiono, come nebulette mat- 
tutine alla faccia del sole: Conv., n, 16. 

9. Ma gli occhi di questa donna portano dentro di sé 
la dolce figura, Amore, il signore gentile (v. 15), che invita 
F anime gentili (capaci perciò di sentire amore) a chiedere 
mercede, con fiducia di ottenerla. 

11. «Sì virtuosa è (di tanta virtù) quella dolce figura (di 
Amore), che quando si vede, fa che il cuore sospiri d'amore. 
Le dimostrazioni della Filosofia, dritte negli occhi dell' in- 
telletto, innamorano V anima, libera dalle vili dilettazioni : 
Conv., il, 16. Gli occhi di color dov' ella luce Ne mandan 
messi al cor pien di disiri, Cheprendon aere e diventan so- 
spiri: Canz. Amor che nella mente mi ragiona. 

43. Par ch'ella dica: Io non sarò umile verso chi mi 
affissi negli occhi, perchè in queir atto lo attirerò si del tutto 
a me da non lasciargli più distendere i pensieri ad altre 
cose: Conv., in, 12. 

17. E certo io credo, che così gli guardi (i suoi occhi), 
li tenga a sé, disdegnando che altri li miri ; quasi per vagheg- 
giarsi a suo piacere, essendo ella di sé stessa innamorata. 
Imperocché la Filosofia, che è amoroso uso di sapienza, sé 
medesima riguarda, quando apparisce la bellezza degli occhi 
suoi a lei. E che altro ciò è a dire, se non che F anima filo - 



328 CANZONIERE. 

sofante contempla il suo contemplare medesimo e la bellezza 
di quello (rivolgendosi sopra sé), e di sé stessa innamora per 
la bellezza del primo suo guardare : Gonv., iv, 2. 

25. Ma quanto vuol nasconda Amore negli occhi suoi , 
e lo tenga pur custodito , da che ella non vuol lasciarmi ve- 
dere tanta salute. « Chi vuol veder la salute , Faccia che gli 
occhi d' està donna miri. » Veramente in essi è la salute, pa- 
la quale si fa beato chi li guarda e salvo dalla morte del- 
l'ignoranza e delli vizi: Gonv., n, 16. 

Perocché i miei desiri, così accesi, come sono, di veder 
in quegli occhi, avran virtù a contrastare e vincere il disde- 
gno che mi fa Amore, e allora potrò affìssarmici a piacere. 
Di che si discerne ben chiaro che l'Allighieri si prometteva 
di soverchiare con lungo studio le difficoltà della Filosofia e 
di rendersene per amoroso uso familiari e piacevoli le dimo- 
strazioni. Del rimanente 1' allegoria di questa graziosa Ballata 
risulta di facile spiegazione, ove si attenda a ciò che nel Con- 
vito l'Allighieri vien ragionando intorno alla Filosofia cui, 
dopo morta la Beatrice, rivolse tutto il suo amore. La lezione 
volgata porta mi dà Amore in luogo di mi fa Amore, che si 
ritrae dal codice Laurenziano (135, plut. xl), mi parrebbe as- 
sai più conforme al vero. 

Ballata II. —Pag. 231. 

Deh nuvoletta che in ombra d' amore ! 

Beatrice già si mostrò in sogno a Dante quale una Nuvo- 
letta portata dagli Angeli su ne' cieli : Canz. Donna pieto- 
sa, e di novella etade. Ed egli ora qui ne rammenta che 
quella Nuvoletta di subito (ne' suoi primi anni) gli apparve 
in immagine d' amore, come se gli rappresentasse Amore : 
sì lo somigliava: V. N., xxiv. 

"V. 3. Abbi pietà del cor che tu feristi.... Quel cor che iì 
begli occhi ferirò, Quando gli aperse Amor con le sue mani: 
Canz. jE" m' incresce di me sì duramente. 

5. Tu, nuvoletta, in forma piti che umana. Beatrice di j 
fatti non parea figliuola d'uomo mortale, ma di Dio : V. N. il. I 



COMMENTI. — PARTE SECONDA. 329 

8. Pur con atto di spirito cocente, spirito oV amore in- 
fiammato: Son. Di donne vidi una gentile schiera. 

9. Creasti speme che 'n parte mi sana della ferita, onde 
il mio cuore fu colpito da Amore. In luogo di m' è sana, se- 
condo che portano 1' edizione Giuntina e le altre successive , 
ho registrato mi sana, come si raccoglie da parecchi codici 
della Riccardiana, e parmi viemeglio concorde a quanto pre- 
cede. La speranza anticipa il godimento del bene verso cui 
si muove sicuramente: Con la speranza Si fece la mia sete 
men digiuna: Purg., xxi, 39. 

Laddove tu mi ride (quando tu mi dimostri il tuo riso , 
dove si vede dipinto Amore) Deh non guardare perchè a lei 
mi fide (non attendere la cagione per cui, fidandomi alla mia 
speranza, io mi prenda forza di rimirare quella bocca riden- 
te), ma drizza gli occhi (riguarda) al gran disio che m'arde, 
sì che più oltre non può aspettare. T affretta dunque di con- 
tentare la mia speranza, giacché molte donne, per essere state 
tarde al desiderio di chi le amava, dovettero poi sentir pena 
del dolore, onde l'amico loro fu sopraggiunto al vedersi indu- 
giata la consolazione del proprio desiderio. Io m'indurrei a 
credere fosse allegorica questa Ballata, dove s'accenna la 
mente innamorata degli occhi e del riso della Donna risve- 
gliatrice d' Amore. D' altra parte sappiamo che la donna in 
cui discende la divina virtù, a guisa che discende nelV An- 
giolo (Gonv., ni, 8), simboleggia la Filosofia, di cui amore 
sappiamo che è forma e soggetto materiale la sapienza, che 
è eterna; Conv., ni, 46. Dove poi la Filosofìa parla (è in atto) 
si dichina un celestiale pensiero , nel quale si ragiona questa 
essere più che umana operazione. È poi in ultimo da ricor- 
dare che gli occhi della Sapienza sono le sue dimostrazioni 
colle quali si vede la verità certissimamente; e il suo riso sono 
le sue persuasioni, nelle quali si dimostra la luce interiore 
della sapienza sotto alcun velamento: Conv., ni, 15. Quindi 
possiamo conchiudere che nell' esposta Ballata il Poeta volle 
dimostrare il suo amore alla Sapienza, ma che questa ancora 
■era restia a dimostrarglisi nella sua luce interiore, e sì a far- 
gli vedere la verità in tutta certezza. 



330 CANZONIERE. 



Sonetto I. — Pag. 231. 

Dagli occhi della mia donna si muove. 

Affine di prender il vero, nascoso in questa allegoria, s'ha 
prima da ridurre in mente , che lo nostro parlare è vinta 
dal pensiero, sicché lui seguire non puote, massimamente 
là dove il pensiero nasce d' amore , perchè quivi V anima 
profondamente più che altrove s'ingegna: Conv., in, 3. Ed 
è nel riguardare gli occhi della Sapienza che V umana perfe- 
zione s' acquista, cioè la perfezione della ragione. Bensì 
delle cose dimostrate dalla sapienza poco se ne può parlare, 
perchè, essendo alte e nuove, soverchiano il nostro intelletto 
e V abbagliano, sì che non basta ad affidarsi in esse. 

V. 5. E da' suoi raggi (del lume gentile che si muove 
dalla mia donna) discende tanta virtù (Conv., n, 8) nel mio 
cuore, che tremo di paura pensando alla fatica cui , signo- 
reggiato da quel? amore, dovrò soggiacere. « Chi veder vuol 
la salute, Faccia che gli occhi d' està donna miri, S'egli non 
teme angoscia di sospiri. » Ciò viene a dire ; se non teme la- 
bore di studio e lite di dubitazioni. Le quali dal principio 
delli sguardi di questa donna moltiplicatamele sorgono e 
poi, continuando la sua luce, caggiono, quasi come nebu- 
lette mattutine alla faccia del sole: Conv., u, 16. 

11. Gli occhi Che sentir prima questo gran valore della 
gentile donna in cui , siccome in Angelo , discende la virtù 
divina (Conv., hi, 14) che ridesta le menti, e le dispone al- 
l'amoroso uso della sapienza. 

12. Quando son giunto (dinanzi agli occhi della Sapien- 
za), allora i miei occhi, invece di rimirare e attingere luce a. 
vedere la verità, si chiudono ; e sì mi torna vano il desiderio I 
onde mi mossi. Con ciò si accenna le prove e riprove per cuij 
P intelletto s' affatica, e spesso invano, di rintracciare e com- 
prendere il Vero. 



COMMENTI. — TARTE SECONDA. 331 



Sonetto IL — Pag. 232. 

Per quella via che la bellezza corre. 

Per meglio entrare negl'intendimenti di questo sonetto, 
fa d' uopo variarne il costrutto. « Una donna baldanzosa , si 
come colei che si pregia d'esser bella d' un'amabile bellezza, 
crede di poter a sé attirarmi. Ma quando ella è giunta dinanzi 
alla mia mente, ode chi la ricaccia: perocché quella donna, 
che già mi siede nella mente, ebbe da Amore intera signoria. 
Ond' è che la nuova donna, piena di vergogna, se ne torna 
per la via d' amore ond'era venuta. Con ciò 1' Allighieri sem- 
bra di voler farci assapere com' egli, dappoiché l' amore della 
Filosofìa gli ragionava nella mente occupandola tutta, non 
Jasciò più sviarsene per altro amore a qualsiasi sensibile bel- 
lezza. Giacché dove regna queir amore, gli altri amori si 
fanno scuri e quasi spenti : Conv., in, 15. 

V. 5. Quella torre Che s' apre, quando V animo accon- 
sente pare che debba essere la mente o forsanco la ragione. 
« Quella gloriosa Beatrice tenea ancora la ròcca della mia 
mente : » Conv., n, 2. 

14. Tutta dipinta di vergogna. « E di trista vergogna 
si dipinse : » Inf., xxiv, 32. 

Sonetto III. — Pag. 232. 

Parole mie, che per lo mondo siete. 

Dante qui si rivolge alle sue Rime, composte in lode e 
per amore della Filosofia, le quali incominciavano : « Voi che, 
intendendo, il terzo ciel movete. » Questa, che è la prima delle 
canzoni allegoriche commentate nel Convito, vien pur ricor- 
data nel Paradiso: vili, 37. Per simile guisa l' Allighieri avea 
già indirizzato un componimento poetico alle Rime, ond' egli 
.andò parlando Bella Bonna gentil , che V altre onora : So- 
netto: « dolci rime, che parlando andate. » 

3. Quella Bonna, in cui errai. La particella in potendo 
valer lo stesso che contra (Inf., xxv, 14), dirittamente s' ap- 



332 CANZONIERE. 

pose il Fraticelli nello spiegare in cui errai per contro, la 
quale commisi fallo. Ed infatti il nostro Poeta non prese di 
subito a seguirla Filosofia, ma si lasciò prima sviar dietro 
a false immagini di bene: Purg., xxx, 131. 

6. Andatevene a lei (che vi è nota) Piangendo sì, ch'ella 
oda i nostri guai. La Filosofia era divenuta familiare a Dante 
(Ep., iv, 3), ma l'esilio ch'ei da più anni sosteneva, e la se- 
guace povertà, gli ritardarono quello studio si caro, ed anche 
lo trassero a dar mesta armonia alle sue Rime. 

8. Più che noi semo, non ci vederete. Con ciò ne induce 
a credere eh' egli si fosse risoluto di non più poetare di Filo- 
sofia, quasi che si vedesse costretto a distogliersi dall'abituale 
meditazione. 

9. Dico, che in quella Donna non v' è amore, perchè la 
Filosofia, nuovamente fiera e disdegnosa, non gli rideva né 
gli volgeva gli occhi; che è a dire, non gli lasciava intendere 
le sue persuasioni, né vedere le sue dimostrazioni: Conv., 
in, 15. Ma a prendere intero il concetto del Poeta, si noti che 
nel riso e negli occhi si mostra l'anima passionata d' amore. 

11. A guisa delle vostre antiche suore, delle dolorose 
rime, le quali furono scritte dappoiché Beatrice era ita Nel 
reame ove gli angeli hanno pace. 

12. Quando trovate donna di valore, alcun' anima, che 
possa credersi degno albergo della Filosofia: perocché quel 
valore, per lo quale l'uomo è gentile veramente, vien consi- 
derato quasi potenza di natura, ovvero bontà da quella data: 
Conv., tv, 2. In somma, il nostro Poeta vuol persuaderci che 
i suoi versi, sebbene disdegnati dalla Filosofia, alla cui altezza 
forse sentiva di non poter accostarsi, pur non gli parevano 
indegni di porgersi agli studiosi della sì ardua dottrina. 

Sonetto IV. — Pag. 233. 

E' non è legno di sì forti nocchi. 

Per discoprire e accertar la verità, riposta entro si bella > 
allegoria , il Dionisi ben ne richiama a quel luogo del Con 
vito, dove V Allighieri spiega come sia a intendersi la favol 



•; 



COMMENTI. — ^ARTE SECONDA. 333 

d'Orfeo. Il quale facea con la celerà mansuete le -fiere, e gli 
arbori e le pietre a se muovere: in ciò ammaestrandoci, che 
il savio uomo collo strumento della sua voce fa mansuescere 
e umiliare li crudeli cuori e fa muovere alla sua volontà 
coloro che non hanno vita di scienza e d' arte: Conv., n, 1. 
Che significhino poi gli occhi della Filosofia, già s'è veduto che 
sono una stessa cosa colle sue dimostrazioni. Il nostro Poeta 
adunque or volle dirne che la "Filosofia può innamorare di 
sé anche coloro che, non avendo vita di scienza e d' arte, 
sarebbero mal pieghevoli , anzi duri a sentirne la tanto 
efficace virtù. 

V. 3. Està crudel che mia morte perpetra , procaccia ; 
dacché i suoi occhi m'hanno concio sì, che non s' aspetta 
Per me, se non la morte che m'è dura. 

7. Onde 'l convien morir. Gli è forza eh' ei resti morto 
per V ignoranza e i vizi (Conv., n, 16) : perocché il misero 
si trafitto, mai non ottien mercè, che il suo debito (che è di 
sostenere quella morte) pur si spannocchi, scemi, s' allegge- 
risca, non ch'ei possa mai cessare. Spannocchiare, che è 
propriamente levar dallo stelo la pannocchia, ben fu qui 
tratto dal Fraticelli a significazione di affievolire , ma forse 
ch'egli insieme col Dionisi prese poi abbaglio nel riferire « suo 
dover » alla Filosofia, anziché all' attento discepolo di essa. A 
schiarimento della data interpretazione, occorrono questi luo- 
ì ghi della Commedia... Ancor non sarebbe II suo dover per 
penitenza scemo: Purg., xm, 24. L'amor del bene scemo Di 
suo dover quiritta si ristora: ivi, xvn, 85. 

11. Che suo fedel nessuno in vita serba? Perchè quanto 
più 1' uomo ama la Filosofìa e più gli fa ella sentire delle sue 
benefiche influenze , cacciandone ogni di più l'ignoranza ed i 
vizi. Dove quel sì divino amore splende, gli altri amori si 
fanno scuri e quasi spenti: Conv., m, 15. Per amore in que- 
sta allegoria sempre s' intende esso studio, il quale è appli- 
cazione dell' animo innamorato della cosa a quella cosa : 
Conv., in, 16. 

12. Ed è contra a pietà tanto superba, si fiera e disde- 
gnosa, che qualunque si distrugge nello studio della Sapienza, 



334 CANZONIERE. 

questa non gli lascia più vedere le sue dimostrazioni , anzi 
gli suol nascondere le verità più sublimi. Imperocché il nostro 
intelletto , aiutato dalla sapienza , può salire d' una in altra 
verità, ma appunto allora incontra sì alte cose, che per troppa 
luce lo soverchiano e abbagliano. La Sapienza non può fare 
quaggiù V uomo beato (renderlo del tutto vivo a ogni verità) 
non potendo a lui certe cose mostrare perfettamente. 
Conv., in, 15. Le due terzine panni che debbano essere di- 
sposte un po' meglio, non fosse altro per corrispondere alla 
solita arte del nostro Poeta. Ma chi ripensi agli alti concetti, 
nobilmente e fortemente espressi in questo sonetto, non po- 
trà star punto dubbioso di scorgere in esso 1' accorta mano 
del sovrano maestro. Dante ha un suo proprio sigillo e cosi 
splendido, che si fa prontamente conoscere e rispettare. 



PARTE TERZA. 



Canzone I. — Pag. 235. 

Amor, dacché convien pur eh' io mi doglia. 

Questa canzone porta cosi espressi e visibili i caratteri 
di Dante , che non potrebbe recarsi ad altro autore. Bensì 
l'amore, di che vi si ragiona, è assai diverso da quello onde 
egli fu acceso per Beatrice o per la Filosofia. Ed a viemeglio 
accertarlo si ponga mente che l'AIlighieri, non appena esa- 
lando giunse alle sorgenti dell' Arno, sentì risvegliarsi amore 
verso una bella donna del Casentino. Il che ei ne rafferma 
nella sua lettera a Moroello Malaspina. Ora, insieme col Witte, 
il Torri e il Fraticelli s'avvisarono, che la poesia, accompa- 
gnata ad essa lettera, ben debba ravvisarsi nella canzone pre- 



COMMENTI. — PARTE TERZA. 335 

sente; né da siffatto parere si discosterà chi voglia paragonare 
e pregiar le parole del veridico Poeta. 

St. 1. E mostri tne d' ogni virtute spento , senza forza, 
onde resistere all' amore che mi signoreggia. « Regnet itaque 
■amor in me, nulla refragante virtute:y> Ep. Domino Moro elio 
March. Malaspina?, § ti. Affine di penetrare gì' intendimenti 
di questa canzone, gioverà di raffrontarla con 1' altra: E'm'in- 
■eresce di me si duramente. 

Dammi savere a piangefcom' ho voglia. Questa lezione 
«he è del codice Riccardiano 1100, mi sembra assai più con- 
forme al vero, che non la volgata: Dammi savere a pianger 
come voglia. Di fatti non era mestieri che Dante chiedesse ad 
Amore voglia di piangere, quando il pianto già gli abbondava, 
espresso dal vivo e angoscioso dolore. 

Si che 'l duol che si snoda, Portiti le mie parole 
{l'esprimano), come il sento. ". Si ch'io sfoghi il dolor che'l 
cor m' impregna: » Inf., xxxm, 113. 

Chi crederà eh' io sia ornai si cólto ? cosi vinto , preso 
allaccio d'amore, da non poter esprimere l'interno af- 
fanno. 

Che se intendesse ciò eh' io dentro ascolto, le vive parole 
•corrispondenti al mio dolore (che tien forte a sé V anima 
volta : Pur., iv, 8), si muoverebbe a compatirmi. 

2. Nell'immagine mia, nella mia immaginazione. « Del- 
l' empiezza di lei che mutò forma Neil' uccel, che a cantar 
più sì diletta, Nell'immagine mia apparve V orma: Purg., 
xvn, 19. Così , come non m' è possibile vietarne il pensiero , 
non posso impedire che la figura di quella rea donna non 
mi venga in mente. 

Poi V anima riguarda la bella e rea figura, e quand'ella 
è ben piena del gran disio, che le deriva da tal vista, s'adira 
contro se medesima , per essere stata -cagione dell' amoroso 
fuoco, onde poi tutta ardendo, piange e s'attrista. E conobbe 
il disio eh' era criato Per lo mirar intento ch'ella fece: 
Ganz. E' m' incresce di me si duramente. 

Ove tanta tempesta in me si gira. A questa comune 
lezione anteporrei quella del codice Riccardiano 1100 «e in 



336 CANZONIERE. 

ine s'aggira, » che mi sembra più al caso e di una maggiore 
evidenza. 

L' angoscia, che non cape dentro, spira Fuor della bocca 
sì eh' ella s'intende: tutta si disfoga in sospiri e in pianto. 
Pianger di doglia e sospirar d' angoscia Mi strugge il core, 
ovunque sol mi trovo: V. N., xxxn. 

3. La virtù che vuole, la mia volontà. « Per non soffrire 
alla virtù che vuole Freno a suo prode, Quell'uom che non 
nacque, Dannando sé, dannò tutta sua prole: » Par., vii, 25. 
Dante vuol indi farne intendere che la nimica iìgura (e per- 
chè bella, piacente a se stessa) lo costringeva a cercare dove 
ella si trovasse in essere verace. 

Va co' suoi pie colà, dov' egli è morto, va dinanzi a 
quegli occhi, onde viene l'amoroso lume che gli dà morte. 

4. E se V anima toma poscia al core, onde (come da 
sita dimora') s'era divisa, e m'ebbe lasciato senza vita, co- ; 
nosce che in quello stato rimase quasi tolta a se stessa, fuori 
d' ogni conoscenza e memoria. 

E mostra poi la faccia scolorita (dacch' ei tremava tutto 
di paura) Qual fu quel tuono che mi giunse addosso (la fe- 
rita che mi percosse a morte). « Oh quam eius (illius mu- 
lieris) admiratione obstupui! Sed stupor subsequentis toni-\ 
trui terrore cessavit. Nam sicut divinis corruscationibus- 
illieo succedimi tonitrua, sic, inspecta fiamma pulchritudinis 
eius, Amor terribilis et imperiosus me tenuti: » Ep. cit., n. 
Così m'hai concio Amore in mezzo V Alpi (del Casen- 
tino) Nella valle del fiume (Arno).... Mercè del fiero lume, 
che folgorando fa via alla morte, « Gum primum pedes 
iuxta Sarni fluenta securus et incautus defigerem, subito, 
heul mulier , ceu fulgur descendens, apparuit, nescio quo- 
modo, meis auspiciis undique , moribus et fortuna? confort 
mis: » ib. 

6. montanina mia Canzon, tu vai; Forse vedrai Fidt 
renza, la mia terra, Che fuor di sé mi serra, Vòtad'amore 
e nuda di pietate. Indi ben si argomenta che l'Allighieri 
dovette aver composta questa Canzone in mezzo alle Alpi del 
Casentino, quando non era ancor piegata, non che vinta, la 






COMMENTI. — .-PARTE TERZA. 337 

crudeltà che lo serrava fuori del bello Ovile, ov' egli dormì 
agnello, Nimico ai lupi che gli danno guerra: Par., xxv, 3. . 

Canzone li. — Pag. 238. 

patria, degna di trionfai fama! come quella che nel 
suo crescere (nel montar su) vinse la stessa Roma pur tanto 
magnificata pe' suoi trionfi (Par., xv, 109), e che si celebrò 
qual madre de' magnanimi e valenti nel porre V ingegno a 
ben fare: Inf., vi, 84. 

St. 4. Più che in tua Suora, soverchia il dolore nel tuo 
seno; talché, come già vincesti Roma nell'ardue opere di gran- 
dezza, or la vinci nel calare e correre a rovina : Par., xv, 414. 
Firenze vien qui riguardata solamente come Suora, quando 
invece nel Convito si predica come bellissima e famosissima 
figlia di Roma: i, 3. Forse il Poeta quivi pensava alla semenza 
santa di que' Romani che rimasero prima in Firenze: Inf., 
xv, 76. Laddove al luogo presente sembra che rivolga pur 
il pensiero al simile modo con che esse due città vennero 
I crescendo di virtù e di gloria. 

Qualsiasi de' tuoi figli, che ami di vederti in onore, al 
I sentire le tue opere inique, s'attrista e si vergogna. Le opere 
ì ladre qui ne richiamerebbero anche in mente quell'ironia, 
piena di disdegnosa amarezza: Godi Firenze, poi che se' sì 
grande, Che per terra e per mare batti V ali, E per lo in- 
ferno il tuo nome si spande. Fra li ladron trovai cinque 
cotali Tuoi cittadini, onde mi vien vergogna, E tu in grande 
onranza non ne sali: Ini., xxxi, 4. 

Luci bieche e torte. Ciacco, disdegnando di più oltre 
parlare con Dante , li diritti occhi torse allora in biechi : 
Inf., vi, 91. 

Alza il cor de' sommersi, solleva i buoni, la cui lumiera 
non dà nullo splendore, Ma stan sommersi, ed è spregiata 
la loro virtù come vii fango. 

Il sangue accendi a giusto sdegno e punisci i traditori ; 
sicché di nuovo ti adorni quell' affezione, per la quale io or 



338 CANZONIERE. 

muovo le mie parole a biasimarti. In essa affezione sorge e 
germoglia ogni bene e vi si conserva : Con pura unita fede 
tornerai beata. 

2. Tu felice regnavi al tempo bello, quando , contenta 
dentro dall' antica cerchia, Ti stavi in pace, sobria e pudica 
(Par., xv, 98), e i tuoi concittadini vollero che le virtù fos- 
sero colonne allo Stato, sostegno e bellezza del viver civile. 

Madre di loda (de' magnanimi che ti fecero salire in 
onore) e di salute ostello, sede di gente felice. « A cosi ri- 
posato, a così bello Viver di cittadini, a così fida Cittadi- 
nanza, a così dolce ostello » il buon Cacciaguida esultò d'es- 
sere nato: Par., xv, 130. 

E le sette donne, le sette Virtù le quali, come donne, 
apparvero a Dante intorno al Carro trionfale veduto nel Pa- 
radiso terrestre. Difatti le prime tre dalla destra ruota signi- 
ficano le Virtù teologali, e le altre quattro dalla sinistra ren- 
dono figura delle Virtù cardinali: Purg., xxix, 121. 

Fuori i leai Fabrizi. L'AUighieri non pur nella. Monar- 
chia, ma e si nel Coìivito e nella Commedia , esalta il buon 
Fabrizio; perchè con povertà volle anzi virtute, Che gran 
ricchezza posseder con vizio: Purg., xx, 25. 

disnorata te, specchio di parte ! « misera patria 
mia, quanta pietà mi strigne per te , qualvolta scrivo cosa 
che a reggimento civile abbia rispettol Conv., iv, 27. Queste 
grida metteva Dante dal suo cuore , dacché vide in elfetto 
che la sua Firenze, per la concetta ira di Marte , era tuttora 
in discordie e fatta trista: Inf., xui, 143. 

Poiché se' aggiunta a Marte , travagliata da continue 
discordie, nemica di pace, punisci in Antenora (Inf., xxxn, 
88) insieme coi traditori qual verace cittadino non seguita la 
deserta e avvilita insegna del tuo Giglio. Vedovo qui sta in 
luogo di misero, invilito. 

3. Dirada in te le maligne radici, i tristi che hanno 
disonorato il tuo Giglio; né altro devi volere, se non che i 
virtuosi trionfino. «.Molti han giustizia in cor, ma tardiscocca, 
Per non venir senza consiglio all' arco » (Purg., vi, 130), e 
questi debbono essere esaltati ai civili uffici. 






COMMENTI. — PARTE TERZA. 339 

Segui le luci di Giustiniano, le léggi', onde quel savio 
Imperatore, racconciò il freno all'Italia (Purg., vi, 8), dac- 
ché d'entro alle leggi trasse il troppo e il vano (Par., vi, 13), 
e per esse dispose le genti a vita civile. 

Focose e mal ghiste parvero a Dante le leggi di Firenze, 
e gliene diede aperto rimprovero: Fai tanto sottili Provvedi- 
menti, che a mezzo novembre Non ghigne quel che tu d'ot- 
tobre fili: Purg., vi, 442. 

Le leggi vogliono esser corrette con discrezione (coli' oc- 
chio, mercè cui la ragione apprende la differenza delle cose 
in quanto sono ad alcuno fine ordinate: Conv.,i, 11), e con 
amore e zelo della giustizia. 

Non recando a' tuoi ben, agli uffici tuoi e ai ricchi doni, 

chi non se ne rende degno, crescendoti con sue virtù pregio e 

onore. E tu, mia Firenze, non essere ribelle (nimica) a virtù, 

e singolarmente alla Prudenza richiesta al buon reggimento 

.civile: Par., xm, 104. 

4. Se questo fai, se accoglierai in Te ogni virtù, regne- 
rai onorata, in pace e gloriosamente felice. E il tuo nome , 
Fiorenza, che ben ti s' addiceva quando molti de' tuoi citta- 
dini ti fiorivano in tutti i loro gran fatti (Par., xvi, 111) e che 
ora sì mal ti si reca, per nuove opere degne ti potrà essere a 
ragione appropriato. 

Restituita in pace, e lieta di fraterno amore, allora in 
te,o mia patria, ognuno che segga al Governo e ottenga 
lode, il sarà degnamente, per merito verace, e ridiverrai 
gloriosa maestra al mondo e dispensatrice di civile sapienza. 

Ma se non muti guida alla tua nave (al tuo -Governo : 
Purg., vili, 80; xvi, 94), devi attenderti maggior tempesta, 
che non furono quelle si lagrimabili e lamentate, cui già do- 
vesti soggiacere. 

Lupa rapace è qui chiamata Firenze, e come lupi male- 
detti condanna 1' Allighieri i suoi Fiorentini (Purg., xiv, 50), 
singolarmente quelli, che davano guerra al bello Ovile, onde 
egli si credette ingiustamente cacciato: Par., xxv, 4. 

5. Tu te n' andrai, Canzone, ardita e fera (orgogliosa : 
Gonv., ni, 15), poiché ti guida Amore (che mi mosse a forte- 



340 CANZONIERE. 

mente sgridarti), dentro la Terra mia, al cui pensiero 
piango e m' attristo : tanto son gravi i danni di che tiri si 
mostra oppressa ! 

Ai buoni, che si giacciono calcati e nascosi, grida: Sor- 
gete, che per voi suona la tromba! (Inf., xix, 5) e prendete 
l'armi ad esaltare la Patria nostra, liberandola dai malvagi 
cittadini. 

E la divorati Capanèo e Crasso, Aglauro, ecc., dacché Su- 
perbia, Invidia ed Avarizia sono Le tre faville e' hanno i cuori 
accesi: Inf., vi, 75. La superbia vien figurata in Capanèo , 
Inf., xix, 63), V avarizia in Crasso (Purg., xx, 117) e in 
Aglauro l'invidia (Purg., xiv, 139), ma solo in particolare e 
determinata maniera. Simon Mago poi e il falso Sinon greco 
da Troja (Inf., xxx, 98) indicherebbero, l'uno, la simonia, e 
V altro, la falsità, come in Macometto cieco sarebbero raffi- 
gurati i seminator di scandalo e di scisma: Inf., xxviii, 35. : 
Questi vizi albergavano nella città, che in sull'entrata (al 
passo) teneva la perfidia e la tirannia, Giugurta e Faraone. 

Poi ti rivolgi a' cittadini giusti (che giacciono som- 
mersi e non vi sono intesi: Inf., vi, 73) piegando si, che ella 
(la mia Firenze) ognora si faccia più augusta., cresca in si- 
gnoria, e per leggi e bontà di governo civile divenga l' Inse- 
gna del mondo. Meglio che la volgata <s a'citladin suoi giu- 
sti » parmi che sia da accogliersi la lezione del codice Maru- 
celliano 152 « a' cittadini giusti. » 

Amore di patria e un vivo zelo della giustizia accende e 
guida il Poeta in tutta questa Canzone. La quale ciò nondi- 
meno, si nella tessitura e neh' armonia del verso e si nello 
stile , dipartesi alquanto dalle altre tutte che si conoscono 
proprie dell' autore del Poema sacro. Trova bensi il suo mi- 
glior riscontro nella Canzone: « Tre donne intorno al cor mi 
son venute. » Ed ambedue mostrano squisitezza di artificio, 
né si potrebbero ravvisare disconvenienti al gran Poeta. — On- 
d' è che, specialmente quest'ultima, fu trascelta dal Perticali 
come sigillo e degno compimento alla sua elequente Apologia 
ò.n\X Amor patrio di Dante. 

Questo aveva io raffermato nella prima edizione de' miei \ 



• COMMENTI. — PARTE TERZA. B41 

commenti al Canzoniere di Dante, non sapendomi risolvere 
di negargli nna poesia inspirata da tanto amor patrio e rico- 
nosciuta per autentica da letterati di gran valore e chiari di 
nome. A rimuovermi per altro da qualsiasi dubbio migiovò as- 
sai la franca parola dell'egregio professore Giosuè Carducci, 
il quale non si tenne dall' asserire che una siffatta Canzone 
« per lo stile soverchiamente rettorico e dissoluto e per certi 
nomi simbolici levati dalla stessa Commedia, non può credersi 
cosa degna di Dante, ma piuttosto fattura di un Rimatore della 
seconda metà del trecento. » Or chi fosse costui, se un tal 
Alberto della Piaggentina od altri, lascio il ricercarne a più 
severi e pazienti studiatori di Codici, dacché a me non spetta 
se non di proporre all' esame altrui quelle ragioni, ond'io mi 
indussi a ritenere per apocrifa la sì celebrata Canzone. La 
critica, cui mi attengo inviolabilmente, m'ò somministrata 
dallo stesso Dante, che ben valse ad imprimere in ogni suo 
scritto un invariato e sicuro suggello. 

E in prima non gli si deve attribuire questo verso « pa- 
tria, degna di trionfai fama » se già non vogliasi discono- 
scere il costante pregio che mostrano nel loro cominciamento 
tutte le poesie dantesche, qualunque siansi, purché sincere. 
La cacofonia, ove l'arte non la richieda, è un vizio, in cui ra- 
rissime volte incorse il nostro Poeta nel processo del suo lavoro 
e non mai allora che prende l' inspirazione e le mosse al 
canto. Ne poi egli avrebbe chiamato Firenze Suora di Roma, 
quando ne la riguardò coma bellissima e famosissima figlia: 
Conv., i, 3; Inf., xv, 76. Sopra che, contro l'uso e le norme 
eh' ei ne prescrisse, la voce patria quivi assume in breve 
un doppio significato, confondendovisi poscia insieme torto e 
bieco, che nella Commedia sogliono scambiarsi e rimanere 
distinti, come d'un medesimo valore: Inf., vi, 91; xxx, 56. 

« Sui traditori scendi Nel tuo gìudicio » grida il Poeta 
con invocale Firenze, madre de' magnanimi; e si Dante non 
seppe ravvisarvi salvo che due giusti, i quali non v'erano 
intesi, non che potessero bastare incontro alla moltitudine 
de'traditori : Inf., vi, 73. Nella strofa allegata viene bensì 
molto a proposito la denominazione di sommersi applicata a 



342 CANZONIERE. 

que' virtuosi che son calpesti e lasciati giacere nel fango; ma 
non ne farà autore il nostro Dante chi pensi cora' ei nel de- 
terminare il suo Inferno l'appellasse la Cantica de' sommersi: 
Inf., xx, 3. Né certo gli potevano mai cader in mente quegli 
espressi concetti: » Sì che in te laudando si posi quella 
grazia che ti sgrida, Nella quale ogni ben surge e s'annida.» 
Le quali parole di fatti, considerate in sé e nel loro accoppia- 
mento, non hanno riscontro né appoggio in alcuna delle scrit- 
ture in che Dante diffuse la sua mente. 

Fiorenza era felice allorché i suoi tìgli vollero che le 
virtù fossero colonne del regno : sta bene, ma a che dovea 
soggiungere il Poeta com' ella fosse beata e con le sette don- 
ne? Ed oltre questa ripetizione inutile, v' è il gran difetto di 
aver dato nuova persona alle virtù, che poscia divengono 
gonne , delle quali V essere ignudo non ha il suo contrappo- 
sto in « vestito di dolore. » Sia pure che l'Allighieri potesse 
qualificare per leale il buon Fabrizio ; il fatto si è che gli diede 
sempre lode speciale di virtù simile a povertà nel dispregiare 
la gran ricchezza; Purg., xx, 36; Conv., iv, 5; Mon., n, 5. 
Ancor ei non si sarebbe abbandonato a biasimare la sua città 
per superba e vile ad un tempo, giacché sebbene non cessasse 
dal combatterne la superbia, gli sembrava tuttavia men ri- 
provevole quesf antico vizio, che non Y avvilimento a che la 
vedeva condotta: Purg., xi, 44. 

E che si vien egli a dire « Poiché se' aggiunta a Marte? 
Forse che Firenze si fosse di nuovo unita o consacrata a Marte 
e perciò rifattasi guerriera? Ma al contrario Dante mostra che 
le facesse anzi rimprovero d' essersene allontanata per rivol- 
gersi invece a idoleggiare la lega suggellata del Battista: 
Inf., xni, 443; xxx, 74. Qualora poi sia stato intendimento 
dell' autore di farne indi comprendere le guerre continue 
onde que' cittadini si travagliavano , il modo del significarlo 
non è punto conforme allo stile di Dante. Al quale tanto meno 
si potrebbe ascrivere, che per rinfacciar a Firenze di condan- 
nare come traditori que'virtuosi che disdegnavano di seguirne 
la misera insegna, non avrebbe mai detto « Punisci in Ante- 
noia guaì verace Non segue l asta del vedovo giglio. » E non 



COMMENTI. — PARTE TERZA. 343 

è lo stesso Dante che inventò 1' Antenova per anticipare in 
essa il castigo ai traditori della Patria? Inf., xxxn, 88. La ret- 
titudine, vogliam credere, che in ciò 1' avrà ben guidato ; ma 
ove gli si attribuiscano que' versi ora citati, converrà dire 
che se pur volle, mal sepp' egli usufruttare le proprie inven- 
zioni o non si fosse sdegnato di vederle profanate. Né rincon- 
triamo nelle opere di lui asta per insegna, né tampoco l'asta 
del giglio, eh' ei non tanto dolevasi che fosse vedovo, quanto 
perchè non fosse ad asta mai posto a ritroso E per division 
fatto vermiglio : Par., xvi, 153. In tutto ciò adunque non si 
discopre altro che uno studioso della Divina Commedia , 
il quale se ivi non intese di rendere tardo biasimo a chi la 
compose , non bastò a manifestarsene pienamente sicuro ed 
accordo imitatore. 

L' austero Correttore de' vizi umani non avrebbe inoltre 
eccitato la sua patria a solo diradare in sé le maligne radici, 
ma ad (svellerle, né gli poteva pur venir in pensiero di mo- 
strarci sudicio e vano il già vedovo giglio. Le luci di Giusti- 
nianoper dinotarele leggi date da quell'Imperatore (Par., xx, 
55), se non vuoisi giudicar frase disconvenevole, com' è insolita, 
a Dante , gli è ben vero che questi avvisò che le leggi furono 
poste, anziché a guida illuminatrice, per freno (Purg. , xvi, 
94), e che Giustiniano coli' averle riformate e ordinate valse 
a ben raccorciare il freno d'Italia : Purg., vi, 88; Par., vi, 12. 
Meglio pertanto si addiceva al caso il ritrovare modo più dan- 
tesco , specialmente dopo che la Canzone avea rammentato le 
torte e bieche luci dell' iniqua gente. Ma senza ciò , a quale 
uomo di sano intelletto darebbe 1' animo di sostenere che 
Dante abbia in questa maniera esortato Firenze a correggere 
con discrezione le focose sue mal giuste leggi, sì che le laudi 
il mondo e 'l divin regno? Disdicevole assai più ne apparisce, 
eh' egli si movesse a consigliare la diletta patria, perchè delle 
sue ricchezze volesse onorare e fregiare qual più la pregia- 
va, non recando a' suoi beni chi non ne era degno. Quanto 
dispregio l'Allighieri facesse delle ricchezze, e come non gli 
dovessero sembrar beni, ma si false immagini di bene, è 
a vederlo nel Convito (ìv, 12) e nella stessa Commeda: 



344 CANZONIERE. 

Purg., xvii, 133; xxx, 131. Troppo maggior premio ei desti- 
nava ai Benefattori de' propri concittadini. 

Ma non fermiamoci più a lungo in queste disquisizioni , 
giacché riescono superflue a chi s' intende dello stile e delle 
dottrine dantesche. Non però saprei tenermi dall' accennare 
che « ogni beata essenza » in significato d'ogni bene non mi si 
mostra proprio del Poeta che definisce la felicità come la 
buona Essenzia, d'ogni ben frutto e radice: Purg., xvm, 135. 
Né senza fallo potrebbon essere di conio dantesco « regnerai in 
sulla ruota d'ogni beata essenza; — dacché l'affezion V avrà 
ornata... ogni potenza e loda in te fia degna; — sarai del 
mondo insegna. » Che a tanto dovesse mai per variar di fortuna 
sublimarsi la sua Fiorenza, non che ne concepisse desiderio 
e speranza, noi pensava neanche il Cantore, che sempre va- 
gheggiò Roma come insegna della civiltà universa, esaltando 
T Aquila come il benedetto segno del motido e de? suoi duci 
(Par., xx, 8), e Cesare come sole e guida del mondo: Purg., xvi, 
108. Il rimanente poi è cosi del tutto fuori dell' arte di 
Dante, che altri non riuscirebbe ad appropriarglielo, senza 
offendere la ragione e l'uso dell' arte stessa. E non vale il ri- 
dire, ch'egli avendo più volte chiamati lupi i Fiorentini , 
dovesse chiamar Firenze lupa rapace. La Canzone ben di 
altre colpe 1' addebita; e non pare che questa nuova sgridata 
riassuma il tutto, al modo che in ogni suo componimento pur 
suole tenersi dal nostro Poeta. Il quale anzi ci porge una 
costante prova d' aver serbato il vocabolo lupa a simboleg- 
giare V avarizia generalmente (Purg., xx, 10); tanto che si 
avessero a riguardare quali lupi tutti coloro che ammoglian- 
dovisi, se ne lasciassero occupare: Purg., xiv, 50; Par., xxvil, 
55. E dove al simbolo non si mantenga 1' universale significa- 
zione, mal si tenterebbe di penetrare comprendere gli inten- 
dimenti che Dante racchiude in tante strane parole. Ma! 
(piando pur egli si fosse consigliato di dover applicare quel 
titolo alla sua patria, non avrebbe nuovamente soggiunto,! 
che Capaneo ed Aglauro la divoravano insieme con Crasso. j 

Ciò soltanto è più che suffìcente per astringermi a rifiu-| 
tare come propria di Dante, questa Canzone, in cui benché si 



COMMENTI. — PARTE TERZA. 345 

scorga palese l'imitazione de'concetti e de'modi che gli furono 
famigliari, non però -vi si potrebbero ravvisare in tutta la loro 
verità e convenienza. Per fermo, ch'egli additò que' perso- 
naggi ad esempio di superbia, d'invidia e d' avarizia, ma 
non li trasse a rappresentare siffatti vizj, se non in una forma 
e qualità speciale, e determinata. Che certo la superbia di 
quel re, che cadde a Tebe giù da'muri, non è la stessa, che 
quella di Farinata o di Vanni Fucci (Inf., xiv, 04; x, 73; xxv, 
44) , né tanto meno si presterebbe a indicare ogni superbia 
divoratrice dell'Orni di San Giovanni. E non si compianse 
già lo sdegnoso Poeta , che i suoi concittadini fossero bruttati 
di simonìa e di scisma, si che dovesse or dimostrarceli di- 
vorati puranco da Simon Mago e Macometto cieco. Ne mai 
avrebbe egli inchinato l'animo ad abusare non dico, ma ad 
usare comecchessia delle sue proprie allegorie, egli, che rifug- 
giva perfino di registrare il proprio nome , se non costretto 
da necessità, e parve quasi geloso della sua scienza, ove non 
gli fosse obbligo di spargerla in altrui beneficio. Senza che, a 
niun patto riceverebbe per sua una Canzone che, indirizzandosi 
dapprima ai buoni che stavano sommersi e la cui virtù era 
nel fango, grida: Sorgete su, che per voi clango; provvedete 
V armi ed esaltate quella terra che vive stentando: e di poi 
finisce con voler rivolgersi a cittadini giusti della stessa terra , 
pregando sì eh 1 ella sempre s'augusti. E qui mi scusino i let- 
tori , se troppo arditamente io posi la mano a disfare un la- 
voro congegnato con tanto artificio. Un sacro amore a Dante 
e 1' ossequio che mi obbliga ad ogni sua sentenza , ad ogni 
sua parola, m'impegnarono in quest'esame, sin a contrad- 
dire a quanto è lecito raccogliere da'miei premessi commenti. 
No certo che non può essere autrice di tal Canzone la mano 
che scrisse la Commedia, e le Poesie della Vita Nuova e del 
^Convito, né vi si saprebbe mai riconóscere, non che altro , 
l'inspirazione di quella mente, da cui proruppero contro a 
Firenze le veementi e gravi rampogne onde si conchiude il 
sesto Canto del Purgatorio, e s'avvivano i Canti decimo- 
quinto e decimosesto del Paradiso. 



346 CANZONIERE. 



Sonetto I. — Pag- 24i. 

Se vedi gli occhi miei di pianger vaghi. 

Nella desolazione della terra cristiana per la molle con- 
discendenza di Clemente V a Filippo il Bello , l' Allighieri si 
rivolge a Dio, pregando soccorso al grande uopo. E tanto ei 
se n' addolorava, che gli occhi suoi erano pur vaghi (bramosi) 
di piangere. « La molta gente e le diverse piaghe Avean le 
luci mie sì inebriate, Che dello stare a piangere eran va- 
ghe: » Inf., xxx. 1. 

3. Per lei (la Pietà) che è sempre teco, ti prego che tu 
castighi i commettitori di tanto male, affinchè i miei occhi 
non abbiano più a sentir il piacere di piangere, e quindi 
restino dal lagrimare. 

5. Con la diritta mano fa scontare la pena a chi uccide 
la giustizia. Ritrovandosi nel pianeta di Giove, Dante, sde- 
gnato che tutti fossero sviati dietro al malo esemplo del 
Pontefice che non rendeva a Cesare quel che è di Cesare, 
esclama: dolce stella, quali e quante gemme Mi dimo- 
straron che nostra giustizia Effetto sia del del che tu in- 
gemme! Perchè io prego la Mente, in che s'inizia Tuo moto 
e tua virtute, che rimiri Ond' esce il fumo che il tuo raggio 
vizia; Sì che un altra volta ornai s'adiri Del comperare e 
vender dentro al tempio, Che si murò di segni e di martìri: 
Par., xviil, 115. 

7. Il gran tiranno, presso cui cerca riparo e del cui ve- 
leno sugge il guasco Pontefice, è Filippo il Bello, mal del ' 
mondo, non che di Francia, la mala pianta, Che la terra j 
cristiana tutta aduggia Sì. che buon frutto rado se ne j 
schianta: Purg., xx, 43. Perciò i fedeli stavano in paura, ' 
dacché le Potenze della terra sembravano congiurate contro J 
ad essi, che tacendo si aspettavan da Dio il soccorso. 

12. Questa virtù (in Giustizia) Che nuda e fredda giace, ì 
levala su vestita del velo d'amore, e allora i beni della pace I 
di nuovo ritorneranno sulla terra. Questa felicità, si deside- | 



COMMENTI. — PARTE TERZA. 347 

rabile e desiderata, l'Allighieri s'avvisava potesse solo conse- 
guirsi dall'accordo del Pontefice coll'Imperatore, e dalla sug- 
gezione dell'uno all'altro, in ciò che spetta al civile regno del 
mondo. aJustitia potissima estsolum sub Monarcha : » Mon., 
i, 13. Benché taluni lo attribuissero a Cino da Pistoia, panni 
che questo Sonetto mostri tanto sicura l' impronta di Dante, e 
così palesi i suoi concetti politici , da non poter recarsi ad 
altro Autore. 

Sonetto IL — Pag. 242. 



Poich' io non trovo chi meco ragioni. 
Non saprei negare a Dante il presente sonetto, dove mi 
i rende visibile e certo il suo stile d'Amore, ma sono d'avviso 
he sia stato scritto tra il 1293 e il 300. E l'Allighieri in esso 
i duole di non ritrovare nella sua terra con chi ragionar di 
Cruore , poiché era largamente deserta di virtù, spolpata di 
)ene: Purg., xxiv, 82. Laonde gridava alle donne leggiadre : 
Voi non dovreste amare, Ma coprir quanto di beltà v'èdato, 
°oichè non è virtù, che era suo segno: Canz. Doglia mi reca 
elio core ardire. 

5. Nuli' altra cosa appo voi m' accagioni.... Se non il 
pco ov' io son, dov' io fui a viver posto : il quale Di giorno 
n giorno più di ben si spolpa Ed a trista ruina par di- 
iposto: Purg., xxiv, 81. Imperocché quivi la virtù per nimica 
i fuga: ivi, xiv, 37. 

9. Donna non e' è , che Amor le venga al volto, che 
ppaia colorata al modo che Amor vuole (Purg., xix, 15), 
illusa perle guance d'un color pallido, quasi come d'amore: 
I N., xxxvn. Egli, 1' amoroso Poeta, lagnavasi che più non 
i avesse alcun fedele d' Amore, e che ognuno si abbando- 
asse alle vili dilettazioni. Il vizio soverchiante e universale 
irrompeva gli affetti gentili. Quindi piangeva cessate le inspi- 
izioni e il pregio alle dolci rime d' amore , gli eccitamenti 
l mal fare cresciuti, e corrotti i costumi a segno, da doverne 
;mere e presentire la civile servitù e desolazione. 



348 CANZONIERE. 



Sonetto III. — Pag. 242 

Io mi credea del tutto esser partito. 
Questo sonetto fu pur indirizzato a messer Cino da Pi 
stoia a fine di correggerlo de' suoi volubili amori. 

2. Da queste vostre rime d'amore, dolci e leggiadre 
Purg/j xxvi, 99. Indi meglio possiamo accertarci che Dante 
dopo perdutala sua Beatrice, s'era proposto di non più rimari 
d'amore. Questo è lavoro fervido e passionato, proprio dell, 
giovane età, ed egli invece, allor cresciuto negli anni, volev; 
attendere a lavori temperati e virili, perocché altro si con 
viene e dire e operare a una etade e altro ad un' altra 
Conv., i, 1. Le dolci rime d'amor ch'io solia Cercar ne mie 
pensieri, Convien ch'io lasci. 

3. Che si conviene ornai altro cammino, ecc. , alla mi 
età, non più giovane, mal s'addicono versi di siffatto amore 
La vita nostra è un cammino, variabile secondo il variare dell 
età, che richiedono studi e operazioni diverse. Come il buon 
marinaro che, nell' appressarsi al porto, cala le sue vele 
soavemente con debole conducimento entra in quello; coi 
noi dovemo calare le vele delle nostre mondane operazior 
e tornare a Dio.... siccome a quello porto, onde V anim 
nostra si partio, quando venne a entrare nel mare di qut 
sta vita: Conv., iv, 28. 

5. Ma perdi' V ho di voi più volte udito, che vi trastìl 
tate facile ne' vostri amori. Il che risulla anco dalla Epistohj 
che l'Allighicri scrisse a questo suo amico pistoiese, e d; 
Sonetto: Io sono stato con amore insieme. 

7. Piaccmi di tornare alquanto al disusato stile del! 
nuove rime: Purg., xxiv, 50. 

10. Se ad ogni piacere, che vi si faccia sentire per beli 
ili donna, vi legale e sciogliete sì pronto, come voi mi dìj 
( un piacer sempre mi lega e dissolve), ciò indica che vi sdì 
leggiere le ferite d'amore. 

14. Si che s'accordi il fatto a' dolci delti. Questa lezioni 



COMMENTI. — PARTE TERZA. 349 

che si osserva in uno de' codici della Laurenziana , mi parve 
di doverla antepone alla volgata Sì che s' accordi i fatti 

| dolci detti potendosene derivare la medesima sentenza. 
Per verità, messer Cino in opera d'amore discordò molto da 
quanto s' avea promesso : E sono in ciascun tempo ugual 

'amare Quella donna gentile Che mi mostrasti, Amor, su- 
bitamente Un giorno, che m'entrò sì nella mente La sua 
sembianza umile. L' Amicizia fu puranche assai tenace e 
ootente nell' animo di Dante , cresciuto dalla sua Beati ice ad 

gni affetto gentile, per modo che fra le mutazioni di fortuna 

I tanti disinganni e dolori , egli avverò sempre in sé come 
Amor e cor gentil sono una cosa. 



APPENDICE 

AL CANZONIERE 

DI 

DANTE ALLIGHIERI. 



RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 



Sonetto I. 

Chi guarderà giammai senza paura 
Negli occhi d'està bella pargoletta, 
Che m'hanno concio sì, che non s'aspetta 
Per me se non la morte, che m' è dura? 

Vedete quanto è forte mia ventura , 
Che fu tra 1- altre la mia vita eletta 
Per dare esempio altrui , eh' uom non si metta 
A rischio di mirar la sua figura. 

Destinata mi fu questa finita 

Da ch'uomo conveniva esser disfatto, 
Perch' altri fosse di pericol tratto ; 

E però , lasso ! fu' io così ratto 

In trarre a me '1 contrario della vita, 
Come virtù di stella margherita. 

23 



354 RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 

Sonetto IL 

Nulla mi parrà mai più crudel cosa, 
Che lei, per cui servir la vita smago; 
Che '1 suo desire in congelato lago, 
Ed in fuoco d' amore il mio si posa. 

Di così dispietata e disdegnosa 

La gran bellezza di veder m' appago ; 
E tanto son del mio tormento vago, 
Ch'altro piacere agli occhi miei non osa. 

Né quella, eh' a veder lo Sol si gira, 
E '1 non mutato amor mutata serba, 
Ebbe quant' io giammai fortuna acerba : 

Onde, quando giammai questa superba 
Non vinca, Amor, fin che la vita spira, 
Alquanto per pietà con me sospira. 

Sonetto III. 

Da quella Luce, che il suo corso gira 
Sempre al volere delle empiree sarte, 
E stando regge tra Saturno e Marte 
Secondo che l'astrologo ne spira; 

Quella che in me col suo piacer ne aspira, 
D'essa ritragge signorevol arte; 
E quei che dal Ciel quarto non si parte 
Le dà l' effetto della mia desira. 

Ancor quel bel pianeta di Mercuro 
Di sua virtute sua loquela tinge, 
E '1 primo ciel di sé già non 1' è duro. 

Colei che '1 terzo ciel di sé costringe, 
Il cor le fa d' ogni eloquenza puro: 
Così di tutti e sette si dipinge. 



RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 355 

Sonetto IV. 

Due donne in cima della mente mia 
Venute sono a ragionar d' amore ; 
L'una ha in sé cortesia e valore, 
Prudenza ed onestate in compagnia. 

L 1 altra ha bellezza e vaga leggiadria , 
E adorna gentilezza le fa onore; 
Ed io, mercè del dolce mio signore, 
Stonimene a pie della lor signoria. 

Parlan bellezza e virtù all' intelletto , 

E fan quistion, come un cuor puote stare 
Infra duo donne con amor perfetto : 

Risponde il fonte del gentil parlare: 
Che amar si può bellezza per diletto, 
E amar puossi virtù per alto oprare. 

Sonetto V. 

Io maledico il dì ch'io vidi imprima 
La luce de' vostri occhi traditori , 
E '1 punto che veniste in sulla cima 
Del core a trarne l'anima di fuori. 

E maledico l'amorosa lima, 

C ha pulito i miei detti, e i bei colori 
Ch' io ho per voi trovati e messi in rima 
Per far che il mondo mai sempre v' onori. 

E maledico la mia mente dura,. 

Che ferma è di tener quel che m' uccide, 
Cioè la bella e rea vostra figura, 

Per cui Amor sovente si spergiura ; 
Sicché ciascun di lui e di me ride, 
Che credo tor la ruota alla Ventura. 



356 RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 

Sonetto VI. 

Io son sì vago della bella luce 

Degli occhi traditor che m' hanno anciso, 
Che là , dov' io son morto e son deriso , 
La gran vaghezza pur mi riconduce. 

E quel che pare, e quel che mi traluce, 
M' abbaglia tanto 1' uno e l' altro viso , 
Che da ragione e da virtù diviso 
Seguo solo il disio come mio duce. 

Lo qual mi mena tanto pien di fede 
A dolce morte sotto dolce inganno, 
Ch'io lo conosco sol dopo '1 mio danno. 

E' mi duol forte del gabbato affanno; 

Ma più m' incresce, ahi lasso! che si vede 
Meco pietà tradita da mercede. 

Sonetto VII. 

Lo Re, che merta i suoi servi a ristoro 
Con abbondanza, e vince ogni misura, 
Mi fa lasciare la fiera rancura, 
E drizzar gli occhi al sommo concistoro. 

E qui pensando al glorioso coro 
De' cittadin della cittade pura, 
Laudando il Creatore, io creatura 
Di più laudarlo sempre m'innamoro. 

Che s'io contemplo il gran premio venturo, 
A. che Dio chiama la cristiana prole, 
Per me niente altro che quello si vuole: 

Ma di te, caro amico, sì mi duole, 
Che non rispetti al secolo futuro, 
E perdi per lo vano il ben sicuro. 



RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 357 

Sonetto Vili. 

Se '1 bello aspetto non mi fosse tolto 
Di quella Donna, ch'io veder disiro, 
Per cui dolente qui piango e sospiro 
Cosi lontan dal suo leggiadro volto ; 

Ciò che mi grava, e che mi pesa molto, 
E che mi fa sentir crudel martiro 
In guisa tal, che appena in vita spiro, 
Com'uomo quasi di speranza sciolto, 

Mi saria leve e senz' alcuno affanno; 

Ma perch'io non la veggio, com'io soglio, 
Amor m' affligge, ond'io prendo cordoglio; 

E sì d'ogni conforto mi dispoglio, 

Che tutte cose, ch'altrui piacer danno, 
Mi son moleste, e '1 contrario mi fanno. 



Ballata I. 

Donne, io non so di che mi preghi Amore, 
Ch'egli m'ancide, e la morte m' è dura, 
E di sentirlo meno ho più paura. 

Nel mezzo della mia mente risplende 

Un lume da' begli occhi, ond'io son vago, 

Che l' anima contenta : 

Vero è che ad or ad or d' ivi discende 

Una saetta che m' asciuga un lago 

Dal cor, pria che sia spenta. 

Ciò face Amor qual volta mi rammenta 

La dolce mano e quella fede pura, 

Che dovria la mia vita far sicura. 



358 RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 



Ballata II. 

Madonna , quel Signor che voi portate 

Negli occhi tal, che vince ogni possanza, 

Mi dona sicuranza 

Che voi sarete amica di pietate. 

Però che là dov' ei fa dimoranza , 
Ed ha in compagnia molta beltate, 
Tragge tutta bontate 
A sé, come a principio e' ha possanza: 
Ond' io conforto sempre mia speranza , 
La quale è stata tanto combattuta, 
Che sarebbe perduta ; 
Se non fosse eh' Amore 
Contr' ogni avversità le dà valore 
Con la sua vista, e con la rimembranza 
Del dolce loco, e del soave fiore, 
Che di nuovo colore 
Cerchiò la mente mia, 
Mercè di vostra dolce cortesia. 



RIME DI DUBBIA. AUTENTICITÀ. 359 

Ballata III. 



Per una ghirlandetta 
Ch'io vidi, mi farà 
Sospirar ogni fiore. 

2. 

Vidi a voi, Donna, portar ghirlandetta, 
A par di fior, gentile, 
E sovra lei vidi volare in fretta 
Un Angiolel d' Amore tutto umile ; 
E 'n suo cantar sottile 
Dicea: chi mi vedrà 
Lauderà il mio Signore. 

3. 

S'io sarò là dove un fioretto sia, 
Allor fìa eh' io sospire. 
Dirò : la bella gentil donna mia 
Porta in testa i fioretti del mio Sire* 
Ma per crescer desire 
La mia donna verrà 
Coronata da Amore. 

4. 

Di fior le parolette mie novelle 
Han fatto una Ballata : 
Da lor per leggiadria s' hanno tolt' elle 
Una veste eh' altrui non fu mai data : 
Però siete pregata, 
Quand' uom la canterà, 
Che le facciate onore. 



360 RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 

Ballata IV. 



Io son chiamata nuova ballatella, 
Che vegno a voi cantando, 
Per contarvi novella 
D' un vostro servo, che si muore amando. 

2. 

Io posso dir parole 
Così vere di lui, 

Come colei che vien dalla sua mente. 
Madonna, egli si duole, 
E muor chiamando vui 
Ne' sospiri del cor celatamente. 
Quando il lasciai, piangea sì fortemente . 
Che forse egli è già morto , 
Se alcun buono conforto 
Non gli ha donato Amor, di voi parlando. 

3. 

Amor con lui parlava 

Del vostro grande orgoglio, 

Che voi d' ogni valor rende compita : 

E di ciò si laudava 

Tanto, che '1 suo cordoglio 

Fors'è alleggiato sì, che ancora ha vita. 

Ma egli ha dentro al cor si gran ferita, 

Che non ne può scampare, 

Se noi volete aitare 

Voi , che '1 feriste e non sapete quando. 



RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 361 

4. 

1! giorno che da pria 
Gli donaste il saluto, 
Che dar sapete a chi vi face onore, 
Andando voi per via, 
Come d' un dardo acuto 
Subitamente gli passaste il core: 
Allora il prese la virtù d' Amore , 
Che ne' vostri occhi raggia : 
Poi gli siete selvaggia 
Fatta sì, che mercè non vi addimando. 



INon vi chero mercede, 
Madonna , per paura 
Ch'i' aggio, che di ciò non vi adiriate: 
Ma questo dico in fede , 
Sapendo che in figura 
Angel del ciel diritto assimigliate. 
Più non vi dico avante, 
Se non che l' alma sua vi raccomando* 



362 RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 



Sestina I. 



4. 



Amor mi mena tal fiata all' ombra 
Di donne, e' hanno bellissimi colli, 
E bianchi più che fior di nessun' erba ; 
Ed havvene una eh' è vestita a verde, 
Che mi sta in cor come virtute in pietra, 
E 'ntra 1' altre mi par più bella donna. 



Quando riguardo questa gentil donna, 
Lo cui splendore fa sparire ogni ombra, 
Sua luce mi fier sì, che il cuor m' impietra; 
E sento doglia che par uom mi colli : 
Fra eh' io rinvengo, i' son d' amor più verde, 
Che non è il tempo , né fu mai nuli' erba. 



Non credo fosse mai virtute in erba 

Di tal salute, chente è in questa donna, 
Che, togliendomi il cor, rimango verde. 
Quando '1 mi rende , ed io son com' un' ombra, 
Non ho più vita , se non come i colli, 
Che son più alti , e di più secca pietra. 



RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 363 



l' aveva duro il cor com' una pietra , 
Quando vidi costei cruda com' erba 
Nel tempo dolce che fiorisce i colli ; 
Ed ora è molto umil verso ogni donna , 
Sol per amor di lei, che mi fa ombra 
Più nobil, che non fé mai fosrlia verde. 



Che tempo freddo, caldo, secco e verde 
Mi tien giulivo: tal grazia m'impetra 
Il gran diletto, e' ho di starle all'ombra. 
Deh! quanto bel fu vederla sull'erba 
Gire alla danza vie me' eh' altra donna , 
Danzando un giorno per piani e per colli ! 



6. 



Quantunque io sia intra montagne e colli, 
Non m'abbandona Amor, ma tienmi verde, 
Come tenesse mai neun per donna; 
Che non si vide mai intaglio in pietra, 
Né alcuna figura, o color d'erba, 
Che bel possa veder com' è sua ombra. 



Cosi ni' appaga Amor , eh' io vivo all' ombra 
D'aver gioia e piacer di questa donna, 
Che in testa messa s'ha ghirlanda d' erba. 



364 RIME DI DUBBIA. AUTENTICITÀ. 



Sestina II. 



Gran nobiltà mi par vedere all' ombra 
Di belle donne e' han puliti colli, 
E P una all' altra va gittando ]' erba, 
Essendovi colei per cui son verde, 
E fermo nel suo amor , come in mur pietra , 
più che mai non fu nuli' altro in donna. 



2. 



S' io porto amor corale alla mia donna, 
Neun si maravigli, né faccia ombra; 
Che lo cor mio per lei suo bene impetra 
Che in altra guisa basserebbe i colli, 
E così cangerebbe, come il verde 
Color cangia segata la beli' erba. 



Io posso dire ch'ella adorna l'erba, 

La qual per adornarsi ogni altra donna 
Si pon con fiori e con foglietta verde; 
Perchè risplende sì la sua dolce ombra, 
Che se n' allegran valli , piani e colli , 
E ne dona virtù , son certo , in pietra. 



P.IME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 365 



Io so che sarei più vile che pietra 

S' ella non fosse, che mi vai coni' erba. 
Valut' ha già in drizzar monti e colli , 
Che neun' altra porriane esser donna , 
Fuor eh' ella sola, cui io amo all' ombra, 
Com'augelletto sotto foglia verde. 



5. 



E sed io fossi così umile verde , 

Ovrar potre' la virtù d' ogni pietra , 
Senza neuna ascondersi sott' ombra; 
Però eh' io son suo fior , suo frutto ed erba ; 
Ma niun può far così com' ella donna 
Delle sue cose, eh' ella scenda, o colli. 



6. 



Tutte le volte mi par uom mi colli 

Ch' io da lei parto , e mi sento di verde. 
Tanto m' aggrada vederla per donna. 
Quando non vedo lei , com' una pietra 
Mi sto, e miro fedel come 1' erba 
Quell' anima, cui più vi piace l'ombra. 



Più non disio , che sempre stare all' ombra 
Di quella, eh' è delle nobili donna, 
Nanzi che d' altri fiori o foglie od erba. 



366 rime di dubbia. autenticità. 

Canzone. 



Ai fals ris ! per qua traitz avetz 
Oculos meos, et quid Ubi feci, 
Che fatto m' hai così spietata fraude? 
Jam audivissent verbo, mea Grceci : 
San autras Domnas, e vos us saubetz, 
Che ingarmator non è degno di laude. 
Tu sai ben come gaude 
Miserum ejus cor, qui prcestolotur. 
Eu vai speran , e par de mi a non cura** 
Ai Dieus ! quanta malura, 
Atque fortuna ruinosa datur 
A colui, che, aspettando, il tempo perde, 
Né giammai tocca di fioretto '1 verde. 



2. 



Conqueror, cor suave, de te primo, 

Che per un matto guardamento d' occhi 
Vos non deuriatz aver perdutz la lei. 
Ma e' mi piace , che al dar degli stocchi 
Semper insurgunt contro me de limo : 
Don eu sui mortz , e per la fé qu'autrei, 
Fort m deplatz, ai paubres mei ! 
Ch'io son punito, ed aggio colpa nulla. 
Nec dicit ipso : malum est de isto; 
TJnde querelam sisto. 
Ella sa ben , che se il mio cuor si crulla 
A plazer d'autra, quar d' s' amor s'laisset, 
El fals cors greus pena n'emportet. 



RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 367 



Ben avrìa questa donna il cor di ghiaccio, 

AlTAN COL ASPIS , QUE PER MA FÉ ES SORS , 

Nisi pietatem habuerit servo. 
Ben sai l'Amor, s' eu jes non ai secors. 
Che per lei dolorosa morte faccio, 
Neque plus vitam sperando conservo. 
Vce omni meo nervo, 

S' ELLA NO FAI , QUE PER SON SEN VERAI , 

Io vegna a riveder sua faccia allegra , 
Ahi Dio! quanto è integra: 
Mas ieu me'n dopt , sì gran dolor en ai : 
Amorem versus me non tantum curai, 
Quantum spes inter ine de ipsa durai. 



\. 



Chansos, vos poguetz ir per tot lo mon, 
Namque locutus sum in lingua trina, 
Ut gravis mea spina 

Si saccia per lo mondo, ogni uomo il senta 
Forse pietà n' avrà chi mi tormenta. 



— <"sM£*s~ — 



ESAME CRITICO. 



Il Perticari, così benemerito della nostra Letteratura, scri- 
veva già a Luigi Garanenti. — « Di due fregi dovrebbe ornarsi 
una ristampa delle Rime di Dante ; e le farebbero grande ono- 
re. L' uno sarebbe una bella chiosa, che le rischiarasse ; l'altro 
un severo giudicio che sequestrasse le certe dalle non certe ; 
le legittime dalle adultere. Il primo è lavoro di lunga fatica, 
e grave d'assai; il secondo è opera assai diffìcile e sottile. Nei 
Codici si leggono versi or col titolo di Dante, or con quello 
di Allighieri; onde pel nome sovente si baratta l'oro del Poeta 
divino, col piombo di Dante da Maiano; e pel cognome si can- 
giano rime del padre con quelle de' figli e de' nipoti di lui, 
poeti infelici , i quali vennero al mondo per mostrare che la 
virtù de' maggiori rado si travasa d'una in un'altra genera- 
zione. Ora i cercatori de' vecchi libri hanno spacciato per opere 
del nostro Poeta tutte quelle, che hanno trovato sotto il sigillo 
ora di quel nome, ora di quel cognome; né hanno badato alla 
confusione della persona de' figli con quella del padre, e dello 
scomposto e pedestre Maianese coli' altissimo Fiorentino. 

» Ecco ragione, per cui molti di quei versi che da Dante 
si nominano, sono trovati indegni di si gran nome. Qui è dun- 
que necessaria la facella della critica, che entri in questo 
buio, e lo squarci. 

» È necessario che alcun maestro esamini bene i Codici 
più solenni ; e scelga quelle Rime che sono segnate più dalla 
interna loro bellezza, che dal solo titolo esterno; e quelle 
conceda alla imitazione e al diletto degli Italiani. Di quante 



372 RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 

rimangono si dovrebbe far poi un' appendice, siccome gli eru- 
diti del secolo XV fecero delle cose dubbie de' classici latini 
e greci. » — 

A quest' opera assai malagevole in vero e di sicura im- 
portanza mi son io arrischiato in alcuna parte. Non dirò se 
il mio cuore m'affidi d'esservi riuscito; certo è però che 
quanto ad assicurare le vere Rime di Dante, mi sembra di non 
aver dato in fallo , se pure non fui troppo timido ad esclu- 
derne qualcun' altra. 

Nel Commento mi tenni parco al possibile e sempre fisso 
nel pensiero di mostrare in atto, come Dante sia il maggiore 
interprete di se stesso. Poche altre citazioni ho dovuto perciò 
allegare e non mai, se non dove e quando il mio Autore pa- 
reva richiederle. Bensì non mi dà l'animo che le Poesie a 
tutto diritto stimate apocrife trovino pur luogo in questo 
volume. Nessuna ragione mei consiglia, nessuna autorità po- 
trebbe obbligarmivi , se già io non fossi costretto a discono- 
scere i più chiari intendimenti di Dante e le sue espresse 
parole. Ad ogni modo per riverenza a chi m' ebbe dischiusa 
la via nel difficile arringo, e non mi cede nell'amore a Dante, 
ho riposto in un' Appendice parecchie Rime come di dubbia 
autenticità e meritevoli d' essere recate a nuovo esame. M'in- 
gegnerò anzi di commentarle , perchè si vegga che io produco 
quanto m' è riuscito di raccogliere prò e contra 1' altrui opi- 
nione. In difetto de' Godici e specialmente di quello originale 
o degli altri esemplati da esso , non si può se non ricorrere 
alla Critica guidata dall'amor del vero e dalla luce della scienza 
opportuna. 

Del resto fu bene avvertito ed è il fatto, che i Codici 
quanto son meglio scritti e più precisi ne'caratteri , tanto 
sogliono essere fallaci, giacché l'attenzione a rendere perfetto 
il materiale lavoro, disvia pel solito dal riguardare all'inte- 
grità del vocàbolo e così pure all' armonia del verso ed alle 
precise sentenze che vi sono racchiuse. Il che si verifica mas- 
simamente allora che il Poeta deriva i suoi concetti dalla 
scienza e ne adopera il linguaggio, che suol essere ben rimoto, 
se non disfoi me da quello proprio degli amanuensi. Ma quando 



ESAME CRITICO. 373 

all' autorità dei testi antichi s'aggiugne la ragione, ne dà otti- 
mo il consiglio il Borghini a non dipartircene così di leggieri. 
E ne avverte pur anco che « lo scrivere libri è sottoposto 
a molti errori ; perchè molti o non intendendo vogliono dichia- 
rare; o credendo errato, emendare, o non piacendo, migliorare; 
o veramente perchè credono che poco importi adoperare que- 
sta o queir altra parola , purché il senso sia il medesimo. » 
Or di questo avvertimento dovetti far uso in ispecial modo nel 
leggere i codici stessi, conformandone l'interpretazione al 
modo cui Dante s' attenne, sì rispetto alla lingua e sì rispetto 
alle regole osservate nell' adoperarla e obbligarla con numero 
e con rime. Del rimanente i caratteri ond' egli suol impri- 
mere ogni suo componimento sono così definiti e sicuri, che 
non si può a meno di ravvisarli, chi abbia studiato a fondo e 
pei 1 bene tutte quelle opere che gli si appropriano senza ve- 
runa affermazione in contrario. Ma affine che non ci manchi 
il verace Criterio a giudicare quali Canzoni siano da credersi 
degne di Dante e sicuramente sue, porrò da ultimo in questo 
volume un Discorso intorno allo stile proprio delle sue Can- 
zoni. Cosi egli sarà giudice di se stesso ; e le sue dottrine non 
meno che l'arte sua, e soprattutto le norme, onde aiutò 
l'ingegno a formare il suo stile, ci guidino sicuri a inter- 
pretare le parole e i concetti del sovrano Maestro della nostra 
Letteratura. 



Sonetto I. — Pag. 353. 

Chi guarderà giammai senza paura. 

Qual'è che non tema di riceverne grave ferita, guardando 
negli occhi d' està bella pargoletta. Costei si pare la Filosofia, 
della cui dolcezza l' Allighieri pur allora s'era invaghito. Ma 
di poi cominciò a sentirne tanta contentezza, che un siffatto 
amore gli cacciava e distruggeva ogni altro pensiero ; Gonv., 
il, 44. Ondechè, lui dormendo o vegghiando, il lume di essa 
donna sempre gli raggiava in mente. Ciò non dimeno io mi son 
risoluto di rimuovere questo sonetto dagli altri, che si ascri- 
vono a Dante, giacché le parole, non che le frasi, mi si mo- 
strano non tutte convenienti all'Autore del dolce stile nuovo. 
Quelle rime inoltre, sì mal congegnate nelle due terzine, man- 
cano alla regola seguitata ognora ne' simili componimenti, 
cui egli diede sicura mano. Il medesimo è a dire del sonetto : 
Nulla mi parrà mai più crudel cosa. 

V. 2. Gli occhi d'està pargoletta m' hanno concio si, ecc. 
Non vuol altro dire, se non che forse fu allora che la prima 
dimostrazione della Filosofia gli entrò negli occhi dell'in- 
telletto ; e così fu cagione di questo innamoramento prO' 
jnnquissima: Conv., n, 46. 

8. Mirar la sua figura, i sembianti che la Filosofia dimo- 
stra negli occhi. «.Ineffabili sembianti e rubatori della mente 
umana appariscono negli occhi, cioè nelle dimostrazioni della 
Filosofia, quando essa olii suoi drudi ragiona:» Conv., ivi. 



ESAME CRITICO. 375 

9. Destinata mi fu questa fine, perchè uno dovea soc- 
combere per tanto amore, acciò che altri ne scampasse. La 
angoscia de' sospiri da me sofferta, la fatica, vo' dire, eh' io 
durai per amor della Filosofia, valga a trattenere lo sguardo 
altrui dall'affìssarsi in questi occhi micidiali. Indi ci vien fatto 
di apprendere come l'Allighieri si fosse dato tutto all'amoroso 
uso della Sapienza, e che questa, gustata una volta , obbliga 
l' uomo ad acquistarla , non ostante qualsiasi fatica. 

42. La margherita trae a sé la virtù del sole, essendo un 
di que' corpi, che per inolia chiarità di diafano, avere in 
sé, tosto che il sole gli vede, diventano tanto luminosi, che 
per moltiplicamene di lume in quelli, appena e discernibile' 
il loro aspetto, e rendono agli altri di sé grande splen- 
dore ,; siccome vediamo essere V oro e alcuna pietra. Ciò è 
conforme alla dottrina di Alberto Magno. Conv., m, 7. 

Sonetto II. — Pag. 354. 

Nulla mi parrà mai più crudel cosa. 

V. 4. Nulla mi parrà mai cosa più crudele, che lei, donna 
com' è, d'ogni crudeltà (Canz. Amor, tu vedi ben, che questa 
donna): tanto che al cuore le corre di tutta crudeltate il 
freddo, e intorno dagli occhi le si gira d' ogni crudelitate 
una pintura: Ball., Voi che sapete ragionar d'amore. La si 
nuova Donna raffigura la Filosofia, che da principio parve a 
Dante orgogliosa e fiera. Ma di ciò s' è già abbastanza ra- 
gionato ne' commenti alla suddetta Ballata. 

2. Per cui servir la vita smago, smarrisco, la vita mi 
vien meno, perchè senza lei la mia mente non può passare 
urì ora (Canz. lo sento sì d" amor la gran possanza), e sono 
oggimai ridotto a segno, che non posso difender mia vita: 
Ganz. Amor, che muovi tua virtù dal cielo. Sebbene lo sma- 
gare s'incontri frequente nella Commedia e nell'altre Bime, 
pure il modo che qui s'adopera parmi senza paragone. 

3. Che 'l suo desire posa in congelato lago (non s'accen- 
de, resiste al caldo d'Amore), laddove il mio desiderio posa 



376 RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 

tutto e s'avviva nel fuoco d'amore: io ardo, ed essa è tutta 
gelo: Canz. Io son venuto al punto della rota. Ancorché la 
corrispondenza de' concetti si riconosca in questi versi , pur 
mi sembra , che il posare del desiderio nel fuoco d'amore 
non ritenga dello stampo dantesco. 

5. Di così dispietata e disdegnosa (donna fiera e orgo- 
gliosa: Gonv., in, 9) La gran bellezza di veder m' appago, 
dacché mirandola intentamente negli occhi, il mio disio ha 
posa: Par., xiv, 32. 

7. E tanto son vago (desideroso) del mio tormento, tanta 
dolcezza mi si fa sentire in questo martirio (Canz. Io sento si 
d' amor la gran possanza), che niuno può inorgoglire per 
alcun pregio e levarsi a segno, da piacermi, essendo che in 
quel bel viso ogni ben s' accoglie. Ed accade pur anco che 
dove cotanta felicitasi aduna, nulla volontate è di più ausa: 
Par., xxxn, 63. 

9. Ne quella che si gira a veder lo sole e, mutata, 
serba pur immutabile il suo amore, ebbe giammai fortuna 
avversa quant' è la mia nell' amare, non sentendomi riamato. 
Il Poeta, secondo che n'avvisa il Witte, qui alluderebbe a 
Ctizia di cui Ovidio; Vertitur ad solem, mutataque servat 
amorem: Met., iv, 270. 

42. Onde, quando io non abbia mai a vincere questa su- 
perba (orgogliosa Donna: Canz. Amor, che nella mente mi 
ragiona), Amor, finché la vita spira (dura in me lo spirito 
della vita: V. N., n), accompagnami ne' miei sospiri, essendo 
io fermo d' amarla sempre Ch' io sarò in vita, se vivessi 
sempre: Canz. Io son venuto al punto della rota. 

Spirare per vivere è nella Commedia (Purg., xm, 32), 
ma spirar la vita per vivere non m' occorse mai di segnarlo. 
Bensi il Poeta n' accenna che la somma Bontà sjrira la nostra 
vita (Par., vii, 42), a significare come Dio, non appena è 
perfetto l'articolare del cerebro umano, quivi spira Spirito 
nuovo di virtù repleto: Purg., xxv, 73. Di che ognun vede 
che in questo sonetto, se vi son costanti i pensieri del nostro 
Autore, pur a fatica possiam ravvisarvi 1' usato suo fraseggiare 
e l' arte sua. 



ESAME CRITICO. 377 



Sonetto III. — Pag. 354. 

Da quella Luce che il suo corso gira. 

Chiunque abbia studiato un po' addentro le dottrine di 
Dante riguardo ai pianeti, non può certamente attribuirgli 
questo sonetto. Oltre a ciò la donna , che qui si vuole che da 
Giove ritragga signorevol arte, bisognerebbe invece che ne de- 
rivasse l'efficace amore della giustizia, che esso pianeta suole 
quaggiù influire : Par., xvm, 14. Lascio quel che s'accenna di 
Mercurio e di Venere e del Sole, che non s' accordano punto 
con quanto si ragiona nel Convito intorno alle proprietà di tali 
pianeti: Gonv. , n. 14. Poi non saprei riconoscere come frasi 
dantesche « il voler dell' empiree sarte » e 1' astronomo ne 
spira, » e così delle altre. E v'ha eziandio tal confusione di 
vocaboli e concetti, che nonostante che il valoroso Dionisi l'ab- 
bia ammesso per legittimo , giusta l'edizione Giuntina, tutta- 
volta mi sento costretto a rifiutarlo come al tutto disforme 
dalla scienza e dallo stile proprio di Dante e dall' ordine se- 
guito ne' suoi componimenti. 

Sonetto IV, — Pag. 355. 

Due Donne in cima della mente mia. 

Questo sonetto pubblicato in prima dal Lamberti, e che 
dal Fraticelli si giudicò infallibilmente comedi Dante, non mi 
sembra che. gli si convenga in alcuna maniera. Se di queste 
due Donne, V una è Beatrice e l'altra dev'essere la Filosofia, 
secondo che altri è d' avviso, non so come fosser venute tutte 
e due in cima della mente di Dante a ragionare d'Amore, 
giacché quella che fu Donna del suo cuore gli si faceva spe- 
cialmente sentire al cuore, dove gli ragionava. Senza che , di 
queste due Donne l'una parrebbe che fosse a ravvisarsi per 
donna vera, quando l'altra s'avrebbe a intendere per alle- 
goria. Il che si diversifica dai pensieri del Maestro, che suole 



378 RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 

bensì accordare il senso letterale con 1' allegorico, ma ci ob- 
bliga a bene distinguerli pur congegnandoli insieme , com'ei 
li distingue in effetto: Conv., n, 1. 

V. 3. L' una di queste donne ha prudenza ed onestade 
in compagnia; e come ciò se Dante tiene la prudenza come 
una delle quattro virtù da cui risulta 1' onestà medesima? 
Conv., il, 5; iv, 17. 

Anche la stessa cortesia e valore riescono nei concetti 
del gran Poeta a significare 1' onestà o un che di somigliante : 
Conv., iv, 2; Inf., xvi, 67. 

5. L' altra donna ha bellezza e vaga leggiadria, che per 
Dante sono pressoché una cosa, e si può anco dire che impor- 
tano lo stesso che adorna gentilezza : V. N., vili. 

7. Ed io, mercè del dolce mio signore, Stonimene a pie 
della lor signoria. Se altri può riconoscere la mano di Dante 
in quest'ultimo verso, gli è pur forza a dire, che il libro della 
Vita Nuova e della Commedia son libri chiusi a doppio sug- 
gello. Neppure vorrei affermare che il Poeta, cui parve la bel- 
lezza essere una sola cosa con piacere, e la virtù un mede- 
simo che dignità umana, abbia scritto: Amar si può bellezza 
per diletto , E amar puossi virtù per alto oprare. Ma per 
quanto io lo cerchi e ricerchi, questo sonetto non mi disvela 
nulla che senta del dantesco, nulla voglio dire, che nel pen- 
siero che l' informa, nel modo del fraseggiare e nell'armonia 
del verso mi richiami a chi cantò « Donne, che avete intel- 
letto d' amore » e « Amor, che nella mente mi ragiona. » 

Sonetto V. — Pag. 355. 

Io maledico il dì eh' io vidi in prima. 

Questo solo principio basta per indurmi a disconoscere 
cotal poesia come degna di Dante, che pur sempre benedisse il 
giorno che amore lo vinse, se intendiamo dell' amor suo per 
Beatrice. Ma se pur si vuole che qui s' accenni al suo amore 
per la Filosofia, sta il vero che gli apparve in prima fiera e 
disdegnosa, ed egli se ne rammaricava. Non però giunse mai 



ESAME CRITICO. 379 

I a segno da maledire il giorno, che prima gli aperse le sue 
dimostrazioni; né certo mai avrebbe maledetto come traditori 
gli occhi di quella Donna che per essi gli dimostrava de'pia- 

I ceri di Paradiso: Conv., in, 15. E senza fallo non maledisse 
mai V amorosa lima, ond' ha pulito isuoi detti per celebrare 
la Donna del suo cuore o la Filosofia, donna che fu della sua 
mente. Così non sembra neppure come potesse maledire i bei 
colori, trovati e messi in rima per fare che il mondo onorasse 
mai sempre la luce di quegli occhi traditori. 

Maledire la propria mente perchè è tenace a serbare l'im- 
magine della Donna amata, chi potrebbe pensare che Dante il 
facesse, egli, che sempre ne' suoi pensieri conversava con le 
immagini e gli oggetti del suo amore? Né certo la condizione 
a che per avventura potè ridursi, non è stata mai tale, da ec- 

• citare altrui a spergiurare amore. che i Sonetti della Vita 
Nuova e le Canzoni del Convito non sono di Dante , o che 
questa Poesia deve recarsi ad altro Autore. 

Sonetto VI. — Pag. 356. 

Io son si vago della bella luce. 

Per la sovraccennata ragione debbo risolvermi di negare 
a Dante questo sonetto, non mi essendo possibile di credere 
. eh' egli abbia scritto, come la gran vaghezza lo riconducesse 
alla bella luce degli occhi traditori che l'aveano anciso; che 
cioè a dire lo riconducesse là dov' egli, non che deriso , era 
morto. 

5. E quel che pare e quel che mi traluce, M' abbaglia 
tanto V uno e V altro viso, sono espressioni disconvenevoli al 
nostro Poeta, giacché se più volte adopera viso per la vista, 
o 1' atto del vedere, non mi è riuscito di accertarmi dove 
la veduta o vista intellettuale o gli occhi della mente, li abbia 
denotati per il viso dell' intelletto. E sia pur bello e grave che 
il poeta dica che « da ragione e da virtù diviso seguitasse 
solo il desio come suo duce », chi a ciò s' avvisa di scorgere 
Dante, forse non attese com'egli consideri diviso da virtù 



380 RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 

colui che si parte da ragione, essendo che per l'uomo il 
partirsi dalla ragione sia il partirsi da essere: ovvero esser 
morto uomo e viver bestia: Gonv., n, 8. Forse s'avrebbe mo- 
tivo di ascrivere a Dante il verso « Seguo solo il disio come 
mio duce » (Purg., xxvn, 131), non certamente gli altri « Ma 
più m' incresce, ahi lasso! che si vede Meco pietà tradita da 
mercede. Anche il modo che sono rinterzate le rime, neppur 
qui si conforma a quello che apparisce in tutti i sonetti del 
nostro Maestro. 



Sonetto VII. - Pag. 356. 

Lo Re , che merla i suoi servi a ristoro. 

L'autorità del Witte, che reca a Dante questo sonetto, 
mi basterebbe ad accoglierlo come legittimo. Pur tuttavia, 
senza né punto mancare alla gran riverenza che gli devo e 
professo, non mi ci posso indurre, « perchè il meritare i suoi 
servi a ristoro con abbondanza » la fiera rancura per il fiero 
rancore, il « glorioso coro De'cittadin della cittade pura » 
non mi sembrano cosa dantesca. E tanto meno, se non il rim- 
provero all' amico, il modo di significargli che non rispettasse 
al secolo futuro e così perdesse per lo vano il ben sicuro. 
S'aggiunga per di più la disposizione delle rime ne'due terzetti 
in tutto simile a quella del sonetto antecedente e dell' altro 
« Nulla mi parrà mai più crudel cosa », e saremo condotti a 
restituirli ad altro rimatole. Vero è che mi si potrebbe addurre 
in contrario anco 1' uso che Dante parve seguire nel sonetto 
« E' non è legno di sì forti nocchi ». Se non che indi avrei 
anzi di che vieppiù dubitare, che un si fatto componimento 
gli si possa attribuire con buona e non contrastabile ragione. 
Quali poi siano i veri autori di queste Poesie, che m' è avviso 
di dover escludere dal Canzoniere di Dante , non è qui luogo 
a ricercarne, ed io ne lascio la cura a più esperti conoscitori 
delle scritture dei nostri antichi dicitori in rima. A me è già 
soverchia 1' ardua impresa cui mi sono obbligato. 



ESAME CRITICO. 381 



Sonetto Vili. pag. 357. 

Se 7 bello aspetto non mi fosse tolto. 

fLe stesse cose suaccennate mi bisognerebbe confermare 
risguardo al presente sonetto , sebbene mi rincresca assai di 
non poterlo ravvisar conveniente a Dante. Il quale, a vero dire, 
se gli si fosse tolto il bello aspetto di quella donna ch'ei desi- 
derava vedere, non l' avremmo udito a ricantarci che per essa 
addolorato, qui piangeva e sospirava « Così lontan dal suo 
leggiadro volto. » Poi se avesse detto « Ciò che mi grava » 
non si sarebbe ripetuto, soggiugnendo « e che mi pesa mol- 
ato: » Inf., vi, 59; xxvi, 12. Né può essere frase sua « in vita 
. spiro » giacché a quest' atto della gola e' si fa conoscere vivo 
(Inf., xxni, 88), e spirare per lui significa il medesimo che 
vivere: Purg., v, 77; xin, 132. Né anche « sciolto di spe- 
ranza » crederei che fosse proprio di conio dantesco, essendo 
anzi la speranza sollievo al legame del desiderio o del dub- 
l bio : (Inf., x, 95 ; Par., xix, 34). 

Da ultimo il dire Che tutte cose eh? altrui piacer danno, 

Mi son moleste e 'ì contrario mi fanno conchiude in modo 

il sonetto e con una giunta sì del tutto superflua, che mi 

cresce l'obbligo di toglierlo a. Dante, perchè altri lo restitui- 

|"sca a cui spetta di vendicata ragione. 

Ballata I. — Pag. 357. 

Donne, io non so di che mi preghi Amore. 

Il Trucchi pubblicò questa Ballata, attribuendola ad An- 
drea Lancia, quando invece nell'edizione Giuntina già era 
stata allogata col nome di Dante. Al quale peraltro non mi cre- 
detti in dovere di assegnarla , poiché non seppi riconoscere 
come suoi i concetti de' tre primi versi , né suo il modo con 
che vengono espressi. Né per fermo avrebb' egli potuto dire 
che da' begli occhi, onde gli risplendeva in mente un lume 



382 RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 

a contentezza dell'anima, ad or ad or d'ivi discende Una 
saetta che m' asciuga un lago Dal cor, pria che sia spenta. 
L' Allighieri poi non rammenta mai la dolce mano della sua 
Beatrice, e non vi fa caso che gli venissero molesti pensieri, da 
metterlo in dubbio della onestà di una donna avvivata e in- 
spiratrice di virtù e di gentilezza. Di altri amori nulla v'ha di 
certo. 

Ballata IL — Pag. 858. 

Madonna, quel Signor che voi portate. 

Dante già avea cantato «Negli occhi porta lamia donna 
amore » (V. N., xxi); ma in ogni altra poesia ov' ebbe caro 
di celebrarla, non trovo che mai usasse lime cosiffatte, e con 
ripetizione si mal sonante. E niuno vorrà certo ritenere che 
egli , a dinotare il mutamento che Amore potè produrgli nella 
mente , lo significasse preciso, dicendo che gliel' avea cerchiata 
di nuovo colore. Neppur altri sarà facile a supporre come 
dopo aver detto che Amore vince ogni possanza fosse da. 
lui poscia determinato quale principio e' ha possanza. Que- 
ste inconvenienze, per non giudicarle peggiormente, non mi 
accadde di notarle anche ne'più umili e affrettati lavori, dove 
il nostro Poeta s' ingegnò di manifestare i suoi concetti in pa- 
role legate con numero e con rime: Gonv., i, 11. 

Ballata III. — Pag. 359 

Per una ghirlandata. 

È questo un grazioso e leggiadro scherzo poetico , ed ha 
in sé una certa vivacità che vi rammenterebbe il Poeta della 
Vita Nuova. Pur tuttavia quella ghirlandetla, che si era 
intessuta di fiorì e per cui ogni fiore avrebbe fatto sospirare 
lui che la vagheggiava, non so perchè ei l'abbia poi qualifi- 
cata a par di fior, gentile. Soprachè la conclusione « Di fior le 
parolette mie novelle Han fatto una Ballata » s' allontana 
un po' troppo da ciò che s' accenna in principio e seguita di 



ESAME CRITICO. 383 

poi. Ad ogni modo mi rimetto all' altrui giudizio , tanto più 
in cose che s'attengono al solo sentimento del bello, ma che il 
cuore non riesce sempre a indovinar con certezza, ingannato 
dal sagace lavoro dell' ingegno. 



Ballata IV. — Pag. 360. 

Io son chiamata nuova ballatella. 

Col nome di Dante Allighieri questa ballatella venne in 
luce la prima volta nella edizione della Vita Nuova, fattasi in 
Livorno nel 1843, per cura del benemerito Alessandro Torri. 
Di poi fu riprodotta, giusta un codice Palatino del secolo XV. 

A chi potesse mai essere indirizzata questa poesia , non 
è ben chiaro. Ma se vogliasi di Dante , è a dire che la com- 
ponesse allora che , al vedersi negato il dolcissimo saluto da 
Beatrice e dolendosene in gran maniera, gli parve in sogno di 
aver udito Amore che gì' insegnasse com' egli dovesse scu- 
sarsi all' amata donna. Perciò scrisse: « Ballata, io vo'che tu 
ritrovi Amore , E con lui vadi a madonna davanti: » V. N., xn. 
Ed è per questa sola ragione che 1' ho riposta fra le Rime di 
dubbia autenticità, giacché non vi si può riconoscere alcuna 
allegoria, senza contorcere il testo a quella sentenza che già è 
inchiusa nella Ballata « Voi che sapete ragionar d'amore » e 
che poi incidentemente vien dichiarata nel Convito: in, 9. 
D' altra parte la forma del componimento , il fraseggiare , i 
concetti stessi e certe allusioni la fecero ben a ragione appro- 
priare a Cino da Pistoia. 

Sestina I. — Pag. 362. 

Amor mi mena tal fiata all' ombra. 

Basta pur considerare un po' sottilmente insieme con la 
Canz. « Amor, tu vedi ben che questa donna » l'altra sestina 
semplice « Al poco giorno ed al gran cerchio d'ombra » e 
assai di leggieri potremo persuaderci che la sestina presente, 



384 RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 

benché se ne sia appropriate le rime, è del tutto diversa nella 
forma e nei concetti , tanto che mi reca maraviglia come il 
Fraticelli l'abbia allogata fra le poesie legittime di Dante, e 
come sua già l'avessero riconosciuta il Quadrio, il Castelvetro e , 
il Crescimbeni. Ma del sicuro vi si discopre un'altra mano. 
Difatti qui la rima colli , non che esser presa nella signifi- 
cazione propria , coni' è nella sestina « Al poco giorno ed al 
gran cerchio d' ombra » con cui si vuol raffrontare , si muta 
ad ogni stanza: tantoché il Poeta, per il martirio che soffriva 
dalla sua donna, debba parere silfatto come se qualche uomo 
V avesse messo al tormento della colla. 

Poi i colli tornano ad essere il riscontro dei piani, e in 
un modo così strano, che uopo è pur dire che non v' abbiano 
atteso punto que' valentuomini i quali giudicarono propria 
di Dante una poesia, sì del tutto contorta e contraffatta. 
Che poi egli potesse scrivere che Amore lo teneva verde 
« Come tenesse mai neunper donna » , e che la luce di questa 
donna sì lo ferisse, che ^impietrasse il core, non v'ha alcun 
indizio da doverlo supporre, non che raffermare. Tanta va- 
riazione di rime che prendono non pure valore e forma di- 
versa, ma trasmutano i nomi in verbi, e di questi scambiano 
la significazione, come impetrare per divenir pietra e poi 
per ottenere, non si riscontra né punto né poco nella sovral- 
legata Sestina che Dante determina e riconosce come sua. 

Vi si manifesta piuttosto una contraffazione di questa ar- 
tificiosa Sestina, ma tale per altro, che non riesce a nascon- 
dere se stessa. Giacché se l'Allighieri ci richiama alla primavera 
come al dolce tempo che riscalda i colli, il suo malaccorto 
imitatore ce la rammenta come il tempo dolce che fiorisce 
i colli, e se quegli ascampare dalla sua donna, quand'ita 
ha in testa una ghirlanda d' erba, fugge per piani e per 
colli, anche l' infido seguace, la vede Che in testa messa s'ha 
gìiirlanda d' erba e Danzando un giorno per piani e per 
colli. 

Non parlo delle frasi , non della qualità del verso e del 
ritmo, ma non v'ha in tale componimento pur un concetto 
che non apparisca disforme da quelli , in cui s' aperse e s' im- 



ESAME CRITICO. 3g5 

presse la mente di Dante. D' onde mi torna grave il pensare 
che l'arte delsovrano Maestro non siasi peranco bene studiata 
neir intime parti , giusta che si richiede per comprenderla e 
pregiarla debitamente. Quando gli si vollero adattare poesie 
che se ne vergognerebbe lo stesso Dante da Maiano, bisogna 
pur dire che la Critica s' è non di rado appoggiata su tut- 
t' altro fondamento, fuor che sulle vere opere di quel Dante 
che è la gloria nostra. 

Sestina II. — Pag. 364. 

Gran nobiltà mi par vedere alV ombra. 

A più forte ragione dobbiamo ritenere per disconvenevole 
a Dante questa Sestina, dove si pretende di farcelo conoscere 
ferino nel suo amor, come in mur pietra, e che anzi ei sa- 
rebbe stato più vii che pietra, se non fosse che la sua Donna 
gli valse coni' erba. Ed or nuovamente ci vien ricantato ch'ai 
partirsi da lei, gli pareva che uomo lo mettesse alla colla, e 
come inoltre ei si sentisse di verde, dacché tanto gli era in 
grado vederla per donna. Aggiungasi le stesse rime sfor- 
mate e varie di valore , tanto che colli riuscirebbe niente- 
meno che a dinotare il medesimo che salga, traendosi col- 
lare a significazione di salire il colle. Come poi la celebrata 
donna, che Valuto ha già in drizzar monti e colli, conver- 
sasse coi pensieri del nostro Poeta, non saprei darne argo- 
mento di ragionevole conghiettura. 

« S' io porto amor corale alla mia donna, Neun si 
maravigli né faccia ombra, Che lo cor mio per lei suo ben 
impetra , Che in altra guisa basserebbe i colli. » Ripensando 
un po' meglio a questi versi e ponendoli in riscontro con 
quelli di che Dante studiò d'intessere le due maravigliose Se- 
stine allogate nel suo Canzoniere, sento d' avergli fatto offesa 
nel registrare fra le rime di dubbia autenticità un tale raf- 
fazzonamento. Ma chi ben v'attende non tarderà a discoprirvi 
quel misero artificio onde lo Scrittore dell' Acerba sorse a 
rendere più chiara la sua inettitudine, gareggiando con l'Au- 
tore della Divina Commedia. 

25 



386 RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 



Canzone. — Pag. 366 

Ai fals ris! per qua traitz avetz. 

Non v'è dubbio cbe il sommo Cantore avesse in pregio i 
Rimatori provenzali e ne conoscesse la lingua a segno da 
sentirsi pronto a poetare in essa. Del che basta a testimonianza 
il sacro Poema, dove introdusse Arnaldo Daniello a rispon- 
dergli nel materno idioma: Purg., xxvi, 141. E nel suo libro 
di Volgare Eloquenza allega ben di frequente l'autorità deci- 
mato ri nella Lingua d' oc, comecché preferisca pur sempre la 
propria loquela o il Volgare di sì, cui per eccellenza s'appro- 
pria il titolo di Volgare. 

Non pertanto saprei accertare se egli abbia composto la 
canzone suindicata. La quale anzi mi si mostra tanto discorde 
dai concetti e dall' arte di Dante che , ove non si ritrovasse 
pressoché in tutti i codici , m' avrebbe eccitato a disdirgliela 
francamente. E qui ne sottopongo le ragioni più gravi, ag- 
giugnendo le interpretazioni de' versi provenzali, come cii 
vennero date dal Galvani nelle sue Osservazioni sulla Poesia 
de' Trovatori. 

St. 1 . « A hi falso riso, perchè tradito avete gli occhi miei; 
e che feci io a te, Che fatto m'hai cosi spietata fraude? >■> Sin ad 
un tal segno non giunse l'Allighieri, parlando dell' amata don- 
na. Or come potea mai appellare falso il riso della sua Beatrice, 
quando nel riso di essa vedeva dipinto amore"? Canz. Donne, 
eh' avete intelletto d'amore. E tanto meno avrebbe saputo in- 
dursi a dichiarar falso il riso della Filosofia ond'era signoreg- 
giala la sua mente , dacché colai donna gli rivelava nell'aspetto 
un non so che di beatitudine celestiale: Conv., ni, 12. Senza 
che, il falso riso, la spietata fraude e altre maledette parole 
non entrano mai dove il dolce Poeta discorre de' suoi amori. 
E forsechè si sarebb' egli ristretto a dirci Che ingannator non j 
è degno di laude, quando ognora sovr' esso chiamò l' abominio 
più fiero ? 

« Già avrebbero udito le mie parole i Greci: sanno le I 



ESAME CRITICO. 387 

altre donne e voi ben il sapete, Che ingannator non è degno 
di laude. Tu sai ben come gode il misero cuore di colui che 
aspetta. Io vo' sperando, e pare che di me non abbia cura: 
oh Dio quanta sciagura e che rovinosa fortuna è data A co- 
lui che, aspettando, il tempo perde, Né giammai tocca di 
fioretto il verde! » Glie vero che Dante, a significare il tempo 
che ci rimane ancora quaggiù e può essere da noi rivolto ad 
opere degne, si valga della frase Mentre che la speranza ha 
fior del verde (Purg., hi, 135); ma non mi sembra che per 
accennare com' altri non arrivi mai al compimento della pro- 
pria speranza, dicesse, che giammai non tocca di fioretto il 
verde. 

St. 2. « Mi lamento, o cuor soave, in prima di te, Che 
per un matto guardamento d' occhi, voi non dovreste aver 
perduto la legge o il freno. Ma ei mi piace che al dar de- 
gli stocchi, sempre contro dime insorgono da terra: d' onde 
io son morto; e per la fede eli io ho, forte mi dispiace; ahi 
povero me ! Ch'io son punito ed aggio colpa nulla. Né dice 
essa; il male è di costui : onde cesso la querela. Ella sa ben 
che se il mio cuore si viene piegando al piacere di un' altra, 
perchè lascio di amar lei, il falso core ne porta grave 
pena. » Qualsiasi concetto che quindi si può raccogliere, mal ci 
obbliga di ridurre la nostra mente a Dante ; e la tessitura, non 
che della Canzone, anche di una sola Stanza, s' allontana pie- 
namente dall' arte che il Poeta prescrisse a se medesimo e 
volle mostrarci in esempio. 

St. 3. Ben avria questa Donna il cor di ghiaccio, tanto 
come V aspide che per mìa fé è sordo , se non avrà pietà al 
servo. Ben salto Amore, se io già non ho soccorso, Che per 
■ lei dolorosa morte faccio, né più la vita sperando conservo. 
Guai ad ogni mio nervo! se ella non fa che per suo senno 
verace, Io vegna a riveder sua faccia allegra, ahi Dio, 
quanf è integra! ma io ne dubito; si gran dolor ne ho. 
Tanto non cura Amore verso di me, quanto dura in me la 
speranza di essa. » Tutto qui disconviene al Cantore di Bea- 
trice, e tanto più il manifestarcelo cosi mal disposto ne' suoi 
affetti, da lagnarsi dell' onestà della donna amata. 



388 RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ, EC. 

« Dolorosa morte faccio » ed «. aggio colpa nulla » son 
frasi da lasciare a Guittone d' Arezzo e agli altri che si ten- 
nero lontani dal dolce stile nuovo che a Dante fu insegnato e 
dettato da Amore. 

St. 4. « Canzone, Voi potete ire per tutto il mondo, poiché 
io ho parlato in tre lingue, affinchè la gravosa mia spina 
Si saccia per lo mondo, ogni uomo il senta: Forse pietà 
m'avrà chi ini tormenta. » Veramente una Canzone cui si dà 
tale un commiato ad assicurarsi di poter andare per tutto 
il mondo, acciocché la spina tormentatrice del poeta si sappia 
per tutto il mondo , è indegna degli amori di Dante, indegna 
dell'arte sua, del suo stile, della sua mente, del suo cuore. 
Povero Dante ! (sento anch' io qui di dover esclamare col gene- 
roso Cesare Balbo) tanti secoli dopo morto, ti tocca la mede- 
sima sorte che in vita : niuno tanto ti nuoce , come i tuoi 
mal veggenti amici. 

E questo m' è d' uopo ripetere al pensiero che siensi pò- f 
tuti attribuire a Dante i Sette Salmi Penitenziali e il Credo 
e l' Ave Maria e il Paternoster, trasportati alla volgar poe- 
sia, avvisandosi di cosi meglio esaltarne la fama. Io mi recai I 
a coscienza di studiare ogni apice di cosiffatti componimenti, 
e oso di affermare che Dante non ci entra per nulla, per nulla \ 
affatto. Il suo Paternostro, il suo Credo, i suoi Canti a Maria, I 
il suo saggio d'interpretazione degli Scrittori dello Spirilo 
Santo, stanno legati con indissolubili rime nel Poema sacro, i 
D'onde solo ci vien somministrato buon modo a giudicar d'un 
Poeta, il quale, senza dar segno che siaglisi rallentata la vn 
goria poetica, cominciò nella sua giovinezza con i Sonetti e 
le Canzoni della Vita Nuova per compiere, insieme col di-v 
vino Lavoro, il suo corso mortale, sciogliendo alla Vergine 
Madre un Inno degno di perpetuarsi nella gloria de' cieli. 






DEL PROPRIO STILE DELLE RIME DI DANTE 

DISCORSO. 



1. I grandi Ingegni, specialmente se grandi Artisti, 
disegnano a se stessi la via che poi devono trascorrere, 
imprimendovi le orme per le quali vogliono essere ricer- 
cati e seguiti. E chiunque si volge altrove o si diparte 
anche per poco dal tracciato cammino, erra di facile, e 
tra giri e rigiri non sa indi a che termine s' indirizzi o 
riesca. Ciò ben si osserva in quelli che si fecero a inter- 
pretare la mente di Dante, studiarne le arcane dottrine 
e rintracciarne i segreti dell' arte che gli valse a com- 
piere tanto maravigliosi ed esemplari lavori. Ond'è che 
le opinioni, le congetture, i fallaci supposti si moltiplica- 
rono senza fine anco nelle cose più chiare e determinate, 
e da non potersi contraddire, se già gli ostinati sofismi 
non prevalgano al consiglio dell' autorevole ragione ed 
all'amore del vero. Pur tuttavia questa Critica che ci 
richiama a dover intendere un Autore al modo che vuol 
essere inteso , traendolo cioè a spiegare se stesso , dacché 
parve sempre la più sicura, conviene che non sia trasan- 
data neir opera, ben affidandoci che non tornerà invano. 

D'altra parte siccome il nostro Poeta ci diede larga- 
mente a conoscere la sua scienza e le norme prescritte 
al suo ingegno, sarebbe più che errore il voler ricor- 



392 DEL PROPRIO STILE DELLE RIME DI DANTE. 

rere a scarsi e incerti rivoli , quando n' è dischiusa la 
ricca sorgente. Non parlo io qui ne delle allegorie o delle 
recondite storie e sentenze d' ogni fatta che s' incontrano 
negli scritti di Dante, ma sì mi contengo alla forma di 
che si avvivarono i suoi pensieri e s'impressero nella 
parola. Per fermo, che una forma del pensare e parlare 
proprio di una mente così straordinaria, sarebbe, non che 
difficile , temerario assunto l' investigarla , se l' ingegno 
che la produsse, non ce l' avesse definita con precisa ma- 
niera. Dante neppure in questo mancò a se medesimo 
e a noi ; tantoché dopo aver composto le sue Canzoni , 
ci somministrò buon modo ad apprenderne il proprio 
stile e a giudicare, anche da questo solamente, quali 
siano o no meritevoli d' essergli appropriate. Il perchè 
stimo mio debito di conchiudere questo libro, discor- 
rendo alquanto di cosiffatto stile, giusta quello che se ne 
ragiona nel trattato di Volgare Eloquenza. La mia sol- 
lecitudine sarà tutta nel raccogliere e ritrarre con fe- 
deltà i pensieri di Dante e di conformarmi sinanco al- 
l' ordine dottrinale, cui egli s' è assoggettato nel trattare 
di una materia assai grave e disputata ancor oggidì, dopo 
tanti secoli di agitazioni politiche e letterarie. Il nostro 
pensiero si rallegra nel conversare coll'Autore nel quale 
si raccolse lo spirito e la virtù della Nazione, sì che par 
sopravvivere e signoreggiare ora che la risorta Nazione 
ha ripigliato la coscienza di se stessa. 

2. Una singolare predilezione parve che Dante pa- 
lesasse ognora per le sue Canzoni, come quelle cui avea 
forse dato maggior cura e donde si vedeva già salito in 
onore. Più volte, di fatto , si piacque egli di citarle quasi 
per autorità ornai approvata, sicché nel Convito, propo- 



DEL PROPRIO STILE DELLE RIME DI DAJ»TE. 393 

nevasi di vieppiù illustrarle con ampio commento. E 
nell' incontrarsi col suo amico Casella in sulla riva del 
sacro Monte, ove l'anime vanno a farsi belle, lo in- 
duce a cantare: 

Amor, ohe nella mente mi ragiona. 

Che anzi nel Cielo stesso, in cui si godono beati coloro 
* che quaggiù si pentirono dell' amore che troppo li vinse, 
gli s' allegra il cuore al sentirsi rammentare dall' affet- 
tuoso Carlo Martello : 

Voi che, intendendo, il terzo ciel movete. 

Ma gli è peraltro con Buonagiunta da Lucca, che meglio 
ne aperse 1' animo suo, facendosi riconoscere come colui 
che ruora trasse le Nuove Rime, cominciando : 

Donne, eh' avete intelletto d'amore. 

Né sarà mai considerato abbastanza ciò che egli poi dice , 
e ode rispondersi da quel vecchio Rimatore : 

l'mi son un che, quando 
Amore spira, noto, ed a quel modo 
Che delta dentro, vo significando. 

frate, issa vegg'io, diss'egli , il nodo 
Che il Notaio , e Guittone , e me ritenne 
Di qua dal dolce stil nuovo eh' i' odo. 

lo veggio ben come le vostre penne 
Diretro al dittator sen vanno strette, 
Che delle nostre certo non avvenne. 

E qual più a guardar oltre si mette, 
Non vede più dall' uno all' altro stilo: 
E quasi contentato si tacette. 

Purg., xxiv, 49. 



394 DEL PROPRIO STILE DELLE RIME DI DANTE. 

In queste parole è tutta l'arte di Dante; il quale, 
derivando dal cuore l' ispirazione e conformando le sue 
rime alla dettatura d'Amore, bastò a rendersi Maestro ed 
esempio del dolce stile nuovo, che non invecchierà giam- 
mai, se pur non si muta l'umana natura. Ma siffatto 
stile, che il cuore produsse con la lingua d'Amore, do- 
vette nel Volgare italico spiegarsi con la sua virtù e farvi 
risplendere la sua vivace impronta. Ed è una lingua mo- 
derna che bisognava alla significazione di concetti e sen- 
timenti , solo possibili in tempi vivificati da una religione 
d'amore. Fedele custode delle patrie tradizioni e fiera- 
mente disdegnoso de' malvagi uomini d' Italia, che com- 
mendavano lo Volgare altrui e il proprio dispregiavano, 
pose ogni suo studio ad acconciare il Volgare italico a 
più stabilità, legandolo con numero e con rime. Né di 
ciò contento, volle eziandio dimostrarne la bontà con 
adattarlo ad esprimere degnamente in prosa altissimi e 
novissimi concetti. 

3. Di tale benefìcio , recato alle nostre Lettere e 
all'unità della Patria che ci affratella, noi dobbiamo sentir 
gratitudine verso il gran Padre e Maestro dell'italica 
famiglia. Il quale, fermo nel proposito di porgerne dot- 
trina, come già ne porse esempi, intorno alla Volgare 
eloquenza, procacciò in prima d'indagare le qualità della 
Lingua che dev'esserne l'agevole mezzo e strumento. Ve- 
ramente ei prese a ciò le mosse da troppo lontano prin- 
cipio; pur tuttavia non è senza pregio il discorso, mercè 
cui s'attenta di scoprirci l'origine e la forma dell'umano 
linguaggio. Donde vien egli a conghietturare come que- 
sto, per la confusione di Babele, siasi diviso in più lingue 
d'una varietà pressoché infinita. Le quali per altro nel- 



DEL PROPRIO STILE DELLE RIME DI DANTE. 395 

l' Europa Meridionale gli fu avviso , che si potessero ri- 
durre a tre sole. « Imperocché altri affermando, dicono 
oc, altri oil ed altri sì; e costoro sono gli Spagnuoli , 
i Francesi e gl'Italiani. Che poi i Volgari di tutte e tre 
queste genti procedano da uno stesso Idioma, si argo- 
menta da che molte cose denominano con gli stessi vo- 
caboli, come Dio, Cielo, Amore, Mare, Terra, Vive, 
Muore, Ama, e va dicendo. » Ma poiché ciascuna di 
queste variazioni risulta variata in se stessa , ed è inoltre 
l' uomo trasmutabile di sua natura , ogni nostra loquela 
non può essere durevole né continua. Di qui si mossero 
gl'inventori dell'arte grammatica a render permanente 
essa loquela e identica per diversità di tempi e luoghi, 
né più soggetta al proprio arbitrio di qualunque , allor 
che sia regolata dal consenso di molte genti e dall' esem- 
pio ed autorità de' maestri. 

4. Non però queste Lingue, che pur tutte derivano da 
uno stesso Idioma , ritengono e possono vantare un egual 
pregio. « La Lingua d'' oil pretende d'essere preferita, 
dacché per la sua volgarità più facile e più dilettevole 
son tutti suoi i libri che si riferiscono al Volgare prosaico. 
L'altra Lingua, vale a dire quella d' oc, invece produce in 
suo favore l' avere gli Eloquenti volgari poetato in essa , 
come nella più perfetta e dolce loquela. La terza Lingua, 
che è quella dei Latini (Italorum quisìdicunt), affer- 
ma la sua preminenza per due privilegi: l'uno, perchè 
di essa furono famigliari e domestici coloro che con 
maggiore dolcezza e sottigliezza poetarono volgarmente; e 
l'altro, perchè sembrano di più appoggiarsi alla Gram- 
matica che è comune. » Or questo a Dante è sembrato 
argomento gravissimo e potente per fargli dar vanto 



396 DEL PROPRIO STILE DELLE RIME DI DANTE. 

al nostro Volgare in paragone degli altri affini. Ed è per 
ciò che lo riguarda e determina come il Volgare latino 
per eccellenza, il Volgare cioè meglio attemprato alle re- 
gole della lingua latina che seguita arte. Quindi viene a 
restringere il suo trattato al nostro Volgare, non ommel- 
tendo di raffermarne anco meglio le indicate norme con 
attingerne gl'imitabili esempi dagli stessi poeti ne' due 
Volgari consimili. Ma fa d'uopo attendere, che è sempre 
la Grammatica, ch'egli procaccia di rinvenire nella lingua 
Volgare usata dagli eloquenti dicitori, perchè tenace nel 
promovere l'Impero latino, lo pretendeva sin ne'linguaggi. 

5. Con questo principio e senza avere altra vista, 
l'Allighieri , scrutando il Volgare italico , studiava di ben 
accertarne le ricevute variazioni e di paragonarle vicende- 
volmente ; ma gli si moltiplicarono sott' occhio per modo, 
che, a calcolarle tutte, avrebbe forse potuto contarne più 
di mille. Ed è fra tante trasformazioni e così diverse, 
che Dante s'ingegnò di rintracciare la più decente ed illu- 
stre Loquela d'Italia. Affine per altro di giugnere a buon 
termine in si lunga e intrigata ricerca , egli viene man 
mano richiamando ad esame le nostre Lingue volgari più 
principali, se mai in alcuna di esse gli riesca di ritro- 
var in Italia il bellissimo Volgare, quello cioè merite- 
vole di adoperarsi dagli eloquenti nel dire in prosa ed in 
rima. Se non che, quale per un verso e quale per un al- 
tro, le esclude tutte , perchè in ciasuna, dove più dove 
meno, incontra rozzi vocaboli, locuzioni barbare, pro- 
nunzie dissonanti e perplessità di costruzioni, se non 
deformità e sconcezze indegne di qualsiasi ben costumato 
e lodevole parlatore. 

6. Compiuta a suo talento questa disamina, il savio 



DEL PROPRIO STILE DELLE RIME DI DANTE. 397 

Poeta rientra di poi a chiarire viemeglio che s'intenda 
per Volgare illustre d'Italia, con risoluto animo di additar 
inoltre quelli ch'egli stima degni d'usarlo, e perchè e 
come e dove e quanto ed a chi debba rivolgersi. Ma poi- 
ché in ogni genere di cose v' ha da esserne una con la 
quale tutte le altre di quel medesimo genere si hanno a 
comparare, ponderare e misurare, stabilisce che que- 
] st' ottimo Volgare ce che in ogni Città italica apparisce e 
. non dimora in alcuna » è cosiffatto « che per esso e con 
esso devono misurarsi , ponderarsi e compararsi tutti i 
nostri Volgari municipali. » D' onde risulta chiaramente, 
che Dante ben riconobbe e distinse un Volgare parlato 
e inteso, più qua che colà, in ogni terra italiana e fatto 
comune, non foss'altro nella concorde significazione delle 
prime cose e di maggiore necessità alla vita civile. Bensì 
imprese ad investigarlo segnatamente in quanto l' usa- 
rono i Rimatori, perchè avendo questi in obbligo di gio- 
varsene nella maniera più convenevole, potess'egli anco 
dai loro difetti arguire le più sincere ed elette condizioni di 
esso Volgare, le quali avea in animo d'insegnar e imporre 
ai dicitori solleciti dell'arte. Che se accenna di voler solo 
ammaestrare i Poeti , non è a dire che abbia trascurato 
; i Prosatori , a cui anzi raccomanda e propone come fermo 
esemplare il Volgare illustre, qual è scritto da' meglio 
poeti, serbate sempre le convenienze di stile, delle per- 
sone e delle cose a trattare. 

7. Questo precisamente è da stimarsi il Volgare pro- 
prio degli Italiani che vogliono valersene ad ottener 
pregio e riuscire potenti o almanco corretti nell' uso 
della Volgare eloquenza. Quale poi dei Volgari italici 
siasi di più e meglio prestato ed eziandio in oggi più cor- 



398 DEL PROPRIO STILE DELLE RIME DI DANTE. 

risponda al Volgare d' Italia pensato da Dante , non ac- 
cade al presente di cercarne, per non impigliarci in si- 
mile questione. Ma invece ne bisognerà vedere, perchè 
gli sembrasse di chiamar illustre , cardinale , aulico e 
curiale un Volgare siffattamente eletto. Ed in prima lo 
denomina illustre, in quanto che lo ravvisava così su- 
blimato di maestria e di potenza, da rendersi distrigato, 
non che dagli errori della plebe parlatrice, da quelli 
de' letterati plebei, ed efficace a rimutare i cuori umani, 
recando pur molta gloria ai suoi veraci cultori. Da cotal 
perfezione trasse argomento che fosse questo Volgare 
come il cardine intorno a cui, quasi a fermo sostegno 
e norma, si volgessero e rivolgessero , ed avesser mo- 
vimento e posa i Volgari nostri tutti quanti. Perciò gli 
ebbe applicata la denominazione di cardinale; e così 
poi anche di aulico, dacché lo riputava degno di essere 
accolto da una Corte regale, se pure fra noi vi fosse 
stata. Credette inoltre che per essere misurato ad arte 
consimile alla ponderata regola della curialità, potesse 
nominarsi curiale , non ostante che in Italia , priva del 
suo Principe, non vi avesse una Curia unica, bastando 
che quanti meglio lo adoperavano, sebbene qua e là di- 
spersi, restassero tuttavia uniti gratioso lumine rei- 
tionis. Era quindi il Volgare illustre che dovea colle- 
gare in prima le menti italiche, affinchè poscia cooperas- 
sero a richiamare adunitela divisa Nazione. Comecches- 
sia, vuoisi distinguere con Dante un Volgare proprio 
d'Italia in quanto è parlato e conforme all'uso comune, 
ovvero in quanto ne riesce ad attemperarsi all' arte e 
s' accorda con quello già illustrato dagli esperti dottori 
« che in Italia poetarono nella Lingua volgare. » 



DEL PROPRIO STILE DELLE RIME DI DANTE. 399 

8. Le quali cose appieno stabilite e dichiarate, 
l'Allighieri innanzi di procedere nel suo discorso, con- 
fessa che questo egregio Volgare s'addice così ai prosatori 
come a' poeti, se vogliono gli uni e gli altri contendere 
ad essere ed apparir eloquenti. Ma per maggiormente 

I metterne in evidenza gl'imitabili pregi, si consiglia di pur 
ragionare del modo che se n'avvantaggiano i dicitori in ri- 
ma. Dovendo questi al possibile « adornare i loro versi, 

-hanno da giovarsi del Volgare illustre, dappoiché non vi 
può essere niun ornamento sì grande. » Non però a tutti 
i poeti si conviene adoperarlo, ma a quelli soltanto, che 
sono eccellenti d'ingegno e di scienza. È la loquela ne- 
cessario strumento de' nostri concetti; i quali, se ottimi 
come si formano per virtù d' ingegno e scienza , richie- 
dono un' ottima loquela. Il perchè non può questa acco- 
munarsi ai più , né far di mestieri a ciascuno che scrive 
poesie, e neppur adattarsi alla trattazione di tutte cose. 
Ma quali son esse le cose degne di tanto ? Vediamolo 
in breve. L' uomo possiede un' anima con tre distinte 
potenze , che sono la vegetativa , la sensitiva e l' intel- 
lettiva o razionale ; e conforme a queste, prende un di- 
verso cammino. Perocché, secondo che la sua anima è 
vegetativa, ei s'indirizza all'utile; per la sensitiva aspira al 
dilettevole, laddove mediante la potenza ragionativa cerca 
l'onesto. Se non che, anco in siffatte cose v'ha differenti 
gradi: il sommo dei quali per ciò che s' attiene all' utile, 
I è la Salute o Felicità; V Amore, per quanto risguarda 
il diletto, e la Virtù, rispetto alle cose oneste. Quindi 
tutto che si riferisce a siffatti obietti, come a dire, il 
Valore delle armi, l'Ardenza dell'amore e la Rettitudine 
della volontà, importa che sia trattato nell' ottimo Voi- 



400 DEL PROPRIO STILE DELLE RIME DI DANTE. 

gare. A ciò in parte s' affaticarono i nostri poeti di 
maggior fama, lasciandocene assai notabile argomento 
nelle loro canzoni. 

9. Ed è sopratutto la Canzone il componimento che 
più d' ogni altro assume così nobile materia e solenne, 
tanto che quasi s'appropria l'uso del Volgare più scelto. 
Il che ben si conforma al modo artificiato ed allo stile 
in che la Canzone fa d' uopo che sia composta. Ma tre 
maniere di stile rileva discernere ed osservare, tragico 
cioè, comico ed elegiaco. 

Per tragedia intendiamo lo stile superiore; per 
commedia, l'inferiore, e per elegia, lo stile damiseli 
o rimesso , che si voglia chiamare. Se le cose sono da 
cantarsi tragicamente , allora convien valersi del Volgare 
illustre ; se comicamente, in tal caso ora «' adopera il 
Volgare mediocre ed ora 1' umile; se poi il canto dev' es- 
ser elegiaco , occorre servirsi del solo Volgare umile. 
Ma per toccare pure alcuna cosa dello stile tragico , che 
sopravanza agli altri e s' accomoda massimamente alla 
Canzone, esso vuole superbia di versi, non meno che 
eccellenza di vocaboli ed elevatezza di costruzione. 
Né giugne a tanto se non chi al vigore dell' ingegno 
seppe accoppiare l' assiduità dell' arte e 1' abito delle 
scienze. Perciò quelli che hanno sortito così ampio pri- 
vilegio e si sentono vivamente dotati di una sì divina vir- 
tù , possono cimentarsi a celebrare con le loro Canzoni le 
somme cose, la Salute, 1' Amore e la Virtù, non rallen- 
tando nello studio , sicché il lavoro ne torni perfetto in 
ogni sua parte. Somme hanno da essere le cose che s'im- 
prendono a cantare, sommo lo Stile e corrispondente la 
Lingua, cioè la più eletta fra tutte le nostre lingue volgari. 



DEL PROPRIO STILE DELLE RIME DI DANTE. 401 

10. Per accordarsi a questi insegnamenti la Can- 
zone si rende il più diffìcile congegno, cui si possa appli- 
care l'industria del Poeta. Non però mi sembra che siasi 
atteso abbastanza, come il nostro accorto Maestro non 
punto dimentico delle sue dottrine, le abbia avvalorate 
■ con esemplarle in effetto. Nelle sue Canzoni si osserva di 
fatti una costante dignità di elocuzione, alti versi, una 
costruzione sostenuta sempre , il numero , le rime, le pa- 
• role tutte con legame musico armonizzate. Di che a 
: primo tratto possiamo comprendere che mal conobbero 
: l'arte e i sicuri esempi di Dante coloro che talvolta gli at- 
tribuirono di così misere cantilene, che assai meglio ce ne 
tramandò Jacopone da Todi. Vero è che i Sonetti e le Bal- 
late non devono , giusta il suo fermo avviso , comporsi 
i in istile tragico ma comico, e quindi col volgare medio- 
f ere, che può scendere sino all' Umile, del pari che sol- 
levarsi quanto il Volgare illustre. Ma comunque, se ci 
: astringe debito di far ragione del fatto altrui, non meno 
I che delle dottrine, siamo condotti a disconoscere come 
: proprie dello scrittore della Vita Nuova tante cose rimate, 
le quali, non che aggiugnergli gloria, cel farebbero con- 
fondere coi dispregiatori o tardi ammiratori del dolce 
I suo stile nuovo. L' Autore del Poema sacro è pur quello 
che cantò : 

Tanto gentile e tanto onesta pare 
La donna mia quand' ella altrui saluta ; 

I e non sappiamo che da un così felice principio insin a 
quel glorioso termine, siagli venuta meno la pittrice 
fantasia e la potenza de' sentimenti e della parola con- 
forme. Si giudichino pur con libero senno le sentenze 

26 



402 DEL PROPRIO STILE DELLE RIME DI DANTE. 

e gli scritti di Dante ; ma non senza obbligo di rispet- 
tarli , ed essere cauti a non addossargli ciò che non gli 
spetta. La giustizia ben se la vendicano gli scrittori che, 
simili al nostro Poeta, seppero improntare d'un invariato 
suggello le opere loro. 

41. Così gli fosse bastata la vita a poter sommini- 
strarci ancor gli altri due libri, che intendeva di scrivere 
sulla Volgare eloquenza, e noi avremmo di che meglio 
assicurarci nel fare la debita stima della Lingua e dello 
Stile adoperati nella stessa sua Commedia. Ciò nullameno 
ci rimangono gli esempi validi ad illuminarci all' uopo. 
Alcuni preziosi cenni inoltre, che ci trasmise l'Autore 
nella Epistola a Cangrande, sono pur sufficienti per distri- 
garci da qualsiasi impedimento a stabilire quel tanto di 
vero, che può ottenersi in una materia siffatta. Il titolo 
di Commedia, che Dante impose al suo Poema, con- 
ferma più che altro l' intenzione eh' egli ebbe, di dettarlo 
cioè nella Lingua in cui conversano le donnicciuole del 
volgo, in quella Lingua vo' dire, che chiama mamma e 
babbo. Questo Volgare, tuttoché rimesso, mostravasi cor- 
rispondente allo stile inferiore, in che doveano essere 
scritti que' Canti, rivolti a rendere più comune la scienza 
del bene e la virtù de' civili costumi. Ma talora la com- 
media, al modo che Dante l'intese e con le parole di Orazio 
ne insegna, vien elevandosi fìnanco al grado della tragedia 
e ne prende l' impeto, così come il tragico non di rado si 
duole con umile elegia. Indi è che nella divina Comme- 
dia ottennero luogo tutti e tre gli stili più sopra indicati ; 
e il Volgare che vi s' adatta, potè al caso or essere il- 
lustre e ora mediocre od umile. Ogni stile adunque vo- 
luto dall'arte, e ogni pregio del Volgare italico dovette 



DEL PROPRIO STILE DELLE RIME DI DANTE. 403 

l' Allighieri diffondere nel suo Poema a mostrare in atto e 
palese la gran bontà che esso Volgare di sì ritenea in po- 
tere e occulta. Ed ecco perchè quivi s' incontrano i voca- 
boli umanuca, introcque» ed altri cotali, già riprovati, 
perchè disdicevoli al Volgare illustre che, ricercato 
nella sua natura e stabilito con arte , non appartiene che 
allo stile tragico o superiore. 

12. Di questa fatta apparisce lo stile con che 1' ec- 
celso Poeta condusse a tutto compimento le sue Canzoni, 
e tale stile, fuori dell'uso allora moderno, è propria- 
mente quello onde s' acquistò in prima onore, e eh' ei 
tolse da Virgilio, i cui alti versi gli parvero formati con 
tanta dignità di stile, da dover indi ascrivere ad essi il 
nome di Tragedia. Donde si vuol derivare una luce 
sicura a discernere ed accertare anco meglio i pregi che 
distinguono le Canzoni di Dante, e così ogni altro com- 
ponimento , dall' infimo insin al Poema che tutti li vince 
e riassume in esempio. 

Ne ciò deve soltanto considerarsi rispetto al dire in 
versi, ma e sì riguardo alla prosa, alla quale non trasandò 
di richiamare il suo pensiero con additarci le qualità 
dello stile e le altre conformi qualità del Volgare d'Italia, 
richieste alla eloquenza discorritrice delle grandi cose , 
ovveramente delle più umili , e obbligata sempre a ser- 
bare anche la convenienza de' luoghi e de' tempi. Certo 
la Loquela italica, disdegnata e avvilita da chi più do- 
vea recarla in pregio, venne accolta dal nostro Poeta con 
vivo e incessabile amore, studiando e adoperando ogni 
modo a custodirla ed a renderla capace ad esprimere 
convenevolmente, sufficientemente e acconciamente 
gli umani concetti. Questa eloquenza, che trionfa nel 



404 DEL PROPRIO STILE DELLE RIME DI DANTE. 

Poema , cui ebbero posto mano e cielo e terra , si palesa 
di frequente nella prosa della Vita Nuova e del Convito 
e raggiunse 1' ultimo dell' arte anco nelle Canzoni mate- 
riate di virtù e d'amore. Le quali è desiderabile che ri- 
trovino molti studiosi e ben più attenti, che non per 
l' addietro. Si riscontrino con quelle dell'unico Petrarca, 
forse troppo dimenticate ai nostri giorni, quando mag- 
giore ci stringe il bisogno di ristorarci con essere difen- 
derci dal mal gusto che tenta di muoverne danno. 

13. Dal Cantore di Laura noi attingeremo la genti- 
lezza de' sentimenti, leggiadria di modi e una favella, cui 
amore s'applicò con tutti gli accorgimenti dell'arte. La 
profondità de' concetti e della passione, la parola viva, 
evidente , scultoria , 1' egregia natura ci si farà ammi- 
rare nel Cantore di Beatrice. Questi ne manifesta ciò che 
s^nte e perchè e come lo sente , e quegli invece sta pur 
contento a svelarci il suo affetto , per obbedire ai mo- 
vimenti che ne sono seguaci. Se talora pur s'ingegna di 
sublimarne ai celesti pensieri o farci penetrare ne' se- 
greti della Filosofìa, se ne ritrae di subito. Dove che 
il pensoso Allighieri, nel costringerne a tanto, si piace di 
rapirci seco a grave contemplazione e innamorarci della 
eccelsa Donna della sua mente. La scienza ce la trasforma 
in poesia; poesia per lui diviene la storia, poesia la favo- 
la, e il Vero , non che smarrire , si fa più vivo sotto lo 
splendore della bellezza. Il Solitario di Valchiusa è mara- 
viglioso Poeta quando scrive ciò che il cuore gli ragiona o 
che la natura gliappresenta di meglio : la sua fonte s'apre 
in un ruscello di chiare, fresche e dolci acque, che vi 
ricreano a vederle, non chea gustarle e sentirne il soave 
mormorio. Non cosi l' esule Poeta, che può bensì pigliar 






DEL PROPRIO STILE DELLE RIME DI DANTE. 405 

suo corso , temperato a piacere , ma che dalla forza del 
sentimento o della verità che gli domina l'intelletto, vien a 
prorompere quasi torrente che alta vena preme. Amore 
sempre risuona nelle varie e ineffabili armonie che ci 
fanno pensare alla bella Avignonese , sebbene il nostro 
cuore, che vi corrisponde, non sappia poi levarsi dalle ter- 
rene cose. Regna anco amore nelle Rime che Amore dettò 
a Dante per gloriarne la sua Beatrice ; pur quel nobile 
affetto, avvivato di bontà e pronto al consiglio della ragio- 
ne, vi si insinua nell'anima e la rapisce. La terra anzi non 
vi par degna d' accoglierlo , e volentieri la mente del 
cuore s' affissa, ergendosi là dove amore è verità, bel- 

I lezza e tutta gioia. Desiderate alcuna volta nel Poeta che 
accosta la Corte di Avignone un più severo studio della 

I virtù ; laddove vi si esalta l' anima al ravvisare essa virtù, 

: che indivisibile s'accompagna al Cittadino, savio maestro 
e correttore della sua Patria, da cui si crede ingiusta- 

I mente cacciato in esilio. L' italica gentilezza apparve 
splendida nelle Canzoni di questi due Poetile si fa tut- 
tora riconoscere e sentire, a lieta speranza di chi riguarda 

- come educatrice ad opere degne la potenza de'gentili 
affetti e sentimenti. 



26* 



407 
INDICE DELLE RIME AUTENTICHE DI DANTE. 



A ciascun' alma presa e gentil core. — Sonetto Pag. 7 

Commenti 92 

Al poco giorno , ed al gran cerchio d' ombra. — Sestina 227 

Commenti 325 

Amor, che nella mente mi ragiona. Canzone 190 

Commenti 264 

Amor , che muovi tua virtù dal cielo. — Canzone • . . . 218 

Commenti 311 

Amor , dacché convien pur eh' io mi doglia. — Canzone 235 

Commenti 334 

Amor, tu vedi ben che questa donna. — Canzone 212 

Commenti 301 

Amore e cor gentil sono una cosa. — Sonetto 34 

Commenti 115 

Ballata , io vo' che tu ritruovi Amore. — Ballata 18 

Commenti 101 

Cavalcando 1' altr' ier per un cammino. — Sonetto 14 

Commenti 97 

Ciò, che m' incontra nella mente, muore. — Sonetto 25 

Commenti 108 

Coli' altre donne mia vista gabbate. — Sonetto 24 

Commenti 108 

Color d' amore, e di pietà sembianti. — Sonetto 66 

Commenti 146 

Così nel mio parlar voglio esser aspro. — Canzone 224 

Commenti 323 

Di donne io vidi una gentile schiera — Sonetto 172 

Commenti 248 

Doglia mi reca nello core ardire — Canzone 203 

Commenti 283 

Donna pietosa e di novella etate — Canzone 43 

Commenti 121 

Donne, ch'avete intelletto d'amore — Canzone 30 

Commenti 112 

Dagli occhi della mia donna si muove. — Sonetto . 231 

Commenti 330 

Deh ! peregrini , che pensosi andate. — Sonetto 72 

Commenti 149 



408 INDICE DELLE RIME AUTENTICHE DI DANTE. 

Deh ! nuvoletta , che in ombra d' amore — Ballala Pag. 231 

Commenti 149 

E' m' incresce di me sì duramente — Canzone 179 

Commenti 256 

E' non è legno di sì forti nocchi — Sonetto 233 

Commenti 332 

Era venuta nella mente mia — Sonetto 63 

Commenti 141 

Gentil pensiero, che parla di vui — Sonetto 69 1 ■ 

Commenti 147 

Gli occhi dolenti per pietà del core — Canzone 58 

Commenti 136 

Guido, vorrei che tu e Lapo ed io — Sonetto 171 

Commenti 247 

In abito di saggia messaggera — Ballala . 174 

Commenti 251 

lo mi credea del tutto esser partito — Sonetto 242 

Commenti 3 1S 

Io mi sentii svegliar dentro allo core — Sonetto 47 

Commenti 125 

Io mi son pargoletta bella e nuova — Ballala 175- 

Commenti ' 252 

Io sento sì d' Amor la gran possanza — Canzone 221 

Commenti 317 

Io son venuto al punto della rota — Canzone 215 

Commenti 306 

Io sono stato con Amore insieme — Sonetto 173 

Commenti 249 

La dispietata mente, che pur mira — Canzone 176 

Commenti 254- 

L' amaro lagrimar che voi faceste — Sonetto 67 

Commenti 146 

Lasso! per forza dei molti sospiri — Sonetto 71 

Commenti 147 

Le dolci rime d'Amor, eh' io solìa — Canzone 193 

Commenti 269 

Morte, poich'io non trovo a cui mi doglia — Canzone 182 

Commenti 258 

Morte villana, e di pietà nemica — Ballata » 12 

Commenti 9G 

Negli occhi porta la mia donna Amore — Sonetto 35 

Commenti. 117 

O dolci rime,, che parlando andate — Sonetto 173 

Commenti 249 

Olire la spera che più larga gira — Sonetto 74 

Commenti "60 

Onde venite voi così pensose? — Sonetto *«* 

Commenti ". 248 



ÌNDICE DELLE RIME AUTENTICHE DI DANTE. 409 

O patria, degna di trionfai fama — Canzone Pag. 238 

Commenti 337 

O voi , che per la via d' Amor passate — Ballata . 10 

Commenti 94 

Parole mie , che per lo mondo siete — Sonetto 232 

Commenti 331 

Per quella via che la bellezza corre — Sonetto 232 

Commenti 331 

Piangete, amanti, poiché piange Amore — Sonetto 12 

Commenti 95 

Poich' io non trovo chi meco ragioni — Sonetto 242 

Commenti 347 

Poscia eh' Amor del tutto m' ha lasciato — Canzone 198 

Commenti. 275 

Quantunque volte, lasso! mi rimembra — Canzone 62 

Commenti. 139 

Se' tu colui, e' hai trattato sovente — Sonetto 39 

Commenti 119 

Se vedi gli occhi miei di pianger vaghi — Sonetto 241 

Commenti 346 

Sì lungamente m' ha tenuto Amore — Stanza 53 

Commenti 131 

Spesse fiate venemi alla mente — Sonetto 27 

Commenti 109 

Tanto gentile e tanto onesta pare — Sonetto 51 

Commenti 128 

Tre donne intorno al cor mi son venute — Canzone 208 

Commenti 293 

Tutti li miei pensier parlan d'Amore — Sonetto 21 

Commenti , 104 

Vede perfettamente ogni salute — Sonetto 52 

Commenti • 129 

Venite a intender li sospiri miei — Sonetto 60 

Commenti 138 

Videro gli occhi miei quanta pietate — Sonetto 66 

Commenti 146 

Voi, che portate la sembianza umile — Sonetto . . . . , 38 

Commenti 118 

Voi , che sapete ragionar d' amore — Ballata 229 

Commenti . . • • 326 

Voi che, intendendo, il terzo ciel movete — Canzone 187 

Commenti 261 



410 



INDICE DELLE RIME DI DUBBIA AUTENTICITÀ. 



Ai fals ris ! per qua traitz avetz • Pag. 366 

Commenti 386 

Amor mi mena tal fiata all' ombra • 362 

Commenti 38% < 

Chi guarderà giammai senza paura 353 

Commenti 374 

Da quella luce , che il suo corso gira 354 

Commenti 377 

Donne , io non so di che mi preghi Amore 357 

Commenti 381' 

Due Donne in cima della mente mia 355 

Commenti 377 1 

Gran nobiltà mi par vedere all' ombra 364 

Commenti 385 

Io maledico il di eh' io vidi in prima 355 

Commenti 378 

Io son chiamata nuova ballatella 360 

Commenti 383 

Io son sì vago della bella luce • 356 

Commenti 379 

Lo Re , che merla i suoi servi a ristoro 356 

Commenti 380 - 

Madonna, quel Signor, che voi portate 358 

Commenti • 382 

Nulla mi parrà mai più crudel cosa 354 

Commenti 375 

Per una ghirlanderà ; • 359' 

Commenti 382 

Se '1 bello aspetto non mi fosse tolto 357 

Commenti 381 



411 



INDICE DEL VOLUME. 



Dedica Pag. i 

Prefazione . v 

Vita Nuova 4 

Sommario dei paragrafi della Vita Nuova 77 

Commenti alla Vita Nuova 85 

Edizioni della Vita Nuova 4 53 

Canzoniere di Dante 469 

Parte Prima. Rime spettanti alla Vita Nuova 474 

Parte Seconda. Canzoni appartenenti al Convito .... 487 

Parte Terza. Poesie Varie 235 

Commenti al Canzoniere di Dante 245 

» Parte Prima . ivi 

» Parte Seconda 261 

» Parte Terza 334 

Appendice al Canzoniere di Dante. . 351 

Rime di dubbia autenticità 353 

Esame Critico sulle Rime di dubbia autenticità 369 

Del proprio Stile delle Rime di Dante. Discorso. . - . . 389 

Indice delle Rime autentiche di Dante ........ 407 

Indice delle Rime di dubbia autenticità 440 



SUCCESSORI LE MONNIER — FIRENZE, 



Biblioteca Nazionale. 



Alighieri (Dante) La Commedia, nuovamente riveduta nel testo 
e dichiarata da Brunone Bianchi. — Settima edizione, col Ri- 
mario. — Un volume Lire 

Il Convito, reintegrato nel testo con nuovo Commento, 

per cura di G.-B. Giuliani. — Un volume diviso in due parti. 

- — Opere latine, reintegrate nel testo, con nuovi Commenti, 
per cura di G.-B. Giuliani. — Voi. I. De Vulgari Eloquen- 
za e De Monarchia. — Voi. II. Epistola?, Egloga?, Quaestio 
de aqua et terra 

AriOStO (Lodovico). Orlando Furioso , preceduto da alcuni Pen- 
sieri di Vincenzo Gioberti , e corredato di Note storiche e filo- 
logiche. Terza edizione. — Due volumi 

BOCCACCIO (Messer Giovanni). Il Decamerone, riscontrato co' mi- 
gliori testi e postillato da Pietro Fanfani. — Due volumi. . . . 

Annotazioni e Discorsi sopra alcuni luoghi del Decameron 

di Messer Giovanni Boccacci, fatte da' Deputati alla correzione 
del medesimo. — Un volumetto 

Il Comento sopra la Commedia, con le Annotazioni di 

Anton Maria Salvini; preceduto dalla Vita di Dante Ali- 
ghieri scritta dal medesimo, per cura di Gaetano Milanesi. — 
Due volumi 

Machiavelli (Niccolò). Le Istorie Fiorentine, diligentemente 
riscontrate sulle migliori edizioni ; con alcuni cenni infoino alla 
Vita dell'Autore, scritti da Gio. -Battista Niccolini. — Un voi. 

Il Principe. -— I Discorsi sopra la prima Deca di Tito 

Livio. — Un volume 

Petrarca (Francesco). Le Rime, con l' interpretazione di Gia- 
como Leopardi, migliorata in vari luoghi la lezione del testo, 
e aggiuntevi nuove osservazioni. — Un volume 

Lettere delle Cose familiari; Libri XXIV. — Lettere 

Varie; Libro unico. Ora la prima volta raccolte, volgarizzate 
e dichiarate con Note da Giuseppe Fracassetti. — Cinque voi. 2 

Lettere Senili, volgarizzate e dichiarate con Note da Giu- 
seppe Fracassetti. — Due volumi 

TQSSO (Torquato). I Dialoghi, riveduti sugli autografi e le anti- 
che Stampe da Cesare Guasti. — Tre volumi 1 

La Gerusalemme liderata, preceduta da un discorso di Ugo 

Foscolo , e corredata di Note storiche. — Un volume 

Le Lettere, disposte per ordine di tempo ed illustrate da 

Cesare Guasti. — Cinque volumi 2i 

Varchi (Benedetto). Storia Fiorentina, pubblicata per cura di 
Caetano Milanesi. — Tre volumi 1 



4.5 



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2.2 



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D00554381Q 



Dante Alighieri 
La Vita Nuova e il Canzoniere